Nell’#Italia5Stelle basta corse agli armamenti

di Luca Frusone, Commissione Difesa – MoVimento 5 Stelle

Parlare di come un paese vuole organizzare la sua Difesa è fondamentale. Ci sono guerre che durano da 15 anni. Altre che vengono ignorate da tutti. Altre ancora, le abbiamo in casa ma non riusciamo a liberarcene: è il caso del terrorismo.

Il MoVimento 5 Stelle è da sempre contro la guerra, contro gli sprechi nella Difesa, contro la corsa agli armamenti.
Ma la sicurezza del Paese resta al primo posto: anche di questo parleremo a Italia 5 Stelle – Rimini 22, 23, 24 settembre 2017. Vi chiediamo intanto una piccola donazione per finanziarci. Come sapete, il MoVimento rinuncia al finanziamento pubblico.

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Venezuela: Gentiloni si indigna, ma fornisce armi a Maduro

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di Giorgio Beretta

Oggi alle 12:14 il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni con un tweet si è espresso sulla situazione in Venezuela dichiarando: “#Venezuela: Arresto dei leader opposizione inaccettabile. Italia impegnata contro rischio dittatura e guerra civile”. Ieri lo stesso Gentiloni in un’intervista al Tg5 pubblicata sul sito del Governo aveva affermato: “In Venezuela c’è una situazione al limite della guerra civile, al limite di un regime dittatoriale. Noi non riconosceremo l’Assemblea costituente voluta da Maduro. C’è la preoccupazione per i 130 mila italo-venezuelani che sono veramente in condizioni molto precarie. Il governo è attivo non solo sul piano diplomatico ma anche su quello della difesa dei nostri connazionali”.Prese di posizione rilevanti ma che risultano non solo tardive, ma alquanto ipocrite. Le violazioni dei diritti umani, gli arresti e i processi arbitrari in Venezuela sono infatti stati denunciati già dal 2014 da Amnesty International, da Human Rights Watch e da tutte le associazioni internazionali accreditate.Eppure, ed è qui l’ipocrisia, ciò non ha impedito a Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri durante il governo Renzi, di autorizzare proprio l’anno scorso l’esportazione di 10mila pistole semiautomatiche AF-1 Strike One (calibro 9×19) prodotte dalla Arsenal Firearms S.r.l.: non è chiaro a quali corpi armati siano destinate, ma secondo diverse fonti sarebbero state inviate alla Polizia venezuelana (Cuerpo de Policía Nacional Bolivariana – Cpnb) che sul suo profilo Facebook ne presenta una dimostrazione dicendo anche di averle acquisite e alla Marina Militare (Infantería de Marina).Secondo l’associazione venezuelana Control Ciudadano, queste pistole semiautomatiche sarebbero state acquistate dalla Russia: può essere che una certa quantità sia di fabbricazione russa, considerato che la pistola Strike One della Arsenal Firearms nasce da un progetto italo-russo tra Dimitry Streshinskiy e Nicola Bandini.Ma la Relazione ufficiale della Presidenza del Consiglio inviata al Parlamento lo scorso 18 aprile riporta un’informazione differente e quanto mai dettagliata: l’Autorità nazionale italiana per le autorizzazioni dei materiali di armamento (U.A.M.A) incardinata presso il Ministero degli Esteri ha rilasciato nel 2016 un’autorizzazione alla Arsenal Firearms S.r.l. per l’esportazione di 10mila pistole AF-1 Strike One (calibro 9×19) per un valore complessivo di 7 milioni di euro. Che è la cifra esatta rilasciata per una singola autorizzazione all’esportazione verso il Venezuela di “armi e armi automatiche di calibro uguale o inferiori a 12,7 mm”. Detto semplicemente: la Farnesina a guida Gentiloni ha messo le pistole nelle fondine della polizia e dei militari venezuelani. Non è la prima volta che l’Italia arma la Repubblica Bolivariana: ma questa volta si tratta con ogni probabilità di pistole destinate alle stesse forze di polizia che sono andate a prelevare da casa i due oppositori e i cui video sono pubblicati sui siti di tutte le maggiori testate italiane. Che, ovviamente, mentre riportano i video e i tweet degli arresti, pare siano totalmente all’oscuro delle esportazioni di armi italiane alla polizia e alle forze amate del Venezuela.Stando alle informazioni dell’Agenzia delle Dogane compresa nella Relazione governativa, nel 2016 sarebbero state solo 1.550 le pistole Strike One effettivamente inviate al Venezuela per un valore di poco più di 753mila euro: una conferma, in questo senso la si ha anche dai dati sul commercio estero dell’Istat che segnala nel maggio del 2016 un simile importo per esportazioni di “pistole e revolver” dalla Provincia di Brescia al Venezuela (la sede italiana della Arsenal Firearms S.r.l è infatti in via X Giornate 14, a Magno di Gardone Val Trompia, in provincia di Brescia). E fino all’aprile del 2017, ultimo dato disponibile, nessun’altra arma sarebbe stata consegnata al Venezuela. Il che significa che – a meno che le consegne non siano avvenute negli ultimi mesi (fatto ancor più grave alla luce dei recenti eventi in Venezuela) – Gentiloni è ancora in tempo a revocare l’esportazione di 8.550 pistole AF-1 Strike One. Sarebbe una misura necessaria alla luce della Legge 185 del 1990 che espressamente vieta l’esportazione di armi “verso i Paesi i cui governi sono responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti dell’uomo” e che darebbe un po’ di credibilità alle sue esternazioni via twitter. O dobbiamo attendere che uno dei 130mila italiani in Venezuela venga ammazzato da un colpo sparato dalle forze dell’ordine con una pistola di fabbricazione italiana per cominciare ad indignarci?

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#ProgrammaDifesa: i sistemi d’arma

di Enrico Piovesana – giornalista esperto di spese militari

L’Italia spende oggi per la difesa 23 miliardi di euro l’anno, cioè 64 milioni al giorno, di cui oltre 5 miliardi l’anno in armamenti. Una spesa militare ingente nella media dei Paesi NATO (Stati Uniti esclusi) e in costante aumento, + 21% nelle ultime tre legislature. Spendiamo quindi molto, ma spendiamo male, in modo irrazionale e inefficiente, gran parte della spesa è infatti assorbita dai costi di una struttura del personale elefantiaca e squilibrata, fino al paradosso di avere più comandanti che comandati, cioè più anziani ufficiali e sottufficiali da scrivania che graduati e truppa giovane e operativa.

Continua invece a crescere a dismisura la spesa per armamenti di tipo tradizionale, + 75 % dal 2006: armamenti costosissimi, logisticamente insostenibili, e soprattutto non rispondenti alle reali esigenze di sicurezza nazionale, bensì agli interessi dell’industria bellica e della lobby politico-militare che la sostiene. Succede ad esempio con i carri armati, che l’esercito continua a  comprare in quantità sproporzionata rispetto alle esigenze operative, e spropositata rispetto alle capacità di manutenzione, così che la maggior parte di questi mezzi finiscono ad arrugginire nei depositi, o cannibalizzati per i pezzi di ricambio. Oppure le nuove navi da guerra ordinate dalla Marina, una seconda portaerei, quando già mancano i soldi per il gasolio necessario a far navigare la prima, e altre 7 fregate lanciamissili che porteranno la flotta italiana a superare la potenza navale francese e ad eguagliare quella inglese (entrambe ricordiamo potenze nucleari). Per non parlare dei famosi i cacciabombardieri F35 che l’Italia continua a comprare -contrariamente ad altri Paesi NATO- nonostante i costi esorbitanti (14 miliardi per 90 aerei) e la loro inutilità rispetto alle reali esigenze di difesa aerea nazionale, denunciata anche da ex generali dell’Aeronautica Militare.

A fronte di queste spese da potenza militare di altri tempi, l’Italia è gravemente impreparata a difendersi dalle minacce concrete del presente e del futuro, dal terrorismo alla cyberwar. Se carri armati, navi da guerra e bombardieri non sono di alcuna utilità nel prevenire attentati, serve allora più intelligence sul territorio e online; per difendersi da attacchi informatici potenzialmente in grado di mettere in ginocchio un intero Paese servono investimenti massicci nella cyberdifesa, che oggi mancano completamente: appena 150 milioni nel 2016, nulla nel 2017, con personale e strutture militari dedicate il cybercomando italiano è ancora solo sulla carta. E’ a dir poco paradossale continuare a spendere miliardi in armamenti tradizionali, e nulla per prevenire e fronteggiare cyberattacchi che potrebbero mettere fuori uso tutte queste armi con un semplice virus.
 
Il quesito a cui dovrete rispondere e a cui corrisponde il mio approfondimento, è il seguente:
Nell’ambito di una revisione del modello di difesa, e a proposito degli strumenti d’arma, si dovrebbe: 
A) tagliare i sistemi di armamenti prestamente offensivi, vedi F-35, destinando le risorse ad altri strumenti innovativi come la cyber security, le reti di intelligence e gli equipaggiamenti che vengono utilizzati per l’operatività dei militari;
B) Lasciare la programmazione per sistemi d’arma come attualmente pianificata della Difesa

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Egitto, l’Italia continua a violare l’embargo sulle armi (18-05-2016)

All’inizio del 2016 le vendite di armi italiane all’Egitto sono proseguite. Lo denuncia Amnesty International Italia, supportata dai dati Istat di febbraio 2016. Nonostante la decisione del Consiglio dell’Unione europea nell’agosto 2013 di sospendere le licenze di esportazione "di… Continua a leggere Egitto, l’Italia continua a violare l’embargo sulle armi (18-05-2016)

Alfano riferisca su irruzione armata a Pisa contro studenti

ROMA, 28 ottobre 2015 – "Chiediamo al ministro dell’Interno da quali soggetti, con quali autorità e in quali circostanze il 22 ottobre sia stato ordinato lo sgombero dell’Ex Gea di Pisa, occupata da studenti universitari. Sgombero che, come dimostrato da… Continua a leggere Alfano riferisca su irruzione armata a Pisa contro studenti