Donald Trump, tra Kennedy e Reagan

di Fulvio Scaglione

“Unità” nel 2001, per il primo discorso inaugurale di George W. Bush. “Libertà” nel 2004, per il suo secondo mandato alla Casa Bianca. “Speranza” nel 2008, per l’irruzione sulla scena del mondo di Barack Obama. “Responsabilità” nel 2012 per la conferma del primo Presidente nero. E adesso, con Donald Trump? Non v’è dubbio, la parola-chiave che il tycoon diventato Presidente ha usato al momento di insediarsi a Washington è stata “protezione”. Protezione dei confini, del lavoro, della quiete pubblica, del benessere della classe media che Trump ha con ogni evidenza scelto come il proprio riferimento politico.
È un nemico esterno, quello da combattere? No, e Trump lo ha detto chiaramente. “Non dobbiamo avere paura. Siamo protetti e saremo sempre protetti. Protetti dai grandi uomini e donne delle forze armate e delle forze dell’ordine e, ciò che più conta, protetti da Dio”. Il nemico è quindi interno. E infatti il nuovo Presidente promette ai “cittadini” protezione soprattutto rispetto al cosiddetto “establishment” che negli anni ha pensato solo, dice lui, “a proteggere se stesso”.

Scatterà a questo punto, è chiaro, il ritornello ben noto: populista! Populista! Che ci può pure stare, a patto però di intendersi bene e di capire di quale populismo si tratti. Il discorso pronunciato da Trump è stato costruito con grande abilità e in esso si ritrovano echi nemmeno troppo flebili di quelli di John Fitzgerald Kennedy nel 1961, pure impregnato dello spirito della Guerra Fredda, e, più ancora, del primo di Ronald Reagan, quello del 1981, in cui l’attore diventato Presidente parlava (in modo inedito per l’occasione) di inflazione, tasse, disoccupazione, industria, proprio come Trump ha parlato di lavori pubblici, tasse, delocalizzazione.

Ma il vero populista è emerso quando Trump con astuzia ha sollecitato il ricordo di un discorso passato alla storia e a tutti gli americani ben noto, un momento ritenuto decisivo nella costruzione del grande Paese. “Ciò che davvero conta non è quale partito controlla il Governo, ma se il Governo è controllato dal popolo”. È la parafrasi delle parole usate da Abramo Lincoln nel famoso Discorso di Gettysburg, tenuto il 19 novembre 1863, in piena Guerra di Secessione, nel luogo dove solo quattro mesi prima si era combattuta una battaglia costata la vita a 60 mila soldati del Nord e del Sud. In quell’occasione Lincoln esortò tutti gli americani, dell’una e dell’altra parte, a difendere “il governo del popolo, dal popolo, per il popolo”. E gli storici dicono che quella frase gli fu ispirata dai discorsi di Daniel Webster, senatore del Massachussets, che del Governo federale diceva: “La gente lo ha fatto nascere… al fine di imporre restrizioni molto salutari alla sovranità dello Stato”.

Siamo molto lontani dal Barack Obama che nel 2008 diceva: “Non dobbiamo chiederci se il Governo sia troppo piccolo o troppo grosso ma se funzioni”. E altrettanto lontani dai neo-con convinti che gli spiriti animali della competizione bastassero a regolare la vita sociale.

Il populismo di Trump è il populismo delle praterie
, quello di chi crede che un Governo debba proteggere la gente (in primo luogo dagli indiani dell’establishment) e poi tirarsi in disparte. È quello che Trump ha promesso in campagna elettorale e ribadito in questo primo discorso presidenziale, dove la parola “protezione” ha assunto tanto peso. Ha funzionato, tanto da farlo diventare Presidente. Ora tocca a lui trasformarlo in politica.

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