#ProgrammaBeniCulturali – Per un nuovo mecenatismo

di Cecilia Ghibaudi, storico dell’arte e soprintendenza BSAE e Pinacoteca di Brera Milano

Lo Stato italiano, si sa, possiede un’enorme quantità di opere d’arte, più di qualsiasi altra nazione, non solo europea. Diffuse su tutto il territorio, nei musei, nelle chiese, nei più piccoli borghi, negli archivi, nelle fototeche, è chiaro che non può, da solo, tutelare questo patrimonio. Ha bisogno di un finanziamento, anche privato. I finanziamenti privati possono essere di due tipi: sponsorizzazioni o opera di mecenatismo.

Le sponsorizzazioni sono la strada caldamente raccomandata dal legislatore nella circolare del 9 giugno 2016 in cui si auspica il potenziamento di un auspicabile sempre maggior utilizzo della sponsorizzazione. Quindi lo Stato preferisce questo tipo di intervento. Come può essere? Può essere o richiesto dalle istituzioni statali o può essere offerto da privati: sia persone fisiche, sia enti o banche. Se è offerto dai privati, questi possono, come dice la circolare: “si ammette l’iniziativa dello sponsor a prescindere da atti di programmazione o preparatori dell’amministrazione”. Quindi vuol dire che è lo sponsor a decidere che cosa far restaurare, in che modo, quale finanziamento e quali operatori scegliere.

Naturalmente questo è sottoposto all’approvazione e all’autorizzazione statale ma è un’autorizzazione, come dire, in cui la legge interviene perché precisa che il rifiuto di una contribuzione a favore dell’amministrazione deve essere più che congruamente motivato su solide e inattaccabili ragioni oggettive, pena il rischio di responsabilità anche erariale a carico dei funzionari responsabili del procedimento e del titolare dell’organo cui compete tale decisione. Questo significa che nessun funzionario rifiuterà mai una sponsorizzazione, se non in casi gravissimi, altrimenti rischia di dover rifondere lo Stato di tasca propria. Se è l’istituzione a richiedere la sponsorizzazione, proponendo un progetto, è chiaro che deve proporre opere di grande appeal per il pubblico, opere conosciute, perché nessuno sponsor accetterà di finanziare un archivio di montagna, paramenti sacri delle chiese delle valli, fototeche, che sono conservati in luoghi chiusi proprio per proteggerli dalla luce e dagli agenti atmosferici.

L’altro tipo di finanziamento è l’Art bonus in cui un privato, sia esso una persona fisica, un ente o una banca, può erogare del danaro a favore della tutela delle opere d’arte. In questo caso si tratta di un atto di mecenatismo in cui il privato non ha scopo di lucro ma può semplicemente detrarre dalle tasse una parte della somma concessa. Nonostante ciò, il problema della sponsorizzazione è molto grave perché rischia di concedere ai privati un ruolo che spetta allo Stato, rischia di trasformare i nostri musei in una specie di luna park dove tutto è possibile purché arrivino dei finanziamenti alle istituzioni pubbliche. Si deve tornare a una programmazione, a una tutela programmata, in modo da concertare con gli sponsor quali interventi, come, dove e con chi. La sponsorizzazione al finanziamento è auspicabile ma bisogna vedere come viene attuato. Purtroppo, in Italia, questo è molto difficile. L’Italia, come diceva Longanesi già nel ’55, alla manutenzione preferisce l’inaugurazione. È esattamente questo che non si vuole. Si vuole tornare a musei che siano luoghi di ricerca, di studio, messi a disposizione del pubblico e della cittadinanza italiana.

Leggi e commenta il post su www.beppegrillo.it

Continua a leggere #ProgrammaBeniCulturali – Per un nuovo mecenatismo

#ProgrammaBeniCulturali – I servizi aggiuntivi (2)

di Vittorio Emiliani, giornalista e scrittore

Bisogna certamente ricondurre il Ministero dei Beni Culturali, separandolo dal turismo, che ha un’altra logica, a una sua struttura che sia meno centralizzata, da un certo punto di vista, cioè con una testa meno grossa, una testa più snella e più autorevole, peraltro, al centro, e un corpo molto forte in periferia perché questo è un Paese che ha avuto mille civiltà, che ha un patrimonio straordinario, 2000 aree archeologiche, 4000 musei tra pubblici e privati, 40000 fra torri e castelli, 100000, quasi, chiese, 2500 biblioteche antiche, quindi sparse in tutto il territorio, con culture completamente diverse, dagli arabi, ai longobardi, ai romani, agli etruschi, ai celti e così via.

Quindi ci vuole un centro forte ma una periferia non meno forte o meno robusta mentre oggi siamo arrivati a una situazione delle soprintendenze, cioè della tutela, molto molto pericolosa perché molto fragile. Tutto nasce dal fatto che Franceschini ha puntato sulla scissione fra i concetti, che invece marciavano uniti, di tutela e di valorizzazione, tutela del soprintendente, sempre più deboli, quindi sempre più debole la tutela, valorizzazione ai poli museali, quindi un’autonomia fortissima dei poli museali, di quelli che poi hanno soldi, non dei piccoli musei, evidentemente, che vengono sacrificati.

Scissione anche fra musei e territorio, per cui, i musei che sono nati dal territorio, dalle grandi famiglie, dalla soppressione degli ordini monastici conventuali e così via, i musei si trovano a essere privati del loro humus. Pensate ai musei archeologici che nascono come musei di scavo ed è sullo scavo che nascono e crescono e si sviluppano. Questa è quindi una riforma che bisogna ribaltare, tornando a una situazione precedente al 2004, possiamo dire, in cui ci sia un centro, come dico, capace di dirigere tutta la macchina e una periferia, però, capace di dialogare in maniera forte. Questo fa sì che ci vogliano anche degli investimenti nel personale. Noi spendiamo troppo poco per la cultura. Siamo al 23° posto nella classifica europea. Siamo appena prima della Grecia e della Romania, che stanno come stanno. Un Paese col nostro patrimonio spende due terzi meno, tre o quattro volte meno della Francia o della Spagna, anche questo è intollerabile. 2 miliardi e 2 di bilancio vogliono dire la spesa del 2007, cioè di 10 anni fa che è molto meno di quella del 2000, ultimo governo dell’Ulivo, organico, possiamo dire, quando la spesa per la cultura era lo 0,40% circa del bilancio dello Stato e con Berlusconi è precipitata allo 0,19 e oggi sarà sullo 0,25. Siamo in una situazione veramente pazzesca, da questo punto di vista. Bisogna che lo Stato spenda di più. I cittadini devono sapere, e non sono grandi cifre, basterebbe un miliardo in più, in realtà, che si ritrova benissimo nelle pieghe di bilancio o quasi. Non lo si può spremere dai privati, ecco, il discorso dei privati. Il discorso dei privati è importante ma, se c’è questa premessa, cioè che lo Stato fa la sua parte e chiede ai privati di fare la loro. In Italia, per la verità, le sponsorizzazioni sono abbastanza antiche ma non hanno dato poi risultati straordinari anche perché lo sponsor, in genere, finanzia opere che gli diano un grande ritorno pubblicitario: ricordiamo i cavalli di San Marco restaurati dalla Olivetti per esempio, più di recente il Colosseo, restaurato, in parte, da Della Valle, con una serie di acquisizioni d’immagine straordinaria, peraltro, con tanti milioni di visitatori.

Ebbene, l’Art Bonus varato da Franceschini è certamente una buona cosa, ma vediamo che i contributi sono spesso di piccole entità, sono privati cittadini, non di aziende che finanziano o l’evento o il totem, il grande monumento. Io credo che, una cosa, invece, più importante sarebbe quella di, oltre che aumentare la spesa pubblica per i beni culturali e ambientali, quindi paesaggistici, anche ripristinare una legge che nell’82 dette degli ottimi risultati a favore dei proprietari di dimore e di giardini storici, che sono migliaia in Italia, che danno lavoro a migliaia di persone. Si pensi ai giardinieri, per esempio. Ebbene, nell’82 la legge Scotti, la 510, previde una detrazione secca del 27% dell’imposta sul reddito, e diede risultati straordinari perché in pochi anni mobilitò 350 miliardi di lire di allora, di investimenti privati, sul patrimonio di dimore storiche e di giardini storici. Questa mi sembra una misura.
Poi bisogna anche distinguere fra sponsor e mecenati. Gli sponsor hanno un ritorno e vogliono un ritorno pubblicitario, commerciale, più o meno vistoso ma lo vogliono e nella logica d’impresa è giusto. I mecenati, pochi, aimè, quasi nessuno italiano, sono… voglio citare due casi: uno è l’informatico, Mr. Packard a Ercolano che, almeno fino a qualche tempo fa, ha investito somme considerevolissime senza chiedere nulla e finanziando i progetti di restauro e di recupero, cominciando non a caso dalle fogne e dalle canalette di scolo delle acque per evitare i guai che sappiamo delle piogge nelle zone archeologiche.
La questione dei servizi aggiuntivi
In effetti i musei italiani erano molto indietro, non c’era neanche, spesso, un custode del guardaroba, se pioveva e uno arrivava con l’impermeabile non sapeva dove metterlo, o una borsa o una valigia. La legge Ronchey, però ha ecceduto, a mio avviso. Bastava creare dei servizi al visitatore.

No, qui le società di servizi museali sono diventate una potenza anche economica, anche perché si è creato un oligopolio. Pensate, questi servizi non vengono appaltati da anni e anni, da decenni quasi, e sono tre i detentori dei servizi, che spesso, tra loro, collaborano: l’Electa Mondadori, quindi Berlusconi, la Lega delle Cooperative, CoopCulture e Civita, che è presieduta da Gianni Letta. Quindi abbiamo un chiaro quadro.

Io credo, però, soprattutto bisogna rivedere assolutamente, tornare a una struttura ante 2004, finanziando di più una struttura che sia coerente, che preveda che, come dice l’articolo 9 della Costituzione “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” “tutela” ricomprenda anche la valorizzazione e, soprattutto, eviti questa spaccatura valorizzazione-tutela, eviti questa spaccatura soprintendenze-poli museali e crei quindi un tutto armonico, come prevede la Costituzione, ma un intervento pubblico articolato che, tra l’altro, non preveda, questo va detto, stipendi da 165 mila-195 mila euro per i direttori, super direttori dei 20, 30 musei, cosiddetti, d’eccellenza e 35 mila euro per quelli che tirano la carretta nei musei minori, per esempio nei musei medi anche, che non sono stati riconosciuti come eccellenza, chissà poi perché.

Leggi e commenta il post su www.beppegrillo.it

Continua a leggere #ProgrammaBeniCulturali – I servizi aggiuntivi (2)

#ProgrammaBeniCulturali – I servizi aggiuntivi

di Salvatore Settis, Accademico dei Lincei

Oggi si parla molto di musei, e l’informazione che circola non sempre è accurata. In particolare molto confusione si fa quando si parla dei cosiddetti servizi aggiuntivi. Cosa sono? Una cosa molto semplice: quelli al pubblico. E allora perché sono aggiuntivi? Oggi includono una gamma molta vasta, come per esempio il bar, il ristorante, ma anche cose più complicate, come fare una mostra, un catalogo del museo. Questo viene considerato a volte un servizio aggiuntivo. Mentre aggiuntivo non è, perché se un museo non fa il catalogo delle collezioni, se un museo non fa delle mostre, che museo è? E allora non dovrebbe essere un servizio aggiuntivo ma essenziale.

Allora come è nata questa confusione tra aggiuntivo e essenziale? Facciamo un passo indietro, un po’ di storia. La storia comincia con il momento in cui i musei sono nati, i musei sono un’istituzione molto recenti, relativamente recente, hanno più o meno 200 anni. Sono nati in Italia, poi si sono diffusi in tutto il mondo, non c’erano prima. Sono nati come un’istituzione d’élite, per persone molto colte. I musei, anche i più grandi, come gli Uffizi avevano pochissimi visitatori fino a 50 anni fa. Poi gradualmente tutto questo è cambiato moltissimo, per delle ragioni che non si possono ricordare qui.

Il pubblico dei musei è cambiato, è arrivato un pubblico molto grande, le masse del pubblico, che oggi rendono difficile entrare in certi musei. In Italia in particolare negli Uffizi o i musei Vaticani, dove ci sono delle sterminate file per poter entrare. Questa fruizione di massa del museo ha creato una serie di problemi in tutto il mondo. A questi problemi è stato posto rimedio in vario modo, da vari Paesi e con varie velocità. Ed è qui che l’Italia è rimasta indietro.

Quando questo movimento di massa è successo in altri Paesi, in particolare negli Stati Uniti, almeno nei musei più grandi. Ma anche in Gran Bretagna, al British Museum, National Gallery di Londra o al Louvre di Parigi, nei grandi musei tedeschi a partire dagli anni ’80, o anche in altri musei d’importanti Paesi del mondo, alcune cose si sono verificate. Cioè questi musei hanno cominciato, in funzione di questo pubblico, ad aprire dei bar, dei ristoranti, delle librerie. Cioè a fare dei servizi in più. L’Italia è rimasta molto indietro.

Ecco perché negli anni ’90 si è cominciato a parlare di questa necessità di rimediare a questa diversa velocità. Al fatto che l’Italia era rimasta indietro. Si è cominciato a dire: ma come mei dal confronto internazionale, se uno va alla National Gallery di Londra può prendere un caffè, mangiare qualcosa, comprare un libro, e se uno va agli Uffizi no? E magari il libro sugli Uffizi lo deve pagare su una bancarella subito fuori. Il caffè lo può prendere subito fuori e non dentro.

E così che è nata la prima legge italiana sui servizi aggiuntivi, che è la legge Ronchei, l’allora ministro dei beni culturali. Un giornalista che è stato ministro per un breve periodo, e nel ’93 fece la prima legge sui servizi aggiuntivi. E allora è stata salutata da molti come una legge positiva, per recuperare il tempo perduto per non lasciare l’Italia indietro si è fatto in modo che in qualche maniera queste cose che non c’erano venissero rapidissimamente fatte, magari con delle concessioni dei privati.

Questa norma è stata poi cambiata ed è stata riversata nelle legge fondamentale sui beni culturali, che è il codice dei beni culturali del 2004. Un codice dei beni culturali che è stato poi modificato due volte nel 2006, nel 2008, una storia che conosco bene perché queste due modifiche sono state fatte da commissioni che erano presiedute da me. Sia con un governo di centrodestra sia con uno di centrosinistra. Quindi ho potuto seguire da vicino queste norme.

Che cosa succede nel codice dei beni culturali? Quando è stato fatto ha dovuto misurarsi con una distinzione che era stata introdotto nelle leggi ma anche nella costituzione, nella modifica del titolo V nel 2001, distinzione tra tutela e valorizzazione. La tutela del paesaggio e del patrimonio artistico della nazione è scritta nell’articolo 9 della costituzione e questo dal principio. Dal 2001 in poi nella costituzione c’è scritta anche la valorizzazione come qualcosa di distinto dalla tutela, e di assegnato tendenzialmente alle regioni.

Distinzione sbagliata, perché la tutela e la valorizzazione non possono se non essere due aspetti di un processo unico, lo sono in tutti i Paesi del mondo. Non si capisce perché non debbano esserlo da noi. Però questa distinzione, per delle ragioni politiche di spartizione dei poteri tra Stato e regioni si sono insediate nella costituzione. E il codice dei beni culturali non poteva fare a meno di tenerne conto.

Ecco che si è creato all’interno del codice un gruppo dia articoli che riguardano la tutela e un gruppo che riguardano la valorizzazione. In questo gruppo di articoli sulla valorizzazione c’è anche l’articolo 115 del codice dei beni culturali che parla delle attività di valorizzazione dei beni culturali di appartenenza pubblica. E dice che possono essere gestiti in forma diretta, direttamente dall’amministrazione dei beni culturali, o in forma indiretta. Cioè cedute ai privati.
Questa è la norma fondamentale e questo è quello che crea sui servizi aggiuntivi, si applica anche ai servizi aggiuntivi di cui all’articolo 117 e crea la confusione di cui parlavamo al principio. Perché uno dice: si può fare in forma diretta o indiretta, ma come si fa a scegliere? Se lo devono fare gli Uffizi oppure devono incaricare una ditta privata. E questo vale per tutti i musei d’Italia.

In realtà il codice da un criterio, la scelta dev’essere fatta da ciascuno degli istituti sulla base di criteri di maggiore efficienza economica. Cioè gestito dall’amministrazione se conviene, gestito dai privati se conviene al pubblico. La realtà è molto diversa, i privati operano solo quando hanno un introito, o conviene a loro. Ma se conviene a loro, come mai non lo fa la pubblica amministrazione a cui potrebbe convenire avere gli stessi introiti? Di fatto quello che sta succedendo è che i privati operano non come aggiuntivi, ma come sostitutivi di uno Stato che nel frattempo è in ritirata.
E guardiamo per capirlo meglio cosa sono questi servizi aggiuntivi. L’articolo 117 li elenca. Ci sono vari punti che sono accettabili: caffetteria è accettabile. Non si capisce perché un direttore di un museo dovrebbe gestire un caffè o un ristorante. Però la lettera G, che parla di organizzazione delle mostre, questo è inaccettabile, perché fare mostre è il core business di un museo. Non si può accettare che un museo appalti le mostre a dei privati Il Louvre non ci penserebbe mai. Non si capisce perché lo debbano fare i nostri musei.

Per analizzare il codice, il ministro Brai, brevemente con il governo Letta, aveva nominato una commissione presieduta da me, che doveva mettere mano al codice. E una delle proposte di questa commissione era cancellare le mostre da questa lista. Ma che cos’è dunque il core business di un museo? Tanto per cominciare ricerca, le mostre, occupare la didattica, occuparsi di organizzare la fruizione più in generale. La piattaforma comune a tutela della valorizzazione e fruizione dev’essere sempre la conoscenza.

Invece, tutto questo con la divisione tra pubblico e privato rischia di essere sempre più debole. gli effetti pratici quali sono stati? La privatizzazione dei servizi aggiuntivi è servita ai governi come un alibi, una foglia di fico per ridurre l’efficienza della pubblica amministrazione, tanto arrivano i privati. Per giustificare il blocco delle assunzioni, non c’è bisogno di assumere dei giovani bravi, tanto arrivano i privati. I 500 assunti recentemente o in via di assunzione da parte di Franceschini sono meno di un decimo del fabbisogno. Quindi Franceschini ha fatto benissimo, però dobbiamo essere consapevoli che sono pochi. Mentre nel solo arco di tempo del concorso ne sono andati in pensione più di 1000. Quindi è una toppa su un cappotto pieno di buchi. È servito a legittimare forme di precariato sotto retribuito, e anche forme di volontariato addirittura non retribuito. Ci sono migliaia di giovani molto bravi laureati in beni culturali e archeologia che non trovano lavoro. È servito a rimandare sine die una definizione delle professionalità dei beni culturali che fino ad oggi manca. È servita questa privatizzazione dei servizi aggiuntivi ad accreditare una visione riduttiva della tutela con una funzione veramente passiva. Come se chi fa tutela fosse una specie di carabiniere che sta accanto al monumento e sorveglia che non arrivi qualcuno a metterci una bomba sotto.

La tutela non è questo, vuol dire conoscenza, non in funzione della storia dell’arte, dell’archeologia o della professionalità o dell’insegnamento, ma in funzione del pubblico. In funzione del cittadino, perché l’articolo 9 della costituzione quando prescrive la tutela, la prescrive in funzione di una fruizione da parte del cittadino che è uno strumento essenziale di democrazia, attraverso la conoscenza del proprio patrimonio il cittadino italiano o straniero a cui capita di essere in Italia temporaneamente o a lungo, prende coscienza di se stesso. Questo è uno strumento essenziale della democrazia.

Che cosa ci vuole dunque? Ci vuole una conoscenza dinamica e attiva mirata alla fruizione, che parte dalla tutela e attraverso la valorizzazione mira alla fruizione, per una nuova politica sarebbero necessarie due mosse simultanee: la prima è la gestione dei servizi aggiuntivi, che aggiuntivi non sono, cioè mostre e servizi di didattica, cataloghi ecc…, non da parte dei privati ma della pubblica amministrazione. E simultaneamente un’accurata politica, dalla quale siamo molto lontani purtroppo, di formazione del personale specializzato. Di definizione delle professionalità e insieme le necessarie e massicce assunzioni. Abbiamo bisogno di alcune migliaia di nuove assunzioni nel campo dell’archeologia e dei beni culturali, assunzioni che devono essere fatte in base alla competenza, in base al merito, in base all’esperienza. Se queste due cose si facessero, e dovrebbero essere fatte in serie, allora veramente potremmo dire in un futuro che spero non lontano, che l’articolo 9 della costituzione sarà stato attuato.

Leggi e commenta il post su www.beppegrillo.it

Continua a leggere #ProgrammaBeniCulturali – I servizi aggiuntivi

#ProgrammaBeniCulturali – La riforma Franceschini e l’anacronistico ritorno al centralismo ministeriale

di Edoardo Villata – Storico dell’arte

Credo che una struttura complessa com’è, in questo caso, un Ministero, dipenda direttamente dall’obbiettivo che si prefigge. In questo caso, quindi, dobbiamo chiederci, a proposito del patrimonio storico italiano, qual è la sua funzione. Deve o no, produrre un profitto? E, se sì, che tipo di profitto deve produrre? Un profitto economico, quindi, commisurabile in termini quantitativi, oppure un profitto di altro genere? Se riteniamo che il profitto debba essere economico e che quindi, agli investimenti che, in questo patrimonio, vengono fatti, debba corrispondere un ritorno economico, allora è evidente che la distinzione tra tutela e valorizzazione sia logica, sia sensata, addirittura sia inevitabile però, si corre, secondo me, un rischio che, probabilmente, non era nelle intenzioni di nessuno ma che, quando si fanno scelte molto radicali, molto profonde, diventano quasi inevitabili, le cose tendono poi a seguire la loro logica, non la nostra e ad andare verso esiti che magari non ci immaginiamo nemmeno quando ragioniamo sulle cose.

Credo che dobbiamo fortemente e profondamente interrogarci su questo perché, in fondo, il nostro patrimonio storico, io preferisco non parlare di beni culturali perché il bene è già un qualcosa che, di per sé, è misurabile, quantificabile, un patrimonio è una cosa si che riceve in eredità esattamente come noi abbiamo ricevuto in eredità tutta questa somma di oggetti, di luoghi e di idee.

È qualcosa di molto più simile al patrimonio genetico che al patrimonio, diciamo, che possiamo avere in banca.

In questo senso, se si ritiene concreta questa seconda idea, lo scopo, il fine principale del Ministero dei beni culturali, si chiama così, deve essere, prima di tutto, la tutela e la conoscenza. Il che non significa, né che tutto questo non abbia un costo, anzi, le risorse richieste sono enormi, evidentemente, il costo ce l’ha, ha anche un ritorno, in termini, dicevo, non quantificabili ma anche concreti perché una crescita civile e culturale della cittadinanza non può che avere, poi, anche dei benefici di tipo economico, magari, sui tempi lunghi, non per forza dopodomani, ma alla lunga ci sono. E allora, se la tutela diventa l’elemento principale, penso che si debbano studiare i sistemi che meglio favoriscono, appunto, questa tutela.

E, tutto sommato, forse anche per ragioni generazionali, non lo so, però, da studioso che non è mai stato in una soprintendenza, non ha mai lavorato in una soprintendenza, quindi non ho, diciamo, interessi di bottega, in questo senso, ma da studioso che con le soprintendenze ha sempre avuto a che fare, evidentemente, ritengo che il vecchio sistema, diciamo, quello sostituito dal decreto del gennaio 2016, con la divisione per competenze delle varie soprintendenze, quindi archeologica, artistica, architettonica e paesaggio, archivistica, rappresenti, alla fine, il sistema, nonostante tutto, più idoneo e più efficace, per gestire questo grande patrimonio, nell’ottica che si è detto.
Il discorso si allarga anche sui musei e questo lo dico, forse, a livello sentimentale, resto anche legato all’idea del museo parte del territorio e quindi, di nuovo, gestito direttamente dagli organi di tutela, e questo è quanto, sostanzialmente, credo dovemmo fare.

Naturalmente, la cosa di cui un ministero così ripensato, quindi che ha le soprintendenze non come un elemento che ci dev’essere, ma come proprio la ragion d’essere, il fulcro, il perno intorno a cui, poi, le politiche della tutela si sviluppano, abbia evidentemente bisogno anche poi di innesto di forze fresche, di personale tecnico scientifico, che c’è, che non manca, anzi, e di cui oggi le soprintendenze, basta parlare con chiunque lavori nel settore, sentono decisamente il bisogno.

Di per sé, la valorizzazione non è un male, a condizione che sia sempre, e sottolineo sempre, sottoposta alle esigenze della tutela, non solo in teoria, ma anche senza eccezioni, in pratica. Quindi anche le attività, collaterali, che si fanno in un museo vanno bene nella misura in cui non comportano alcun rischio per l’incolumità delle opere presenti.

Leggi e commenta il post su www.beppegrillo.it

Continua a leggere #ProgrammaBeniCulturali – La riforma Franceschini e l’anacronistico ritorno al centralismo ministeriale