I giornali stranieri danno ragione al MoVimento 5 Stelle sull’emergenza democratica

di MoVimento 5 Stelle Europa

La riforma della legge elettorale italiana fa il giro del mondo. Per il governo è una figura di … internazionale. Ecco le traduzioni degli articoli di alcuni giornali e agenzie. Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse di… Continua a leggere I giornali stranieri danno ragione al MoVimento 5 Stelle sull’emergenza democratica

Rousseau batte Sogei

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di MoVimento 5 Stelle

Rousseau rallenta? Scandalo!“. “Attacco alla democrazia!“. Eppure la piattaforma Rousseau ha portato a termine senza grossi impacci la sua missione di partecipazione democratica. Nessuno era obbligato a usarla per votare il candidato premier. Si trattava di una gioiosa opportunità, non di una irritante imposizione. Eppure i soliti soloni si sono stracciati le vesti per l’ennesimo presunto schiaffo del MoVimento 5 Stelle ai presidi sacri della Costituzione (quella che loro volevano massacrare a dicembre).

Nel frattempo si scopre che Sogei, la società Ict dello Stato, venerdì sera ha dovuto bloccare la piattaforma telematica di trasmissione delle fatture dell’Agenzia delle entrate dopo aver scoperto una falla gravissima: chiunque poteva liberamente consultare i dati fiscali di tutti i contribuenti, dati per loro natura sensibilissimi. Altro che Rousseau.

Il canale web “Fatture e corrispettivi” ha fatto letteralmente impazzire cittadini e addetti ai lavori, a pochi giorni dalla scadenza dell’ennesimo adempimento burocratico che complica la vita agli italiani: il famigerato spesometro trimestrale, ossia la comunicazione dei dati e delle fatture emesse e ricevute. Delirio totale: tanto che l’Agenzia ha subito deciso di prorogare il termine di presentazione dal 28 settembre al 5 ottobre.

Difettuccio risolvibile? Non tanto, visto che si ipotizza un errore originario di progettazione dell’infrastruttura web. Una beffa che si aggiunge al danno enorme dell’ennesima, odiosa, pastoia burocratica che ingarbuglia la vita di imprese e professionisti. Lo spesometro trimestrale dovrebbe semplificare e invece complica. Una rogna e costi non indifferenti che peraltro risultano inutili se, come sembra, verrà presto introdotta la fatturazione elettronica obbligatoria tra privati. Oggi, infatti, il contribuente comunica solo i dati Iva delle fatture e usa il sistema Entratel, mentre questa prossima innovazione prevedrà la trasmissione dell’intero documento attraverso il Sistema di interscambio (Sdi). Altro giro, altra corsa. Una fatica di Sisifo.

Siamo proprio sicuri che il problema della nostra democrazia sia Rousseau? Si potrebbe sostenere che c’è una differenza enorme nella mole di dati trattati dalle due piattaforme. Ma ricordiamo che da una parte c’è una giovane associazione finanziata tramite piccole donazioni, mentre dall’altra c’è lo Stato.

Uno Stato che tornerà a essere amico dei cittadini solo con il MoVimento 5 Stelle al governo.

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L’entrata in vigore del CETA è uno scandalo per la democrazia

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traduzione da vocidallestero.it

di Jacques Sapir, 22 settembre 2017

Il CETA, trattato di libero scambio con il Canada, è infine entrato in vigore giovedì 21 settembre, ad eclatante dimostrazione di come gli Stati abbiano rinunciato alla loro sovranità, lasciando spazio ad un nuovo diritto, indipendente dal diritto degli stessi Stati e non soggetto ad alcun controllo democratico.

Il CETA sarebbe, sulla carta, un “trattato di libero scambio”. In realtà però prende di mira le normative non-tariffarie che alcuni Stati potrebbero adottare, in particolare in materia di protezione ambientale. A questo riguardo, c’è da temere che il CETA possa dare l’avvio a una corsa a smantellare le norme di protezione. A ciò si aggiungono i pericoli che scaturiscono dal meccanismo di protezione degli investimenti contenuto nel trattato. Il CETA crea infatti un sistema di protezione per gli investitori tra l’Unione Europea e il Canada che, grazie all’istituzione di un tribunale arbitrale, permetterà loro di citare in giudizio uno Stato (o a una decisione dell’Unione Europea) nel caso in cui un provvedimento pubblico adottato da tale Stato possa compromettere “le legittime aspettative di guadagno dall’investimento”. In altre parole, la cosiddetta clausola ISDS (o RDIE) è in pratica un meccanismo di protezione dei guadagni futuri. E si tratta di un meccanismo unilaterale: nel quadro di questa disciplina, nessuno Stato può, da parte sua, citare in giudizio un’impresa privata. È chiaro quindi che il CETA metterà gli investitori in condizione di opporsi ai provvedimenti politici ritenuti contrari ai loro interessi. Questa procedura, che rischia di essere molto dispendiosa per gli Stati, avrà certamente effetti dissuasivi già con una semplice minaccia di processo. Al riguardo, non dimentichiamo che, a seguito della dichiarazione della Dow Chemical di voler portare la causa in tribunale, il Québec fu costretto a fare marcia indietro sul divieto di una sostanza, sospettata di essere cancerogena, contenuta in un diserbante commercializzato da questa impresa.

Vi sono inoltre dubbi in merito alla reciprocità: si fa presto a dire che il trattato apre i mercati canadesi alle imprese europee, tanto più che il mercato dell’Unione Europea è già adesso aperto alle imprese canadesi. Ma basta solo guardare alla sproporzione tra le popolazioni per capire chi ci guadagnerà. Al di là di questo, c’è il problema più ampio del libero scambio, in particolare dell’interpretazione del libero scambio che si evince dal trattato. Al centro si trovano gli interessi delle multinazionali, che di certo non coincidono con quelli dei consumatori né dei lavoratori.

I rischi rappresentati dal CETA riguardano quindi la salute pubblica e, senz’ombra di dubbio, la sovranità. Ma ancora più grave è anche la minaccia posta dal trattato alla democrazia. Al momento della sua votazione finale nel Parlamento Europeo, tra i rappresentanti francesi sono stati quattro i gruppi a votare contro: il Fronte di Sinistra, gli ambientalisti dell’EELV, il Partito Socialista e il Front National. Un’alleanza forse meno anomala di quanto sembri, se si prendono in considerazione i problemi sollevati dal trattato. È indicativo il fatto che sia stato rigettato dalle delegazioni di tre dei cinque paesi fondatori della Comunità Economica Europea, e dalle seconda e terza maggiori economie dell’Eurozona. Ciononostante è stato ratificato dal Parlamento Europeo il 15 febbraio 2017, e deve adesso passare la ratifica dei singoli parlamenti nazionali. Nondimeno, è già considerato parzialmente in vigore prima della ratifica da parte degli organi rappresentativi nazionali. Il CETA è quindi entrato in vigore provvisoriamente e parzialmente il 21 settembre 2017 per gli aspetti riguardanti le competenze esclusive dell’UE, ad esclusione, per il momento, di certi aspetti di competenza concorrente che necessitano di votazione da parte dei paesi membri dell’UE, in particolare le parti riguardanti i tribunali arbitrali e la proprietà intellettuale. Ma anche così, circa il 90% delle disposizioni dell’accordo vengono già applicate. Ciò rappresenta un grave problema politico di democrazia. Come se non bastasse, anche nel caso in cui un paese dovesse rigettare la ratifica del CETA, quest’ultimo resterebbe comunque in vigore per tre anni. È evidente che è stato fatto di tutto perché il trattato fosse formulato ed applicato al di fuori del controllo della volontà popolare.

In effetti questo non è affatto ciò che normalmente si definirebbe un trattato di “libero scambio”. Si tratta di un trattato il cui scopo è essenzialmente imporre norme decise dalle multinazionali ai singoli parlamenti degli Stati membri dell’Unione Europea. Se ciò che si voleva dare era una dimostrazione della natura profondamente anti-democratica dall’UE, non si poteva certamente fare di meglio.

Ciò pone un problema sia democratico che di legittimità di chi si è fatto fautore del trattato. In Francia uno solo dei candidati alle elezioni presidenziali, Emmanuel Macron, si era dichiarato apertamente a favore del CETA. Anche uno dei suoi principali sostenitori, Jean-Marie Cavada, aveva votato al Parlamento europeo per l’adozione del trattato. Si profila quindi nelle elezioni presidenziali, e non per la prima volta nella nostra storia, il famigerato “partito dall’esterno” che a suo tempo (per l’esattezza il 6 dicembre 1978) era stato denunciato da Jacques Chirac dall’ospedale di Cochin…[1]

Prima della sua nomina a ministro del governo di Edouard Philippe, Nicolas Hulot aveva preso nettamente posizione contro il CETA. La sua permanenza al governo, a queste condizioni, ha il valore di un voltafaccia. Come ministro della Transizione Ambientale (sic), non ha sicuramente finto un certo rammarico lo scorso venerdì mattina su Europe 1. Ha riconosciuto che la commissione di valutazione nominata da Edouard Philippe lo sorso luglio aveva identificato diversi potenziali pericoli contenuti nel trattato. Ma ha anche aggiunto: “…i negoziati erano ormai arrivati a un punto tale che, a meno di non rischiare un incidente diplomatico con il Canada, che certamente vorremmo evitare a tutti i costi, sarebbe stato difficile bloccarne la ratifica”. Questa è una perfetta descrizione dei meccanismi di irreversibilità deliberatamente incorporati nel trattato. Non dimentichiamo inoltre che, prima di essere nominato ministro della Transizione Ambientale, l’ex-presentatore televisivo aveva più volte dichiarato che il CETA non era “compatibile con il clima”. Si può qui immaginare quanto fosse grande la spada che ha dovuto ingoiare: praticamente una sciabola.

Da parte sua, fin dalla sua elezione Emmanuel Macron si è presentato come difensore allo stesso tempo dell’ecologia e del pianeta riprendendo, capovolgendolo, lo slogan di Donald Trump “Make the Planet Great Again”. Ha spesso ribadito questo concetto, sia alle Nazioni Unite che in occasione del suo viaggio alle Antille dopo l’uragano “Irma”. Ma non si può ignorare che il suo impegno a favore del CETA e la sua sottomissione alle regole dell’Unione Europea, che ha comunque registrato un terribile ritardo sulla questione degli interferenti endocrini, dimostrino come non sia decisamente l’ecologia a motivarlo, e che al massimo questa non sia che un pretesto per una comunicazione di pessimo gusto e di bassa lega.

È dunque necessario avere ben chiare le conseguenze dell’applicazione del CETA, oltre alla minaccia che esso rappresenta per la sovranità nazionale, la democrazia e la sicurezza del paese.

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La democrazia e le elezioni in Sicilia

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di Ignazio Corrao

Vorrei ricordare un paio di cose a tutti. La prima cosa è di natura tecnica, ossia che le “primarie” non sono un obbligo di legge ma una facoltà, democratica, esercitata nelle elezioni regionali siciliane solo ed esclusivamente dal M5S. Nessuno ha speso una singola parola e ha fatto casi mediatici sulla totale e squallida ASSENZA DI DEMOCRAZIA in tutti gli altri concorrenti, sul modo in cui vengono composte le liste di Musumeci, di Micari o del democraticissimo Fava (che anche loro, come candidati presidenti, non sono stati scelti da nessun iscritto ma sono frutto di accordi di segreterie).

Come vengono scelti i loro candidati ve lo dico io e vi chiedo di ricordarlo a tutti: le (numerose) liste di tutti i candidati vengono realizzate con la squallida logica del “quanti voti porta”.
Assistiamo ad una continua transumanza da sinistra a destra, che va avanti nel silenzio generale. Tutto viene scelto sulla base di accordi, promesse, spartizione di potere e di poltrone. Tutto. Anche il giorno dopo le elezioni continuerà la transumanza dentro l’Assemblea regionale siciliana a seconda della convenienza del momento.
Il popolo della destra e della sinistra di questa situazione si indigna? Qualche tesserato fa ricorso per non aver potuto partecipare? Qualcuno crea casi mediatici?

No, a tutti va benissimo così.
Il m5s invece è l’unico che ha scelto i suoi 62 candidati all’Assemblea (una sola lista, non le liste della spesa come gli altri) e il candidato Presidente tra “cittadini normali” in una consultazione tra gli iscritti.
La potete girare come vi pare ma la sostanza non cambia, l’unica lista ad essere stata composta con delle primarie tra cittadini normali, in un panorama politico a dir poco squallido, è anche l’unica lista ad essere attaccata, e a me sinceramente mi girano fortissimamente le p….

Di cosa parlano i giornali e le TV? Del fatto che gli altri fanno tutto sotto banco e di nascosto? No, ma di come devono essere fatte le primarie del m5s e che dobbiamo candidare nella nostra unica lista i nostri oppositori.
La seconda cosa è invece di natura teorica o filosofica. Ma voi vi vorreste mai candidare con un partito di cui non condividete nulla? Perché dovrei voler candidarmi con qualcosa che schifo e che attacco sempre pubblicamente? Fareste ricorso se casa pound o rifondazione comunista vi escludono dalle loro liste?

A me sembra che il tema della democrazia interna non interessa minimamente o addirittura non esista quando riguarda gli altri mentre diventa centralissimo solo se riguarda il metodo di scelta del m5s.
Ritengo totalmente assurdo che una persona che detesta e attacca di continuo un determinato partito o movimento (ad esempio Saviano con noi) voglia candidarsi con quel partito o movimento oppure pretenda che un giudice (come è accaduto con il ricorso da parte di uno che fa parte di un gruppetto che ci attacca di continuo) gli conceda di far parte di una lista regionale che rappresenta un progetto ed una speranza per un intero popolo.

Come disse allora il profeta Fassino, la democrazia consente a chiunque di raggruppare delle persone con idee simili (o senza idee come la gran parte di chi ci attacca), creare il proprio partito politico, raccogliere delle firme (autentiche), partecipare alle elezioni e fare il protagonista se se ne hanno le capacità, troppo facile cercare visibilità sul lavoro altrui senza aver mai fatto o dimostrato nulla.
Per quale oscura ragione delle persone che passano le proprie giornate ad attaccare e schernire il m5s devono pretendere di candidarsi con quel simbolo che tanto disprezzano?

C’è un detto che dice “dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io”.
Noi sapevamo benissimo che la battaglia che abbiamo davanti sarebbe stata durissima, perché oltre a degli avversari che dispongono di un sistema tentacolare e devastante dovevamo guardarci anche dal fuoco amico, il fuoco dei tanti individualisti (quelli che il m5s è bellissimo se ci sono loro davanti altrimenti fa schifo tutto), quelli che vanno sempre contro a prescindere (a meno che non sono loro le prime donne), il fuoco di quelli che a parole vorrebbero cambiare la propria terra e chiudere con il passato ma che in pratica, cercando di ostacolare qualsiasi reale cambiamento, sono gli alleati più efficaci del vecchio sistema.

Lo sapevamo allora e lo sappiamo ora, per questo andiamo avanti sempre più convinti, chiedendo a tutta la gente onesta e di buona volontà di darci una mano. Il 5 novembre è una occasione di riscatto per un intero popolo, quello siciliano.
Qui c’è da remare con tutte le nostre forze nella stessa direzione. Se non facciamo di tutto per cogliere l’opportunità di cambiare tutto con Giancarlo Cancelleri Presidente il giorno dopo avremo sempre gli stessi al potere e ci mangeremo le mani.

P.s. Resto fedele ai principi del V-day, per me tutta sta gente al servizio di questo sistema marcio, anche quelli che lo sono inconsapevolmente (il che è ancora più grave) se ne devono andare tutti dritti affanc…
Per aspera ad Astra
#CancelleriPresidente
#SceglieteIlFuturo

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La democrazia e le elezioni in Sicilia

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di Ignazio Corrao

Vorrei ricordare un paio di cose a tutti. La prima cosa è di natura tecnica, ossia che le “primarie” non sono un obbligo di legge ma una facoltà, democratica, esercitata nelle elezioni regionali siciliane solo ed esclusivamente dal M5S. Nessuno ha speso una singola parola e ha fatto casi mediatici sulla totale e squallida ASSENZA DI DEMOCRAZIA in tutti gli altri concorrenti, sul modo in cui vengono composte le liste di Musumeci, di Micari o del democraticissimo Fava (che anche loro, come candidati presidenti, non sono stati scelti da nessun iscritto ma sono frutto di accordi di segreterie).

Come vengono scelti i loro candidati ve lo dico io e vi chiedo di ricordarlo a tutti: le (numerose) liste di tutti i candidati vengono realizzate con la squallida logica del “quanti voti porta”.
Assistiamo ad una continua transumanza da sinistra a destra, che va avanti nel silenzio generale. Tutto viene scelto sulla base di accordi, promesse, spartizione di potere e di poltrone. Tutto. Anche il giorno dopo le elezioni continuerà la transumanza dentro l’Assemblea regionale siciliana a seconda della convenienza del momento.
Il popolo della destra e della sinistra di questa situazione si indigna? Qualche tesserato fa ricorso per non aver potuto partecipare? Qualcuno crea casi mediatici?

No, a tutti va benissimo così.
Il m5s invece è l’unico che ha scelto i suoi 62 candidati all’Assemblea (una sola lista, non le liste della spesa come gli altri) e il candidato Presidente tra “cittadini normali” in una consultazione tra gli iscritti.
La potete girare come vi pare ma la sostanza non cambia, l’unica lista ad essere stata composta con delle primarie tra cittadini normali, in un panorama politico a dir poco squallido, è anche l’unica lista ad essere attaccata, e a me sinceramente mi girano fortissimamente le p….

Di cosa parlano i giornali e le TV? Del fatto che gli altri fanno tutto sotto banco e di nascosto? No, ma di come devono essere fatte le primarie del m5s e che dobbiamo candidare nella nostra unica lista i nostri oppositori.
La seconda cosa è invece di natura teorica o filosofica. Ma voi vi vorreste mai candidare con un partito di cui non condividete nulla? Perché dovrei voler candidarmi con qualcosa che schifo e che attacco sempre pubblicamente? Fareste ricorso se casa pound o rifondazione comunista vi escludono dalle loro liste?

A me sembra che il tema della democrazia interna non interessa minimamente o addirittura non esista quando riguarda gli altri mentre diventa centralissimo solo se riguarda il metodo di scelta del m5s.
Ritengo totalmente assurdo che una persona che detesta e attacca di continuo un determinato partito o movimento (ad esempio Saviano con noi) voglia candidarsi con quel partito o movimento oppure pretenda che un giudice (come è accaduto con il ricorso da parte di uno che fa parte di un gruppetto che ci attacca di continuo) gli conceda di far parte di una lista regionale che rappresenta un progetto ed una speranza per un intero popolo.

Come disse allora il profeta Fassino, la democrazia consente a chiunque di raggruppare delle persone con idee simili (o senza idee come la gran parte di chi ci attacca), creare il proprio partito politico, raccogliere delle firme (autentiche), partecipare alle elezioni e fare il protagonista se se ne hanno le capacità, troppo facile cercare visibilità sul lavoro altrui senza aver mai fatto o dimostrato nulla.
Per quale oscura ragione delle persone che passano le proprie giornate ad attaccare e schernire il m5s devono pretendere di candidarsi con quel simbolo che tanto disprezzano?

C’è un detto che dice “dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io”.
Noi sapevamo benissimo che la battaglia che abbiamo davanti sarebbe stata durissima, perché oltre a degli avversari che dispongono di un sistema tentacolare e devastante dovevamo guardarci anche dal fuoco amico, il fuoco dei tanti individualisti (quelli che il m5s è bellissimo se ci sono loro davanti altrimenti fa schifo tutto), quelli che vanno sempre contro a prescindere (a meno che non sono loro le prime donne), il fuoco di quelli che a parole vorrebbero cambiare la propria terra e chiudere con il passato ma che in pratica, cercando di ostacolare qualsiasi reale cambiamento, sono gli alleati più efficaci del vecchio sistema.

Lo sapevamo allora e lo sappiamo ora, per questo andiamo avanti sempre più convinti, chiedendo a tutta la gente onesta e di buona volontà di darci una mano. Il 5 novembre è una occasione di riscatto per un intero popolo, quello siciliano.
Qui c’è da remare con tutte le nostre forze nella stessa direzione. Se non facciamo di tutto per cogliere l’opportunità di cambiare tutto con Giancarlo Cancelleri Presidente il giorno dopo avremo sempre gli stessi al potere e ci mangeremo le mani.

P.s. Resto fedele ai principi del V-day, per me tutta sta gente al servizio di questo sistema marcio, anche quelli che lo sono inconsapevolmente (il che è ancora più grave) se ne devono andare tutti dritti affanc…
Per aspera ad Astra
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#ProgrammaLavoro: Stop ai privilegi sindacali

Oggi discutiamo il terzo punto del #ProgrammaLavoro del MoVimento 5 Stelle. Il quesito che troverai nella votazione della settimana prossima sarà: Quali privilegi sindacali intendi sia necessario eliminare in via prioritaria?

di Giorgio Cremaschi – Ex dirigente Fiom

Democratizzare e rendere più trasparente l’attività dei sindacati non rappresenta una persecuzione dell’organizzazione sindacale, ma è un favore che si fa ai lavoratori. Lavoratrici e lavoratori hanno bisogno di sindacati trasparenti e di organizzazioni sindacali che rispondano immediatamente alla tutela dei loro interessi, e dove invece non prevalga, come a volte accade, la tutela degli interessi dell’organizzazione a scapito di quella dei rappresentati.

In questi anni si è creato un meccanismo di burocratizzazione della vita sindacale che ha rafforzato i sindacati ma solo in apparenza: in realtà li ha -almeno i più grandi- indeboliti, rendendoli sempre più dipendenti da forme di finanziamento e di aiuto che se da un lato rafforzano perché fanno affluire risorse e soldi, dall’altro indeboliscono perché non si legano al consenso diretto dei lavoratori. Da questo punto di vista io credo che servano tre regole fondamentali da applicare alla vita dei sindacati: la prima, è che l’iscrizione all’organizzazione sindacale sia assolutamente libera e tutelata, cioè non possano esserci persecuzioni dei lavoratori, come spesso avviene, perché si iscrivono o scelgono di iscriversi al sindacato. Oggi questo accade in tanti luoghi di lavoro.

Però il lavoratore deve essere libero di disdire sì la tessera sindacale, ma una tessera sindacale che sia rinnovabile: non devono più esistere tessere sindacali che si rinnovano grazie al principio del silenzio-assenso. Ogni quattro anni le deleghe sindacali dovrebbero annullarsi e venire rinnovate. Ciò sarebbe utile anche all’organizzazione sindacale, che potrebbe verificare ogni quattro anni quanti sono gli iscritti. Le organizzazioni sindacali potrebbero utilizzare -nel pubblico, meno nel privato-, tutte le strutture pubbliche come l’INPS ecc. per l’adesione all’organizzazione sindacale, con agevolazioni alla possibilità di aderire al sindacato, però le deleghe dovrebbero cadere ogni 4 anni in modo che il sindacato non abbia le deleghe a vita.

La seconda questione su cui è indispensabile intervenire sono le forme di finanziamento indiretto di cui godono le organizzazioni sindacali. Lo dico chiaramente: l’organizzazione sindacale devo vivere con i soldi che gli danno i lavoratori che vuole rappresentare e con nient’altro che quello, ovvero il lavoratore paga la tessera sindacale e con quell’atto decide di sostenere il suo sindacato. Non ci devono essere finanziamenti pubblici diretti e indiretti, o finanziamenti delle imprese diretti o indiretti. Oggi c’è una giungla: quote di servizio, enti bilaterali, finanziamenti indiretti da parte delle imprese, sponsorizzazioni. Tutto questo dovrebbe essere proibito, per la semplice ragione che un’organizzazione sindacale che vive solo dei soldi dei suoi iscritti è forse un po’ più povera, ma è sicuramente più pura ed è sicuramente più combattiva nei confronti dell’azienda. Soprattutto non è ricattabile, è ricattabile solo dal lavoratore come giusto che sia: non è possibile che se il lavoratore dice “Se non fai quello che ti dico non mi tessero più”, l’organizzazione sindacale risponda “Non mi importa, perché tanto i soldi li prendo lo stesso da altre fonti”. Tutto questo deve essere messo in discussione.

Infine, riguardo ai distacchi e i permessi: io credo che i distacchi e i permessi servano. Servono per l’attività sindacale, servono perché nessuno può lavorare contemporaneamente e fare il sindacalista, o farlo solo fuori dall’orario di lavoro come si sosteneva nell’800. No! Bisogna avere il tempo di occuparsene, bisogna studiare, prepararsi. Però ci devono essere regole anche in questo: non ci possono essere distacchi che servano per altro, ad esempio uno lavora nella scuola e viene distaccato per fare il dirigente degli edili. Questo non funziona. Il distacco sindacale, i permessi, devono essere utilizzati per fare attività sindacale nei luoghi, nelle categorie, nei posti di lavoro da cui si proviene.

Diverso è il funzionamento dell’organizzazione sindacale, che prende i soldi dagli iscritti, ogni 4 anni deve riguadagnarseli con il rinnovo delle deleghe, e con quei soldi può pagare anche impiegati, funzionari, persone che facciano una attività specialistica. Io credo anche che vadano separate le due materie: da una parte coloro che praticano attività a tempo pieno nell’organizzazione sindacale, che li paga con i suoi soldi, e dall’altra coloro che usufruiscono dei permessi sindacali per l’attività nei luoghi di lavoro, anche diffusa, ampia e giustamente tutelata, perché chi fa davvero il sindacalista nei luoghi di lavoro rischia sempre nei confronti della controparte. Questi tre principi secondo me dovrebbero essere adottati anche sul piano legislativo, sempre legandoli al principio fondamentale della rappresentanza democratica nei luoghi di lavoro.

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Una democrazia ridotta a bocciofila – di Massimo Fini

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di Massimo Fini

De hoc satis dicevano i latini nella loro lingua ellittica, insuperabile nella sintesi. Letteralmente: “Di questo abbastanza”. Che può essere tradotto senza forzature in “di questo ne abbiamo pieni i coglioni”. Di quale hoc abbiamo pieni i coglioni? In prima battuta dei nostri quotidiani (dei settimanali cosiddetti politici non vale nemmeno la pena parlare, solo l’Espresso, nella sua spocchia radical chic, crede ancora di esistere) che ogni giorno ci ammanniscono dalle sei alle otto pagine sui fatti interni dei partiti, queste associazioni private, queste bocciofile, i cui ruminamenti non dovrebbero avere alcun interesse né rilevanza pubblica (a meno che, naturalmente, non riguardino fatti penali).

Prendiamo per esempio, a caso, qualche titolo del Corriere di un giorno qualsiasi, o di più giorni, e come partito, in particolare, il Pd. Ma il discorso vale per qualsiasi giornale e, a seconda delle evenienze, per qualsiasi partito. “Congresso Pd, rischio scissione”; “Un partito che si aggroviglia”; “Sfida a D’Alema (senza dirlo)”; “Pd, sì al congresso tra le tensioni”; “Il leader: li seppelliremo con le loro regole. In bilico le urne a giugno”; “Il ‘nemico numero uno’ seduto muto in platea. E Matteo lo provoca (senza mai nominarlo)”; “Il rebus urne. I tre partiti dem”; “Una velocità che strappa l’unità del Nazareno”. Questo il Corriere del 14 febbraio. Dopo è stato un crescendo fino all’apogeo di questi giorni in cui pare (nel momento in cui scrivo nulla è ancora certo) si scinda. Lotte interne al coltello, retroscena, incontri segreti, notizie dettagliate su che cosa hanno mangiato nei loro pourparler o su quali cessi d’oro si sono seduti. Che possono interessare queste cose a una persona normalmente sana di mente? Non c’è da stupirsi se le vendite dei giornali si sono ridotte al lumicino (nostalgia dei tempi in cui il Corriere dedicava solo due colonne, firmate da Luigi Bianchi, ai retroscena della politica; nostalgia delle tribune politiche dirette da Jader Jacobelli che, nonostante il suo aspetto da gallinaceo, era un uomo molto colto).

Ma i giornali hanno altre responsabilità verso se stessi e la collettività. Prima si sono autocannibalizzati dedicando quasi altrettante pagine ai quibusdam che sfilano ogni giorno nelle Tv generaliste, facendo diventare personaggi e opinion maker degli individui che, volendo essere leggeri, sono braccia sottratte all’agricoltura o ai lavori domestici.

Sono costoro che orientano la collettività, che dettano le mode, che impongono i costumi. Non i giornali, che come se ancora non bastasse si sono ulteriormente autocannibalizzati dando un rilievo enorme a quanto accade sui social network dove la prevalenza del cretino, che in linea di massima si esprime in forma anonima dando libero sfogo ai suoi peggiori e bestiali istinti – una sorta di jihadista vigliacco – o più semplicemente alla sua idiozia, è assicurata.

Ma in fondo giornali, Tv, social non sono che delle sovrastrutture, degli epifenomeni. Il vero nocciolo duro della disgregazione italiana, politica, culturale, etica, sono i partiti, queste bocciofile intrinsecamente mafiose e spesso criminalmente mafiose.

I grandi teorici della democrazia liberale, da Stuart Mill a John Locke, non prevedevano la presenza dei partiti. E come nota Max Weber fino al 1920 nessuna Costituzione liberaldemocratica li nominava. E anche la nostra Costituzione, che pur nasce dal CLN, cioè dall’alleanza di tutte le formazioni antifasciste, dai comunisti ai monarchici, cita i partiti in un solo articolo, il 49, che recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. È un diritto, non un obbligo. Partendo da quest’unico articolo i partiti hanno occupato anche gli altri 138. Contro questo pericolo, vale a dire la partitocrazia, avevano tuonato già nel 1960 il grande giurista Giuseppe Maranini e persino lo stesso presidente del Senato Cesare Merzagora, un galantuomo indipendente. Io mi onoro di aver dato battaglia, in solitaire come giornalista (sul versante politico c’erano i radicali di Panella) alla partitocrazia più o meno dagli inizi degli anni Ottanta.

Ma è stato tutto inutile. La degenerazione partitocratica, come un tumore maligno, è andata progressivamente enfiandosi producendo metastasi in ogni settore della vita pubblica e privata. Oggi siamo arrivati al punto che è l’Assemblea della bocciofila Pd a determinare la data del momento più sacrale della democrazia: le elezioni. De hoc satis.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano del 21/02/2017.

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Un flashmob per la democrazia

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di Beppe Grillo

Queste che vanno avanti in queste ore non sono consultazioni, ma un’invasione degli ultracorpi: potrebbero anche non finire mai i primi ministri già pronti nel paradiso sotterraneo delle banche. Noi abbiamo deciso di non partecipare a questa sceneggiata.

Non importa quali e quanti avatar usa e getta potranno occupare la posizione di primi ministri attraverso manovre di palazzo; ciò che a noi importa è la sovranità popolare che vogliamo difendere. Il palazzo non vuole prendere atto del no di 20 milioni di italiani e quindi noi da quel palazzo siamo pronti a uscire per andare ad ascoltare le ragioni dei cittadini, di quelle dei partiti non ci interessa nulla.

I parlamentari 5 Stelle usciranno da quella fabbrica di prestanome della democrazia e compariranno in una città del Paese. La voce del popolo inascoltato ci esorta a prendere fisicamente posizione al fianco degli italiani traditi.

Loro continuino con le loro consultazioni, con i loro riti tristi, triti e ritriti, con le loro sceneggiate. Continuino pure con la loro invasione di ultracorpi, noi compariremo in una piazza d’Italia e terremo lì una seduta parlamentare: sarà un Flash Mob per la Democrazia dove a parlare e ad essere ascoltati saranno i cittadini.

Entro il 24 gennaio organizzeremo una grande manifestazione per la dignità dei cittadini. Domani partirà il countdown. È ora di applicare l’articolo 1 della Costituzione che abbiamo difeso: la sovranità appartiene al popolo!

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Il voto popolare secondo il Pd #LadriDiDemocrazia

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Il Pd di democratico ha solo un pezzo del suo nome. Per loro il voto è valido e legittimo solo se conferma quello che vogliono. Se c’è il rischio che il popolo decida diversamente evitano che si voti oppure cambiano le regole del gioco. Prima hanno provato a far rinviare il voto del 4 dicembre usando Alfano per saggiare le acque. Poi hanno deciso di cambiare la legge elettorale perchè con quella attuale il MoVimento 5 Stelle andrebbe al governo. Ne faranno una che garantisca a Renzi di vincere le elezioni. Sicuri? L’hanno fatto anche con l’Italicum ma gli è andata male, quando i sondaggi daranno il MoVimento vincente anche con la nuova legge elettorale la cambieranno ancora?
Con la loro riforma costituzionale infine vogliono togliere ai cittadini il diritto di eleggere i senatori. Sono incredibili.
E pretendono pure che la gente dica sì senza fiatare. #IoDicoNo. Sono ladri di democrazia nei fatti, ma il loro disprezzo per la sovranità popolare è evidente anche nelle parole. Leggete le dichiarazioni di seguito e fatele leggere a quante più persone potete. Fare informazione è il vostro dovere.

Il suffragio universale comincia a rappresentare un serio pericolo per la civiltà occidentaleFabrizio Rondolino – firma di punta de l’Unità, il giornale del Pd che vive da anni di finanziamenti pubblici
La vittoria di Trump è una tragedia peggiore del terremotoIleana Argentin, deputata Pd
L’impensabile è accaduto. La vittoria di Trump uno degli eventi più sconvolgenti della storia del suffragio universaleGiorgio Napolitano, ex bis-presidente della Repubblica e nuovo padre costituente assieme a Verdini (l’invasione sovietica dell’Ungheria invece portò la pace nel mondo)

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Il popolo è sovrano #Brexit

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di MoVimento 5 Stelle Europa

Grandi manovre a Londra. L’Alta corte di giustizia di Inghilterra e Galles ha stabilito che l’articolo 50 del Trattato di Lisbona – quello relativo all’uscita dall’Unione europea – può essere attivato solo dopo un voto favorevole del Parlamento britannico. Il referendum sulla Brexit non aveva quorum, era di tipo consultivo e non era legalmente vincolante, è vero, ma è stato un grande esercizio di democrazia: andare contro la volontà degli elettori sarebbe un suicidio, tant’è che in Inghilterra nessuno ha apertamente festeggiato alla decisione dell’Alta corte di Giustizia. Tuttavia, nel Parlamento di Westminster c’è un’ampia maggioranza di deputati che si erano schierati contro la Brexit. Se la decisione dei giudici venisse confermata, come voteranno? Secondo coscienza o rispetteranno l’esito popolare. È in gioco la sopravvivenza della democrazia.

Piero Calamandrei, durante l’arringa in difesa di Danilo Dolci arrestato nel 1956, si rivolge al giudice e dice: “che cosa vuol dire libertà, che cosa vuol dire democrazia? Vuol dire prima di tutto fiducia del popolo nelle sue leggi: che il popolo senta le leggi dello Stato come le sue leggi, come scaturite dalla sua coscienza, non come imposte dall’alto”. Ecco l’idea di democrazia che dovrebbe stare a cuore a tutti i rappresentanti dei cittadini.

Il voto di quasi 17 milioni di cittadini britannici che hanno deciso per la Brexit è la conseguenza (e non la causa) di un’erosione democratica iniziata con la costruzione dell’euro. Attorno alla moneta unica è stato disegnato un sistema di governo attraverso il quale la Banca centrale e una Commissione di non eletti stanno controllando le politiche fiscali, valutarie e monetarie dei Paesi. Il Movimento 5 Stelle denuncia da anni la mancanza di legittimità democratica di questa architettura politica. La crisi economica iniziata nel 2008 ha dimostrato che i Trattati europei sono una camicia di forza per le economie del Sud Europa. Solo i cittadini, e non i giudici, possono salvare l’Europa dalla disintegrazione. E questo vale dappertutto: a Londra, a Bruxelles e a Roma.

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