#LaBallaDelGiorno – Le fake news de La Stampa sui sondaggi che danno Cancelleri primo in Sicilia

di MoVimento 5 Stelle

Sapevamo che con questa rubrica ci saremmo divertiti, non poco. Oggi il premio de #LaBallaDelGiorno va a La Stampa e al suo giornalista (?) Ilario Lombardo, che questa mattina pubblica un articolo infamante nei confronti del M… Continua a leggere #LaBallaDelGiorno – Le fake news de La Stampa sui sondaggi che danno Cancelleri primo in Sicilia

#RaiChiediScusa per le balle sul referendum

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di Beppe Grillo

Il sondaggio sulle bufale dei media si è concluso. I risultati sono i seguenti:
60%: Se vince il NO paese a rotoli: bufala diffusa da tutti i media italiani, con rare eccezioni, per comodità è stata attribuita alla RAI che maggiormente si è distinta per la campagna a favore del SI, fregandosene del suo ruolo di servizio pubblico
17%: Grillo vuole una banca: bufala diffusa dal Giornale (prima pagina)
14%: Beatrice Di Maio: bufala diffusa da La Stampa (chiamata La Busiarda a Torino) e smontata dall’intervista di Franco Bechis a Titti Brunetta
9%: Buche a Roma (del 2014): bufala diffusa da L’Unità, qui maggiori informazioni
La RAI vince quindi il Bufalino d’oro e presto gli sarà consegnato il premio. Pretendiamo scuse pubbliche ai cittadini italiani per la campagna di disinformazione messa in atto per il Referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Basta prendere in giro i cittadini che pagano il canone. La RAI cominci a fare informazione imparziale e veritiera.

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Presidente Mattarella, mai visto decenni di balle su tv e giornaloni?

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di Franco Bechis

Se mai avesse importato della verità dei fatti a chiunque oggi si strappi i capelli e si indigni sulle post-verità e le bufale del web, non avremmo più un giornale in edicola e men che meno una delle testate tradizionali sul web. Perché è pura ipocrisia- che sia il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella o il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a farlo e dirlo- prendersela con qualche account Internet che esagera un pizzico i toni e pure propaga leggende metropolitane, senza rendersi conto che le balle più clamorose sono state in questi anni pubblicate dalla vecchia e tradizionalissima stampa o mandate in onda dai principali tg nazionali e internazionali.

Cose di poco conto, talvolta. Come una notizia che periodicamente appare sulla stampa di mezzo mondo, su una signora che prenderebbe il sole nuda alla finestra provocando una serie di tamponamenti a catena. Totalmente inventata, ma pubblicata dai siti internet di quotidiani di mezzo mondo, compreso Libero (nessuno di noi è immune da bufale). O per risalire indietro nel tempo, una serie di notizie false pubblicate sulla stampa senza mai fare uno straccio di verifica. A metà degli anni Novanta La Stampa in prima pagina e Repubblica al suo interno diedero la notizia della quarta stella assegnata dalla Guida Michelin a un noto ristorante francese. Era una bufala messa in giro da un critico gastronomico di Parigi, ma quei due giornali se la bevvero senza nemmeno chiamare la Michelin. Stampa Sera, il quotidiano del pomeriggio della Fiat, pubblicò una intervista di Oliviero Beha all’avvocato Giovanni Agnelli sulla Juventus. Era un falso, che nasceva da un gioco in una trasmissione radio del giorno precedente fra Beha e un buon imitatore dell’avvocato.

Tutta la stampa italiana pubblicò la bufala di una eredità di 137 miliardi di lire dell’epoca lasciata da una nobildonna a un cane lupo, dal nome Gunther. Decenni di bufale quotidiane apparse, dalla lebbra sbarcata in Sicilia a metà degli anni Novanta al fantomatico medico giapponese che per il Qn stava curando a Papa Francesco un tumore benigno al cervello. Per non dire dei morti prematuri (due quotidiani pubblicarono i coccodrilli sulla dipartita di un vivissimo Gillo Dorfles), o dei miracoli compiuti dalla stampa: Repubblica fece risorgere nel 1988 Simone du Beauvoir a due anni esatti dalla sua morte per farle promuovere un appello di intellettuali a favore della scrittrice Francoise Sagan, coinvolta in una storia di stupefacenti. Balle quotidiane, restate tutte impunite.

Qualche volta quelle balle non si poggiano su leggende metropolitane o fatti di cronaca più o meno leggeri inventati da qualche buontempone, o sulla semplice sciatteria di noi giornalisti. Sono un po’ peggio: confezionate ad arte dalla stessa stampa per colpire qualche avversario politico o per conto di qualche amico politico. Sempre più raramente la stampa fa da controcanto al potere, ma né è fedele ancella in tutto il mondo. Ne è condizionata e spesso ricattata nei suoi assetti, e non verifica più l’affermazione del potente di turno, prendendola per buona. Così è accaduto nel caso della guerra in Iraq, quando nessuno indagò sulle parole- anni dopo rivelatisi false– di George W.Bush o di Tony Blair. Così accade ogni giorno anche oggi. Dalla stampa economica che si inventa cavalieri bianchi inesistenti (ma paganti o il giornalista o il giornale stesso) per salvare questa o quella società, facendo lievitare titoli in borsa e consentendo speculazioni sul nulla. In qualche caso ci ha pensato la magistratura in tempi brevi a sollevare quei veli di ipocrisia, in altri ci sono voluti anni e in altri ancora nemmeno un colpevole ha pagato.

Bufale gran parte delle notizie sulla situazione economica italiana pubblicate nell’ultimo biennio: erano veicolate da palazzo Chigi, e sono state messe nero su bianco secondo quei desiderata, mentre pochi o nessuno le verificava e le inquadrava nel contesto generale europeo, cosa che avrebbe ucciso l’enfasi che le accompagnava. Notizie date in quale modo sono post verità, o meglio: semplicemente false. Ma non ho sentito Mattarella puntare l’indice contro, né il presidente dell’Antitrust eccepire.

In tempi assai recenti un quotidiano- La Stampa– ha lanciato la sua campagna contro la post verità centrandola su una clamorosa balla: l’account twitter di Beatrice di Maio cuore di un algoritmo ideato dal M5s con la complicità degli hacker di Vladimir Putin. Si trattava invece di Titti Brunetta, moglie del capogruppo di Forza Italia. Appresa la verità, nessuno però ha ritenuto giusto chiedere scusa delle balle diffuse. Anzi.

Così come non poche balle circolano sulla stampa tradizionale a proposito di uno dei personaggi politici più presi di mira dalle post-verità: Virginia Raggi. Intendiamoci, il sindaco di Roma ne ha fatte di sue per non strappare applausi a scena aperta. Però ogni giorno se ne inventa qualcuna sul suo conto, e passa in cavalleria. Ne ho citate tante in questi mesi, ne aggiungo una che ciclicamente torna in articoli e commenti: quella sul Comune di Roma che invitava a prenotarsi il Capodanno all’estero con un tour operator privato. Era un falso: non il comune di Roma, ma l’Ipa- l’ente di previdenza dei dipendenti capitolini, che proponeva ai suoi iscritti una convenzione con cui usufruire di sostanziosi sconti anche per il Capodanno. Falso, ma a forza di scriverlo fregandosene della verità, molti giornali lo fanno apparire vero: qui Putin non c’entra, ma l’obiettivo è lo stesso attribuito al leader russo, condizionare la vita politica di una comunità attraverso la propagazione di falsi d’autore.

Non si contano le balle pubblicate su eventi terroristici che pure non avrebbero bisogno di invenzioni, essendo già così tragici nella nuda verità. Però dalle luci della torre Eiffel spente nella notte del Bataclan (Corriere della Sera), dimenticandosi che a quell’ora si spegnevano ogni notte, alla falsa prima foto del terrorista ricercato diffusa dal Fatto quotidiano e pronta a fare il giro del mondo, nonostante fosse un fotomontaggio operato su un povero sikh residente in Canada.

Strano, no? Da decenni tutte le autorità del pianeta sopportano balle quasi quotidiane, e lo fanno perché quasi mai quelle post-verità sono lesive di chi detiene in quel tempo le leve del potere- politico, finanziario ed economico. Credo che in gran parte di quelle balle diffuse da stampa e tv ci sia malafede o sciatteria di noi giornalisti, in altre il fatto che non siamo infallibili e a tutti capita di sbagliare. Guardandoci allo specchio, perché mai dovremmo prendercela per qualche infortunio del web (anche lì la maggiore parte delle bugie circolano sui siti dei giornali tradizionali)? O con qualche persona comune che si beve leggende metropolitane non così diverse e abnormi rispetto a quelle confezionate da noi professionisti della informazione? Quando però leggo come antipasto delle uscite di Pitruzzella e Mattarella lo scandalo di una falsa dichiarazione attribuita a Paolo Gentiloni lanciata dal sito satirico lercio.it allora penso davvero male. Sarebbe stato come prendere all’epoca una prima pagina de Il Male o di Cuore per lanciare una campagna contro la stampa tradizionale.

Allora, presidente Mattarella, niente inutili ipocrisie: lei che ha vissuto in prima fila gli anni Ottanta e Novanta, sa benissimo che è ridicolo “l’odio e la violenza delle parole” del web, rispetto a quel che la politica ha vissuto in quegli anni. Si rilegga e si riveda i comizi politici di anni in cui il web non esisteva o era a disposizione di pochi adepti: i toni di oggi hanno profumo di rosa e violette rispetto a quelli di allora. Siccome al Quirinale o all’Antitrust questo è noto, il fumo che si alza serve ad annebbiare la scure della censura pronto ad abbattersi su quella libertà spicciola di espressione donata ai signori nessuno, al comune cittadino da quella grande invenzione che è il web. Sarebbe errore dalle conseguenze tragiche in un’epoca che mai come ora ha ristretto il diritto di tribuna e rappresentanza dei cittadini. Fermatevi finché siete in tempo.

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E’ finito il 2016, l’anno del tramonto dei media tradizionali

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di Isabella Adinolfi, Efdd – Movimento 5 Stelle Europa

Il 2016 passerà alla storia come l’anno del definitivo tramonto del potere di influenza di stampa e tv. È rivelatrice la gaffe dell’inviata Rai Giovanna Botteri che, dopo la vittoria di Trump, si chiedeva quasi disperata: “che cosa succederà a noi giornalisti? Che cosa succederà alla stampa?”. Nessuno dei principali 100 quotidiani americani ha fatto un endorsement a Trump. Appoggiando Hillary Clinton i media americani hanno perso la faccia e anche la credibilità. Hanno raccontato un’America che non esiste. Non hanno capito nulla!

In Italia i media tradizionali non se la passano meglio. Il referendum del 4 dicembre è stato la Caporetto di editorialisti e parrucconi del giornalismo. Presagivano l’inferno e invece ha semplicemente trionfato la democrazia. L’affluenza al 69% ha mostrato al mondo chi comanda in Italia: i cittadini! Con i falsi scoop di Beatrice Di Maio e la continua drammatizzazione delle vicende romane si è toccato il fondo e i dati lo dimostrano. L’ultimo rapporto Mediobanca sull’editoria è senza appello: il giro d’affari complessivo di Mondadori, Rcs, L’Espresso, Il Sole 24 Ore, Monrif, Caltagirone, Itedi, Cairo e Class Editori è passato da 5,7 a 3,9 miliardi. Il fatturato di questi imperi dei media è calato del 32,6% e 4.500 posti di lavoro sono andati persi. Meno credibilità equivale a meno copie vendute: la diffusione dei quotidiani è scesa del 34% negli ultimi 5 anni.

Fiumi di inchiostro diventano carta straccia mentre il mondo va avanti con i social media. Per difendersi da questa inevitabile estinzione, i media tradizionali si arroccano nella Celebrazione del Potere. I continui richiami dell’Agcom a Rai, Mediaset, Sky e La7 lo dimostrano. Ma oggi è impossibile competere con i nuovi media che sono più veloci, ironici e spesso completi. La politica dovrebbe occuparsi della necessità di alfabetizzazione ai nuovi media, risolvere problemi come il cyberbullismo e sul riconoscimento su cosa sia davvero propaganda e cosa informazione.

Davanti a questi numeri si dovrebbe fare ammenda e autocritica e invece si assiste alla caccia alle streghe che oggi prende il nome di “fake news“? Il Parlamento europeo ha approvato una vergognosa risoluzione che organizza una propaganda europea con i soldi dei contribuenti. Quello che viene chiamato “sostegno alla stampa indipendente” è in realtà una ingerenza per censurare le notizie scomode.

Scriveva Indro Montanelli nel 1989: “la deontologia professionale sta racchiusa in gran parte, se non per intero, in questa semplice parola: onestà. È una parola che non evita gli errori….Ma evita le distorsioni maliziose quando non addirittura malvagie, le furbe strumentalizzazioni, gli asservimenti e le discipline di fazione o di clan di partito”. Parole profetiche che oggi sono le campane a morto della stampa e tv che finora abbiamo conosciuto. Non sentiremo la loro mancanza.

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Smontata la bufala de La Stampa di #beatricedimaio, ora chiedete scusa!

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Beatrice Di Maio, che secondo la teoria complottista de La Stampa – ripresa da tutti i tg, anche RAI, e i giornali e sposata dal pd – è l’account chiave della cyber propaganda pro M5S, non è nè un ghost, né un fake, né un troll, né un algoritmo, né antani con lo scappellamento a destra. E’ lo pseudonimo dietro cui si cela Tommasa Giovannoni Ottaviani detta Titti, moglie di Renato Brunetta (lo ha scoperto Franco Bechis). Una figura del menga di queste proporzioni era difficile da immaginare. Hanno parlato di cyberfango, il Pd ha sprecato soldi pubblici con un’interrogazione parlando di “una macchina del fango automatizzata per colpire il PD” per chiedere se Di Battista o Di Maio ne fossero a conoscenza. Altri hanno parlato persino di “hacker russi filo M5S“. Le comiche! Oggi nessuno di loro twitta più. Tutti a parlare di fake news e di come la gente sui social sia stupida e creda a tutto. Ma vi siete visti? Vi siete bevuti la fake news della Stampa come i bambini che credono alla storia di Babbo Natale. Ci aspettiamo le scuse di tutti. Tutti. Questa campagna diffamatoria contro il MoVimento 5 Stelle deve finire una volta per tutte. L’articolo de La Stampa con scritto “La procura indaga” e foto di Beppe Grillo e Davide Casaleggio, è l’emblema di una campagna che va avanti da mesi. Un appello a La Stampa che all’autore ha pure dato un premio per quell’articolo delirante e falso: basta far scrivere giornalisti mossi solo da risentimento e astio, che non fanno verifiche, che scrivono vere e proprie bufale spacciate per inchieste solo per screditare una forza politica. Il posto per queste persone è la cronaca delle partite dei pulcini, se proprio volete pagargli uno stipendio. Un altro appello va alla FNSI e all’Ordine nazionale dei Giornalisti: non è più sostenibile che un personaggio del genere utilizzi La Stampa (giornale autorevole fino a qualche anno fa) per denigrare quotidianamente la prima forza politica del Paese.

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W la libertà d’espressione! Ritirate la querela a Beatrice Di Maio!

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di Franco Bechis

Questo è un appello. Al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al suo sottosegretario, Luca Lotti. Così vado subito al sodo: presidente, faccia ritirare quella querela presentata a Firenze nei confronti di Beatrice di Maio, un account twitter che secondo voi è falso e appartiene alla “macchina del fango” del Movimento 5 stelle. Lotti si è offeso- un po’ in ritardo a dire il vero- per un tweet dell’aprile scorso. Adesso lo pubblico, così tutti ci capiamo. Eccolo.

#intercettazioni#Guidi:
“Ho le foto di #Delrio coi mafiosi” pic.twitter.com/IrqwuU2sNx

— beatrice di maio (@BeatricedimaDi) 7 aprile 2016

In quei giorni impazzavano sulla stampa le intercettazioni che hanno portato poi alle dimissioni del ministro Federica Guidi. In una di quelle c’era una conversazione a cui partecipava il fidanzato della Guidi. L’interlocutore diceva che sarebbero state pubblicate “quelle foto di Graziano Delrio con i mafiosi”. Beatrice di Maio ironizzò e in qualche modo stemperò la tensione di quella intercettazione pubblicando le foto di chi frequentava Delrio: gli altri membri del governo Renzi. Fra questi c’era anche Lotti, che si è offeso ad essere accomunato a quel “mafiosi”. Posso capire, ma appare evidente che quel tweet aveva caratteristiche di satira. Può non piacere, certo. Ma è satira, come nelle vignette.

Sulla stessa vicenda i giornali titolarono seriamente, e qui ce ne è un esempio: “Ho le foto di Delrio con i mafiosi”. Era una boutade, come spesso capita con le intercettazioni prese a casaccio, ma venne vissuta come fatto serio. Anche come tentativo di minacciare un ministro. Lui si difese, e la storia finì lì. Ma perché querelare quel tweet? Sa quanti ce ne sono in giro per la rete, sa quanti sono i simpatizzanti del Pd che ironizzano anche in modo più pesante?

Signor Presidente del Consiglio, le posso assicurare che Beatrice di Maio non è lo strumento di una macchina del fango, ma una ragazza in carne ed ossa, di 25 anni. Una brunetta romana oggi spaventata come è ovvio quando i personaggi più potenti di Italia la portano alla sbarra con tanto di tam-tam (e sciocchezze assolute) pubblicate dalla grande stampa. Ma non è per lei che le faccio questo appello: non la conosco. Ho esaminato a fondo il suo account: fa battute, qualche volta riuscite, altre molto meno. Ogni tanto ritwitta notizie e commenti che condivide di solito ripresi da articoli stampa o trasmissioni televisive.

Non è per una giovane ragazza che le chiedo- Presidente- questo passo indietro. E’ per un’altra amica a cui tengo più di ogni altra cosa: la libertà. Un personaggio pubblico come lei o come Lotti deve rinunciarvi un po’: sono le regole del gioco. Ma la libertà di espressione, di opinione e di satira, stabilita in un articolo della Costituzione che nessuno vorrebbe toccare, non può essere minacciata come lo è da quella querela. Sono convinto che lei sia il primo a saperlo, tanto è raramente sa privarsi del gusto di battute che i suoi bersagli potrebbero talvolta considerare offensive. Ma sono ironiche, e sanno comprendere.

E’ in nome di quella libertà- Presidente-che le chiedo un passo indietro. Perché non c’è bene più prezioso in un paese da difendere, e dovrebbe stare a cuore la sua protezione più a lei che a me. Lasci perdere i tribunali, e liberamente discutiamo di come molti- anche le forze politiche, in primis quella guidata da lei- delle verità e delle bugie che circolano sui social. E a dire il vero non solo su quelli, visto che giornali e tribune della politica non sembrano così diverse. Discussione libera, che non può puntare ad oscurare una battuta che non si considera riuscita. Non aggiungo altro, perché sono certo che quella querela sia un passo precipitato nella tensione della campagna elettorale e dello scontro politico. Ma che lei sappia quello di cui parliamo, e farà quel passo indietro.

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