Vota per il Programma Affari Costituzionali e Beni Culturali

Oggi, venerdì 1 dicembre 2017, si vota per il Programma Affari Costituzionali e Beni Culturali del MoVimento 5 Stelle. Le votazioni sono aperte su Rousseau dalle 10.00 alle 19.00.

Grazie all’aiuto di esperti abbiamo approfondito i punti fondamental… Continua a leggere Vota per il Programma Affari Costituzionali e Beni Culturali

#ProgrammaAffariCostituzionali: P.a. pubblica e trasparente

Il rapporti fra il cittadino e la Pubblica amministrazione sono stati oggetti di un ampio dibattito. In questa sezione si pone l’attenzione sull’importanza di accorciare la distanza fra utente e istituzione, sull’esigenza di incrementare la trasparenza della P.A, e su quella della semplificazione amministrativa, con una particolare attenzione alla modifica dei criteri di scelta dei vertici delle Autority, e del controllo della collettività sui servizi e sui dipendenti della P.A, attraverso la valutazione delle performance.

di Daniela Bolognino – docente di Contabilità di Stato presso l’Università degli studi Roma Tre

Il rapporto fra cittadini e la Pubblica Amministrazione è da sempre oggetto di un ampio dibattito. In questa sezione si pone l’attenzione sull’importanza di accorciare la distanza fra utente e istituzioni, sull’esigenza di incrementare la trasparenza della P.A., e su quella della semplificazione dei processi amministrativi, con una particolare attenzione alla modifica dei criteri di scelta dei vertici delle Authority e al controllo sui risultati dei servizi della P.A., attraverso la valutazione delle performance.

La Pubblica Amministrazione deve operare perseguendo obiettivi di efficacia, efficienza ed economicità dell’azione amministrativa, in piena trasparenza, mettendo in campo tutte le strategie di prevenzione del fenomeno corruttivo, con dipendenti che si muovono, operano, e agiscono, nei confronti di cittadini nel pieno rispetto della legalità. Questi sicuramente sono obiettivi importanti su cui il nostro legislatore lavora sin dagli anni ‘90. Tuttavia questi obiettivi rimangono ancora in larga parte non ancora raggiunti e quindi occorre muovere un percorso di riforma incisiva, in parte di perfezionamento, in parte di accompagnamento, in modo migliorare l’operato della P.a. al servizio dei cittadini. Da questo punto di vista le aree di intervento su cui proponiamo di muoverci ruotano intorno ad alcuni obiettivi precisi: semplificazione, trasparenza, partecipazione, controllo sul piano delle performance.

È questo uno dei grandi ambiti, quello dei controlli, su cui il nostro legislatore è intervenuto negli ultimi vent’anni in maniera più o meno incisiva, più o meno burocratizzando il sistema. Tuttavia gli output, salvo esempi di best practice importanti ma circoscritte, non sono risultati in linea con le aspettative. Per questo gli interventi di riforma devono essere innanzitutto “a monte”: sugli strumenti di pianificazione, sui tempi e sui contenuti.

Per procedere in questa direzione è anzitutto essenziale incidere in maniera forte sul miglioramento della rilevazione della performance che chiamiamo convenzionalmente organizzativa perché questa può dare la misura di quello che è il rapporto che i cittadini hanno nei confronti delle amministrazioni. Del resto la soddisfazione finale del cittadino utente è il punto fondamentale di qualunque riforma che riguardi la Pubblica amministrazione. Per questo è importante che i cittadini possano incidere sulla performance organizzativa, con un intervento che gli consenta di comprendere esattamente se le loro attese sono state soddisfatte e questo intervento non può che essere collegato a quelli che sono tutti gli incentivi e anche le sanzioni sulla dirigenza e sul personale. Così è possibile evitare che ci sia uno scollamento tra le performance organizzative e l’output effettivo, quindi tra i risultati e la conseguente premialità o sanzione nei confronti di dirigenza e personale. Del resto è proprio quello che richiedono anche molti dei dipendenti e dirigenti che lavorano all’interno dell’Amministrazione: premiare le performance realmente efficienti.

L’ulteriore punto fondamentale su cui intervenire è il perfezionamento del quadro delle disposizioni vigenti in termini di trasparenza: occorre razionalizzarle sotto due profili. Il primo è quello del rapporto tra disposizioni che applicano il principio di trasparenza e la privacy, due diritti parimenti garantiti dalla Costituzione e che devono essere adeguatamente bilanciati all’interno del testo unico sulla trasparenza. Inoltre un ulteriore intervento in termini di razionalizzazione deve andare a semplificare, alleggerire, snellire la tempistica e gli obblighi di pubblicazione delle Pubbliche Amministrazioni. Occorre che sia pubblicato ciò che è realmente utile pubblicare, anche per non aggravare il processo di pubblicazione in modo da produrre i risultati opposti.

Per questa via si deve quindi procedere verso un miglioramento dell’istituto dell’accesso civico innanzi tutto a attraverso un processo di razionalizzazione e abrogazione delle disposizioni che, all’interno del nostro ordinamento, si pongono in maniera dissonante, sovrapponendosi al testo unico in tema di trasparenza e che creano una serie di problemi applicativi alle Pubbliche Amministrazioni.

La semplificazione è un ulteriore elemento fondamentale in un progetto di innovazione della P.A. Anche qui il punto di partenza è costituito da un quadro normativo che va ulteriormente perfezionato e implementato, a partire dal “Cad”, codice dell’amministrazione digitale, sulla cui applicazione occorre intervenire in maniera incisiva.

Ulteriore tassello importante è quello di modellare i siti web ufficiali delle Amministrazioni a misura di cittadino, per “accompagnarlo per mano” nell’esercizio dei suoi diritti.
La partecipazione è un punto fondamentale nelle riforme: occorre coinvolgere in un circolo virtuoso i cittadini in un clima di fiducia e di coinvolgimento nelle decisioni, in particolare su quelle che incidono in maniera profonda sul territorio sul quale vivono. In questo senso vogliamo partire dal coinvolgimento attraverso un istituto importante, già noto in Francia: il cosiddetto débat public, presente attualmente nel nostro codice degli appalti solo a livello embrionale. È un istituto di partecipazione di particolare importanza che consente di coinvolgere la cittadinanza a monte, nel momento in cui si prende una decisione e successivamente in tutti i passaggi della decisione stessa, per quanto riguarda la costruzione delle grandi opere, anche attraverso l’ausilio di un soggetto terzo di garanzia. In Francia questo soggetto terzo è la Commissione sulle opere pubbliche. Un intervento incisivo in questo settore deve essere rivolto a delineare una normativa ad hoc, che acquisti tutta l’importanza che merita all’interno del nostro ordinamento.

Ultimo punto importante delle riforme è quello di una maggiore garanzia di imparzialità dei soggetti fondamentali nel rapporto tra istituzioni e cittadini che si intende declinare attraverso la riforma delle autorità amministrative indipendenti. Si tratta di un intervento di riforma particolarmente importante che incide sulla vita di tutti i giorni dei cittadini, cosa che si comprende se si guarda ai settori in cui le autorità amministrative indipendenti operano: energia, trasporti, gas, privacy e, più in generale, diritti dei consumatori. La normativa attuale merita un intervento di riforma di tipo organico e in particolare di una riforma sul metodo di nomina dei vertici delle autorità indipendenti, in modo da garantire una reale indipendenza dal Governo. È essenziale a questo fine la presenza di professionalità non solo indipendenti a livello politico ma anche adeguate e dunque da nominare attraverso regole trasparenti sulla presentazione del curriculum dei candidati e una partecipazione allargata con uno specifico dibattito pubblico sulle nomine dei vertici delle autorità indipendenti.

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#ProgrammaAffariCostituazionali – Titolo V: la definizione delle competenze fra Stato-Regioni e autonomie locali

Il tema del regionalismo è un punto centrale che investe i rapporti fra Stato, regioni e autonomie locali. La definizione e l’attribuzione delle relative competenze è stata sempre oggetto di discussione e di ricorsi alla Corte costituzionale. In questa sezione si valuta l’eventualità di una più netta divisione delle materie di competenza tra Stato e Regioni e sul possibile trasferimento, a queste ultime, e ai Comuni, di funzioni amministrative, anche attraverso una leva fiscale per incentivare la loro responsabilizzazione.

di Silvia Niccolai, professore ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli studi di Cagliari

Quando si discute dei problemi del regionalismo in Italia, di come affrontarli, di quali politiche intraprendere, bisognerebbe sempre tenere presente qual è la finalità del regionalismo e dell’autonomia regionale e locale in Italia.
L’articolo 5 della Costituzione recita «La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», questa era una scelta di cambiamento rispetto a un’impostazione centralistica dello Stato, considerata responsabile di non aver saputo valorizzare e equilibrare le grandi differenze di storia e vocazione tra i nostri territori. Vi era quindi l’aspirazione a una democrazia più compiuta, partecipata, pluralista, responsabile, che però veniva affidata a un ente nuovo – la Regione – che non aveva dalla sua parte quella legittimazione, quella forza che viene dalla storia dal radicamento. Di questo problema le Regioni hanno continuato a risentire e, forse, ne risentono ancora oggi. È avvertito il problema della rappresentanza politica regionale, ovvero la necessità di una rappresentanza che, senza cadere nel particolarismo e nel localismo, sia capace di mostrare autonomia rispetto alle logiche delle relazioni tra i partiti a livello centrale e riuscire ad essere espressione di pluralismo.

Nei fatti il regionalismo, in Italia, è stato un capitolo tra i più controversi e contraddittori della nostra intera storia dell’organizzazione pubblica, che ha contemplato delusioni e fallimenti. Si tratta, quindi, di un tema che andrebbe sempre affrontato in maniera circostanziata, molto specifica. Tuttavia per inquadrare i quesiti intorno ai quali ragioniamo, si deve anzitutto ricordare che le vicende delle regioni e degli enti locali hanno sempre rappresentato un riflesso di quello che accade a livello politico, economico e sociale nello Stato, e anche in Europa. Il modello di regionalismo introdotto dalla riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001 è stato molto criticato per l’ampiezza delle materie, e per il fatto che queste non sono state ben delimitate: in effetti le competenze dello Stato e delle regioni sono inevitabilmente intrecciate e questo ha provocato anche a una forte conflittualità. Dal 2001 ad oggi sono, inoltre, accaduti molti fatti rilevanti che hanno avuto grandi ricadute sul rapporto tra lo Stato e le autonomie. Anzitutto, in questi anni, è ritornata costantemente l’idea di una ulteriore riforma della Parte seconda della Costituzione, nel 2006, quindi pochi anni dopo l’introduzione del nuovo Titolo V e, successivamente, da ultimo lo scorso anno con la vicenda culminata nel referendum del 2016. Un quadro di instabilità politica che non ha giovato alla effettività del titolo V e al tentativo di attuarlo nel modo migliore. Inoltre, fra questi due tentativi di riforma, c’è stata la grande crisi finanziaria del 2008: questa purtroppo è stata la vera e propria riforma del Titolo V, che ha riportato molto potere decisionale al centro, perché in nome del coordinamento della finanza pubblica, della eccezionalità, della sperabile transitorietà della crisi economica, lo Stato centrale e, in particolare, il Governo hanno emanato molte norme specifiche sul personale, sulla organizzazione dei servizi dipendenti dalle regioni, sulla stessa composizione degli organi politici regionali, determinando una nuova centralizzazione.

C’è stata anche la fondamentale riforma dell’articolo 81 della Costituzione nel 2012
, con l’introduzione del pareggio di bilancio, che ha avuto effetti evidenti di restrizione delle politiche degli enti locali; in tutto questo la riforma del sistema tributario che doveva andare nel senso di realizzare l’autonomia finanziaria di regioni e enti locali è rimasta travolta e non è mai stata implementata in modo convincente. Infine occorre rilevare come gli ultimi anni si siano caratterizzati per una profonda crisi del funzionamento della vita politica e delle relazioni tra le istituzioni centrali Parlamento e Governo: sono gli anni in cui ha dominato il ricorso al decreto legge e in cui è collassata la procedura parlamentare, in cui la dialettica politica e il confronto politico hanno visto restringersi molto i loro spazi.

Questo ha importanza per le regioni? Sì, perché se leggi si fanno rapidamente per rispondere a una emergenza continua, le relazioni Stato e autonomie soffrono, perché queste si incentrano invece sull’idea opposta per la quale lo Stato, con le proprie leggi, dovrebbe dettare i principi fondamentali negli ambiti di intervento. Quindi in riferimento alle grandi scelte di fondo sulle singole materie, che sono altrettanti capitoli importanti della nostra convivenza, (ad esempio la salute e i trasporti) e, in questo quadro, di competenza dello Stato, ma condiviso, le Regioni dovrebbero articolare le loro politiche con le loro leggi regionali. Invece è mancato il livello dalla condivisione ampia delle scelte, ma è anche accaduto che, nonostante il Titolo V avesse molto rafforzato il ruolo politico delle Regioni, per quanto riguarda i rapporti tra lo Stato e le regioni, si è continuato a ricorrere agli strumenti che venivano applicati prima, cioè alle cosiddette “conferenze”, la Conferenza Stato Regioni nata nel 1988 per esempio, in cui si riuniscono gli esecutivi, il Governo statale e i Governi regionali i quali sono organi politici molto importanti, ma sono espressione delle sole maggioranze.

In altri termini dall’attuazione del titolo V sono rimasti tagliati fuori il Parlamento e i Consigli regionali, cioè gli organi in cui sono rappresentate anche le minoranze, ed è inevitabile , che in questo quadro, in cui le scelte normative sono prese a colpi di maggioranza sotto la pressione dell’ emergenza economica, accade che un po’ alla volta si viene a definire un diverso tipo di Stato: cambia la sanità, cambiano i trasporti, cambiano i servizi di cui usufruiamo, ma non per effetto di scelte che sono apertamente condivise nel dibattito politico ampio e tendono ad apparire necessitate in nome del risparmio. Una esigenza, quella del risparmio, molto importante, ma va sempre bilanciata con domande politiche come quella di equilibrio tra il contenimento della spesa pubblica e i diritti fondamentali come quello alla salute, o quelle derivanti dalla diversità dei territori.

Domande a cui non corrisponde un altrettanto grande discussione pubblica nel nostro Paese, per esempio sulla sanità che vogliamo e possiamo avere, perché manca il discorso politico intorno ai principi fondamentali che dovrebbero ispirare questi grandi servizi.

Date queste coordinate diciamo ampie, ma in qualche modo necessarie, perché il tema del regionalismo ha molte connessioni con tutta la nostra esperienza nazionale, per illustrare i quesiti partirei evidenziando che oggi la questione non sia tanto rivedere la Costituzione, ma ritoccare l’elenco delle materie regionali. Si potrebbe discutere molto intorno alle materie e valutare se sono proporzionate per esempio alle capacità delle regioni: pensiamo al governo del territorio, è una funzione appropriata per le regioni oppure esorbita dalle loro capacità? D’altro canto ci si potrebbe anche chiedere se sarebbe desiderabile uno scenario in cui il governo del territorio è tutto deciso dall’alto e non hanno voce le comunità che vi vivono, come accadrebbe in un quadro di ricentralizzazione. Ma, in realtà, i veri problemi non riguardano questo aspetto ma sorgono quando ciascuno degli attori non esercita le sue funzioni in una maniera appropriata, e ciò che io trovo più temibile, è uno Stato che interviene senza un quadro di riferimenti prestabilito e una Regione che o è prona al Governo centrale oppure fa un’opposizione strumentale, perché da qui in poi vengono i grandi nodi che poi ricadono sulla cittadinanza.

Ritengo pertanto che più che andare a lavorare sulla revisione delle materie, sulla riscrittura delle competenze regionali, si potrebbe portare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla centralità del compito che la legislazione statale ha nelle materie concorrenti, il compito di individuare i principi fondamentali che delimitano di periodo in periodo ma, comunque, con una certa stabilità ed efficienza gli obiettivi della nostra convivenza. Quella di dettare i principi fondamentali è una funzione complessa e non ignoro che, anche nel quadro previgente, ha rappresentato un enorme problema. Tuttavia è una questione da porre agli organi statali che si misurano con questo compito che la Costituzione assegna loro: quello di individuare ed esprimere con legge scelte orientative che rendano espliciti i fini dell’azione statale i suoi obiettivi e che incornicino l’azione dello Stato nei confronti delle regioni.

Diciamo, per concludere, che l’articolo 5 della Costituzione dice una cosa molto importante che è rimasta sempre inattuata, ovvero che lo Stato adegua i contenuti e i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento amministrativo. Adeguamento della legislazione significa adeguamento dello Stato, dei suoi organi, dei gangli fondamentali, di chi li fa funzionare concretamente, a modalità capaci di valorizzare le autonomie e di responsabilizzarle.
Prendendo sul serio questo tipo di mandato che la Costituzione rivolge allo stato centrale, potrebbero venire anche le risposte più corrette ai due grandi interrogativi che i quesiti che saranno sottoposti al voto individuano, ovvero anzitutto la corretta allocazione delle funzioni amministrative a livello locale, che certamente è una soluzione auspicabile e del resto già disegnata in Costituzione. Che tuttavia richiede scelte politiche, grande sapienza e cura perché implica la difficile individuazione del livello territoriale adeguato alla funzione amministrativa di volta in volta considerata. E, successivamente, un’attenta riflessione sui principi fondamentali è necessaria per mettere in pratica un sistema tributario locale fondato sul principio “vedo, pago, voto”, fondamentale per la responsabilità dei governanti davanti ai governati e per un corretto esercizio della cittadinanza a cui si riferisce appunto il secondo quesito, in cui si chiede di esprimersi nel senso di una maggiore autonomia nella responsabilità dell’ente locale.
Sono principi certamente indispensabili per un corretto rapporto tra governanti e governati a tutti i livelli e possono esistere soltanto in un quadro in cui un questo corretto rapporto sia ampiamente articolato, già nel momento dell’esercizio delle funzioni statali, perché una buona attuazione del regionalismo comincia certamente dal centro e, cioè, da un impegno per la qualità della legislazione e del confronto politico nella nazione.

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#ProgrammaAffariCostituzionali – Riforme: Le innovazioni costituzionali del M5S

Le riforme costituzionali sono un tema centrale per il nostro Paese, soprattuto alla luce del tentativo di stravolgimento della Carta costituzionale, operato da Renzi, e respinto dagli italiani. L’argomento che viene affrontato riguarda le regole fondamentali della nostra Repubblica contenute nella legge fondamentale. Rivoluzionare i contenuti della Costituzione significa apportare modifiche mirate e applicarne diversi principi rimasti ancora largamente inapplicati.

di Danilo Toninelli, M5S Camera

La Costituzione della Repubblica, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, ha garantito in questi ultimi 70 anni libertà e democrazia in una misura sconosciuta nella precedente storia italiana.
Riteniamo che la Costituzione del 1948 non abbia bisogno di riforme estese e generali. Oltre che per la sua pericolosità democratica, anche per questo ci siamo opposti allo stravolgimento della Costituzione proposto dal Governo Renzi nel 2016 sulla falsa riga di quanto già aveva prospettato il Governo Berlusconi nel 2006. Il popolo italiano ci ha dato ragione: come il referendum del 2006 aveva respinto la proposta di Berlusconi, così il 4 dicembre scorso è stata respinta quella di Renzi.
Questo non esclude che il cammino della democrazia e della libertà abbia bisogno di innovazioni.

Per questo, il Movimento 5 Stelle intende proporre alcune puntuali modifiche di parti circoscritte della Costituzione. Le modifiche dovranno essere raggruppate in argomenti unitari, soprattutto perché il procedimento di revisione costituzionale potrà comportare un referendum popolare. Noi crediamo nella democrazia diretta! Così, affinché il referendum popolare possa davvero esprimere la volontà del popolo, occorre che il suo oggetto – ossia la proposta di revisione – sia chiaro, univoco e circoscritto.
Una prima area di intervento di revisione costituzionale è giustificata dalla necessità di combattere i privilegi della classe politica.

Alcune disposizioni costituzionali devono essere modificate, non perché fossero sbagliate quando sono state introdotte, ma perché l’abuso che ne è stato fatto ne ha distorto il funzionamento concreto. Così occorre stabilire un tetto agli stipendi ed ai rimborsi parlamentari e ricondurre il sistema dei vitalizi, anche per il passato, al sistema pensionistico che vale per tutti i cittadini. Anche gli ex parlamentari, come ogni altro lavoratore, dovranno ricevere una pensione commisurata ai contributi versati: niente di meno ma niente di più! Per arrivare a questo obiettivo di semplice equità abbiamo già tentato di utilizzare diversi strumenti ma solo con una norma costituzionale possiamo essere sicuri di realizzarlo. Allo stesso modo occorrerà intervenire su quelle prerogative parlamentari che oggi sottraggono deputati, senatori e ministri, dall’applicazione della giustizia e alle regole che valgono per tutti i cittadini.

Una seconda area di intervento di revisione costituzionale è motivata dalla necessità di rendere la politica un servizio per i cittadini. Non vogliamo politici di professione, ma cittadini eletti tra i cittadini e al servizio dei cittadini. Per questo occorre introdurre un tetto di due mandati per i parlamentari. Allo stesso modo, bisogna cercare di far sì che i parlamentari rispettino la volontà dei loro elettori e si conformino al mandato che hanno ricevuto. Pertanto sarà importante disincentivare i voltagabbana! Per questo scopo occorrerà modificare i regolamenti parlamentari in modo da penalizzare chi lascia il Gruppo parlamentare al quale appartiene. Per costoro, da un lato occorre ridurre le risorse economiche e di personale che la Camera concede ai gruppi e, dall’altro lato, è necessario ridurre la loro possibilità di incidere sulle procedure parlamentari.
Una terza area di intervento, è quella relativa alla lotta agli sprechi della politica. I parlamentari vanno ridotti nel numero, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro va abolito e così le Province.

Una quarta area di intervento di revisione costituzionale è diretta ad aumentare la partecipazione politica dei cittadini. Da questo punto di vista ci sembra importante ridurre l’età del diritto di voto, per consentire la partecipazione politica di un più ampio numero di cittadini. Basti pensare che ora per votare per il Senato occorre aver compiuto 25 anni. Allo stesso tempo, ci sembra opportuno abbassare l’età per candidarsi al Senato, che oggi è fissata a 40 anni. Noi riteniamo che sia giunto il momento di dare spazio alle generazioni più giovani, dando la possibilità di esercitare il diritto di voto fin dai 16 anni.

Occorre poi introdurre referendum senza quorum e anche referendum propositivi, così che i cittadini possano proporre nuove leggi, anche senza l’intermediazione dei partiti, e cancellare il quorum costitutivo che è stato usato in modo distorto per far fallire quasi tutte le consultazioni referendarie degli ultimi venti anni.
Una quinta area di intervento è quella relativa alla partecipazione italiana all’Unione europea. Nel nostro sistema attuale è stato possibile cedere progressivamente quote di sovranità alle istituzioni europee senza che i cittadini siano stati chiamati a dire la loro! Vogliamo che d’ora in poi le modifiche ai Trattati che regolano la partecipazione italiana all’Unione europea siano sottoposti, prima della ratifica, a referendum popolare obbligatorio. Solo così il popolo italiano potrà contare nel decidere le politiche europee.
Nel frattempo, però, va subito abolito l’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio, che è stato introdotto dai partiti sotto il Governo Monti. È essenziale anche cancellare il Fiscal Compact ma chi, come Renzi, parla di rimuovere il Fiscal Compact dai Trattati e poi non vuole toglierlo dalla Costituzione fa solo inutile propaganda. Deve essere il Parlamento italiano a decidere liberamente quando è il caso di stringere la cinghia e quando è il caso di investire per lo sviluppo, se serve, anche ricorrendo al deficit, come avviene negli Stati Uniti o nel Regno Unito!

La sesta area di intervento è rappresentata dalla rivoluzione della Rete. Vogliamo introdurre in Costituzione una vera e propria cittadinanza digitale per nascita, un diritto che accompagni, ai diritti di cittadinanza, un’identità anche online riconosciuta dallo Stato: una rivoluzione necessaria non solo per assicurare a tutti i cittadini quello che oggi è un nuovo diritto fondamentale, cioè il diritto di accesso alla rete, ma anche per semplificare il rapporto con la pubblica amministrazione. Un diritto che potrebbe essere anche alla base di una maggiore partecipazione politica, diretta attraverso la rete, che deve essere sicuramente implementata con la legislazione ordinaria, ma che vorremmo introdurre a livello costituzionale, in modo da riconoscerne il rilievo nell’Italia del XXI secolo e vincolare il legislatore alla sua attuazione. Tutte queste misure, come già detto, dovranno essere portate avanti con modifiche della Costituzione e raggruppate per argomenti omogenei.

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Il #ProgrammaAffariCostituzionali del MoVimento 5 Stelle

di MoVimento 5 Stelle

Semplificazione, partecipazione, democrazia diretta, trasparenza e meritocrazia. Sono le parole chiave del nostro programma per le riforme istituzionali.
Dopo mesi di lavoro, di studio e di confronti con diversi esperti, siamo orgogliosi di aprire la discussione sul programma delle Riforme istituzionali del MoVimento 5 Stelle.
Con le proposte che sottoporremo al voto dei nostri iscritti, vogliamo esaltare lo scopo principale della Costituzione, che è anche la mission principale del MoVimento 5 Stelle: la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e alle sue decisioni essenziali.
Vogliamo rivoluzionare il nostro sistema istituzionale partendo dal contenimento dei costi della politica, ponendo fine agli eccessi della casta che hanno allontanato i cittadini dalle istituzioni democratiche.

È nostra intenzione introdurre la riduzione del numero dei parlamentari e delle loro indennità, nonché la modifica dell’immunità penale dei parlamentari, che deve essere limitata alle opinioni e ai voti espressi nell’esercizio delle funzioni. Desideriamo anche cancellare le Province e il CNEL dalla Costituzione.
Altro punto per noi essenziale è il rafforzamento degli strumenti di democrazia diretta: anzitutto attraverso l’istituto del referendum, che ha segnato alcuni tra i principali passi in avanti nella nostra storia politica. Proponiamo la cancellazione del quorum costitutivo che è diventato solo uno strumento usato dai partiti per invalidare il risultato.
Proponiamo l’introduzione del referendum propositivo, in modo che si possa consentire agli stessi cittadini di proporre una legge e non solo di cancellare quelle approvate dal Parlamento.

Vogliamo anche uniformare l’età degli elettori delle due Camere che, oggi, è diversa. 18 anni per votare i deputati e 25 anni per poter votare i senatori. Questa differenza contribuisce a produrre risultati diversi e, spesso, maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Per risolvere questo problema basta equiparare le età, senza cancellare il voto per una delle Camere. Per noi è importante abbassare l’età in cui è consentito il diritto di voto, portandola a 16 anni.

Siamo a favore dell’introduzione di un vincolo di mandato che impedisca il trasformismo e la nascita in Parlamento di partiti mai votati da nessuno.
Anche nel campo della Pubblica amministrazione proponiamo innovazioni significative come quella di far partecipare i cittadini a decisioni importanti come quelle sulle grandi opere.

Un altro punto del nostro programma mira ad esercitare un maggiore controllo, attraverso un sistema di nomine uniforme, innovativo e trasparente, dei componenti delle Autorità indipendenti, a cui i cittadini si possono rivolgere per far valere i propri diritti e controllare l’attività dell’amministrazione. Il nostro sistema mira a far sì che i responsabili di queste Autorità che controllano il mercato, l’energia, le telecomunicazioni, la privacy, e tanti altri settori essenziali della cosa pubblica, non siano condizionati da pressioni politiche e conflitti d’interesse.

Vogliamo poi conoscere la vostra opinione sull’introduzione in Costituzione di una vera e propria cittadinanza digitale per nascita: cioè di un’identità, anche online, riconosciuta dallo Stato, necessaria non solo per assicurare a tutti i cittadini quello che oggi è un nuovo diritto fondamentale, cioè il diritto di accesso alla Rete, ma anche per semplificare il rapporto con la Pubblica amministrazione.

La semplificazione dei processi amministrativi che seguirà sarà possibile solamente attuando i principi già presenti nelle leggi vigenti, senza ulteriori “grandi riforme” che producono solo confusione legislativa. Vogliamo abbattere le inutili barriere burocratiche per avere finalmente un vero diritto di accesso agli atti e ai servizi della Pubblica amministrazione, semplice ed efficace.

E’ nostra ferma intenzione rivoluzionare il rapporto dei cittadini con l’amministrazione con una più corretta e incisiva valutazione delle performance dei dipendenti della Pubblica Amministrazione. Devono essere premiati i più meritevoli e non coloro che cercano delle scorciatoie.

Nella stessa ottica si pongono le nostre proposte in materia di regionalismo. Sarete voi a decidere se è opportuno intervenire sulla divisione delle materie tra Stato e Regioni e sul trasferimento a queste ultime e ai Comuni di funzioni amministrative, anche attraverso una leva fiscale per incentivare questa responsabilizzazione.
Il nostro obiettivo è di ridurre gli apparati burocratici statali e rendere la Regione l’ente di raccordo fra lo Stato e i Comuni per l’attuazione delle politiche pubbliche.
Lo scopo finale è quello di arrivare, finalmente, ad un netto miglioramento in termini di efficienza dei servizi e di controllo da parte del cittadino. La macchina statale deve essere snella e completamente fruibile dal cittadino.

Tutti questi obiettivi non potranno essere perseguiti senza sanare le storture provocate, nella nostra democrazia, dai vincoli esterni imposti all’Italia negli ultimi anni, all’insaputa dai cittadini. Per questo proponiamo la rimozione dalla Costituzione del pareggio di bilancio, senza la quale ogni proposta di investimenti produttivi è solo pura propaganda.

Al contempo vogliamo introdurre l’obbligo di consultare i cittadini per autorizzare qualsiasi cessione della sovranità popolare ad enti sovranazionali: una pratica seguita in molti Paesi dell’Unione europea, a cui da noi si è fatto ricorso solo una volta, ben prima del Trattato di Maastricht e degli altri Trattati europei. Solo se a decidere del Trattato sul libero scambio con il Canada o con gli Usa, e sugli altri Trattati, saranno i cittadini, per previsione costituzionale inderogabile dai partiti, e non un’oligarchia eletta con leggi incostituzionali, potremo tornare a sperare in un futuro migliore per l’Italia.

Grazie e buon voto a tutti.

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