Daspo per chi sbaglia, anche per amministratori truffaldini e finti banchieri

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di MoVimento 5 Stelle

Il Governo ed il PD si stanno rendendo politicamente complici delle responsabilità, civili e penali, dei dirigenti e degli amministratori truffatori di povera gente. Per il Governo sono tutti da proteggere e da salvare: da quelli di Banca Etruria, con il papà della Boschi in prima fila, sino a quelli che hanno spolpato le Banche Popolari Venete. Anziché stare dalla parte dei cittadini difendono chi fa sparire i soldi guadagnati con il sudore dei padri di famiglia, dei giovani, dei pensionati. Da che parte stanno ormai è chiaro a tutti.

Il MoVimento 5 Stelle vuole l’interdizione perpetua, il DASPO per intenderci, per questi dirigenti, presidenti amministratori finti banchieri che hanno rovinato intere famiglie; interdizione perpetua sia dai pubblici uffici che dagli uffici direttivi delle imprese private. Devono poi essere dichiarati incapaci di contrattare con la pubblica amministrazione. Tutto questo, chiaramente, dopo che hanno pagato sino all’ultimo centesimo tutti i danni provocati.

Danni che ricadono non solo sui correntisti e risparmiatori defraudati, ma anche sulle casse pubbliche dello Stato, visto che stiamo regalando miliardi e miliardi di euro agli istituti in crisi: già 85 miliardi negli ultimi anni. Senza sapere, poi, dove sono andati a finire tutti i soldi sottratti dai salvadanai custoditi dai banchieri!

Questo bisogna saperlo subito prima di attingere dai cittadini o prima di indebitare ancora di più il nostro Paese come irresponsabilmente sta facendo questo Governo. Chi ha truffato i risparmiatori deve pagare anche con il suo patrimonio personale e familiare.

Non possono solo e sempre perdere gli stessi: i cittadini. Adesso basta davvero. Basta soldi alle banche, basta impunità per chi commette illeciti e truffa i deboli. La responsabilità politica è di questo Governo e del PD di Renzi.

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Ilva e Tempa Rossa: fondi europei per riconvertire il Sud Italia

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Basta inquinamento. Basta morti causate da un modello industriale legato al fossile. I cittadini chiedono di poter vivere in un ambiente sano ed esasperati dalle mancate risposte si sono rivolti al Parlamento europeo con delle Petizioni che chiedono il rispetto delle normative europee. Non esistono cittadini di serie B, non devono esserci zone franche in Europa quando si tratta di difendere la salute dei cittadini. I cittadini chiamano, il gruppo Efdd – MoVimento 5 Stelle risponde. Abbiamo proposto e ottenuto una visita ufficiale del Parlamento europeo nel Sud Italia. Ecco il racconto di Eleonora Evi e Rosa D’Amato che hanno partecipato alla missione. Ci chiediamo dove fossero gli europarlamentari di Pd e Forza Italia. Sono già al mare?

di Eleonora Evi e Rosa D’Amato, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa.

“Usiamo i fondi europei per ridare futuro e speranza al Sud Italia malato di inquinamento. Abbiamo visitato, insieme a una delegazione della Commissione Petizioni del Parlamento europeo, gli stabilimenti ILVA ed ENI e abbiamo partecipato a numerose audizioni che si sono svolte in prefettura. Abbiamo ascoltato i cittadini che hanno presentato le petizioni, gli organi di controllo ambientale e sanitario ISPRA, ARPA e ASL, i sindacati, Confindustria, Confagricoltura, le ONG e le associazioni del territorio che si battono per una Taranto diversa. Vogliamo una politica attiva, diretta, senza stucchevoli liturgie.


LO STABILIMENTO ILVA

Le prescrizioni AIA, ovvero gli obblighi che l’impianto deve ottemperare per ridurre il suo impatto inquinante sul territorio, in larghissima parte non sono attuate. Tra promesse, proroghe e decreti del governo, lo stabilimento continua a generare perdite e soprattutto a inquinare. Tra le prescrizioni non attuate, ad esempio, manca ancora una tra le più importanti: la copertura dei parchi minerali. Si tratta di cumuli di minerali di ferro e carboni che con il vento si alzano e si disperdono nell’ambiente, fino a ricoprire di rosso tutte le strade nei pressi dello stabilimento per poi arrivare nelle case dei tarantini e nei loro polmoni. Molti residenti sono costretti a tenere le finestre chiuse per evitare di essere esposti e respirarle. Una promessa, quella della copertura dei parchi minerari, che risale a molti anni fa, e che fino ad oggi è rimasta lettera morta. Tutti i membri della delegazione sono rimasti stupefatti di fronte a una tale situazione di costante pericolo per la salute dei cittadini.

Dalle audizioni sono emersi elementi nuovi e significativi. L’ISPRA, per esempio, ha ammesso che con lo scellerato decreto cosiddetto Salva Ilva ha le mani legate. Le nuove regole prevedono che l’impianto debba ottemperare l’80% delle prescrizioni AIA. E il restante 20%? Non pervenuto. Peccato che il questo restante 20% sia relativo alle opere più importanti e che inquinano di più come la copertura dei parchi minerali. Il decreto salva Ilva non fornisce al controllore alcuno strumento per ottenere un miglioramento ambientale e sanitario. L’Arpa poi ha ammesso che la natura stessa dell’impianto non azzera il rischio e un impatto sulla salute dei cittadini. Un rischio che per i cittadini di Taranto non è più accettabile, stando ai sempre più numerosi studi epidemiologici che dimostrano il nesso tra il mostro inquinante e l’insorgere di patologie gravissime nella popolazione, specialmente quella più debole, i bambini e gli anziani. E’ inaccettabile anche la totale mancanza di informazioni e trasparenza della fase di transizione dello stabilimento che, dall’attuale amministrazione pubblica straordinaria guidata dai commissari governativi, passerà nelle mani di un nuovo proprietario, l’AM Investco (Arcelor Mittal e Marcegaglia), lasciando i cittadini di Taranto nella condizione di subire passivamente per l’ennesima volta le decisioni sul futuro dell’area.

L’IMPIANTO TEMPA ROSSA
Come se non bastasse, di fianco al gigante decadente che sforna acciaio, sorge la raffineria di proprietà dell’ENI. Nello stabilimento viene trasformato il greggio in combustibili e carburanti commerciali che vengono poi distribuiti in una vasta area del sud Italia. Si tratta di un altro grande impianto che negli enormi serbatoi e tubature lavora e movimenta ogni anno 6,5 milioni di tonnellate di petrolio. Circa 250 navi operano nel pontile che si affaccia sul mare per il carico e scarico dei prodotti della raffineria. In questo quadro si inserisce il progetto di ampliamento dell’impianto per contenere e stoccare il greggio proveniente dalla nuova concessione di estrazione petrolifera in Basilicata, progetto denominato Tempa Rossa.

Le petizioni invitate dai cittadini denunciano una situazione poco trasparente per quanto riguarda la sicurezza dell’impianto stesso: classificato come impianto a rischio di incidente rilevante, Tempa Rossa deve rispettare la normativa europea, cosiddetta direttiva Seveso, che prevede la predisposizione di piani di emergenza interni e esterni allo stabilimento a tutela e protezione non solo dei lavoratori dell’azienda ma anche della popolazione che vive nelle vicinanze. Nonostante le sollecitazioni e lo scadere dei termini per la presentazione di tali piani, che devono peraltro essere fatti coinvolgendo e informando i cittadini, ad oggi ENI ne risulta sprovvista.

LE PROPOSTE M5S
L’Europa che vogliamo dialoga, si confronta e risponde ai problemi dei cittadini. Chiediamo la riconversione industriale delle aree e tutele per la salute dei cittadini. Bisogna ricollocare i lavoratori anche nelle bonifiche e la formazione. I fondi europei ci sono e servono proprio a questo.

Chiediamo di abbandonare il modello industriale inquinante e quello energetico del fossile verso una riconversione dell’area che guardi a un futuro sostenibile e resiliente, alle vocazioni del territorio, al turismo e all’agroalimentare. Vogliamo sostenere l’imprenditorialità creativa e l’economia sociale, che metta al centro le energie rinnovabili e l’economia circolare. Noi ci siamo. Abbiamo le idee chiare. E non lasceremo mai soli i cittadini!

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#ProgrammaImmigrazione: la cooperazione internazionale

La cooperazione internazionale allo sviluppo è una forma di collaborazione che avviene tra Stati con l’obiettivo di sostenere le aree più deboli del pianeta. In questi ultimi anni, la cooperazione italiana si è spesso concentrata sul finanziamento di mega infrastrutture, accessibili solo a grandi società. Queste operazioni hanno causato ricollocamenti forzati di intere comunità locali (basti pensare alle mega dighe costruite in paesi poveri che hanno provocato allagamenti di territori fertili, deviazioni di fiumi e prosciugamenti di laghi che sostenevano intere popolazioni). L’Italia è ancora lontana dagli impegni presi in sede internazionale come quota di aiuto ufficiale allo sviluppo (0,7% del PIL) ed è considerata un Paese con un bassissimo livello di trasparenza sull’uso dei fondi per lo sviluppo. Il MoVimento 5 Stelle chiede di dare una priorità al finanziamento trasparente dei fondi alla cooperazione internazionale.

di Nancy Porsia, giornalista freelance e producer esperta di Medio Oriente e Nord Africa.

In Europa si continuano a lanciare proclami di paura rispetto a una potenziale invasione del vecchio continente da parte dei migranti ma, troppo poco spesso, ci si chiede quali siano le condizioni dei migranti nei loro Paesi di provenienza. Per quali motivi i migranti scelgano di partire?
La scelta di lasciare la propria terra madre non è mai semplice. I motivi possono essere la mancanza di lavoro, la fuga dalle bombe, le condizioni economiche e la struttura socio-politica del Paese che portano sempre uomini e donne a optare per l’extrema ratio di prendere la via del mare, la pericolosissima via del mare, attraverso il Mediterraneo. Le condizioni socio-politiche dei Paesi di provenienza sono in realtà basate sul sistema economico degli stessi Paesi. Questo sistema economico è direttamente riconducibile alle politiche di cooperazione dei Paesi europei, quindi degli attori internazionali. Fino a quando l’Unione europea o gli Stati membri continueranno a portare avanti progetti di cooperazione per la realizzazione di grandi opere non si farà altro che rafforzare i regimi di oligopolio che poi, appunto, solidificano i regimi autoritari e despoti che sono la causa principale della fuga in massa da alcuni Paesi, che siano subsahariani piuttosto che dell’Africa del nord, del Medio Oriente, dell’Asia o dell’Estremo Oriente.
La cooperazione internazionale, tendenzialmente, si può sviluppare su tre tracce. Ci sono microprogetti di sviluppo rurale, culturale, quelli per la lotta alla corruzione e alla mafia, o la realizzazione delle grandi opere. In base alla mia premessa, va da sé che l’opzione primaria, l’opzione da tenere in prima battuta in considerazione sia proprio la lotta alla corruzione. Soltanto con un regime di trasparenza della distribuzione dei fondi della cooperazione da parte dell’Europa, di redistribuzione dei fondi stessi nei Paesi con cui si chiudono accordi di cooperazione per lo sviluppo, si può, di fatto, debellare il sistema di oligopolio e quindi il sistema che si basa sui signori della guerra che fomentano la destabilizzazione dei Paesi stessi.

UN CASO PER TUTTI: LA LIBIA
Come sappiamo, lo scorso anno, l’Unione Europea ha deciso di stringere un accordo con il Paese nordafricano firmando il Memorandum of Understanding. Per quanto la Libia in questo momento abbia bisogno di un apparato di sicurezza, come delle forze marittime o un esercito, in realtà oggi non è in grado di essere un interlocutore affidabile che sia fuori dai giochi delle milizie. Quindi, se sul breve termine, gli Stati membri che hanno caldeggiato questo Memorandum solo per ridurre il numero dei migranti otterranno il loro obiettivo, d’altro canto andranno a destabilizzare ulteriormente un Paese che per decenni ha svolto la funzione di ammortizzatore sociale della stessa ondata migratoria. Per vent’anni la Libia è stato il Paese di destinazione per i migranti che, nel loro Paese, non avevano possibilità occupazionali. Quindi questo Memorandum rischia di rafforzare il sistema delle milizie, rischia di giocare a sfavore dei migranti che non avranno più la possibilità di fermarsi per un periodo in Libia, il tempo di racimolare dei soldi e poi tornare a casa come succedeva fino alla fine del regime, e per i libici stessi che verranno sempre più schiacciati dal sistema dei signori della guerra. Nel medio-lungo termine, la Libia non solo sarà un punto di transito, ma diventerà addirittura un Paese di emigrazione.
Quando si parla di cooperazione, è fondamentale mettere sempre in cima alle priorità l’attenzione per la lotta alla corruzione. La cooperazione in Europa sconta anche la grande problematica della mafia nostrana. Sebbene i regimi autoritari siano un interlocutore conveniente per le istituzioni internazionali perché vanno ad accorciare la filiera, la burocrazia della cooperazione stessa, d’altro canto, sul lungo termine, provocano dei dissesti sociali che poi portano ai grandi flussi migratori. La cooperazione dovrebbe puntare, da quella che è la mia esperienza sul campo, a microprogetti di sviluppo culturale per la democratizzazione di questi territori e, in seconda battuta, microprogetti per lo sviluppo delle risorse territoriali, come progetti rurali. Sicuramente la realizzazione delle grandi opere non è un’opzione per lo sviluppo di questi Paesi, se non un problema. Tant’è che spesso, quando si opera in ambienti non democratici, la realizzazione di una grande opera diventa fonte stessa di una guerra di potere, quindi di spartizione dei grandi investimenti preannunciati”.

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Sfiduciamo il ministro contro l’ambiente Galletti

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di MoVimento 5 Stelle

È venuto in Aula per raccontarci la favoletta dei piromani che appiccano il fuoco nei boschi. Il ministro Galletti non si è accorto di quale e quanta emergenza nazionale stiamo vivendo nei nostri boschi e nelle nostre città.

Siamo sotto attacco criminale. È terrorismo ambientale. Definire chi sta devastando il patrimonio naturale un semplice “piromane” è come considerare cleptomane un rapinatore a mano armata. Siamo sotto attacco su più fronti e il ministro in 40 minuti di informativa urgente ha dimostrato tutta l’inadeguatezza del governo. Per questo il Movimento 5 Stelle presenterà una mozione di sfiducia contro Galletti, che speriamo sia calendarizzata al più presto.

Il capo dipartimento della Protezione civile Fabrizio Curcio in audizione al Senato ha raccontato che questa emergenza era prevedibile. Soprattutto per lo sfaldamento del Corpo Forestale che ha dimezzato uomini, mezzi e soprattutto DOS, cioè i direttori delle operazioni di spegnimento. Solo in Campania siamo passati da 100 a 50. Senza queste figure fondamentali i soccorsi sono allo sbando. E lo vediamo tutti i i giorni. Sono 390 i Forestali confluiti nei vigili del fuoco senza competenze di direzione operativa anti incendio, perché, si è detto, che il numero era sufficiente mentre un documento del ministero dell’interno sostiene che i VVFF sono sotto organico di 3500 unità.

Dimezzata anche la flotta aerea: i 32 mezzi del corpo Forestale sono stati divisi tra Vigili del Fuoco e carabinieri, dove non c’è competenza di spegnimento incendi. I fondi della Protezione civile sono diminuiti strada facendo fino a scomparire del tutto nell’ultima manovra di bilancio. Il Movimento 5 Stelle contestualmente alla presentazione della mozione di sfiducia ha presentato un pacchetto di 11 proposte che vanno dall’inasprimento delle sanzioni alla dichiarazione di stato di emergenza nazionale, incremento della flotta antincendi, potenziamento delle risorse del comando carabinieri tutela ambientale, riapertura dei termini della mobilità per consentire il transito al corpo dei vigili del fuoco del personale dell’ex corpo forestale dello stato assorbito in altre amministrazioni.

Chi appicca gli incendi è come il killer della criminalità organizzata: dietro di lui c’è un mandante e noi seguiremo il flusso dei soldi per poter capire chi c’è dietro.

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Unione Bancaria, l’UE sceglie di non risolvere i problemi

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di Marco Valli, EFDD – MoVimento 5 Stelle Europa

La vigilanza bancaria dell’Unione europea insiste nel focalizzarsi sul rischio di credito, chiudendo non uno, ma due occhi sul ben più pericoloso rischio finanziario. La scorsa settimana è stato infatti approvato in commissione ECON del Parlamento europeo il regime transitorio del nuovo principio contabile detto IFRS9.

In parole semplici, l’ennesimo duro colpo al credito e ai sistemi bancari focalizzati sulle attività commerciali di finanziamento a lungo termine di famiglie e piccole, medie imprese. Non servirà a prevenire l’accumulo dei crediti deteriorati legati alla crisi economica, ma andrà solo a vantaggio dei sistemi bancari più speculativi. A loro non sarà richiesto di riflettere adeguatamente nei bilanci gli enormi rischi finanziari legati a potenziali perdite: parliamo di strumenti rischiosi, volatili o “illiquidi” come gli “Assets Level 2” e “Level 3”.

Nello specifico, si tratta di una modifica sostanziale della valutazione a bilancio dei crediti, con implicazioni che però vanno ben oltre la contabilità. Perché le banche dovranno disporre ulteriori e sostanziali accantonamenti anche per i crediti cosiddetti “in bonis”, nella prospettiva di perdite future. E non più, come oggi accade, solo a fronte di crediti deteriorati o in sofferenza. Si aggiunge così un ulteriore elemento di asimmetria a questa finta e sbilanciata Unione Bancaria che sta garantendo ingiusti vantaggi competitivi alle grandi banche d’investimento dei Paesi più forti. A farne le spese saremo noi, ovvero chi detiene sistemi bancari più tradizionali e focalizzati sull’economia reale.

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#ProgrammaImmigrazione: le Commissioni territoriali

Più caos c’è, più la mafia prospera. Per il MoVimento 5 Stelle è fondamentale rendere certe e veloci le procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato. Dobbiamo rimediare alla situazione caotica che i partiti hanno creato per ingrassare le cooperative amiche. Il Ministero dell’Interno è l’autorità responsabile per l’esame del merito delle domande di protezione internazionale e le analizza per il tramite delle Commissioni Territoriali. Le Commissioni territoriali devono essere potenziate e messe nella condizione di lavorare al meglio. In Italia una procedura per il riconoscimento della protezione internazionale dura mediamente 18 mesi. Nel resto d’Europa 6 mesi. La permanenza di un singolo richiedente asilo per 18 mesi costa circa 19.000 euro. I “famosi” 35 euro al giorno vanno alle cooperative e alle associazioni che gestiscono i centri di accoglienza, per l’erogazione di beni e servizi. I richiedenti asilo ricevono invece un pocket money giornaliero pari a circa 2,50 euro. I consistenti flussi di denaro che riguardano il sistema di accoglienza costituiscono un elemento di attrazione per la criminalità organizzata che, come dimostrato dal caso Mafia Capitale ma non solo, ha individuato nella gestione dei flussi un redditivo business. Le recenti disposizioni del Decreto Minniti non incidono in maniera sostanziale sui tempi delle procedure. Poiché nessun verbale o trascrizione potrà mai essere più veritiero delle parole stesse della persona, chiediamo la videoregistrazione dei colloqui con i richiedenti asilo. La tecnologia odierna permette un esame veloce ed efficiente della registrazione di cui la trascrizione sarebbe solo un inutile duplicato. Questo renderebbe possibile una velocizzazione dei tempi della procedura e ne ridurrebbe notevolmente i costi senza nulla togliere alle garanzie procedurali dei richiedenti asilo.

di Guido Savio, avvocato e membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

Occorre chiarire fin da subito il ruolo e la natura delle Commissioni territoriali. La premessa è questa: in Italia tutte le domande di protezione internazionale devono essere valutate caso per caso. Lo impone la legge e tutte le normativa europea. La valutazione è affidata all’organismo amministrativo che è istituito presso il Ministero dell’Interno. Si tratta della Commissione nazionale asilo, che poi si articola sul territorio nazionale con 20 Commissioni territoriali e 30 sezioni distaccate.

Ciascuna Commissione è composta da un presidente, che è un viceprefetto, da un rappresentante del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, da un rappresentante di un ente locale, in genere del Comune, e da un rappresentante dell’UNHCR, cioè Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Anche se all’audizione, di norma, interviene un solo commissario, in realtà poi la decisione è collegiale e, siccome i membri sono quattro, in caso di parità di voti il voto del presidente vale doppio. Questo meccanismo che cosa ci consente di osservare? Che le Commissioni territoriali sono istituite in seno al Ministero dell’Interno, che hanno una composizione ministeriale nella misura del 50% e che il voto del Presidente è privilegiato.

Questi sono tutti elementi oggettivi che ci consentono di ritenere che queste Commissioni territoriali siano solo parzialmente indipendenti, avendo uno stretto legame con il Ministero dell’Interno. Occorre ancora precisare, per completezza, che i membri di queste Commissioni territoriali, che operano a tempo pieno, sono soltanto i presidenti, cioè i viceprefetti, e i rappresentanti dell’UNHCR. Gli altri invece non sono impiegati a tempo pieno. Quindi il membro del Comune che oggi si occupa di bilancio, domani può entrare a far parte della Commissione territoriale. La procedura per la domanda di asilo è una procedura obbligatoria che consiste in un’audizione personale alla presenza dell’interprete, una figura fondamentale perché serve per valutare la fondatezza o l’infondatezza della domanda e quindi se si ha diritto al riconoscimento dello status, della protezione sussidiaria o di quella umanitaria.

È importante sottolineare che, poiché contro le decisioni delle Commissioni territoriali si può far ricorso in tribunale, tanto più la decisione della Commissione sarà approfondita e ben motivata e tanto meno ci sarà la possibilità di vederla riformata in sede giudiziale. Quindi, l’elevata qualità e l’elevata professionalità del lavoro delle Commissioni costituisce una garanzia sia nei confronti del richiedente, sia per il sistema giustizia perché avrà un effetto sui contenziosi giudiziari e noi sappiamo quanto i tribunali siano intasati da questo tipo di cause. Il problema principale è che il numero delle domande è molto elevato: la durata media di ogni audizione è di un’ora e mezza, due ore nei casi di particolare complessità. Ogni commissario è tenuto a svolgere almeno quattro audizioni al giorno e questo incide inevitabilmente sui tempi di attesa della decisione finale che, in Italia, si aggirano attorno ai 18 mesi.

Dal momento in cui l’immigrato presenta domanda di protezione al momento in cui c’è la decisione amministrativa della Commissione territoriale, c’è una attesa di un anno e mezzo. La media europea è di 6 mesi. Questi tempi lunghi hanno un ruolo non positivo anche perché, nel frattempo, il richiedente asilo viene accolto nei centri di accoglienza straordinari, ovvero nei centri SPRAR dei Comuni che aderiscono al sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Secondo alcune stime, i costi di permanenza di un singolo richiedente asilo per 18 mesi su territorio italiano, sono di costa circa 19.000 euro. Questi 19.000 euro non vanno nella tasca del richiedente asilo, perché i “famosi” 35 euro al giorno vengono erogati alle cooperative e alle associazioni che gestiscono i centri d’accoglienza che, a loro volta, devono erogare beni e servizi. Al richiedente viene rilasciato soltanto un “pocket money” giornaliero di 2,50 euro. I consistenti flussi di denaro che girano attorno a questo affare, fa sì che questo sia diventato un business per molti e persino per la criminalità organizzata. Il caso di “Mafia Capitale” lo dimostra, quando addirittura Buzzi diceva che si guadagna di più con gli immigrati che con gli stupefacenti. Lo dimostrano anche recenti inchieste che, in Calabria e in altre regioni, hanno messo sotto inchiesta i gestori di questi centri di accoglienza.

E allora la proposta potrebbe essere questa: al fine di smaltire il gravoso lavoro delle Commissioni territoriali e per abbattere i tempi di esame delle domande, è possibile l’assunzione di 15.000 giovani laureati in materie sociali, giuridiche e umanistiche, formati adeguatamente e gratuitamente con il supporto di enti e organizzazioni anche internazionali come l’UNHCR, la Croce Rossa, oppure agenzie europee come l’EASO? Questa proposta potrebbe abbassare sostanzialmente il costo perché, per formare 15.000 nuovi commissari, servono 540 milioni di euro annui, l’equivalente di circa tre mesi e mezzo di accoglienza per 150.000 richiedenti asilo. Ridurre il tempo di attesa per l’approvazione e il respingimento della domanda di richiesta d’asilo agendo sul ruolo delle Commissioni territoriali, garantisce un enorme risparmio economico e contribuisce al tempo stesso al contrasto agli illeciti business della criminalità organizzata.

Chiariti i termini della questione, elenco i pro e i contro del quesito proposto. Sicuramente l’incremento del numero delle Commissioni territoriali, addirittura l’ideale sarebbe una in ogni provincia, e del numero dei componenti di ciascuna Commissione territoriale, sarebbe utilissimo per sveltire i tempi di definizione delle domande di protezione internazionale. Questa proposta non presenta alcun inconveniente, infatti:
1) Tutela i richiedenti perché non li espone a tempi biblici di attesa.
2) Tutela l’interesse pubblico, con una più rapida definizione delle posizioni dei migranti come titolari di una misura di protezione o da avviare alle procedure di allontanamento.
3) Consente di impiegare in modo più proficuo e trasparente le risorse pubbliche.

Occorre, però, una certa cautela perché il lavoro delle Commissioni territoriali è un lavoro assai più complesso di quanto comunemente si possa immaginare. Occorrono specifiche competenze giuridiche specialistiche, sul diritto dell’Unione Europea, sul diritto nazionale, sull’evoluzione giurisprudenziale delle corti europee. Servono competenze sociologiche, geopolitiche aggiornate, storiche dei Paesi di terzi, antropologiche e geografiche. Se un richiedente afferma di venire dal mare del sud e che là c’è un problema, occorre verificare concretamente, facendo ricorso alle cosiddette COI (country origin information), che sono tutte in lingua inglese, per andare a vedere se effettivamente è vero quello che il richiedente afferma. Ebbene, queste competenze non si acquisiscono da un giorno all’altro. Occorre formare adeguatamente i membri delle Commissioni, occorre che i membri delle Commissioni svolgano questo lavoro a tempo pieno e non a tempo parziale.

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CURE PALLIATIVE: ADESSO E’ ORA DI PASSARE DALLE PAROLE AI FATTI

È apprezzabile l’intenzione, manifestata dall’assessore alla salute Telesca e dal direttore generale dell’Azienda sanitaria Nicola Delli Quadri, di potenziare la rete delle cure palliative. Adesso però è venuto il momento di passare dalle parole ai fatti. Ricordiamo all’assessore che nella Delibera regionale 165/2016 da lei citata si afferma anche che: “A regime in ogni Distretto […]

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MUSEI: PUNTEGGI SUPERIORI A CHI GARANTIRÀ L’ACCESSO AI MINORI DI 18

Nei bandi riservati ai musei maggior punteggio a chi sarà in grado di garantire l’accesso gratuito ai minori di 18 anni. Questa la sostanza del nostro ordine del giorno approvato oggi all’interno dell’assestamento di bilancio. Riteniamo che tutti i luoghi della cultura presenti in regione, sia pubblici che privati, debbano essere di libero e gratuito […]

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LEGGE ELETTORALE FVG: ECCO COSA PROPONIAMO

La nostra proposta di legge, che prevede misure volte a favorire l’aumento della partecipazione dei cittadini alla vita politica, è stata depositata il 4 ottobre 2013, neanche sei mesi dopo la nostra elezione in Consiglio. Abbiamo voluto fosse chiaro fin dall’inizio del nostro mandato che chi si trova a gestire la cosa pubblica, e quindi […]

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#RideSoloIlPd

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di MoVimento 5 Stelle

Ancora una risata sulle rovine. Un ghigno alle spalle delle vittime di un sisma. Era già accaduto nel 2009, a L’Aquila, quando un imprenditore se la rise al telefono con il cognato pregustando la possibilità di guadagnare sulla ricostruzione.

Sette anni dopo, stessa storia. Un’indagine dell’Antimafia del capoluogo abruzzese ha infatti rivelato che anche ad agosto scorso, poco dopo la scossa che aveva distrutto Amatrice e sconvolto il centro Italia, un imprenditore se la rideva pensando alle commesse. Questo imprenditore perché è importante? Perché è il presidente della coop L’Internazionale di Altamura (Bari), una delle duecento e passa società del Cns.

Una società che, guarda caso, a distanza di qualche tempo troveremo tra quelle impiegate per i lavori delle casette di legno ad Accumoli. Rieccolo, il Cns, il Consorzio nazionale servizi di Bologna che nel 2014 finì coinvolto in Mafia Capitale… Sì, perché nel Cns c’è anche la cooperativa 29 Giugno di Salvatore Buzzi, sodale di Massimo Carminati. Entrambi sono stati condannati proprio ieri dalla Procura di Roma con l’accusa di aver tirato su un sistema criminale, insieme alla compiacenza del Pd e del centrodestra, per mangiarsi la Capitale attraverso appalti truccati e mazzette.

Non passano nemmeno 24 ore e spuntano di nuovo gli “affaristi rossi“. Il giro è sempre lo stesso: quello delle coop rosse, del Cns e del Pd. Ieri a Roma, oggi nelle zone terremotate. Cambiano gli obiettivi, ma non la sostanza. speculare sulla disperazione della gente.

Un filo rosso che attraversa le zone del terremoto dal Lazio all’Umbria, dove troviamo la Cosp Tecnoservice (che ovviamente fa parte del Cns). Il presidente è Danilo Valenti, legato – secondo quanto scrivono alcuni organi di stampa – alla governatrice del Pd Catiuscia Marini e al sindaco Pd della sua città, Leopoldo Di Girolamo. Non solo: Valenti il 9 novembre del 2014 partecipa alla cena di autofinanziamento (mille euro a persona) organizzata dall’allora premier Matteo Renzi.

Insomma, finanziano tutti il Pd, Valenti così come Buzzi, che in passato finanziò anche la fondazione di Matteo Renzi. Danno i soldi al Partito Democratico e il Partito Democratico garantisce loro gli appalti, fra immigrazione, alluvioni, terremoti e altre catastrofi assortite. Forse non sarà “mafia”, ma di sicuro è “economia dei disastri”, specialità del PD: grazie al quale c’è un intero sistema che se la ride ogni volta che sul Paese piomba una disgrazia

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