Primo impresentabile arrestato #MusumeciMente

di Giancarlo Cancelleri

Musumeci mente sapendo di mentire. Pur di non ammettere i suoi errori e di prendere in giro i siciliani, è diventato un bugiardo come tutti i vecchi politici dei vecchi partiti. Dopo che hanno arrestato il sindaco di Priolo… Continua a leggere Primo impresentabile arrestato #MusumeciMente

Renzi perde il pelo ma non il vizio #TesorettoFakeNews

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di MoVimento 5 Stelle

Dalla sua campagna elettorale permanente il Presidente del Consiglio ombra le spara ogni giorno più grosse. L’ultima è clamorosa. A chi lo accusava di aver lasciato un buco nei conti pubblici da 3,4 miliardi Renzi ha risposto su Twitter: “Qualcuno dice che abbiamo lasciato un buco da 3 mld di euro: fake news. Abbiamo lasciato un tesoretto da 47 mld di euro: vero”.

Basta leggersi la Legge di bilancio 2017 per rendersi conto che siamo davanti ad un’altra sparata in salsa renziana. Al comma 140 viene creato un Fondo per gli investimenti da 47 miliardi, spalmati però da quest’anno al 2032. Sono 16 anni, cioè in media meno di 3 miliardi di euro l’anno. A parte il fatto che si tratta di una cifra del tutto insufficiente a far ripartire un Paese dove gli investimenti complessivi sono crollati del 29,8% dal 2007 al 2015 (dati Cgia Mestre 2016) il punto centrale è che questi soldi, ad oggi, non esistono! Il Governo Renzi ha semplicemente creato un fondo, ma per attivare gli investimenti veri e propri ci vorranno ogni anno degli appositi decreti e andranno trovati i soldi di volta in volta. Se ad esempio da Bruxelles ci diranno che dobbiamo correggere ancora i conti, gli investimenti non si faranno. Che tesoretto è?

Leggiamo al comma 140, infatti, che

“L’utilizzo del fondo di cui al primo periodo è disposto con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con i Ministri interessati, in relazione ai programmi presentati dalle amministrazioni centrali dello Stato”.

Peccato che il tempo della vacche grasse sia finito. Appena si è insediato, Gentiloni ha dovuto promettere a Bruxelles che avrebbe coperto il buco lasciato da Renzi con una manovra correttiva da 3,4 miliardi, presentata in questi giorni. Come si può pensare, quindi, che salteranno fuori i soldi per gli investimenti pubblici in un bilancio dello Stato stretto tra la follia liberista dei Trattati Europei e i bonus a pioggia erogati da Renzi negli ultimi 3 anni?

La verità sta scritta nel Def approvato pochi giorni fa: il rapporto deficit/Pil dovrà scendere dal 2,1% di quest’anno all’1,2% del 2018, e nel 2019 scenderà addirittura allo 0,2%, cioè di fatto raggiungeremo il pareggio di bilancio.

Tradotto: austerità, austerità e ancora austerità. La prossima Legge di Bilancio regalerà agli italiani un nuovo aumento della più odiosa delle imposte, l’Iva, e altri tagli al fondo sanitario nazionale. Il fondo per gli investimenti da 47 miliardi di euro, nel frattempo, si perderà nel mare di menzogne renziane…

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#RenziPeggioDiMonti: 712 miliardi di euro di tasse nel 2015

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di MoVimento 5 Stelle

Renzi ha continuato la politica di austerità di Monti ed è riuscito a farci pagare 12 miliardi di tasse in più rispetto a lui. Ha aumentato le tasse, non le ha ridotte come va cianciando. Il suo è un governo tecnico che fa e ha sempre fatto quello che gli impone l’Europa.

di Andrea Del Monaco, Esperto Fondi Europei

Nel 2015, rispetto al 2014, abbiamo pagato più tasse e imposte per 9,26 miliardi. Lo dice l’Istat: il prelievo fiscale, ovvero la somma di tasse e imposte, è aumentato dal 2014 al 2015, da 702,84 a 712,1 miliardi; “è la somma che fa il totale” diceva Totò.

Dovrebbe ricordarlo anche il presidente del Consiglio Matteo Renzi quando ripete di aver abbassato le tasse e aggiunge: “l’ultimo governo tecnocratico che mi ricordo ha alzato le tasse e portato a -2,3% il Pil, era il governo di Mario Monti”. Renzi dà un dato quasi esatto quando si riferisce al PIl del Governo Monti: nel 2012 crollò addirittura del 2,8%.

Al contrario Renzi dà un dato inesatto quando ripete di aver abbassato le tasse. Per fortuna in Italia esiste ancora l’Istat. Il 23 settembre 2016 l’Istat ha pubblicato il Report sui Conti Economici Nazionali.

Osserviamo tre dati: il Pil, la pressione fiscale e il prelievo fiscale. Il prelievo fiscale è l’ammontare in termini assoluti degli oneri dovuti e versati dai contribuenti allo Stato a titolo di imposta, tassa o contributo speciale. Concretamente il prelievo fiscale rappresenta quanto gli italiani hanno pagato allo stato in termini assoluti.

La pressione fiscale è il rapporto tra l’ammontare delle imposte (dirette, indirette e in conto capitale) e dei contributi sociali (effettivi e figurativi) e il Pil. Osserviamo cosa è successo negli ultimi cinque anni dal 2011 al 2015 ricordando una cosa. I dati di un anno sono la conseguenza del ciclo economico dell’anno stesso e della manovra effettuata dal governo nell’anno precedente. Così i dati del 2011 sono la conseguenza del ciclo economico del 2011 e della manovra del governo Berlusconi dell’anno 2010.

I dati del 2015 sono la conseguenza del ciclo economico dell’anno 2015 e della manovra del governo Renzi nel 2014. Vediamo dopo la manovra di Berlusconi nel 2010 cosa è successo nel 2011: il Pil è aumentato dello 0,6%, la pressione fiscale è al 41,6%, abbiamo pagato complessivamente 681,2 miliardi tra tasse, imposte e contributi speciali.

Vediamo, dopo la manovra del governo Monti nel 2011, cosa è successo nel 2012: il Pil è crollato del 2,8% (ancor di più di quanto ricorda Renzi), la pressione fiscale è salita di due punti percentuali al 43,6%, e addirittura abbiamo versato allo Stato 703,86 miliardi: il prelievo è aumentato di 22 miliardi (ricordate la stangata dell’Imu?).

Vediamo, dopo la manovra del governo Monti nel 2012, cosa è successo nel 2013: il Pil è crollato ancora del 1,7 %, la pressione fiscale è rimasta stabile al 43,6%, il prelievo fiscale è sceso di 3 miliardi a 700 miliardi.

Ma vediamo dopo la manovra del governo di Enrico Letta nel 2013 cosa succede nel 2014: il PIl cresce di uno 0,1 %, la pressione fiscale scende dello 0,2% al 43,4%, e il prelievo fiscale sale a 702,84 miliardi.

Ora attenzione, vediamo dopo la manovra del governo Renzi nel 2014, cosa succede nel 2015: il Pil aumenta dello 0,7%, la pressione fiscale rimane al 43,4%, e, il prelievo fiscale balza di 9 miliardi arrivando a 712,1 miliardi.

Quindi si possono dedurre interessanti conclusioni guardando i numeri:

Ha ragione Renzi quando ricorda che il Pil è crollato nel 2012 sotto il governo di Mario Monti: meno 2,8%.
La pressione fiscale del governo Renzi è uguale a quella del governo Letta che avrebbe dovuto stare sereno: sempre 43,4%.
Il presidente Renzi ha torto quando dice di aver abbassato le tasse; in termini assoluti, nel 2015 rispetto al 2014, abbiamo pagato allo stato 9 miliardi di tributi in più: tale dato è particolarmente significativo in un momento in cui il Pil cresce degli zero virgola.
Contrariamente a quanto la narrazione renziana dice, con Monti nel 2013 il prelievo fiscale è stato di 700 miliardi, con Renzi nel 2015 di 712 miliardi: quindi da Monti a Renzi 12 miliardi di tasse e imposte in più. Non è finita qui: il prelievo fiscale sale dai 681 miliardi di Berlusconi nel 2011 ai 712 miliardi di Renzi nel 2015: 31 miliardi di tasse e imposte in più. Ma perché accade questo?
Perché con la sottoscrizione del Fiscal Compact, del Six Pack e Two Pack nel 2011-2012, il bilancio dell’Italia ha il pilota automatico di Bruxelles: siamo costretti al consolidamento fiscale. Indipendentemente da chi è Premier.

E quindi Renzi è costretto a fare politiche uguali alle politiche dell’alfiere dell’austerità Monti.

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Il MoVimento 5 Stelle rinuncia ai privilegi #RenziSciacquatiLaBocca

di MoVimento 5 Stelle

A Pescara Renzi ha avuto il coraggio di dire che i senatori del M5S sono uguali a tutti gli altri perché non rinunciano ai privilegi e che Di Maio è un assenteista. È un piccolo uomo senza vergogna. In spagnolo si dice ‘descarado’, e rende ancor meglio l’idea: uno sfacciato, senza pudore.

I senatori del M5S, come anche i deputati, percepiscono la metà delle loro indennità mensili, dall’inizio della legislatura, finanziando con l’eccedenza il fondo per il microcredito alle imprese. 19,1 milioni finora accumulati, che hanno garantito finanziamenti a più di 3000 imprese, e un lavoro a quasi 8000 cittadini.

Non solo. I senatori M5S con cariche di prestigio
rinunciano alle indennità aggiuntive e a qualsiasi privilegio previsto. La senatrice Laura Bottici, questore del Senato, non percepisce un euro in più e non utilizza le auto blu. Lo stesso vale per i nostri vicepresidenti delle varie commissioni parlamentari, che rinunciano a tutti i benefit.

Come se non bastasse i 3.500 euro di diaria vengono rendicontati euro per euro dai nostri senatori sul sito www.tirendiconto.it. I soldi non spesi per vitto, alloggio e collaboratori vengono restituiti e i nostri senatori si sono anche impegnati per iscritto a rinunciare all’assegno di fine mandato che spetta ai parlamentari.

Luigi Di Maio, poi, rinuncia ai corposi benefici che spetterebbero al vicepresidente della Camera: niente indennità aggiuntiva, niente auto blu, niente voli di Stato, a differenza del Bomba, che mentre taglia i servizi pubblici nella manovra di bilancio acquista in leasing un aereo presidenziale da 175 milioni di euro.

Anche la questione dell’assenteismo di Di Maio è una bufala pazzesca. Di Maio è spesso impegnato in missioni istituzionali che lo tengono lontano dal parlamento, ma che deve svolgere proprio in quanto vicepresidente della Camera. Se si considerano anche le missioni le presenze di Di Maio sono altissime, vicine al 90%, e la sua produttività parlamentare è ampiamente sopra la media.

Il M5S ha rinunciato anche ai 42,7 milioni di euro di rimborsi elettorali che gli spettavano dopo il trionfo elettorale del 2013. Usiamo solo i soldi strettamente necessari al funzionamento della democrazia. Tutto il resto viene rifiutato o reinvestito nell’economia reale, cioè alle piccole e medie imprese.

Vogliamo parlare del Pd e di Renzi
? Il Pd negli ultimi 7 anni ha incassato 500 milioni di euro! Di questi, 436 milioni sono “rimborsi” elettorali (45 solo per le politiche 2013), ma del rimborso hanno solo il nome, dato che non corrispondo affatto alle spese sostenute durante le campagne elettorali. 60 milioni invece derivano dai “contributi” di fatto obbligatori che ogni parlamentare del Pd deve versare al partito. Gli stessi parlamentari Pd, comunque, se la passano alla grande, dato che si intascano tutti i privilegi possibili. Lo stesso, infine, vale per Renzi: il Bomba si vanta di guadagnare quanto un parlamentare, ma chi le paga le spese di Palazzo Chigi, dove abita con tutti gli agi? E chi paga il suo aereo da megalomane? I cittadini italiani.

Renzi si vergogni, e si sciacqui la bocca quando parla del M5S, l’unica forza politica che davanti ai sacrifici dei cittadini italiani ha deciso di dare l’esempio.

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Lo Stato non paga i debiti, e un’impresa su 5 fallisce

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di Francesco Specchia*

Ogni promessa è debito (pubblico). Il sospetto è che il santuario del Monte Senario, il lavacro penitenziale a cui Bruno Vespa – nel lontano 19 marzo 2014 – spinse un Matteo Renzi in vena di promesse, tra un po’ comincerà ad affollarsi. Solita storia, ma con un’ altra drammaturgia.

«Se non abbiamo sbloccato tutti i debiti
della pubblica amministrazione per il 21 settembre, vado a piedi in pellegrinaggio da Firenze a Monte Senario», promise il premier quando i debiti dello Stato in capo alle imprese italiane erano 60 miliardi di euro. Questi debiti sarebbero spariti in pochi mesi, e l’ Italia avrebbe finalmente pagato «a 40 giorni, come in Francia e Germania», invece che 120 (quando pagava).

Bene. Ora, da un report del Centro Studi Confimprenditor
i, quasi una piccola-media impresa su cinque (18,87%) vanta crediti ancora con la Pubblica Amministrazione. Mancano all’ appello ancora 18 miliardi di euro «per liquidare interamente la somma che l’ apparato pubblico deve alle imprese private». Non solo. Quasi un quinto dei fallimenti delle imprese italiane deriva dai debiti non pagati dallo Stato italiano. A ciò si somma lo stato di poderosa inefficienza della giustizia italiana che continua a pesare fortemente sul numero dei fallimenti.

Quindi, una su cinque tra le imprese creditrici dello Stato – poco meno di tremila – fallisce proprio perché è finita nella palude stigia dei crediti non riscossi, appunto, dall’ Idra mitologica della P.A. E, naturalmente, pure i tempi di pagamento slittano tra i 120 e i 90 giorni: un ritardo medio di 37,5 giorni contro i 27 della media europea. E dire che ce lo chiedeva l’ Europa, di non avere il braccino corto. I suddetti dati di Confimprenditori sono pressoché sconosciuti ai più, o, nel migliore dei casi, ignorati. Sia perché per controllare l’ andazzo degli interessi e le vie imperscutabili del denaro pubblico occorrono dei modelli econometrici costosetti.

Sia perché gli stessi dati del ministero dell’ Economia sono cristallizzati all’ 11 agosto del 2015 e non sono più stati aggiornati. Guarda caso. Secondo le vecchie stime, dei circa 60 miliardi di debiti risulterebbero essere stati stanziati circa 56,3 miliardi, erogati agli enti debitori 44 e pagati circa 38,6.

Ne mancano all’ appello un terzo.
Non si capisce dove siano finiti. Fino all’ 11 agosto 2015, lo Stato aveva pagato 5,7 dei 7 miliardi che aveva di debito. Le Regioni ne hanno pagati 23 su 33. Gli altri enti locali 9 su 16. Il che significa che gli enti – soprattutto Regioni – non hanno utilizzato i soldi messi a disposizione per pagare i creditori, ma per fare nuove spese o coprire il pregresso disavanzo di amministrazione. La qual cosa, in un periodo di spending feroce, è quantomeno inelegante.

Sempre secondo Confimprenditori che ha rielaborato i numeri Ocse, rispetto a sei anni fa, poi, i fallimenti in Italia sono cresciuti del 55,42%, passando dai 9.384 del 2009 ai 14.585 del 2015. «Il costante aumento del numero di aziende italiane fallite non ha eguali se confrontato con gli altri Paesi monitorati», si legge. Solo la Francia è come noi, Spagna, Germania e Olanda, per dire vedono calare i fallimenti dal 4% al 30%. E noi qui, a parlare di Italicum e Senati dimezzati…

*per “Libero Quotidiano”

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