Glifosato, la Commissione Europea dice no ad un milione di cittadini

di Dario Tamburrano, EFDD – M5S Europa

Quindici pagine di verboso nulla per dire “no”. È arrivata la risposta che la Commissione Europea ha dato all’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei) con la quale oltre un milione di europei ha chiesto di vietar… Continua a leggere Glifosato, la Commissione Europea dice no ad un milione di cittadini

‘Eliminare entro il 2020 tutti i sussidi ai fossili’. Passa nostra linea al Parlamento europeo

di Dario Tamburrano e Piernicola Pedicini, EFDD – M5S Europa

“Eliminare entro il 2020 in tutta l’UE i sussidi diretti ed indiretti a favore dei combustibili fossili”. Le commissioni ITRE (Energia ricerca e industria) ed ENVI (Ambiente) del Parlament… Continua a leggere ‘Eliminare entro il 2020 tutti i sussidi ai fossili’. Passa nostra linea al Parlamento europeo

In California il glifosato avrà l’etichetta ”cancerogeno”, e in Europa quando?

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di Dario Tamburrano, EFDD – MoVimento 5 Stelle Europa

A partire dal 7 luglio il diserbante glifosato della Monsanto è stato etichettato come cancerogeno in California. Lo ha stabilito la OEHHA (Office of Environmental Health Hazard Assessment), l’agenzia incaricata di proteggere ambiente e salute. E’ un elemento che dovrà essere tenuto presente nel dibattito ora in corso a proposito del rinnovo del permesso a vendere il glifosato nell’UE. Noi siamo contrari al rinnovo, dal momento che il glifosato é cancerogeno non solo per la California ma anche e soprattutto per lo IARC, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’Unione Europea, almeno finora, sembra orientata a permettere di usare il glifosato addirittura per i prossimi otto o dieci anni, dal momento che questa sostanza non é stata giudicata cancerogena né dall’EFSA (l’agenzia europea per la sicurezza alimentare) né dall’ECHA, l’agenzia europea per la chimica.

Le due agenzie hanno basato il loro giudizio su studi mai resi pubblici e mai soggetti ad esame da parte della comunità scientifica internazionale perché l’UE li considera legati a segreti commerciali. Tuttavia una revisione indipendente dei dati su cui essi sono basati ha concluso che anche questi dati contengono prove di cancerogenicità; inoltre un’inchiesta giornalistica ha trovato le impronte digitali della Monsanto sull’autorizzazione UE ora in vigore all’uso del glifosato, che scade in dicembre. È il corso la campagna tramite la quale i cittadini europei vogliono impedirne il rinnovo.

La California ha reso nota l’intenzione di etichettare il glifosato come cancerogeno nel settembre 2015, prima ancora che lo IARC si pronunciasse nello stesso senso, e ha formalmente adottato la decisione nel marzo 2017. Tuttavia la Monsanto ha fatto causa alla California e la questione dell’etichetta é rimasta in sospeso finché il tribunale ha pronunciato la sentenza e ha dato torto alla Monsanto. Ora quest’ultima annuncia di voler continuare a lottare “in modo aggressivo” contro la decisione della California, dove comunque, dal 7 luglio prossimo, l’avviso di cancerogenicità dovrà figurare sull’etichetta di questo diserbante.

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La nuova etichettatura energetica 5 Stelle approda in Europa!

di Dario Tamburrano

Dopo vent’anni di onorato servizio, le etichette che indicano l’efficienza energetica di prodotti come frigo e lavatrici passano alla versione 2.0 e aggiungono alla loro funzione tradizionale quella di essere una sorta di ponte verso un universo digitale che contiene informazioni impossibili da stipare in un pezzetto di carta. Le etichette relative all’efficienza energetica e l’ecodesign, ossia all’introduzione progressiva di criteri più severi di produzione, consentono un risparmio energetico stimato dalla Commissione europea in 175 Mtep all’anno (si tratta di 175 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) entro il 2020: all’incirca la quantità di energia consumata in un anno dall’Italia. Il regolamento produrrà risparmi aggiuntivi pari a 17 Mtep annui, che rappresentano il consumo (annuale) complessivo dei tre Paesi baltici: Estonia, Lituania e Lettonia.

Questo regolamento porta all’interno delle normative europee alcuni concetti relativi all’efficienza energetica delle apparecchiature elettriche intelligenti e della loro potenziale interazione dinamica con le reti elettriche. Queste nozioni le andavo apprendendo dieci anni fa quando esercitavo la professione odontoiatrica e per pura passione divulgativa traducevo in italiano saggi di sostenibilità ambientale.

Mai avrei potuto immaginare di trovarmi qui un giorno a rappresentare milioni di cittadini ed avere l’onore di traslare all’interno della legislazione europea quelle che erano all’epoca alcune proposte sperimentali di Lester Brown e di altri. Le “smart appliances” sono le apparecchiature – ad esempio le lavastoviglie e le lavatrici – programmabili dall’utente affinché entrino in funzione nei momenti in cui l’energia elettrica è disponibile in quantità più abbondante e costa meno.

L’impiego diffuso delle “smart appliances” sarà in grado non solo di far risparmiare denaro agli utilizzatori, ma fornirà un contributo non indifferente al bilanciamento di un sistema elettrico alimentato da fonti rinnovabili in misura sempre più crescente. Immaginate un cittadino produttore di energia eolica o fotovoltaica, alcune apparecchiature nella sua casa potranno entrare in funzione e svolgere la loro funzione quando l’autoproduzione sarà più abbondante.

Immaginate il vecchio antiquato scaldabagno elettrico che di sua natura non è particolarmente efficiente in termini puramente termodinamici. Ma se lo scaldabagno scalderà l’acqua quando l’energia elettrica sarà più economica e più abbondante, il calore accumulato sarà una forma di storage energetico a basso costo. Gli apparecchi intelligenti segnano un nuovo traguardo nell’efficienza energetica, non solo di tipo quantitativo, ma anche di tipo qualitativo, non solo di quanta energia si consuma, ma di quando essa viene utilizzata.

Ecco perché sono emozionato, perché dietro questo testo vi è un piccolo pezzo di utopia che si va trasformando in realtà per 500 milioni di cittadini. La dimostrazione che si può credere in un’idea per quanto possa sembrare lontana, e pezzo dopo pezzo, con la costanza e la determinazione, arrivare a realizzarla. Questo regolamento per la prima volta da infatti ai produttori la possibilità di indicare sull’etichetta la capacità di un’apparecchiatura di essere energy smart.

Questa piccola cosa permette al nuovo regolamento sull’etichettatura di essere al passo con i tempi e di entrare a pieno titolo all’interno del nuovo modello energetico dinamico, decentrato e rinnovabile che vogliamo perseguire con l’Unione dell’energia. Un’Unione dell’energia che ha tra gli obiettivi dichiarati anche quello di avere il cittadino al suo centro.

Ebbene, insieme alle nuove etichette nascerà un database in open data cui sarà possibile collegarsi direttamente attraverso un telefonino ed un QR code, un link o simili presente sull’etichetta e potrà fornire agli acquirenti nelle 24 lingue dell’Unione non solo una serie di informazioni impossibili da stipare su un pezzo di carta, ma consentirà anche di sviluppare applicazioni per smartphone che permetteranno a cittadini e imprese di fare confronti immediati fra i diversi modelli e di scegliere quello che offre il miglior risultato tra l’investimento iniziale e il risparmio nel tempo rispetto non ad una media generica ma in rapporto alle abitudini personali di utilizzo.

Ho elencato due cose per le quali mi sono battuto e delle quali sono orgoglioso, molte altre ce ne sarebbero. Ma se devo essere intellettualmente onesto come è mia abitudine, sento anche il dovere di condividere con voi un cruccio. All’inizio di questo processo legislativo feci infatti una promessa, che mi sarei fatto guidare da tre parole chiave: smart, paperless e trust. Senza dubbio siamo di fronte a un regolamento smart e nel quale l’impiego e l’importanza del supporto cartaceo viene ridotta in favore di un più fruttuoso utilizzo delle tecnologie digitali, di documenti e database online.

Vero è che questo regolamento indubbiamente rafforza le autorità nazionali di sorveglianza del mercato. Ma avremmo voluto di più. Avremmo voluto che fosse previsto un indennizzo da parte dei fabbricanti nel caso si venga a scoprire che le prestazioni energetiche di un prodotto sono inferiori a quelle dichiarate. Il Parlamento lo voleva compattamente, ma purtroppo abbiamo trovato davanti un muro. Il muro del Consiglio, che lo ha impedito. Ha impedito che i cittadini europei avessero lo stesso diritto del quale hanno ad esempio potuto godere i cittadini statunitensi frodati dalla Volkswagen.

Abbiamo ottenuto dalla Commissione Europea un impegno scritto, allegato a questo regolamento, a studiare le possibilità per cancellare questa assurdo vuoto legislativo che riteniamo sia un vero scandalo. Sono certo che i cittadini europei si aspettino che venga posta fine a questa assurdità. Quanto prima sia possibile.

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I 128 reattori nucleari UE hanno in media 30,6 anni. Quelli del Belgio son pieni di crepe

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di Dario Tamburrano, EFDD – M5S Europa

Questo dato e quelli seguenti, salvo se diversamente indicato, sono tratti da “The world nuclear industry status report” redatto nel 2015 da esperti indipendenti. Valgono le considerazioni che faceva Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace ed ex ricercatore dell’Enea, all’indomani di Fukushima: più un reattore nucleare è vecchio, più è distante dagli standard di sicurezza attuali. E a proposito di Fukushima: le migliaia e migliaia di crepe nei reattori nucleari del Belgio sono state scoperte durante i controlli effettuati in seguito all’incidente nucleare in Giappone. Eppure quei reattori (insieme ad altri decisamente stagionati) sono stati recentemente riaccesi. E’ proprio il caso di dire che da Fukushima l’UE non ha imparato nulla, per parafrasare il titolo del convegno cui abbiamo partecipato la scorsa settimana a Bruxelles e contemporaneamente riassumere tutti i discorsi.

Il grafico qui mostra l’età dei 128 reattori nucleari in funzione nell’UE. Come quelli seguenti, fotografa la situazione al mese di luglio del 2015.

I 128 reattori accesi nell’UE costituiscono circa un terzo di quelli attivi in tutto il mondo. Qui la loro distribuzione per classi di età.

Il picco del nucleare UE è stato toccato nel 1989, quando erano accesi 177 reattori: circa un quarto in più di quelli attuali. Qui il grafico.

Ci sono state tre “ondate” di costruzione di centrali nucleari: due piccole negli anni ’60 e ’70 ed una grande negli anni ’80, che ha interessato soprattutto la Francia. Attorno al 1990, oltre al picco dei reattori, si è registrata la svolta: i reattori sono stati più spesso spenti che inaugurati. Ecco il grafico.

L’85% dei reattori nucleari europei è concentrato in otto Paesi dell’Europa occidentale; solo 19 reattori sono distribuiti fra gli Stati che facevano parte dei satelliti URSS e che recentemente sono entrati nell’UE. La cartina che mostra la loro distribuzione nello spazio è stata pubblicata dall’European Nuclear Society.

Sarebbe saggio spegnere i 128 catorci atomici dell’UE. Ma l’atomo è una maledizione che si proietta sempre nel futuro: secondo un documento di lavoro della Commissione Europea visto dalla prestigiosa agenzia di stampa Reuters all’inizio di febbraio, per smantellare il vetusto parco nucleare e per gestire le scorie servirebbero 286 miliardi di euro. Attualmente, per coprire questi costi, sono disponibili solo 105,1 miliardi di euro. Mancano 118 miliardi. Bisognerà pur trovarli e imparare la lezione: mai spendere un centesimo per il nucleare, che – oltre ad essere pericoloso – inghiotte soldi come una voragine senza fondo. Al momento sembra che l’UE – come non ha imparato da Fukushima – non voglia imparare nemmeno questa lezione e tende a considerare praticabile la costruzione di nuove centrali. Ma è un’altra storia. Cercheremo di raccontarla nel giro di pochi giorni.

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Un robot zapperà la nostra terra

agricoltura

di Dario Tamburrano, Efdd – Movimento 5 Stelle Europa

Un robot zapperà la nostra terra. Quella che appare oggi come una provocazione (o utopia, a seconda dei punti di vista) potrebbe essere presto una realtà con cui confrontarsi: i trattori senza conducente ottimizzeranno i percorsi di arature e semine grazie al GPS, i robot estirperanno le erbacce e raccoglieranno selettivamente frutti e ortaggi man mano che arrivano a maturazione, droni con sensori intelligenti rileveranno le patologie sulle piante prima che si manifestino in forma evidente all’occhio umano, diremo addio alle irrigazioni selvagge di pesticidi e concimi perché la rivelazione sul campo dei dati ci dirà dove, quanto, quando e se intervenire.

Con le nuove tecnologie il risparmio di risorse per l’azienda agricola (fitofarmaci, acqua, carburante, per fare qualche esempio) si stima possa arrivare al 10-30%. Nel 2014 il mercato di attrezzature e software per l’agricoltura di precisione ha generato nel mondo un volume di affari pari a 2,3 miliardi di euro ed è previsto un trend di crescita annua del 12% fino al 2020. Secondo l’Istat, il valore della produzione agricola in Italia ammonta a 50 miliardi: se non vogliamo mandare in fumo questa ricchezza ambientale ed economica dobbiamo prendere degli accorgimenti per mettere la tecnologia al servizio della collettività e non lasciarla a un pugno di multinazionali.

I software devono essere rilasciati a costi accessibili e possibilmente open-source e in copyleft. I dati in entrata e in uscita dell’agricoltura di precisione vanno resi disponibili al pubblico in formati non proprietari in modo da garantire l’interoperabilità ed evitare effetti di lock-in con questo o quell’elemento del software e dell’hardware. Bisogna aiutare le piccole e medie imprese (il 30% delle aziende agricole in Italia sono a conduzione familiare) formando figure professionali all’altezza con competenze informatiche e ingegneristiche oggi lontane dal mondo dell’agricoltura.

L’agricoltore 2.0 non deve essere un utilizzatore passivo della tecnologia ma deve lavorare a fianco a sviluppatori in grado di creare, personalizzare, manutenzionare, migliorare software e attrezzature. Vanno organizzati corsi di formazione e aggiornamento per gli agricoltori in ogni Regione italiana. Il Parlamento europeo ha pubblicato uno studio dal titolo: “L’agricoltura di precisione e il futuro dell’agricoltura in Europa” che grazie alla richiesta del Movimento 5 Stelle verrà tradotto in italiano e messo a disposizione di tutti gli agricoltori e di tutte le associazioni di categoria.

Le tecnologie ci daranno presto la possibilità di archiviare la stagione dell’agricoltura intensiva e delle monocolture. Risponderemo ai cambiamenti climatici con intelligenza e resilienza garantendo sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e qualità del cibo. Sarà possibile aumentare la produzione alimentare locale ritornano a coltivare aree agricole al momento abbandonate per mancanza di manodopera qualificata o perché inadatte all’agricoltura industriale, ma dobbiamo evitare, grazie a una comunità attenta, informata e vigile che qualche multinazionale possa trasformare una opportunità e una speranza per tanti, in un profitto per pochi.

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Internet libero ha vinto

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di Marco Zullo e Dario Tamburrano, Movimento 5 Stelle Europa

La neutralità della rete ha vinto. Tutti i siti web verranno trattati allo stesso modo. Non ci sarà traffico su internet di serie A e di serie B con velocità diverse a prescindere dalla sua origine e destinazione. Nonostante gli attacchi a questo sacrosanto principio di uguaglianza delle fonti e degli utenti messo in atto dagli Stati membri e dalla maggioranza del Parlamento europeo, più preoccupati a garantire profitti ai grandi service provider che a garantire un Web libero e aperto a misura di cittadino, il BEREC (Body of European Regulators of Electronic Communications) ha pubblicato le sue linee guida sulla neutralità della rete, mettendola al sicuro da chi la voleva privatizzare.

Il Movimento 5 Stelle lotta al Parlamento europeo per #InternetLibero.

di Marco Zullo

Le linee guida pubblicate martedì dal Berec rappresentano una decisa inversione di tendenza rispetto alla posizione degli Stati dell’Ue, sono un grande successo di partecipazione della rete. Con l’attivismo e la partecipazione, le cose possono cambiare davvero. Ora dobbiamo rimanere vigili affinché gli operatori di telecomunicazioni non violino i nuovi principi.

CHE COSA È LA NEUTRALITÀ DELLA RETE?

La neutralità della rete garantisce la libertà di tutti ad accedere e distribuire le informazioni. Questo principio fondante garantisce l’apertura, l’innovatività, la concorrenza e la diversità di Internet. I fornitori di accesso a Internet (Internet provider) trasportano i dati senza discriminarli per origine, destinazione o tipologia. Ciò significa che la neutralità della rete vieta agli operatori delle telecomunicazioni di bloccare o degradare contenuti, applicazioni o servizi.

COSA ACCADE SENZA LA NEUTRALITÀ DELLA RETE?

1) L’utente pagherebbe di più per navigare e l’internet provider diventerebbe un guardiano frapposto tra lui e i servizi e le applicazioni online che si vogliono utilizzare.
2) I nuovi siti web e le invenzioni non sarebbero veloci ed accessibili come i grossi siti dominanti americani (USA) e potrebbero addirittura non sopravvivere abbastanza a lungo.
3) L’economia e le start-up ne soffrirebbero: con la neutralità della rete tutti possono inventare nuovi servizi senza chiedere il permesso e avvalendosi di un’infrastruttura neutrale globale fin dal primo giorno.
4) Internet sarebbe più lenta: vari studi hanno dimostrato che se i fornitori di servizi Internet potessero vendere un vantaggio competitivo a pochi siti web, questi avrebbero convenienza a rendere più lento il resto di Internet per tutti gli altri.
5) Diverse associazioni di giornalisti hanno hanno espresso forti critiche: la violazione della net neutrality spesso è associata alle violazioni della libera espressione online e del pluralismo dei media”.

di Dario Tamburrano

La neutralità della rete ha vinto. Il merito non va alle forze politiche maggioritarie nell’UE che anzi hanno cercato di assassinarla: il Consiglio europeo e la maggioranza del Parlamento Europeo, nell’autunno 2015, hanno concesso infatti un’amplissima serie di scappatoie all’applicazione del principio secondo il quale tutto il traffico su internet deve essere trattato in modo uguale, senza rallentarlo né accelerarlo, a prescindere dalla sua origine e dalla sua destinazione.

Se la neutralità della rete ha vinto, il merito va al BEREC (Body of European Regulators of Electronic Communications): lo scorso 30 agosto, attraverso le sue linee guida sulla neutralità della rete, ha cucito le toppe sulle scappatoie create dai politici.

I POLITICI VOLEVANO REGALARE IL WEB ALLE LOBBY

La normativa varata da Parlamento Europeo e Consiglio UE contempla infatti:

corsie preferenziali per il collegamento veloce, così da favorire i grandi marchi commerciali che avrebbero trovato più conveniente pagare gli operatori delle telecomunicazioni per far arrivare gli utenti direttamente dentro i loro siti.
lo “zero rating“, cioè non conteggiare nella bolletta dell’utente il collegamento a determinate applicazioni o a determinati siti.
la possibilità per i provider di definire “classi di servizi” decidendo se rallentare il traffico con la scusa di una non meglio definita “minaccia di congestione“.

LE LINEE GUIDA DI BEREC PREVEDONO:

le corsie preferenziali veloci possono essere offerte solo per servizi molto di nicchia, come IPTV, uso della tecnologia per chiamate vocali di alta qualità, chirurgia a distanza.
lo zero rating è permesso solo se l’utente ha contemporaneamente la possibilità di navigare normalmente su tutto il resto di internet e in ogni caso va attentamente sorvegliato dalle autorità nazionali.
è consentito gestire e rallentare il traffico su internet esclusivamente dopo un ordine delle autorità competenti per garantire l’integrità e la sicurezza della rete: ma in ogni caso tutto il traffico deve subire un uguale rallentamento.
Queste linee guida sono una vittoria per i cittadini e per i “diritti digitali“: la creazione di corsie preferenziali per il traffico renderebbe la vita più difficile a piccole imprese, artisti, attivisti, educatori e in questo senso la neutralità della rete conduce verso il concetto di internet bene comune.

Queste linee guida sono anche una vittoria per l’innovazione: continuerà ad essere possibile collegarsi con la stessa rapidità e facilità sia a un sito già famoso e a uno appena nato. Del resto, senza la neutralità della rete, il web avrebbe probabilmente soffocato Youtube e Facebook nel momento stesso in cui emettevano i primi vagiti.

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