#ProgrammaImmigrazione: il ricollocamento dei richiedenti asilo

L’Italia non è il campo profughi d’Europa. Il nostro Paese è diventato una trappola per tutti i migranti che cercano di raggiungere i parenti sparsi per l’Europa: sbarcano in Italia e nel nostro Paese restano. I partiti non sono più credibili e la risposta europea ci penalizza: egoismo, mancanza di solidarietà, ricollocamenti che non decollano. Dobbiamo pretendere rispetto! Ancora una volta questa Europa si dimostra debole perché non riesce a far rispettare le proprie decisioni e, ancora una volta, il governo italiano si dimostra inconsistente perché non riesce a farsi valere in Europa. Il MoVimento 5 Stelle propone da sempre il superamento del regolamento di Dublino, firmato dal governo Lega-Berlusconi, che significa non caricare il primo Paese di approdo delle responsabilità legate all’accoglienza. Se un migrante ha dei parenti in Austria o Germania e lì vuole ricominciare una vita perché deve essere intrappolato in Italia? Inoltre, il meccanismo di redistribuzione dei migranti deve essere obbligatorio e permanente. Ci deve essere una equa corresponsabilità in casi di massicci flussi migratori. La gestione dei flussi, l’accoglienza, le responsabilità e gli oneri devono essere condivisi equamente tra tutti gli Stati Membri in base a parametri oggettivi e quantificabili, come popolazione, PIL e tasso di disoccupazione. Il meccanismo deve tenere conto inoltre dei bisogni, della situazione familiare, delle competenze dei richiedenti asilo e di tutti gli elementi che agevolino l’inclusione sociale, in modo da evitare movimenti secondari tra i diversi Stati europei. Il MoVimento 5 Stelle chiede se siete a favore dell’introduzione di un meccanismo automatico ed obbligatorio di distribuzione dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati Membri. Questo meccanismo deve prevedere sanzioni per i Paesi che non rispettano gli accordi.

di Maurizio Veglio, avvocato e membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

La redistribuzione o relocation è un meccanismo che è stato introdotto dalla Commissione europea nel 2015, all’interno dell’Agenda europea sulla migrazione. Questa agenda è un manifesto politico che rivela, in realtà, la debolezza dell’Unione Europea nella risposta a un fenomeno storico che non è certamente inedito. È vero che il fenomeno migratorio è arrivato a numeri non conosciuti in precedenza ma, rispetto alla portata, alla stabilità economica e al livello di benessere dell’Unione Europea che ospita circa 500 milioni di abitanti, non sembrava in grado di poterne mettere in discussione la stabilità e la tenuta. Ciò nonostante, l’Unione Europea ha risposto con una posizione di chiusura, con una politica difensiva e contenitiva, finalizzata, in primo luogo, a prevenire il movimento delle persone.

Questo tipo di politica, che io definirei “politica di imbuto” o di “ostacoli crescenti”, ha l’obiettivo molto chiaro di impedire il movimento delle persone in primo luogo attraverso il finanziamento dei regimi dei Paesi di provenienza o di transito. Questo anche a costo di sovvenzionare autorità che sono antidemocratiche come nel caso della Turchia, Stati implosi com’è il caso della Libia, vere e proprie dittature com’è il caso del Sudan, o Paesi che non sono nel pieno controllo delle autorità statali come l’Afghanistan. In secondo luogo, si è nuovamente sottolineata la centralità del regolamento Dublino, un regolamento comunitario che ha l’obiettivo di costringere le persone che arrivano in Europa per chiedere asilo politico nel primo Paese d’ingresso (sostanzialmente in Italia e in Grecia) impedendo alle persone di scegliere e di individuare il Paese di destinazione. In terzo luogo, per alleviare il numero crescente in carico a Italia e Grecia, la Commissione europea prevede questo meccanismo di redistribuzione, per adesso in chiave non obbligatoria. Questo è uno dei motivi per il quale questo sistema non ha funzionato, peraltro stiamo parlando di numeri estremamente limitati, si parla di circa 120 o 160 mila persone. La relocation non ha funzionato per una serie di motivi, ma di fatto, anche qualora avesse funzionato nella sua piena portata, non avrebbe spostato i termini del problema.

Ritengo che l’Unione Europea sia tenuta a una serie di obblighi positivi. Primo fra tutti, quello di tutelare la vita delle persone. Per fare ciò è evidente che bisogna impedire di costringere le persone a esporsi al rischio di compiere il viaggio verso il territorio dell’Unione Europea, non solo attraversando il Mare Mediterraneo, ma anche il deserto che è un luogo dove avvengono eventi atroci e tragici. Sarebbe importante evitare il transito attraverso la Libia che, come dicevo prima, è un Paese, di fatto, imploso, che non esiste perché alla mercé di bande armate e di gruppi che non rispondono a una Istituzione centrale. Questo è possibile, ed è possibile attraverso una politica seria di reinsediamento o attraverso il rilascio di visti o di apertura di canali umanitari direttamente nei Paesi di origine o Paesi di transito. Paesi evidentemente coinvolti in situazioni di conflitti civili o di gravi e ripetute violazioni dei diritti fondamentali.

In secondo luogo è opportuna, per non dire necessaria, una revisione del regolamento Dublino, cioè della regola per cui il singolo Stato di frontiera è tenuto a farsi carico della domanda di protezione internazionale presentata dal migrante. È necessario un salto di qualità che comporti la presa in carico dell’Unione Europea in quanto tale, non del singolo Paese ma dell’Istituzione complessiva. Una situazione che deve confermarsi politicamente capace di rispondere a un fenomeno importante e storico attraverso una politica seria e ragionevole, ispirata ai criteri di razionalità e non di emotività. Anche perché, in questo senso vanno gli indicatori demografici ed economici di molti Paesi che fanno parte dell’Unione. Questo quindi imporrebbe, da un lato, la possibilità di entrare regolarmente e senza pericoli per i richiedenti asilo e dall’altra di redistribuire equamente fra i vari Stati l’onere, non solo dell’accoglienza ma soprattutto la restituzione della dignità personale ai richiedenti.

Bisogna uscire, in qualche modo, da questo cerchio segregante che confina le persone entro l’alveo degli oggetti: oggetti di accoglienza, oggetti di salvataggio, oggetti di derisione, oggetti di pietà. Bisogna riportare le persone a una dimensione di soggettività e di titolarità dei diritti. Il richiedente asilo è, prima di tutto, un soggetto di diritti: all’accoglienza, alla protezione, alla tutela della sua vita e, in questo senso, la mutazione di questo ruolo dev’essere portata in primo luogo attraverso il riconoscimento della volontà delle persone di poter scegliere il Paese di destinazione del proprio percorso migratorio. Non bisogna dimenticare, inoltre, che la grande maggioranza delle persone è costretta e decide di rimanere nei Paesi immediatamente confinanti con il proprio Paese d’origine sia per condizioni economiche, sia per scelta, perché la finalità di molte persone è evidentemente quella di poter rientrare nel Paese d’origine appena le condizioni lo permettono.

Da ultimo, la risposta è sempre condizionata alla strutturazione di un sistema di accoglienza adeguato in Italia. Lo SPRAR, sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati, è un sistema che, dal punto di vista qualitativo, sembra offrire garanzie d’adeguatezza e di qualità, ma che dal punto di vista numerico è gravemente insufficiente ad accogliere il numero di persone che sono attualmente nella fase della richiesta di protezione internazionale. In Italia, 3/4 dei richiedenti asilo sono accolti in strutture straordinarie, temporanee, che molto spesso non sono in grado di offrire servizi degni di questo nome. È quindi importante che lo SPRAR sia adeguatamente ampliato, rinforzato, e possa realmente fornire lo strumento per un percorso d’integrazione, che possa avere l’obiettivo di fornire da un lato un riconoscimento di diritti nei confronti del richiedente asilo e dall’altro anche un buon ritorno in termini di restituzione nei confronti della comunità nazionale.

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Pensioni: la nostra proposta arriva al Parlamento europeo #MollateilPrivilegio

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di MoVimento 5 Stelle Europa

È arrivato il momento di mollare il privilegio. Domani alle 18:00 la nostra proposta di risoluzione che abolisce la pensione privilegiata dei parlamentari europei verrà discussa dai coordinatori della Commissione Giuridica del Parlamento europeo. All’incontro – che sarà a porte chiuse – parteciperanno il Presidente della Commissione il ceco Pavel Svovoba (PPE) e i capigruppo della Commissione: il tedesco Axel Voss (PPE), l’austriaca Evelyn Regner (S&D), il bulgaro Angel Dzambazki (ECR), il francese Jean-Marie Cavada (ALDE), la finlandese Heidi Hautala (Verdi), il greco Kostas Crysogonos (Gue), la francese Joelle Bergeron (EFDD), il francese Gilles Lebreton (ENF). A loro ricordiamo che in 18 Stati europei i politici non hanno nessun privilegio. In Austria, Croazia, Danimarca, Estonia, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria i deputati dei Parlamenti nazionali versano i contributi come tutti gli altri cittadini e percepiscono una pensione in base ai contributi che hanno versato nella loro vita lavorativa. Questi Paesi sono un modello da seguire.

Rivolgiamo un appello ai coordinatori della Commissione Giuridica e ai loro gruppi politici di far vincere l’Europa dei cittadini. Pd, Forza Italia, Lega Nord e tutti i parlamentari italiani con chi stanno? L’Europa è composta da tanti Stati diversi fra loro. Noi vogliamo portare i valori, le battaglie e il metodo 5 Stelle dentro le Istituzioni europee, denunciando le ingiustizie e imitando le buone pratiche. Ogni anno oltre 250.000 giovani lasciano l’Italia per emigrare altrove e inseguire un sogno che una casta di politici gli ha negato. È arrivato il momento di pensare a loro, di governare per e con loro.

VIDEO. Vogliamo zero privilegi per i politici. In 18 Stati europei è già così. Guarda questo video:

I PRIVILEGI DEGLI EUROPARLAMENTARI
Tutti gli eurodeputati, al compimento dei 63 anni di età, hanno diritto a un pensione di anzianità a vita pari al 3,5% della retribuzione per ciascun anno completo di esercizio di mandato. Con 5 anni di mandato si matura una pensione a vita pari a 1.484,70 euro al mese. Con due legislature l’assegno raddoppia. I deputati europei inoltre non versano i contributi come tutti i normali cittadini. Questo è un privilegio perché ai parlamentari basta stare su una poltrona anche 1 solo anno per andare in pensione a 63 anni e avere diritto a un assegno.

PENSIONE SÌ, PRIVILEGIO NO! LA NOSTRA PROPOSTA
Bisogna cambiare al più presto l’articolo 14 dello Statuto dei deputati del Parlamento europeo che disciplina il trattamento pensionistico degli eletti. Il diritto pensionistico dei membri del Parlamento europeo deve essere in linea con i sistemi previdenziali previsti per i cittadini ordinari, sia per il calcolo dell’ammontare sia per i requisiti anagrafici e contributivi che definiscono l’età pensionabile.

Ai sensi del Regolamento del Parlamento europeo, i Coordinatori possono rispondere alla nostra proposta di risoluzione in tre modi: 1) redigendo un parere che va trasmesso al Presidente del Parlamento europeo 2) promuovendo un rapporto di iniziativa, primo passo forte per cambiare lo Statuto e abolire il privilegio 3) discutere senza dare nessun seguito.

Vogliamo una pensione equa per gli europarlamentari e non privilegi della casta! Abbiate il coraggio di rinunciare a un vitalizio vergognoso e scegliete di fare una cosa giusta. Per una volta alziamo la testa e ribelliamoci alle catene dei privilegi che hanno trasformato le Istituzioni in una torre d’avorio nemica dei cittadini.

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L’Europa è complice del massacro delle balene in Norvegia

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di MoVimento 5 Stelle Europa

L’accordo commerciale fra Unione europea e Giappone, siglato il 5 luglio, porta con se una grande ombra: il massacro delle balene. Dai porti europei passa infatti la carne di balene che dalla Norvegia arriva – senza controlli – direttamente in Giappone. La Norvegia caccia circa 1.000 esemplari di balene ogni anno. Secondo un documentario trasmesso in Norvegia nel marzo 2017, oltre il 90% degli esemplari uccisi legalmente era di sesso femminile, la quasi totalità delle quali in gravidanza. Le ripercussioni ambientali sono enormi per l’ecosistema marino: più balene ci sono migliore è infatti lo stato di salute degli oceani. Le balene infatti forniscono nitrogeno e ferro che sono necessari per la vita del fitoplancton. Il fitoplancton è diminuito del 40% dal 1950 principalmente a causa della diminuzione della popolazione delle balene.

L’accordo commerciale siglato con il Giappone – che ha molti aspetti positivi – non deve indebolire la lotta al traffico illecito di carne di balena. Chiediamo più controlli. In Europa la caccia alle balene e la tratta delle sue carni sono vietate. Dobbiamo essere coerenti senza prestarci a nessuna complicità.

Il gruppo Efdd – MoVimento 5 Stelle sta lottando al Parlamento europeo per difendere le balene e i nostri mari in tutte le Commissioni competenti: Ambiente, Pesca e Commercio internazionale.


VIDEO.
L’Intervento di Eleonora Evi durante la plenaria di Strasburgo.

di Eleonora Evi, Efdd – MoVimento 5 Stelle (Commissione Ambiente)

“Cari colleghi, che gli oceani ed i loro abitanti non versino in condizioni ottimali è un dato di fatto oggettivo e conosciuto. Tra tutti, i mari artici sono quelli a maggior rischio e quelli dove si stanno manifestando in maniera più evidente gli effetti dei cambiamenti climatici. Purtroppo c’è chi dalla fusione dei ghiacci artici vede solo le grandi opportunità di guadagno dall’estrazione di combustibili fossili, dalle attività minerarie, dall’apertura di nuove zone di pesca e di rotte di navigazione. Questo scenario impone a tutti noi di fare del nostro meglio per evitare che al degrado globale si aggiunga le dannosa e inutile caccia alle balene. Circa il 90% delle balenottere uccise finora dai balenieri norvegesi erano femmine, quasi tutte gravide. La loro uccisione rappresenta un danno enorme per le capacità di sopravvivenza delle popolazioni di balenottere del Nord Est Atlantico. Chiediamo pertanto che gli Stati membri siano allertati del possibile traffico illecito di carne di balena norvegese verso il Giappone ed attuino tutti i necessari controlli di legge. Chiediamo anche che la Commissione europea individui misure di pressione verso la Norvegia nella sua dimensione di membro dell’EEA (European Economic Area) a cui si applica la normativa comunitaria”.

di Rosa D’Amato, Efdd – MoVimento 5 Stelle (Commissione Pesca)

“La Norvegia ha ucciso più di 350.000 balene tra il 1946 e il 1986 e ha votato contro la moratoria commerciale di caccia alle balene nel 1982 rifiutandone i vincoli. Il Paese dei fiordi pratica la caccia alle balene con delle quote autoassegnate, attualmente 999 per la stagione di caccia del 2017 (da 880 nel 2016 e 1.286 per il tutto il periodo 2010-2015 incluso). La scusa era quella della caccia scientifica di piccole balene poi ha ripreso la caccia alle balene commerciali in virtù della «obiezione» alla moratoria commerciale. Oggi la Norvegia è la nazione con il maggior fatturato derivante dalla caccia alle balene al mondo, più di Islanda e Giappone messi insieme. Oltre la metà del prodotto di questa caccia viene esportato in Giappone.

La caccia alle balene ha anche delle ripercussioni ambientali significative per l’ecosistema marino: più balene ci sono migliore è lo stato di salute degli oceani. Inoltre, questi cetacei affrontano già una serie di minacce, non per ultima quella relativa ai cambiamenti climatici e ai rifiuti marini, ma nonostante l’opposizione degli scienziati la Norvegia va avanti con la caccia alla balene, sebbene sempre meno norvegesi gradiscano la sua carne che è per lo più destinata al mercato giapponese. Il Parlamento europeo non poteva non opporsi a questa situazione e ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea chiedendo cosa di fatto questa sta facendo per, da un lato far rispettare alla Norvegia gli accordi internazionali e dall’altro evitare che la carne di balena destinata all’esportazione (la maggior parte!) transiti nei nostri porti europei. Questa è l’ennesima ipocrisia made in Europe, per la serie “fatta la legge trovato l’inganno”. All’interno della nostra area commerciale si commercializzano quasi indisturbati prodotti vietati dalle norme europee!”

di Tiziana Beghin, Efdd – MoVimento 5 Stelle (Commissione Commercio Internazionale)

“La caccia alle balene in Norvegia è legata al redditizio commercio della carne verso il Giappone dove viene venduta a prezzi da capogiro. Il problema è che per arrivare fin lì le navi passano spesso per i porti dell’Unione europea. Nell’ottobre del 2016, ad esempio, sono transitate circa 3 tonnellate in almeno tre porti europei. In Europa la caccia alle balene è vietata, gli Stati membri aderiscono alla Convenzione internazionale per il commercio di specie animali e vegetali in pericolo (CITES), quindi chiediamo che il transito di carne di balena possa avvenire solo in presenza di certificati di autorizzazione che devono essere presentati alle autorità portuali. Se non possiamo obbligare la Norvegia a interrompere i suoi programmi di caccia alle balenottere possiamo però applicare le norme riconosciute a livello EU. L’importanza dell’interrogazione orale discussa al Parlamento europeo va al di là della generica denuncia della caccia alle balene, ma riguarda il ruolo che possono e devono svolgere le autorità portuali degli Stati membri nell’impedire il commercio illegale della carne di balena. Per questa con l’interrogazione vogliamo avviare un processo che dovrà svilupparsi ulteriormente affinché la Commissione verifichi il rispetto degli obblighi derivanti dalla CITES nei porti europei e individui strumenti di pressione verso la Norvegia affinché si decida a riconoscere e mettere in atto la moratoria del 1986”.

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I 20 miliardi che diamo all’Europa e le bugie di Renzi

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di Giorgio Sorial

Ogni anno l’Italia versa almeno 20 miliardi all’Europa. Renzi promette di non destinarli più ma intanto in legge di bilancio ha già preventivato di pagarli all’Unione Europea per i prossimi tre anni!

Per eludere l’attenzione dai disastri inflitti agli italiani in questi anni di governo e per sfuggire alle proprie colpe, Renzi e il Partito Democratico usano sempre le stesse tecniche:

– distolgono l’attenzione cambiando completamente argomento;
– addossano le colpe dei loro fallimenti ad altri o a variabili congiunturali internazionali;
– promettono nuove mirabolanti soluzioni che in realtà avrebbero già potuto attuare ma non hanno avuto il coraggio politico per farlo.

In questi giorni, dopo le acclamate bocciature delle politiche economiche di questo governo, arrivano i conti anche del disastro nella gestione dell’immigrazione.

E Renzi per sfuggire alle proprie colpe dichiara roboante che è pronto a non destinare più i circa 20 miliardi annui che versiamo all’Europa. Ma sarà vero?

Assolutamente no.

Renzi ha, infatti, già scritto nero su bianco di destinare le seguenti somme per i prossimi tre anni al bilancio dell’Unione Europea:

22 miliardi e 834 milioni per il 2017 (22.833.841.416 euro per l’esattezza)

23 miliardi e 785 milioni per il 2018 (23.784.539.736 euro per l’esattezza)

22 miliardi e 534 milioni per il 2019 (22.534.301.416 euro per l’esattezza)

Queste sono le quote delle previsioni di competenza indicate nella seconda sezione della legge di bilancio in riferimento al programma 3.1 “Partecipazione Italiana alle politiche di bilancio in ambito UE” della missione 3 “L’Italia in Europa e nel mondo”, esposte nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze (Tabella 2).

Ossia sono le uscite che il Governo ha deciso di destinare nel corso del periodo di riferimento (triennio 2017-2019) e che hanno una valenza contabile imponente perché sottostanno al vincolo giuridico imposto dall’organo politico, all’organo amministrativo, nell’impegnare queste spese per i prossimi tre anni.

Lo avevamo già denunciato proprio durante la votazione alla Camera dell’ultima legge di bilancio (approvata durante gli ultimi giorni del governo Renzi, prima del referendum… praticamente l’ultima cosa che ha fatto da presidente del consiglio prima di passare il testimone).

Gli Italiani sono stufi degli ipocriti annunci renziani perché a questi non seguono mai atti concreti in difesa del nostro Paese.

Sono anni che chiediamo che non vengano più destinate queste risorse finché non riceveremo, come Paese, il giusto aiuto europeo per affrontare la tragedia dell’immigrazione.

Inutile che Renzi si limiti agli annunci o tolga le bandiere dell’Europa da Palazzo Chigi se poi, quotidianamente, offende la bandiera italiana e prende in giro un intero Popolo che chiede risposte concrete.

Sbugiardiamoli per l’ennesima volta e lavoriamo insieme per restituire all’Italia la dignità che merita e avere presto un governo che lavori per il benessere del suo popolo.

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L’indicibile accordo del governo sugli sbarchi in Italia

di MoVimento 5 Stelle

Emma Bonino è un ex commissario europeo nonché l’ex-ministro degli esteri del governo PD di Enrico Letta: dobbiamo quindi pensare che quando parla di accordi con Paesi esteri o con l’Europa sappia quel che dice.
Quello che dice in questo video è impressionante. E si riferisce -sia chiaro- agli anni del governo Renzi.

Ascoltatela: è un’intervista dei giorni scorsi. Racconta come, per il 2014-2016, il governo italiano abbia chiesto che “gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia”.
“L’abbiamo chiesto NOI! L’accordo l’abbiamo fatto NOI!” sottolinea accorata l’ex ministro.
Di quale accordo sta parlando? Che cosa, precisamente, abbiamo chiesto?

I cittadini italiani si erano già accorti che TUTTI gli immigrati vengono sbarcati nel nostro Paese, ed ora è arrivata un’illustre conferma. Il governo deve rispondere: le decine di migliaia di sbarchi sono frutto di un preciso accordo? Il fatto che l’Italia sia costretta ad accogliere e mantenere tutti coloro che vengono trasportati qui dall’Africa, anche da navi battenti bandiere straniere (in violazione degli accordi di Dublino, come precisa anche la Bonino), è scritto da qualche parte nero su bianco?

E perché il governo Renzi avrebbe concluso un accordo così folle e deleterio per il Paese, cosa ha ottenuto in cambio? Forse che la troika si giri dall’altra parte fino alle prossime elezioni, e non metta i bastoni fra le ruote al PD? Oppure si tratta semplicemente di convenienza, lauti guadagni per coop e mondi di mezzo assortiti, che sui migranti ingrassano?

Vogliamo sapere la verità su questi accordi indicibili. Se l’Italia deve ospitare chiunque parta, abbiamo il diritto di sapere che l’ha deciso e perché. Non vi lasceremo in pace.

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Tutti i migranti in Italia? Renzi ha voluto l’accordo suicida

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di MoVimento 5 Stelle Europa

Renzi è politicamente responsabile del disastro immigrazione. Con il suo governo è entrata in vigore l’operazione Triton che autorizza le navi di 15 Stati europei a pattugliare il Mar Mediterraneo. Queste navi portano i migranti SOLO in Italia. I dettagli tecnici, tra cui le modalità di sbarco di queste operazioni congiunte, sono contenuti nel piano operativo dell’operazione stessa. Purtroppo il documento non è pubblico. Si deve fare trasparenza. Vogliamo capire perché i migranti arrivano solo nei porti italiani, quando invece spesso il porto più sicuro è quello maltese o tunisino. Stessa modalità viene seguita dalle ONG che operano nel Mar Mediterraneo: i migranti soccorsi vengono sbarcati SOLO nel nostro Paese. Da quando Triton è entrato in vigore – il 1 novembre 2014 – sono sbarcati nel nostro Paese ben 413.000 migranti.

Nel 2017 (fino al 28 giugno) sono arrivati 78.756 in Italia, 8.975 in Grecia, 4.029 in Spagna. Sbarcano tutti solo in Italia. Quando dicevamo noi che il piano voluto da Renzi era insostenibile e avrebbe trasformato l’Italia nel campo profughi d’Europa ci accusavano di essere razzisti, ma i dati dicono che avevamo ragione: rispetto al 2016 quest’anno si registra il 26% in più di arrivi. Se continua così quest’anno toccheremo il record assoluto di 230.000 sbarchi. Per l’immigrazione l’Italia ha previsto 4,6 miliardi di spesa, 1 miliardo in più rispetto al 2016.

Anziché mandare lettere a Bruxelles, Minniti chieda conto degli errori che il Pd al governo ha commesso. Renzi deve chiedere scusa a milioni di cittadini esasperati dalla mancanza di risposte efficaci sul tema dell’immigrazione. Le emergenze di solito sono temporanee, Renzi le ha rese croniche.

Al Parlamento europeo il gruppo Efdd – MoVimento 5 Stelle ha presentato una interrogazione alla Commissione europea – a prima firma Laura Ferrara – nella quale si denuncia la scelta delle coste italiane come approdo finale di tutte le navi presenti nel Mar Mediterraneo. Se i migranti vengono salvati da una nave che porta la bandiera di altri Stati membri, allora la domanda di asilo deve essere presentata in quegli Stati. L’Italia non può sobbarcarsi la gestione di centinaia di migliaia di richieste di asilo che nella maggior parte dei casi non riguardano il nostro Paese ma sono dirette ad altri Paesi europei. Lo abbiamo detto in ogni sede. Renzi prima e Gentiloni adesso invece hanno negoziato in Europa sempre accordi anti-italiani. Se ci avessero ascoltato non saremmo arrivati a questo punto di non ritorno. Sono i cittadini a pagarne il conto.

Chiediamo il rispetto delle regole. L’immigrazione deve essere gestita, le leggi devono essere rispettate, così come i Trattati europei che prevedono la solidarietà fra gli Stati membri per la gestione delle emergenze. I partiti che hanno firmato accordi suicida devono andare a casa.

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Per uno Ius Europaeum

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di MoVimento 5 Stelle

La riforma dello ius soli è una sòla. Concedere la cittadinanza italiana significa concedere anche la cittadinanza europea. Un tema così delicato – che coinvolge 28 Stati membri e oltre 500 milioni di cittadini – deve essere preceduto da una discussione e una concertazione a livello europeo. Bisogna trovare regole uniformi perché la cittadinanza di un Paese dell’Unione coincide con quella europea.

C’è dunque solo una cosa da fare: fermarsi e chiedere un orientamento alla Commissione europea, coinvolgere nel dibattito anche il Parlamento europeo e il Consiglio. Se Renzi fosse stato uno statista avrebbe approfittato del semestre di presidenza italiano dell’Unione europea per aprire un vero dibattuto europeo. Il Pd chiama in causa l’Europa solo quando gli fa comodo, solo quando bisogna salvare gli interessi nazionali degli altri, come avvenuto con la firma dell’accordo Ue-Turchia che ha chiuso la rotta balcanica dei migranti che portava direttamente in Germania.

Discutere di cittadinanza agli stranieri senza una concertazione a livello europeo è propaganda, è fumo negli occhi dei cittadini, è avvelenare i pozzi di una matura discussione politica. L’Italia non merita tutto questo.

LA CITTADINANZA EUROPEA

L’articolo 20 del Trattato di funzionamento dell’Unione europea dice: “è istituita una cittadinanza dell’Unione. È cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro. La cittadinanza dell’Unione si aggiunge alla cittadinanza nazionale e non la sostituisce”. Essere cittadini europei implica:

– il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.
– il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni del Parlamento europeo e alle elezioni comunali nello Stato membro in cui risiedono, alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato.
– il diritto alla tutela delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro, alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato.
– il diritto di petizione dinanzi al Parlamento europeo e il diritto di rivolgersi al Mediatore nominato dal Parlamento europeo.
– il diritto di scrivere alle Istituzioni o agli organi dell’Unione in una delle lingue degli Stati membri e di ricevere una risposta nella stessa lingua
– il diritto di accesso a documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione a determinate condizioni.

Concedere lo ius soli in Italia ha, dunque, delle conseguenze anche sulla vita civile e democratica di altri Stati membri. Sulla base di questo presupposto e secondo il buon senso, la cittadinanza andrebbe regolata in maniera univoca per tutti i Paesi dell’Unione europea, visto che una volta acquisita la cittadinanza di uno dei 28 Paesi si può risiedere liberamente in ognuno di questi.

La Commissione europea è consapevole di questo, tant’è che – nella sua ultima relazione sulla cittadinanza dell’Unione – s’impegna a elaborare nel 2017-2018 una relazione sui regimi nazionali di concessione della cittadinanza dell’Unione agli investitori, prevedendo già un orientamento comune per tutti gli Stati membri. Ecco quello che serve: un orientamento comune a livello europeo. Non avventate fughe in avanti.

IUS SOLI: NON ESISTE IN NESSUN PAESE EUROPEO

In tutta l’Unione Europea la cittadinanza si acquisisce principalmente attraverso il diritto di sangue, il cosiddetto “ius sanguinis”, lo stesso che si applica in Italia. In nessuno Stato europeo esiste, invece, lo “ius soli puro”, ossia il diritto alla cittadinanza per nascita. Vi sono diverse versioni che cambiano da Stato a Stato e che rendono temperato o più o meno rigido il principio di base, che rimane ovunque quello dello ius sanguinis.

In Germania lo ius soli è temperato da paletti sostanzialmente rigidi. Il diritto di base che viene seguito per l’attribuzione della cittadinanza rimane quello di sangue, ma possono diventare cittadini tedeschi tutti quei bambini nati da genitori extracomunitari, purché almeno uno dei due genitori abbia in mano un permesso di soggiorno permanente da tre anni e viva in Germania da almeno otto.

In Olanda, Francia, Belgio, Portogallo e Spagna, come in l’Italia, si applica sostanzialmente uno ius sanguinis con alcuni correttivi e lo ius soli è debole. in altri Paesi, non europei, lo ius soli esiste da sempre, ma si tratta di Paesi come Stati Uniti, Argentina, Brasile e Canada con una fortissima immigrazione ma, al contempo, con un territorio in grado di ospitare una popolazione maggiore di quella residente. Condizioni che in Europa non esistono.

In Italia, tra l’altro, lo ius sanguinis è già temperato: la cittadinanza per chi è nato in Italia da genitori stranieri e risiede ininterrottamente fino a 18 anni è già un fatto acquisito. Al compimento del diciottesimo anno di età si può diventare cittadino italiano. Inoltre, la cittadinanza acquisita dai genitori si trasferisce automaticamente ai figli minorenni che, in Italia, sono sempre tutelati a prescindere dal loro luogo di nascita.

LA NOSTRA PROPOSTA DI BUON SENSO

Il Parlamento europeo sta discutendo la riforma del sistema di asilo comune: un provvedimento necessario per l’Italia per condividere con gli altri Paesi europei le migliaia di domande di asilo che arrivano. Chiediamo che lo stesso dibattito avvenga per la cittadinanza parallelamente all’unica riforma che serve SUBITO all’Italia: la cancellazione del Regolamento di Dublino, un accordo illegale – come ha dichiarato anche l’avvocato generale della Corte Ue – e che ha trasformato l’Italia nel campo profughi d’Europa. Il Pd ritiri il pastrocchio dello ius soli e avvii una discussione nelle sedi istituzionali opportune, ossia quelle europee, per provare a trovare in materia di cittadinanza soluzioni veramente efficaci e uguali per tutti.

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La nuova etichettatura energetica 5 Stelle approda in Europa!

di Dario Tamburrano

Dopo vent’anni di onorato servizio, le etichette che indicano l’efficienza energetica di prodotti come frigo e lavatrici passano alla versione 2.0 e aggiungono alla loro funzione tradizionale quella di essere una sorta di ponte verso un universo digitale che contiene informazioni impossibili da stipare in un pezzetto di carta. Le etichette relative all’efficienza energetica e l’ecodesign, ossia all’introduzione progressiva di criteri più severi di produzione, consentono un risparmio energetico stimato dalla Commissione europea in 175 Mtep all’anno (si tratta di 175 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) entro il 2020: all’incirca la quantità di energia consumata in un anno dall’Italia. Il regolamento produrrà risparmi aggiuntivi pari a 17 Mtep annui, che rappresentano il consumo (annuale) complessivo dei tre Paesi baltici: Estonia, Lituania e Lettonia.

Questo regolamento porta all’interno delle normative europee alcuni concetti relativi all’efficienza energetica delle apparecchiature elettriche intelligenti e della loro potenziale interazione dinamica con le reti elettriche. Queste nozioni le andavo apprendendo dieci anni fa quando esercitavo la professione odontoiatrica e per pura passione divulgativa traducevo in italiano saggi di sostenibilità ambientale.

Mai avrei potuto immaginare di trovarmi qui un giorno a rappresentare milioni di cittadini ed avere l’onore di traslare all’interno della legislazione europea quelle che erano all’epoca alcune proposte sperimentali di Lester Brown e di altri. Le “smart appliances” sono le apparecchiature – ad esempio le lavastoviglie e le lavatrici – programmabili dall’utente affinché entrino in funzione nei momenti in cui l’energia elettrica è disponibile in quantità più abbondante e costa meno.

L’impiego diffuso delle “smart appliances” sarà in grado non solo di far risparmiare denaro agli utilizzatori, ma fornirà un contributo non indifferente al bilanciamento di un sistema elettrico alimentato da fonti rinnovabili in misura sempre più crescente. Immaginate un cittadino produttore di energia eolica o fotovoltaica, alcune apparecchiature nella sua casa potranno entrare in funzione e svolgere la loro funzione quando l’autoproduzione sarà più abbondante.

Immaginate il vecchio antiquato scaldabagno elettrico che di sua natura non è particolarmente efficiente in termini puramente termodinamici. Ma se lo scaldabagno scalderà l’acqua quando l’energia elettrica sarà più economica e più abbondante, il calore accumulato sarà una forma di storage energetico a basso costo. Gli apparecchi intelligenti segnano un nuovo traguardo nell’efficienza energetica, non solo di tipo quantitativo, ma anche di tipo qualitativo, non solo di quanta energia si consuma, ma di quando essa viene utilizzata.

Ecco perché sono emozionato, perché dietro questo testo vi è un piccolo pezzo di utopia che si va trasformando in realtà per 500 milioni di cittadini. La dimostrazione che si può credere in un’idea per quanto possa sembrare lontana, e pezzo dopo pezzo, con la costanza e la determinazione, arrivare a realizzarla. Questo regolamento per la prima volta da infatti ai produttori la possibilità di indicare sull’etichetta la capacità di un’apparecchiatura di essere energy smart.

Questa piccola cosa permette al nuovo regolamento sull’etichettatura di essere al passo con i tempi e di entrare a pieno titolo all’interno del nuovo modello energetico dinamico, decentrato e rinnovabile che vogliamo perseguire con l’Unione dell’energia. Un’Unione dell’energia che ha tra gli obiettivi dichiarati anche quello di avere il cittadino al suo centro.

Ebbene, insieme alle nuove etichette nascerà un database in open data cui sarà possibile collegarsi direttamente attraverso un telefonino ed un QR code, un link o simili presente sull’etichetta e potrà fornire agli acquirenti nelle 24 lingue dell’Unione non solo una serie di informazioni impossibili da stipare su un pezzo di carta, ma consentirà anche di sviluppare applicazioni per smartphone che permetteranno a cittadini e imprese di fare confronti immediati fra i diversi modelli e di scegliere quello che offre il miglior risultato tra l’investimento iniziale e il risparmio nel tempo rispetto non ad una media generica ma in rapporto alle abitudini personali di utilizzo.

Ho elencato due cose per le quali mi sono battuto e delle quali sono orgoglioso, molte altre ce ne sarebbero. Ma se devo essere intellettualmente onesto come è mia abitudine, sento anche il dovere di condividere con voi un cruccio. All’inizio di questo processo legislativo feci infatti una promessa, che mi sarei fatto guidare da tre parole chiave: smart, paperless e trust. Senza dubbio siamo di fronte a un regolamento smart e nel quale l’impiego e l’importanza del supporto cartaceo viene ridotta in favore di un più fruttuoso utilizzo delle tecnologie digitali, di documenti e database online.

Vero è che questo regolamento indubbiamente rafforza le autorità nazionali di sorveglianza del mercato. Ma avremmo voluto di più. Avremmo voluto che fosse previsto un indennizzo da parte dei fabbricanti nel caso si venga a scoprire che le prestazioni energetiche di un prodotto sono inferiori a quelle dichiarate. Il Parlamento lo voleva compattamente, ma purtroppo abbiamo trovato davanti un muro. Il muro del Consiglio, che lo ha impedito. Ha impedito che i cittadini europei avessero lo stesso diritto del quale hanno ad esempio potuto godere i cittadini statunitensi frodati dalla Volkswagen.

Abbiamo ottenuto dalla Commissione Europea un impegno scritto, allegato a questo regolamento, a studiare le possibilità per cancellare questa assurdo vuoto legislativo che riteniamo sia un vero scandalo. Sono certo che i cittadini europei si aspettino che venga posta fine a questa assurdità. Quanto prima sia possibile.

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Ecco tutta la verità sul roaming che (non) sparisce

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di David Borrelli, Efdd – MoVimento 5 Stelle.

Non credete alle favole. Non è vero che l’eliminazione del roaming è un enorme vantaggio per i cittadini. E ve lo dimostriamo con 5 semplici esempi, 5 imbrogli che rischiano di trasformare questo provvedimento in un incubo per i consumatori.

1) LE CHIAMATE INTERNAZIONALI SI PAGANO
Esempio: chiamare con un numero italiano un amico spagnolo che utilizza un numero spagnolo non è gratis. L’addio al roaming non cancella i costi aggiuntivi delle chiamate internazionali.

2) I SOVRAPPREZZI RETROATTIVI
Esempio: dopo 4 mesi scattano i controlli da parte dell’operatore telefonico. Se il tempo speso all’estero è superiore a quello speso in Italia scatta un sovrapprezzo sulle chiamate e il roaming per il resto dell’anno viene ripristinato

3) IL TETTO AI GIGA
Esempio: alcuni operatori hanno promesso il roaming zero ma lo hanno limitato a massimo 1 GB per il traffico dati. Occhio! Fastweb Mobile, ad esempio, ha già annunciato che garantirà il roaming zero ma limitato a massimo 1 GB per il traffico dati e a 500 minuti per le chiamate. Ecco il link alla loro offerta.

4) IN SVIZZERA SI PAGA
Esempio: chi dall’Italia attraversa la Svizzera in macchina per raggiungere un altro Paese europeo deve disabilitare il roaming o riceverà una bolletta salatissima!

5) NUOVE VOCI IN BOLLETTA
Attenzione anche agli aumenti improvvisi delle tariffe e alle fantasiose nuove voci in bolletta, come le spese “per costi di incasso” o similari. Tutte subdole mosse, un po’ come la recente prassi di fatturare ogni 4 settimane e non più ogni mese. Ne deriva un rincaro generalizzato delle tariffe, anche per chi non viaggia!

La verità è che tagliano il roaming a chi viaggia, ma aumentano le tariffe di tutti. Lo dimostrano anche i rialzi ingiustificati delle tariffe da parte delle compagnie telefoniche negli ultimi mesi, come più volte denunciato dall’Agcom.

Il roaming non sparisce per del tutto, si chiamerà tariffa di roaming all’ingrosso e rappresenta i costi che le compagnie telefoniche si scaricano a vicenda per permettere ai propri clienti di navigare e chiamare all’estero. Questi costi potrebbero essere spalmati su tutti quelli che hanno un cellulare, dunque su 62.750.000 schede sim in Italia. La tariffa all’ingrosso per 1 gigabyte di traffico telefonico sarà di 7,7 euro nel 2017 e poi scenderà gradualmente negli anni successivi. Per coprire questi costi le compagnie telefoniche potrebbero alzare le tariffe per tutti. Oggi, 15 giugno, non è un giorno di festa per i cittadini come la propaganda europea vorrebbe spacciare.

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Il MoVimento 5 Stelle non vota lo Ius Soli

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di MoVimento 5 Stelle

Quando l’Europa serve non c’è! Questa Europa la ricorderemo solamente per la Banca Centrale Europea, per l’Euro e per i vincoli che impone ai paesi più deboli, passando come un carro armato sui danni alle economie nazionali.

Ma quando si tratta di grandi temi, là dove si dimostra di essere o meno una comunità, ciascun Paese si chiude nei propri confini e viene meno alle sue responsabilità. Abbiamo indicato più volte che la gestione del fenomeno migratorio è questione europea, abbiamo preteso che tutti gli stati facessero la loro parte per l’accoglienza, ma siamo ancora al punto di partenza. In questo quadro desolante il PD pretende di portare in aula al Senato un disegno di legge contrabbandato per “Ius Soli”, cioè il riconoscimento del “diritto di cittadinanza in base al luogo di nascita”.

Tenuto nel cassetto per due anni da una maggioranza contro natura, che temeva scossoni al suo interno, oggi viene tirato fuori per dare un minimo contentino alla sinistra che Renzi torna a blandire, mentre coltiva l’eterno inciucio con il Pdl. Discutere di Ius Soli oggi avrà come unica conseguenza che il dibattito pubblico, su un tema così delicato, sarà deviato ed inquinato da becere derive propagandistiche, sia di destra che di sinistra, sventolato come un vessillo per radunare le proprie truppe e accusare gli avversari con motivazioni contrapposte, ma per nulla meditate e razionali.

Da una parte si agiterà la minaccia della sostituzione etnica o del terrorismo, dall’altra saranno usati i volti dei bambini ed i morti in mare per generare le emozioni più forti. Nel mezzo, schiacciati tra incudine e martello, rimangono il buon senso, la responsabilità, l’onestà intellettuale. Perché nulla ha a che fare questa legge con barconi o terroristi. C’è una sostanziale ipocrisia, perchè la cittadinanza per chi è nato in Italia da genitori stranieri e risiede ininterrottamente fino a 18 anni è già un fatto acquisito ed al compimento del diciottesimo anno di età può decidere di diventare cittadino italiano, così come la cittadinanza acquisita dai genitori si trasferisce automaticamente ai figli minorenni che, in Italia, sono sempre tutelati che siano essi italiani o stranieri.

Quello che ci propinano è un pastrocchio all’italiana che vuol dare un contentino politico a chi ancora si nutre di ideologie. Concedere la cittadinanza italiana significa concedere la cittadinanza europea, quindi un tema così delicato deve essere preceduto da una discussione ed una concertazione con gli stati dell’Unione Europea, per avere regole uniformi. Per questi motivi il MoVimento 5 Stelle, coerentemente con quanto già fatto alla Camera, sul tema dello Ius Soli esprimerà voto di astensione.

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