Accordo (al ribasso) sull’economia circolare: ecco cosa cambia nella gestione dei rifiuti

di Piernicola Pedicini, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa.

La montagna ha partorito un topolino. Dopo un lungo negoziato il Parlamento Europeo e il Consiglio hanno trovato un accordo sul cosiddetto pacchetto rifiuti. Rispetto agli obiettivi ambiziosi… Continua a leggere Accordo (al ribasso) sull’economia circolare: ecco cosa cambia nella gestione dei rifiuti

#ProgrammaSviluppoEconomico: innovazione e industria

di Eleonora Rizzuto, presidente Associazione Italiana Sviluppo Economia Circolare, AISEC

L’economia circolare è un concetto che ha origini anche piuttosto antiche. Le nostre nonne usavano riciclare tutto quello che avevano in casa. Per noi oggi come modello economico vincente per un’economia sana, per un’economia del futuro soprattutto per il nostro paese, cioè differentemente da quello che avviene nell’economia lineare a cui noi siamo tutti abituati, dal recupero delle materie prime alla produzione del prodotto, alla messa in circolazione del prodotto stesso, alla creazione di rifiuto che poi viene incenerito, si passa invece alla creazione di valore anche della parte che oggi mettiamo in rifiuto, quindi il riutilizzo dove possibile della materia prima che si è utilizzata nella produzione affinché diventi materiale secondo per una seconda vita.

Tutto questo rappresenta una rivoluzione nell’ambito proprio del ciclo produttivo e ha bisogno più che mai della risituazione del prodotto stesso in fase di design, quindi le imprese che vogliono oggi attuare un modello di economia circolare devono pensare il prodotto che producono dall’inizio, quindi quello che si chiama in terminologia tecnica il ciclo di vita di un prodotto nasce proprio dall’esigenza di disegnare, mappare, dalla risorsa al prodotto finale al rifiuto e quindi alla rimessa in funzione del materiale di scarto la vita di un prodotto. Ci crediamo, siamo interessati a far si che questo modello venga assolutamente diffuso, fatto conoscere in vari modi, assolutamente fatto conoscere attraverso i mezzi di comunicazione, i movimenti politici, le università, al livello del cittadino consumatore, che rappresenta il primo volano vero per realizzare gli obiettivi di economia circolare attraverso un acquisto consapevole, ma anche attraverso quella che è la divulgazione e la promozione del modello delle imprese.

Oggi in Italia viviamo un momento veramente interessante da questo punto di vista, perché almeno a nostro avviso c’è un pullulare di interesse, sia nella piccola, sia nella media, e sta iniziando anche nella grande impresa nei confronti del modello di economia circolare. E questo per due motivi che ci sembra importante sottolineare: il primo è un motivo che per noi che ci occupiamo di piano di sviluppo sostenibile è assolutamente rivoluzionario, finalmente riusciamo a parlare di progetti che rispondono a criteri di economicità, quindi lo sviluppo sostenibile per la prima volta con l’economia circolare risponde ad un obiettivo di risparmio di costi, sia in termini di costi di materie prime per le aziende che producono prodotti, che per il risparmio della parte che si vede meno, che conosciamo di meno, cioè un po’ anche antipatica, che è la parte finale del prodotto, quindi il rifiuto, che cosa si fa con il rifiuto prodotto. Vorremmo appunto intervenire e facilitare questo cammino nei confronti delle imprese, sia nel settore primario, che secondario e anche terziario, poi vedremo come, attraverso una serie di attività e di progettazione che le aiutano a veicolare il modello in modo assolutamente naturale e all’interno dei processi produttivi.

Il secondo settore è appunto quello della risposta del consumatore al prodotto che viene immesso da un’impresa sul mercato, quindi poi vedremo anche a livello di costi e di prezzo finale quale può essere l’impatto e l’interesse per i consumatori, ma per far questo occorre l’aiuto di pubblicità, di promozione, di divulgazione, di formazione su quello che significa oggi la differenziazione di un prodotto che vien fuori da un modello lineare rispetto a un modello circolare. Esempi ne abbiamo parecchi, in Italia abbiamo degli esempi virtuosi che possiamo anche portare avanti per replicare il modello, perché il modello ha bisogno di progetti pilota che possano poi essere replicati dove sia possibile. Nel tessile esistono diverse realtà che oggi sono per di più guidate da associazioni non profit, o Ong, che vanno proprio a intaccare i modelli produttivi di grandi brand tessili piuttosto che di società che producono tessuti che vanno poi nei mercati internazionali, e vanno a recuperare il non venduto, il non utilizzato, quello che oggi rappresenta un rifiuto che non abbiamo idea di dove vada a confluire, come venga riutilizzato.

Per la maggior parte dei casi questo viene incenerito, invece con questi primi assaggi di economia circolare il tessuto viene preso, riutilizzato e a volte viene anche donato a economie che insomma, anche al di là dei nostri perimetri territoriali, fuori dall’Italia, ad economie in sviluppo per poter creare lavoro. E questo è il terzo grande argomento che impatta l’economia circolare, cioè ci sono studi recenti sia italiani che internazionali di primissimo livello che dimostrano come l’implementazione di questo modello in effetti crei dei posti di lavoro. E questo è facilmente spiegabile, innanzitutto è un filone che ancora oggi in Italia è da sperimentare, ed è legato al mondo dei poli universitari, della ricerca, dell’innovazione. C’è bisogno di avere innovazione tecnologica perché questo esempio che ho fatto banale del tessile possa essere riprodotto in tutte le materie prime che possano diventare seconde. Oggi siamo ancora carenti di innovazione in questo senso, e dall’altro riguarda appunto il crederci, il contributo sia da parte delle imprese che lo mettano in pratica, e suggeriamo sempre con progetti a tempo, che lo pilota in maniera tale che si possa fare sviluppo economico di quello che si fa, e la presenza importante del mondo politico che incentivi tutto questo.

L’esempio fra tutti, ciò che avviene nei paesi scandinavi, ciò che avviene in Francia in certe situazioni, avere la possibilità di un incentivo fiscale ad esempio intaccando l’iva sulle imprese che vogliono fare economia circolare, questo rappresenta sicuramente una leva importante anche per i più timidi, per coloro che non hanno ancora ben chiara quale sia la portata rivoluzionaria di questo modello. Oggi le aziende, soprattutto nell’industria, che utilizzano e si avvicinano al modello lo fanno su basi volontaristiche, che però hanno dei limiti importanti, il primo è quello appunto quello del profitto. Il limite per poter avanzare progetti di questo genere mantenendo l’azienda in situazione di benessere sia come produzione che come forza lavoro oggi ancora è molto difficile. Ma cerchiamo appunto di arrivare a questo obiettivo.

La reportistica aziendale non finanziaria, che è un altro argomento su cui noi insistiamo molto, cioè la misurazione annuale di quello che l’azienda fa come indice di sostenibilità oggi ancora è carente per la parte che riguarda l’economia circolare, soprattutto sulla misurazione di indici che vanno ad intaccare le risorse utilizzate e quelle legate alla parte dello smaltimento, del non venduto, del messo al di fuori dei circuiti produttivi. E questo è un altro argomento su cui insistiamo, ecco, dobbiamo cercare di renderlo operativo. Ora c’è l’obbligatorietà anche in Italia di pubblicare i bilanci non finanziari, di sostenibilità; cerchiamo di introdurre anche due tre indici dedicati esclusivamente all’economia circolare. Un altro settore dove è importante insistere è quello della formazione scolastica sul concetto di economia circolare. Quello che si diceva all’inizio della nostra chiaccherata sulla potenza del consumatore in questo modello è naturalmente spendibile se sin dalle nuove generazioni si capisca e appunto si investa in questo tipo di mentalità.

Oggi sempre di più ascoltiamo dai nostri giovani il piacere della riparabilità, di avere degli oggetti che possano poi vivere una seconda e terza vita, e questo non avviene casualmente, ma da una cultura, sia a livello famigliare che di strutture scolastiche. Vorremmo insistere su questa parte per avere poi un consumatore che si avvicini ad un acquisto che sia responsabile, e citiamo appunto gold12, che è uno degli gold che sostengono degli open course promossi dall’Onu, quindi a cui anche l’Italia deve conformarsi. E quindi è anche un modo immediato per poter parlare di economia circolare anche sui banchi di scuola. L’economia circolare applicata sul nostro territorio è una peculiarità che in pochi paesi hanno.

L’Italia è un paese diversificato e nel bene e nel male ha bisogno di progetti che insistano in aree geografiche organizzate. Quindi è importante creare infrastrutture e reti di incontro tra aziende che producono in una determinata area geografica; faccio un esempio appunto del Brenta, dove c’è un alto tasso di originalità per quanto riguarda le calzature, dove è importante pensare alla messa in funzione di reti tra aziende in cui lo scarto di una diventi la risorsa dell’altra.

Leggi e commenta il post su www.beppegrillo.it

Continua a leggere #ProgrammaSviluppoEconomico: innovazione e industria

#ProgrammaSviluppoEconomico: l’economia circolare

di Stefano Bartolini, docente di economia politica all’Università di Siena

Quale tipo di economia vogliamo? Quale tipo di economia è desiderabile costruire? Per un sacco di gente il problema attuale delle economie è la scarsa crescita economica, io invece penso che il maggior problema economica sia la scarsa qualità della vita; mi riferisco in particolare agli studi sul benessere psicologico: cos’è che fa star bene la gente? Sappiamo che la qualità delle relazioni che pesa più di ogni altra cosa, che influenza il benessere, ci sono tante cose che influenzano il benessere, ma la qualità delle relazioni è quella cruciale. Beh, abbiamo costituito una economia che non fa star bene la gente, perché distrugge ampiamente le relazioni. Vi faccio degli esempi: il modo in cui abbiamo costruito le nostre città, le abbiamo consegnate al traffico, ma le città erano state pensate per far stare la gente insieme, esistono da 5000 anni, il progetto urbano è sempre stato un progetto di aggregare le persone, e le persone si sono sempre aggregate negli spazi comuni: le piazze, le strade, dove la gente si incontrava, e intesseva relazioni, poi le strade e le piazze sono state consegnate alle macchine, e questo ha avuto un effetto disastroso di distruzione del tessuto sociale.

Le vittime principali di questo sono per esempio i bambini, l’infanzia che è stata vissuta fino a pochi decenni fa con i bambini che stavano per la strada, passavano i pomeriggi in gruppo, a giocare a calcio per le strade, in giro con gli amici, non esiste più, perché le città sono diventate pericolose ad esempio per il traffico, che le rende pericolose; l’infanzia si è spostata in casa, abbiamo creato un gigantesco e innovativo problema di solitudine infantile, che nessuna altra società ha mai sperimentato. Beh, il punto è che tutto questo ha reso l’infanzia molto più costosa di prima, perché adesso i bambini che sono sempre soli vanno sorvegliati, abbiamo bisogno di spendere per le baby sitter ad esempio, abbiamo bisogno di riempire il vuoto delle loro vite di giocattoli, perché questi non hanno più compagnia e quindi i giocattoli sono un sostituto della compagnia, ora tutto questo ci fa spendere, è un problema di qualità della vita, che è crollata per i bambini, alla quale reagiamo rendendo l’infanzia più costosa.

Questo aumento del Pil naturalmente, fa girare i soldi, rende l’economia più grande, ma peggiora la qualità della vita, la stessa cosa vale esattamente per gli anziani. Prima gli anziani quando erano soli e malandati, beh, un tessuto sociale di quartiere se ne prendeva cura, qualcuno gli faceva la spesa, qualcun altro passava a trovarli, adesso ci vuole la badante, questo ha peggiorato la qualità della vita degli anziani ma ha alzato il Prodotto interno lordo, e ha prodotto crescita economica. Se la nostra città diventa troppo pericolosa per andare fuori la sera passeremo le serate in casa e per passarle in modo divertente ci compreremo il cosiddetto home intertainment, la mega tv a schermo piatto, il dvd, la playstation, giochetti per il computer di ogni tipo, quelli costano e invece una città vivibile è un bene gratuito.

È la qualità della vita che dobbiamo promuovere, e questo ci farà spendere meno soldi, perché promuoverà la qualità delle relazioni che ci danno gratuitamente tante cose. Vi faccio altri esempi: il nostro modo di lavorare, le imprese son state riorganizzate negli ultimi trent’anni seguendo uno schema più o meno di questo tipo: più pressione, più incentivi, più controlli, più conflitti, peggiori relazioni, nell’illusione che tutto questo stressare i lavoratori rendesse i lavoratori più produttivi, ma gli studi sull’argomento mostrano invece che la gente più stressata, meno soddisfatta del proprio lavoro è meno produttiva, non più produttiva. Possiamo rilassare la tensione all’interno delle imprese, possiamo rilassare le gerarchie, rendendo il lavoro meno stressante e più produttivo, pensate alla sanità per esempio. Gli epidemiologi sanno perfettamente che quello che più fa ammalare le persone è l’infelicità della gente, è la scarsità e la cattiva qualità delle loro relazioni.

Possiamo alleggerire la spesa sanitaria, che è diventata praticamente insostenibile, costruendo un mondo di relazioni migliori e di gente soddisfatta della propria vita, più contenta, più felice, tutto questo di nuovo non alzerà il Pil, perché tutti i soldi che spendiamo in sanità aumentano il Pil e generano crescita economica, ma migliorerà la qualità della vita. Allora perché ci continuano a ripetere che la soluzione è la crescita economica? Generalmente questa cosa viene motivata con l’alleggerimento della disoccupazione. Il motivo per cui si continua a puntare sulla crescita è che questo diminuisce la disoccupazione, ma questa è un’illusione al limite della superstizione ormai, noi sappiamo che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta togliendo nel mondo milioni e milioni di posti di lavoro, non è la crescita economica che aumenterà i posti di lavoro; inoltre, un mondo di gente che consuma meno è anche un mondo di gente che ha bisogno di lavorare meno ore, c’è meno gente in una famiglia che ha bisogno di un lavoro; immaginatevi ad esempio che la situazione torni ad essere, supponiamo quella degli anni Settanta, in cui normalmente nelle famiglie lavorava solo una persona a tempo pieno.

Perché ad esempio i bambini non costavano quasi niente, gli anziani non costavano quasi niente, avevamo tessuto sociale, tutte quelle cose ci hanno reso la vita più costosa e ci hanno spinto a lavorare di più, per esempio una famiglia ha bisogno di due lavori a tempo pieno. Supponete che rigenerando il tessuto sociale ci sia bisogno delle famiglie di due persone che lavorino part-time e basti questo; questo libererebbe un sacco di posti di lavoro per gente che attualmente non ha lavoro e lo sta cercando. Quindi l’idea che una riduzione del consumo attraverso un aumento della qualità della vita aumenti la disoccupazione è allo stato attuale delle cose semplicemente una superstizione; non c’è alcuna garanzia che la diminuzione dei posti di lavoro che effettivamente ci sarebbe diminuendo il consumo non sia più che compensata dalla quantità di gente che ha bisogno di un lavoro e del numero di ore che desiderano lavorare perché sennò non arrivano a fine mese.

Di questo programma di miglioramento di qualità della vita non c’è praticamente traccia nell’agenda politica dei partiti italiani, tranne che nell’agenda politica dei 5 stelle, dove tracce di puntare sulla qualità della vita, anche più di tracce per la verità, se ne trovano, per esempio è un programma che punta ai consumi responsabili, alla distruzione dell’obsolescenza programmata, quel meccanismo per cui i prodotti devono invecchiare rapidamente per essere sostituiti, meccanismo che di nuovo viene giustificato con il fatto che crea più posti di lavoro; li crea ma crea anche più gente che ha bisogno di lavoro perché aumentano le nostre spese.

Leggi e commenta il post su www.beppegrillo.it

Continua a leggere #ProgrammaSviluppoEconomico: l’economia circolare

I negozi rifiuti zero: la rivoluzione che serve all’Italia

circolare.jpg

L’economia circolare è già presente in moltissime realtà. Bisogna solo diffonderla il più possibile.

dal sito Plaid zebratraduzione a cura di MoVimento 5 Stelle Europa

Dimenticate Whole Foods. I tedeschi hanno creato un negozio tenendo ben presenti le esigenze dei clienti eco-consapevoli. O almeno a Berlino, dove è stato aperto il più recente punto vendita Original Unverpackt. Qui non troverete sacchetti di carta o plastica, o nessun genere di sacchetto nella fattispecie. Questo nuovo negozio di alimentari non genera rifiuti consentendo ai clienti di acquistare esattamente le quantità di cui hanno bisogno, riducendo i rifiuti nelle loro case. Original Unverpackt non vende prodotti di marchi famosi; offre invece per lo più prodotti organici. Original Unverpackt rifornisce i propri scaffali attraverso un sistema di contenitori pallettizzabili con un assortimento di frutta, verdura e cereali. Anche lo shampoo e il latte sono erogati da contenitori riempibili, secondo Salon.
Le due fondatrici Sara Wolf e Milena Glimbovski volevano creare “l’impossibile“: attraverso il crowdfunding hanno sostenuto il progetto di questo negozio e hanno deciso di sfidare la tradizionale idea di “fare la spesa“. La mission del negozio è quella di smettere di creare rifiuti connessi al packaging degli alimenti, vendendo alimenti in modo sostenibile (16 milioni di tonnellate l’anno nella sola Germania). Tre studi condotti nel 2013 hanno rivelato che ogni anno vengono accumulati 12 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari, con un costo totale di 19 miliardi di sterline l’anno. Questa cifra non significa solo il riempimento delle discariche, ma è anche sinonimo di 20 milioni di tonnellate annue di emissioni di gas serra della nazione-
Lo stesso studio rivela che il 75% di questi rifiuti potrebbe essere facilmente evitato attraverso un’infrastruttura più efficiente. In termini di prezzi, alcuni dei prodotti offerti presso Original Unverpackt sono più costosi, principalmente perché organici, ma i prezzi di altri articoli sono simili, se non addirittura inferiori, a quelli dei supermercati standard. Il concetto “riempi il tuo contenitore” consente ai clienti di risparmiare denaro evitando loro una spesa eccessiva per gli alimenti: essi possono portare i loro contenitori, quali vaschette e sacchetti riciclati, venduti anche presso il negozio, e pagare in base al peso dei prodotti. Sebbene molti ritengano che tale modello di supermercato sostenibile difficilmente potrà raggiungere il nord America in tempi brevi, la consapevolezza e la richiesta di alternative low-waste sono destinate ad accelerare il processo.

Leggi e commenta il post su www.beppegrillo.it

Continua a leggere I negozi rifiuti zero: la rivoluzione che serve all’Italia

L’economia del buon senso, di Walter Stahel

Quando nel 1976 il professor Walter Stahel pubblicò “L’occupazione di domani: sostituire l’energia con il lavoro” (1976) forse non immaginava che ciò lo avrebbe portato a Palermo sul palcoscenico di Italia 5 stelle, a parlare davanti a migliaia di persone. Nel 1993 Stahel fu colpito da come Beppe Grillo propugnava la riforma ecologica dell’economia con uno spazzolino da denti a testina cambiabile: tieni il manico e cambi solo la testina, compri dieci volte meno spazzolini e usi dieci volte meno plastica. Il valore economico è creato dall’uso dei manufatti, non dalla loro vendita. E’ questo il credo di Stahel. Più un manufatto è durevole, riparabile, riusabile, meno pezzi ne compri, meno inquini, più lavori per mantenerlo funzionale. I kilowatt e le tonnellate diventano disoccupati, non le persone. Economia del buon senso, la chiama Beppe Grillo, economia circolare la chiamano i tecnici, economia della prestazione (performance economy), la chiama il professor Stahel.

Intervento di Walter Stahel al foro italico di Palermo per Italia 5 Stelle

La prima cosa che dobbiamo sapere è che l’economia circolare punta sull’uso, sull’utilizzo dei prodotti. Uno degli obiettivi dell’economia circolare è proprio la gestione del capitale. Per capitale intendiamo il capitale umano, le risorse naturali, la produzione, tutti questi elementi che possono avere valore. La strategia che sta alla base dell’economia circolare è il riutilizzo e anche l’allungamento della vita dei prodotti, siano essi merci o materiali. Alcuni esempi di oggetti che possono essere riutilizzati più volte sono i container, ma anche le banconote, e se ci pensiamo i soldi sono degli oggetti che girano continuamente di mano in mano. Il principio su cui si basa l’economia circolare è la cura. Per prendersi cura degli oggetti e delle persone ci vogliono le persone stesse, non possiamo affidare la cura a un robot. In particolare ci soffermiamo sulla grande importanza che ha la manodopera, il lavoro. La durata di un oggetto dipende dal desiderio che noi ne abbiamo: nel caso di un orsetto di peluche chi decide quanto deve durare quell’oggetto sei tu, non è il produttore, è l’utilizzatore che fa la differenza. Uno studio recente ha evidenziato che la transizione verso un’economia circolare potrebbe ridurre le emissioni inquinanti del 70%, lo ripeto 70%, e potrebbe portare a un 4 o 5% in più di posti di lavoro su base nazionale. Quindi la cosa importante è continuare ad usare questi oggetti. La mia Toyota, è una macchina del 69 che continuo ad usare e che funziona perfettamente. Quindi con l’economia circolare noi sostituiamo l’energia con la forza lavoro e creiamo dei lavori su base locale. Una politica che potrebbe immediatamente aiutare la transizione verso un’economia circolare prevede una mancata tassazione della forza lavoro: non bisogna tassare il lavoro, ma bisognerebbe tassare le risorse utilizzate. L’economia circolare è ecologica perché si basa sul lavoro delle forze locali, consuma poche risorse e soprattutto non innesca la catena dei trasporti, la catena dei rifornimenti, su base nazionale o internazionale. L’economia circolare è anche economica, perché rifabbricare un oggetto o restaurare un edificio permette di risparmiare almeno il 40% delle risorse. Infine l’economia circolare ha un impatto sociale molto positivo perché permette di creare posti di lavoro a livello locale, senza il bisogno di andare in Bangladesh, e si può spaziare su una grande varietà di posti di lavoro. L’economia circolare è un concetto che non non vuole abbandonare il progresso, il progresso ci serve. Lo Shuttle è il primo esempio di motore che è stato riutilizzato da un aereo ed è stato montato sullo Shuttle. Infine adesso si utilizza un razzo che può anche atterrare, per cui si può riutilizzare molte volte. Il progresso tecnologico fa parte e rientra nell’ economia circolare. E’ molto importante in un’ottica di economia circolare e di sostenibilità puntare sull’ efficienza e sulla sufficienza, il modo migliore per non sprecare energia è non usarne quando non ce n’è bisogno. La stessa cosa vale per i materiali: vi ho fatto vedere uno spazzolino da denti, quando ho finito di usarlo mi basterebbe buttare via le setole e rimpiazzarle con altre nuove, non c’è bisogno di buttare questo oggetto.
Grazie e buonasera.

Leggi e commenta il post su www.beppegrillo.it

Continua a leggere L’economia del buon senso, di Walter Stahel