L’Europa dell’austerità non funziona

di Carlo Sibilia

Il rapporto sulla finanza locale del settembre 2017 di Cassa depositi e prestiti (Cdp) è una bocciatura definitiva per l’Europa dell’austerità.

L’applicazione ottusa del Patto di Stabilità agli enti locali, infatti, più che conten… Continua a leggere L’Europa dell’austerità non funziona

L’Europa dell’austerità non funziona

di Carlo Sibilia

Il rapporto sulla finanza locale del settembre 2017 di Cassa depositi e prestiti (Cdp) è una bocciatura definitiva per l’Europa dell’austerità.

L’applicazione ottusa del Patto di Stabilità agli enti locali, infatti, più che conten… Continua a leggere L’Europa dell’austerità non funziona

#FaqAusterity, il sito che vi svela la verità sull’economia dell’Europa

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di MoVimento 5 Stelle Europa

ACCEDI A #FAQAUSTERITY

Diciamo da sempre NO ai diktat dell’austerità. Questo modello economico si basa su una governance europea disastrosa incentrata sulla concorrenza distruttiva tra Paesi. Combattiamo da sempre tutti i Governi che accettano e votano vincoli economici sempre più stringenti. Lottiamo per limitare e cancellare i tagli criminali alla spesa pubblica e al welfare e alla svalutazione del lavoro e dei redditi. Ci opponiamo ad un’unione bancaria che specula sui risparmi dei cittadini. Abbiamo denunciato a gran voce tutti i paradisi fiscali all’interno della stessa Unione Europea, combattendo il conflitto d’interesse tra politica e mercato su cui è fondata l’UE.

Alla crisi causata dai vincoli economici e dall’alta finanza rispondiamo con proposte concrete:

– SÌ a una cooperazione sana e solidale tra gli Stati europei in condizioni di parità.

– SÌ a una revisione intelligente della spesa pubblica con tagli agli sprechi e non ai servizi essenziali.

– SÌ alla spesa pubblica strategica e mirata al rilancio della nostra economia.

– SÌ alla tutela del risparmio dei cittadini, come sancito nella nostra Costituzione.

– SÌ alla lotta contro l’ingiustizia fiscale e la grande evasione internazionale.

Dire #FaqAusterity significa fare chiarezza sui lati oscuri di una governance economico-finanziaria anti-democratica che continua a generare crisi e sofferenza.

Per questo è da oggi online il portale #FaqAusterity, per rispondere alle vostre domande sul come si sia arrivati a questo punto. Su come la governance economica continentale abbia distrutto lo stato sociale del Sud Europa; per spiegarvi i meccanismi insiti nella moneta unica, che portano disuguaglianze tra i popoli. E anche di come si potrebbero risolvere molte dei problemi con un approccio davvero solidale, e non con l’ipocrisia che permea Bruxelles e Strasburgo.

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Nell’#Italia5Stelle non c’è spazio per l’austerità

di Sergio Battelli

Ciao a tutti, tra poche settimane si terrà un evento speciale, in cui ci ritroveremo per parlare di tanti temi che interessano il futuro dei cittadini italiani. Tra questi, l’Europa. Che cosa significa oggi Europa? Significa diktat e austerità, o può significare cooperazione, unione, come era nello spirito dei padri fondatori? Va ripensato l’Euro? Sono argomenti fondamentali. Anche di questo parleremo insieme a voi, a Rimini dal 22 al 24 settembre, in occasione di Italia 5 Stelle. Vi chiediamo soltanto una piccola donazione per finanziare questo evento: DONA ORA! Come sapete, il MoVimento rinuncia al finanziamento pubblico. Grazie a tutti!

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Sempre più poveri: il FMI condanna Renzi, Gentiloni e anche sé stesso

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di MoVimento 5 Stelle

Ora che anche il Fondo Monetario Internazionale certifica che gli italiani si stanno impoverendo, come faranno Renzi, Gentiloni, Padoan e tutta la galassia che gravita intorno ai partiti a mascherare il loro fallimento? Nell’ultimo rapporto sull’Italia del FMI si legge letteralmente che “Gli italiani in media guadagnano ancora meno di due decenni fa“. Il reddito pro-capite, cioè il reddito nazionale diviso per il numero di abitanti, non mente. Se alla riduzione di questo parametro aggiungiamo l’aumento della diseguaglianza sociale, che è sotto gli occhi di tutti, la conclusione politica diventa chiara: i governi degli ultimi anni, da Monti a Gentiloni passando per Letta e il “rottamatore” Renzi, hanno scaricato una crisi senza precedenti sulle spalle delle classi più deboli e del ceto medio.

Secondo il FMI servirà un decennio solo per tornare ai livelli di reddito pro-capite pre-crisi (2007), ma potrebbero servirne ancora di più visto che la fragilissima crescita dell’ultimo biennio è stata trascinata da condizioni esterne favorevoli, come il basso costo del petrolio, l’abbassamento dei tassi di interesse provocato da Draghi e qualche margine di flessibilità sul deficit che la Commissione Europea è decisa a rimangiarsi nei prossimi anni.

Si sta realizzando, in pratica, ciò che abbiamo sempre detto: Renzi ha preso tempo, usando la flessibilità di bilancio per illudere i cittadini italiani e convincerli a votare la sua riforma eversiva delle istituzioni. Ha fallito, e ora Gentiloni, altro fedele esecutore dell’austerità europea, deve fare il lavoro sporco sotto dettatura di Padoan e di Bruxelles.

D’altra parte lo stesso FMI che ha distrutto la Grecia insieme a Bce e Commissione europea “suggerisce” all’Italia di fare ancora più austerità di quanto ci chiede l’Europa, portando il bilancio strutturale, cioè quello al netto del ciclo economico, in surplus dello 0,5% nei prossimi anni. E c’è di più: nello stesso rapporto sempre gli uomini del FMI rilevano che la produttività è bassa e gli investimenti sono crollati del 25% rispetto al 2007. Che sorpresa! Non sarà forse perché la cosiddetta “austerità espansiva” che la Troika ha sempre caldeggiato è una balla pazzesca, un vero scempio alla scienza economica?

L’Italia può risollevarsi solo ripudiando tutto il pacchetto neoliberista degli ultimi 20 anni, e tornando a sviluppare una politica economica a misura di lavoratori, piccole medie imprese e risparmiatori. Basta freddi tecnici mandati da Bruxelles a liquidare le nostre ricchezze accumulate nei decenni, basta finti rinnovatori controllati a vista d’occhio da Padoan, e basta lezioncine dalle “istituzioni terze”, che in realtà sono il braccio armato degli interessi della grande finanzia nazionale e internazionale.

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E ora Renzi si finge paladino anti-austerità

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di MoVimento 5 Stelle

Dopo aver preso in giro i cittadini italiani per 3 lunghi anni fingendo di combattere l’austerità europea mentre rispettava per filo e per segno il dettato di Bruxelles, Matteo Renzi torna a recitare la stessa identica parte. C’è però una grande differenza rispetto al passato: la Commissione Europea ha cambiato cavallo politico e in Renzi non ripone più alcuna fiducia. Ecco allora che alla sua proposta di facciata di abbandonare il Fiscal Compact e alzare il deficit al 2,9% del Pil per 5 anni, hanno risposto con un secco no sia il commissario europeo agli affari economici Pierre Moscovici che il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem.

Siamo venuti a sapere proprio in questi giorni ciò che sospettavamo da sempre. I pochi decimali di flessibilità sul deficit che Renzi si vanta di aver ottenuto quando era al Governo sono stati concessi al prezzo di un folle accordo sull’immigrazione. Al Governo italiano qualche misero spazio fiscale per finanziare bonus elettorali e all’Europa la garanzia che il flusso crescente di immigrati provocato dalle guerre occidentali sarebbe stato assorbito interamente dal nostro Paese.

Renzi è con le spalle al muro e non riesce a far altro che tirar fuori dal cilindro il solito coniglietto spennato. Gli italiani non ci sono cascati prima, come hanno dimostrato in occasione del referendum costituzionale, e non ci cascheranno adesso.
Il M5S, da parte sua, lo ha sempre detto: né con Renzi, il falso paladino anti-austerità, né con i burocrati di Bruxelles. Il Fiscal Compact va cestinato il più presto possibile e l’Italia deve usare il suo rilevante peso strategico per invertire sia le politiche economiche europee che quelle immigratorie.

D’altra parte, l’unica forza politica che non si è resa complice delle trappole economiche (Fiscal Compact) o sull’immigrazione (Trattato di Dublino II) è la nostra, mentre Pd, FI e la stessa Lega sono privi di qualunque residua credibilità perché il sistema che contestano a corrente alternata lo hanno costruito loro, con le loro facce e i loro voti in Parlamento.

Basta teatrini. Alle prossime elezioni politiche la scelta sarà tra chi finge di svegliarsi ora dopo aver distrutto il Paese, da una parte, e il M5S dall’altra.

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#ProgrammaEsteri: Smantellamento della Troika

Oggi parliamo del primo dei dieci punti del Programma Esteri del MoVimento 5 Stelle. Una volta terminata l’esposizione dei punti, si procederà a una votazione online su Rousseau con la quale gli iscritti decideranno le priorità del programma. Informatevi e partecipate!

di Lidia Undiemi, Dott. Ricerca Diritto dell’Economia

L’anno zero della deriva europea risale a 10 anni fa. La crisi finanziaria mondiale, di cui l’Europa ha subito la ricaduta, è stata affrontata dalle istituzioni europee nel peggiore dei modi possibili: con la creazione e realizzazione della Troika, cioè un’istituzione finanziaria internazionale che è stata propagandata al grande pubblico col nome di “Fondo Salva-Stati”. Un nome rassicurante per ribattezzare qualcosa che di rassicurante non ha assolutamente nulla, perché si tratta di un’entità politica.

La Troika, detta anche MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), ha due obiettivi fondamentali: il primo, continuare a salvaguardare questo sistema finanziario europeo anche se evidentemente fallimentare, il secondo, quello di far gravare sulle popolazioni dei Paesi in difficoltà il peso della crisi. Come? L’organizzazione funziona in questa maniera: se un Paese si trova in difficoltà di natura finanziaria e chiede un prestito, quel Paese deve poi sottostare a condizioni rigorose, cioè attuare le famose riforme che abbiamo visto in Grecia ma anche Spagna e in Portogallo. Riforme realizzate anche in Italia, o a Cipro di cui ricordiamo il prelievo forzoso del 2012. Queste riforme hanno portato alla distruzione del diritto del lavoro in molti Paesi europei, alla drastica riduzione della spesa pubblica per servizi sociali come per le riforme sulle pensioni, insomma tutta una serie di provvedimenti che hanno salvato gli interessi finanziari dell’Europa ma hanno tradito quell’obiettivo europeo per cui è nata la comunità europea, cioè quello di garantire il benessere generale e la piena occupazione.

Tutti gli obiettivi delle riforme sono stati smentiti dai fatti. Se vogliamo pensare di uscire dalla crisi nell’ottica di una tutela degli interessi collettivi e di una salvaguardia dei valori fondamentali costituzionali, e senza anteporre gli interessi finanziari a tutto questo, dobbiamo mettere in discussione questa architettura politica che fa sì che il capitale debba essere salvato a tutti i costi e che a pagare debba essere il popolo. Per mettere in discussione questo sistema (ricordiamoci che siamo in un ambito strettamente politico, e anche se molto spesso le questioni vengono ricondotte soltanto a problematiche economiche in realtà è una questione politica, la troika è un organo politico) è necessario anche chiedersi quale è oggi il ruolo che le multinazionali rivestono nell’ambito dell’economia globale. In questi mercati che sono fortemente integrati nel sistema di globalizzazione finanziaria ed economica, l’espansione delle multinazionali ha un impatto politico: attraverso le organizzazioni internazionali infatti abbiamo da un lato dato potere politico al capitale, dall’altro con l’enorme espansione delle multinazionali occorre comprendere fino in fondo l’impatto di queste entità anche sotto il profilo fiscale, e questa è una delle questioni principali. Perché oggi le multinazionali hanno la possibilità di insediarsi in diversi Paesi ed ottenere grandissimi vantaggi fiscali.

Le crisi in un modo o nell’altro portano grandi opportunità di cambiamento. Noi dobbiamo sì cambiare, ma cambiare questo sistema di governo dell’economia e della finanza in senso favorevole alla popolazione, nel rispetto della Costituzione e delle democrazie dei vari Paesi coinvolti. Lasciando tutto così com’è, la situazione non migliorerà.

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Ad aprile torna il Fiscal Compact #BastaDiktat

di Barbara Lezzi

Il tempo della retorica è finito. Oggi neppure un venditore di bufale come Renzi potrebbe fingere di lottare contro l’austerità di fronte all’ultima nota ufficiale della Commissione Europea. Il Commissario agli Affari Economici Pierre Moscovici ha fatto la parte del poliziotto buono, lodando le riforme strutturali degli ultimi governi, ma il vicepresidente Vladis Dombrovskis ha messo in chiaro le cose: o l’Italia rientrerà entro aprile di 3,4 miliardi dal rapporto deficit/Pil del 2017 (ora al 2,3%), oppure a maggio scatterà una procedura di infrazione. Si passa dunque alle vie di fatto togliendo ogni margine di manovra a Piercarlo Padoan, che d’altra parte ha fatto intendere fin dall’inizio di voler fare i compiti a casa.

Questo significa che una ripresa già fragilissima (siamo ultimi in Europa anche nel 2016) verrà ulteriormente frenata da nuovi tagli di spesa (per ¼, stando alle parole di Padoan) e da nuove entrate (per ¾). Se è vero, come sembra trapelare, che Renzi ha posto il veto su un aumento delle accise e dell’Iva, bisognerà capire che intenzioni ha il Governo Gentiloni, e se a pagare le follie liberiste di Bruxelles saranno ancora una volta i servizi pubblici e gli enti locali. Difficilissimo che si trovino 3,4 miliardi con semplici tagli ai ministeri, che poi sarebbero solo un altro modo di colpire i cittadini, trattandosi come al solito di sforbiciate lineari.

In ogni caso, nuovi sacrifici. Ormai è chiaro che si tratta di un progetto politico ben preciso. Ci hanno detto che l’austerità è stata un errore ma, dopo due anni di tagli mascherati da flessibilità, torna il Fiscal Compact in tutta la sua brutalità.

Dalla Commissione ci prendono anche in giro, sostenendo che i soldi per il terremoto e l’immigrazione non sarebbero considerati nella eventuale bocciatura del bilancio pubblico italiano, ma tutti sanno che la flessibilità che Bruxelles ci ha concesso per queste emergenze è largamente insufficiente e grida vendetta. Nel caso del terremoto per il semplice motivo che tra danni effettivi e prevenzione servirebbero decine di miliardi, nel caso dell’immigrazione perché proprio l’Unione Europea ha di fatto lasciato sola l’Italia insieme alla Grecia, e le risorse stanziate sono quindi puramente emergenziali, non certo risolutive.

Siamo alle porte delle elezioni in Germania, e Angela Merkel non ha nessuna intenzione di concedere altri spazi fiscali ai Paesi sud europei, accusati per anni di essere spreconi e corrotti. Quindi, o si rifiuta questo impianto economico autoritario, o si accetta di stritolare ancora per anni la nostra decadente economia.

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Sul Pil propaganda di regime #MaQualeCrescita?

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di MoVimento 5 Stelle

Giornali e opinionisti tv hanno accolto trionfanti il primo dato grezzo dell’Istat sul Pil 2016: +0,9% contro il +0,8% delle previsioni governative. Uno 0,1% che ha fatto gridare al miracolo, nonostante un semplice confronto su scala europea dovrebbe suscitare reazioni opposte. L’Italia è ULTIMA nel continente, l’unica a crescere nel 2016 meno dell’1%, più che doppiata dalla Grecia (2,7%) e dalla Spagna (2,3%), distanziata anche dalla Francia (+1,4%), dalla Germania (+1,6%) e dal Portogallo (+1,6%), per non parlare dei Paesi fuori dall’euro, che crescono in media più di quelli interni all’eurozona (+4,4% la Romania, +3,5% l’Ungheria, +3,2% la Polonia, +3,1% la Croazia, +2,9% la Bulgaria, +2,4% la Svezia, +2,6% la Repubblica Ceca, +1,5% il Regno Unito).

L’Italia è a tutti gli effetti il grande malato d’Europa.

Se siamo tornati a una fragilissima crescita, dopo ben due fasi recessive (2008-2009 e 2012-2014), è per alcuni motivi che poco c’entrano con i nostri pessimi Governi. Da una breve analisi dei dati si può concludere che:

Nel 2009, nel 2010 e nel 2011, prima dell’arrivo di Monti, in tutta Europa si è sforato ampiamente il limite del 3% deficit/Pil per effetto dei cosiddetti “stabilizzatori automatici” (indennità di disoccupazione, cassa integrazione e altri sussidi indipendenti dall’azione degli esecutivi). Questo ha permesso una ripresa dopo il tracollo mondiale del 2008

Nel 2011 è iniziata l’era dell’austerità, con particolare virulenza in Italia dove Monti ha sia tagliato la spesa che aumentato la pressione fiscale, mentre il Pil ha cominciato a contrarsi. La decrescita si è protratta fino a tutto il 2014, durante il Governo Letta e il primo anno del Governo Renzi

Dal 2015 è iniziata una piccola ripresa, quasi fisiologica, e comunque trascinata da fattori internazionali particolarmente favorevoli. Su tutti il crollo del prezzo del petrolio, la svalutazione dell’euro provocata dalle manovre monetarie espansive di Mario Draghi e l’abbassamento del costo del debito dovuto sempre al Quantitative Easing della Bce. Inoltre, viste le ultime tendenze politiche (crescita partiti euroscettici, Brexit, Trump) la Troika ha addolcito per un paio d’anni l’austerità consentendo al Governo Renzi di stabilizzare il rapporto deficit/Pil intorno al 2,5% sia nel 2015 che nel 2016.
Tutto ciò ha permesso il +0,7% del 2015 e il +0,9% del 2016 (ancora da confermare).

Bisogna ora spiegare, però, perché le altre economie europee sono cresciute molto più di quella italiana.

In sintesi i motivi sono due:

1) hanno utilizzato meglio la flessibilità. L’esempio tipico è quello spagnolo, dove il Governo Rajoy ha diminuito strutturalmente la pressione fiscale, invece che elargire bonus elettorali a pioggia (80 euro) e decontribuzioni temporanee (18-20 miliardi di euro di costi in prospettiva)

2) hanno continuato a sforare il 3% del rapporto deficit/Pil. Questo è il punto fondamentale. Il Governo Renzi ha urlato per anni ai quattro venti di essere contro l’austerità, ma alla fine l’Italia è stato l’unico grande Paese europeo rimasto entro i folli parametri di Maastricht e del Fiscal Compact.

La Spagna sfora il tetto europeo da anni, con un deficit al 10% (!) nel 2008, al 7% nel 2013 e ancora al 4,4% nel 2016. Spazio fiscale con cui si sono abbassate le tasse e stimolati gli investimenti. Lo stesso ha fatto la Francia, con un deficit al 4,8% nel 2012, al 4,1% nel 2013 e ampiamente sopra il 3% anche l’anno scorso (dati OCSE). La Germania, da parte sua, sfora le regole europee da un altro punto di vista: il suo surplus commerciale ha raggiunto proporzioni astronomiche (8,3% del Pil nel 2016 contro il 6% massimo consentito). In questo modo l’economia tedesca impoverisce i vicini europei sfruttando una moneta molto più debole dei suoi fondamentali.

Si dirà che all’Italia non è concessa tanta flessibilità perché ha un debito troppo alto. Sono balle! Il problema del debito pubblico è solo ed esclusivamente politico. La Bce ha dimostrato che una banca centrale può garantire il debito controllando i tassi di interesse. Basta che compri i titoli di Stato non venduti sui mercati. E poi la stessa Spagna ha già sforato la soglia del 100% debito/Pil, la Francia ci è vicinissima e la Germania pure, se solo si contasse la montagna di debito che nasconde nella sua Kfw (l’equivalente della nostra Cassa Depositi e Prestiti).

La verità è diversa: l’Italia è un boccone prelibatissimo ed è sotto attacco. Il capitale estero mira a saccheggiare il nostro risparmio privato da record e ad eliminare un concorrente temibile sui mercati internazionali. Il problema è che la nostra classe dirigente, da Monti a Renzi passando per Gentiloni e l’onnipresente Napolitano non fa gli interessi degli italiani, ma del nemico.

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