L’amaro calice del taglio dei vitalizi

di Luigi Di Maio

Non sono passati nemmeno due mesi dall’approvazione alla Camera della legge che abolisce i vitalizi, quel giorno ce lo ricordiamo bene perché per la prima volta un ramo del Parlamento approvò, nero su bianco, la cancellazione del vitalizio. Gioimmo e la soddisfazione fu enorme, perché sapevamo che il merito di quella prima vittoria era tutta del MoVimento 5 Stelle, che aveva portato il tema nel dibattito pubblico fino ad imporlo nell’agenda politica.

Ma quello era solo il primo passo per arrivare all’approvazione definitiva della legge, sapevamo che lo scoglio più grande sarebbe stato in Senato. E infatti ieri, alla prima occasione utile, i partiti hanno ricominciato con i loro trucchetti per rallentare l’esame della legge Richetti e per affossarla definitivamente nelle sabbie mobili di Palazzo Madama. Ieri, alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva, il MoVimento 5 Stelle ha proposto una cosa molto semplice: inseriamo la legge nel calendario dell’Aula del Senato delle prossime settimane, così da avere tempi certi ed evitare che la legge si impantani in Commissione. Il PD, insieme a Forza Italia e Lega, ha detto no. Ora la legge corre il rischio di rimanere impantanata in Commissione e di finire su un binario morto fino alla fine della legislatura. E’ un film già visto con la nostra proposta sul reddito di cittadinanza: sono oltre due anni che la maggioranza la tiene chiusa in un cassetto in Commissione al Senato!

Non ci voleva la sfera di cristallo per sapere che sarebbe andata così. Il PD ha dimostrato che il suo voto favorevole alla Camera era solo un bluff, che la legge Richetti era un’amara pillola che sono stati costretti ad ingoiare solo perché avevano il nostro fiato sul collo, ma questa battaglia non è nel loro Dna, non gli appartiene. E intanto, messi in sicurezza i vitalizi con il voto di ieri, ora tutti i partiti si preparano allegramente a maturare tra due giorni anche la pensione privilegiata che scatterà grazie a soli 4 anni e sei mesi di permanenza in Parlamento.

Si godano pure questi momenti finché possono, perché la musica è destinata a cambiare. Quando andremo al governo gli faremo trangugiare l’amaro calice dell’abolizione dei vitalizi, che oggi tanto si affannano a scansare. E insieme a quello, dovranno mandare giù anche il dimezzamento degli stipendi e la fine di ogni altro insopportabile privilegio. E prima che in Parlamento lo faremo in Sicilia con Giancarlo Cancelleri! Così capiranno che non scherziamo. Restituiremo un po’ di giustizia e di equità a questo Paese.

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La fine del mercato della vacche in Parlamento

di Danilo Toninelli

Quella attualmente in corso sarà ricordata come la legislatura del record di voltagabbana. Dal marzo 2013 sono stati 189 i deputati che hanno cambiato in corsa gruppo parlamentare e 133 i senatori. Se si contano tutti i passaggi si arriva al numero monstre di 500 cambi di casacca: come nella borsa, a seconda delle quotazioni, gli onorevoli decidono di investire su un gruppo invece che su un altro.

A proposito dei gruppi. All’indomani delle elezioni politiche alla Camera i gruppi parlamentari erano 6. Dopo quattro anni sono diventati 11, due dei quali autorizzati pur senza avere il numero minimo richiesto per la loro costituzione. A questi si aggiunge il gruppo “misto”, un gruppo che a sua volta raccoglie al suo interno le “componenti” che sono di fatto dei “mini-gruppi”, dove si trova di tutto: all’inizio della legislatura le componenti del gruppo misto erano solo tre mentre oggi sono sette. Istituire un nuovo gruppo ha una convenienza: soldi, personale e altri privilegi.
Questo non è un Parlamento, ma un mercato delle vacche. Il MoVimento 5 Stelle presenterà in Giunta per il Regolamento alla Camera poche semplici modifiche per arginare questo vergognoso fenomeno che dimostra l’assoluto sprezzo degli onorevoli della volontà che i cittadini esprimono con il loro voto.

Si parte dall’inizio: ad ogni lista di candidati che si presenta alle elezioni corrisponde un gruppo parlamentare. I deputati saranno iscritti d’ufficio al gruppo corrispondente alla lista votata dai cittadini in cui sono stati eletti.
Se successivamente si vorranno formare nuovi gruppi, non sarà più possibile costituire gruppi parlamentari sotto la soglia numerica minima richiesta. Anche questo passaggio è un atto di rispetto del voto dei cittadini. In più, ed è la novità più importante, chi cambia casacca non andrà ad ingrassare le casse del nuovo gruppo a cui ha aderito o che insieme ad altri voltagabbana ha creato. Basta soldi e basta dotazioni. Ci sarà una riduzione proporzionale per il gruppo da cui si esce, ma nessuna aggiunta di risorse a quello nuovo in cui si entra.

Così si porrà fine al mercato dei parlamentari à la carte e si permette alla Camera di risparmiare un sacco soldi che fino ad oggi i voltagabbana portano con sé.
Queste poche righe di riforma di un Regolamento possono avere una portata rivoluzionaria.
Se riusciremo a farla approvare alla Camera, contiamo che anche il Regolamento del Senato verrà adeguato di conseguenza.
Ora stiamo a vedere quali saranno le reazioni dei vecchi partiti a questa nostra proposta.

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Voto per i sedicenni alla Camera e al Senato #voto16

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immagine: giovane elettrice al referendum sull’indipenza della Scozia cui hanno partecipato anche sedicenni e diciassettenni

di Beppe Grillo

L’Italia è l’unico Paese al mondo in cui i cittadini devono attendere i 25 anni d’età per godere i pieni diritti politici. Nel mondo si vota quasi ovunque dai 18 anni, con 27 eccezioni tra i 16 e i 21 anni. Solo in Italia per eleggere una delle due Camere bisogna aver compiuto 25 anni, causando distorsioni vistose nella composizione di Camera e Senato che sono tra le cause dell’ingovernabilità.

Ci sono più di 4 milioni di cittadini di età tra i 18 e i 24 anni (l’8% della popolazione) il cui voto vale mezzo. Ci sono poi oltre 1 milione di cittadini di età tra i 16 e 17 anni (2,2% della popolazione) che non hanno neppure diritto al voto. In totale tra i 5 e i 6 milioni di cittadini non hanno diritto di dire la loro sul futuro del Paese o hanno una rappresentanza monca. E’ un anacronismo insopportabile che tiene il nostro Paese bloccato. Questi 5 milioni di italiani hanno diritto quanto, se non di più, gli altri cittadini di decidere sul loro futuro, perchè il loro futuro è il futuro del Paese. Oggi appartengono agli esclusi, quelli la cui opinione conta poco o nulla.

Non è un caso che il tasso di disoccupazione nella fascia tra i 15 e i 24 anni sia abnorme, a marzo era al al 34,1%, più del triplo della disoccupazione nel suo complesso e senza considerare gli inattivi. In totale gli occupati under 25 sono 1.013.000 su un totale di più di 5.000.000. Per migliorare la loro condizione è necessario ascoltarli e dare loro la possibilità di incidere. Dobbiamo accogliere le loro idee su come migliorare l’ingresso nel mondo del lavoro e su come migliorare l’educazione superiore.

Dobbiamo consentire ai giovani di diventare il motore dell’innovazione dell’Italia. Non con i discorsi, ma con i fatti. Il primo passo è garantire loro pieni diritti politici a partire dai 16 anni. Il MoVimento 5 Stelle si batterà per questo.

Scarica l’infografica con i dati sul diritto di voto in tutti gli stati del mondo

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Si scrive milleproroghe, si legge millemarchette ai partiti

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di MoVimento 5 Stelle Camera

Più che il milleproroghe potremmo chiamarlo il millemarchette. Infatti, nelle pieghe del dl che è arrivato all’esame della Camera, sono state inserite molte nefandezze, sempre a spese degli italiani e a vantaggio dei privilegi dei partiti politici. Una di queste riguarda la proroga della Cig per i dipendenti dei partiti in crisi, o già morti e sepolti da tempo, e la sanatoria sui loro bilanci.

La casta, infatti, si è inventata un altro giochetto ai danni dei contribuenti per cui partiti come i Ds, che non esiste più da tempo, il Pdl, il Pd e la Lega, potranno tenere in cassa integrazione straordinaria i dipendenti in esubero, ancora per un anno. Si tratta di un’agevolazione del tutto in deroga, un vero furto per le casse dello Stato che ci può costare fino a 11,5 milioni di euro, in quanto è un’applicazione del tutto illegittima dello strumento della cassa integrazione straordinaria e degli altri strumenti di sostegno al reddito previsti per le aziende, rispetto alla normativa vigente per le stesse. Inoltre, sempre i partiti, si sono dati sei mesi di tempo in più per presentare gli atti che certificano la regolarità dei bilanci, in modo da evitare maximulte, in questo caso parliamo di una sanzione amministrativa da 200mila euro.

La cosa più grave ed inquietante è che, questi rendiconti finanziari, che avrebbero dovuto essere presentati dai rappresentanti legali o dai tesorieri entro il 15 giugno del corrente anni e che, invece, potranno essere consegnati alla commissione per la trasparenza ed il controllo dei rendiconti dei partiti entro il 31 dicembre 2017, riguardano i bilanci degli anni 2013, 2014 e 2015. È chiaro che, prorogandosi i termini per la presentazione dei bilanci, i partiti evitano di incorrere nelle sanzioni per non aver rispettato quelle poche regole che avrebbero dovuto rispettare. In poche parole, ancora una volta, se la cantano e se la suonano alla faccia degli onesti cittadini, che si vedono arrivare una cartella di equitalia se si dimenticano anche solo di pagare una multa. Insomma, un vero e proprio schiaffo ai molti italiani che, con difficoltà, riescono a mettere insieme il pranzo con la cena.

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