Tu chiamala se vuoi ripresa #Pil2017

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di MoVimento 5 Stelle

L’ammucchiata di avvoltoi intorno al +0,4% di Pil del secondo trimestre è raccapricciante. I twittatori seriali del Pd, a partire da Renzi, si sono scatenati per prendersi i meriti di una ripresa che non dipende da loro e che poggia su basi fragilissime. Lo stesso Gentiloni ha deciso di partecipare alla festa tragicomica di un’economia in piena stagnazione.

Bastano poche semplici verità economiche per smontare il teatrino ipocrita della propaganda renziana:

1 – L’italia è tornata ad una (fragile e modesta) crescita principalmente a causa di fattori esterni, che hanno trascinato la nostra economia fuori dalla recessione senza alcun merito dei governi degli ultimi tre anni.
In particolare, il Quantitative Easing della Bce ha consentito di risparmiare risorse dagli interessi sul debito pubblico e quindi di diminuire il ritmo del massacro sociale, che è comunque proseguito (tagli alla sanità, alla spesa per investimenti e agli enti locali).

Il deprezzamento dell’euro ha spinto le esportazioni.

Il crollo del prezzo del petrolio ha avvantaggiato un Paese trasformatore come l’Italia, povero di materie prime che deve importare.

Questi fattori esogeni sono temporanei e presto cesseranno di esistere. La Germania sta aumentando le pressioni su Draghi perché metta fine all’espansione monetaria, e in ogni caso il mandato del governatore italiano finirà nel 2019. Senza QE che ne sarà del nostro debito pubblico e della spesa per interessi?

2 – L’Italia è fanalino di coda in Europa già dal 2016 e si conferma tale anche nella prima metà del 2017: mentre l’Ue cresce nel secondo trimestre ad una media dello 0,6% l’Italia fa 0,4% e su base tendenziale (rispetto cioè al secondo trimestre di un anno fa) l’Italia è nettamente ultima, con il suo 1,5%, mentre la media europea è del 2,3%, la Spagna cresce del 3,1%, l’Olanda del 3,8%, la Germania del 2,1%, la Francia dell’1,8% e persino il Regno Unito, rallentato teoricamente dalle trattative per la Brexit, fa meglio con l’1,7%

3 – La crescita italiana è squilibrata a favore dei grandi mentre penalizza lavoratori e PMI: è evidente a chiunque viva nel paese reale che l’occupazione stia crescendo a discapito della qualità del posto di lavoro e dei salari. Una volta scaduti i costosissimi incentivi renziani per il contratto a tutele crescenti, infatti, hanno smesso di crescere i contratti stabili e sono cresciuti solo contratti a termine e voucher. Questi ultimi sono stati aboliti per evitare un referendum popolare per poi rientrare dalla finestra nella manovrina imposta da Bruxelles.

La disoccupazione ufficiale, inoltre, continua ad oscillare tra l’11 e il 12% e quella reale, che comprende anche gli scoraggiati e i sottoccupati involontari è a livelli superiori che in Grecia, al 30%, come dimostra Alberto Bagnai in un recente articolo sul Fatto Quotidiano

4 – il nostro sistema bancario è sull’orlo del baratro, e basterà una corrente negativa, come la fine del QE o un nuovo capitolo della crisi greca, per mandare sul lastrico altre decine di migliaia di risparmiatori. A quel punto non ci saranno vie di uscita per una classe politica che ha nascosto per anni la realtà

5 – L’Europa ci chiede di ratificare il Fiscal Compact e di pareggiare il bilancio pubblico nei prossimi tre anni: questo significa che l’era della flessibilità è finita. Nei prossimi anni si tornerà a sputare sangue per rispettare parametri di bilancio insensati e già dall’1 gennaio 2018 l’Iva crescerà dal 22 al 25%.

Siamo quindi di fronte ad una ripresina fantasma, che si accompagna alla precarizzazione del lavoro giovanile, alla stagnazione tendenziale dei consumi e della produzione industriale e all’aumento delle diseguaglianze sociali. Non appena finirà la congiuntura esterna favorevole, l’Italia tornerà nella spirale della recessione, e chi oggi gioca con la pazienza dei cittadini italiani dovrà raccogliere i cocci del suo partito e della sua breve carriera politica.

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Renzi e Gentiloni hanno mentito alla famiglia Regeni e al Paese

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di Alessandro Di Battista

Quanto scritto dal New York Times è gravissimo e chiama in causa quattro personaggi oscuri, che da più di tre anni tengono in mano il Paese a proprio uso e consumo: Renzi, Gentiloni, Minniti e Alfano. Il New York Times rivela che l’ex amministrazione Obama informò Renzi e Palazzo Chigi di un coinvolgimento diretto dei servizi di sicurezza egiziani nel barbaro omicidio di Giulio Regeni.

Malgrado ciò, questi soggetti in tutto questo tempo hanno continuato a lanciare appelli per la verità, facendo finta di nulla. E proprio in questi giorni, alla vigilia di ferragosto, Gentiloni in persona ha ben pensato di far tornare al Cairo l’ambasciatore Giampaolo Cantini: una misura che per modalità e tempistica ci indigna profondamente e che, oggi, uccide Giulio una seconda volta.

Che Renzi, Gentiloni, Minniti e Alfano fossero dei traditori della Patria non avevamo dubbi, ma questa volta hanno superato il limite. Non possiamo accettarlo. Non può accettarlo la famiglia di Giulio che ancora piange suo figlio.
Per un fatto del genere, in qualsiasi altra parte del mondo i diretti responsabili avrebbero rassegnato le dimissioni ritirandosi dalla vita politica, ma sappiamo bene come vanno le cose in Italia e conosciamo la spocchia e l’arroganza che questi signori hanno mostrato in più di una circostanza.

Sia chiaro, non voglio aprire alcuna polemica, nessuno deve azzardarsi a speculare sulla morte di Giulio Regeni, ma chi ha mentito al Paese questa volta deve pagare.
Gentiloni e Renzi in primis, e poi a seguire tutti gli altri, devono fare chiarezza e rispondere, subito, alle seguenti domande:

1. Confermate o no le rivelazioni del New York Times?
2. La Procura di Roma, che sta portando avanti le indagini, è stata messa al corrente dei fatti? Quando e in quale data?
3. Cosa vi ha spinto, il 14 agosto, a rimandare il nostro ambasciatore al Cairo, quindi a riallacciare i rapporti diplomatici tra il nostro Paese e l’Egitto?

Chiedo ufficialmente ai presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, di convocare le Camere affinché i diretti interessati vengano a riferire in aula. Vogliamo la verità e la vogliamo ora!

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Venezuela: Gentiloni si indigna, ma fornisce armi a Maduro

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di Giorgio Beretta

Oggi alle 12:14 il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni con un tweet si è espresso sulla situazione in Venezuela dichiarando: “#Venezuela: Arresto dei leader opposizione inaccettabile. Italia impegnata contro rischio dittatura e guerra civile”. Ieri lo stesso Gentiloni in un’intervista al Tg5 pubblicata sul sito del Governo aveva affermato: “In Venezuela c’è una situazione al limite della guerra civile, al limite di un regime dittatoriale. Noi non riconosceremo l’Assemblea costituente voluta da Maduro. C’è la preoccupazione per i 130 mila italo-venezuelani che sono veramente in condizioni molto precarie. Il governo è attivo non solo sul piano diplomatico ma anche su quello della difesa dei nostri connazionali”.Prese di posizione rilevanti ma che risultano non solo tardive, ma alquanto ipocrite. Le violazioni dei diritti umani, gli arresti e i processi arbitrari in Venezuela sono infatti stati denunciati già dal 2014 da Amnesty International, da Human Rights Watch e da tutte le associazioni internazionali accreditate.Eppure, ed è qui l’ipocrisia, ciò non ha impedito a Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri durante il governo Renzi, di autorizzare proprio l’anno scorso l’esportazione di 10mila pistole semiautomatiche AF-1 Strike One (calibro 9×19) prodotte dalla Arsenal Firearms S.r.l.: non è chiaro a quali corpi armati siano destinate, ma secondo diverse fonti sarebbero state inviate alla Polizia venezuelana (Cuerpo de Policía Nacional Bolivariana – Cpnb) che sul suo profilo Facebook ne presenta una dimostrazione dicendo anche di averle acquisite e alla Marina Militare (Infantería de Marina).Secondo l’associazione venezuelana Control Ciudadano, queste pistole semiautomatiche sarebbero state acquistate dalla Russia: può essere che una certa quantità sia di fabbricazione russa, considerato che la pistola Strike One della Arsenal Firearms nasce da un progetto italo-russo tra Dimitry Streshinskiy e Nicola Bandini.Ma la Relazione ufficiale della Presidenza del Consiglio inviata al Parlamento lo scorso 18 aprile riporta un’informazione differente e quanto mai dettagliata: l’Autorità nazionale italiana per le autorizzazioni dei materiali di armamento (U.A.M.A) incardinata presso il Ministero degli Esteri ha rilasciato nel 2016 un’autorizzazione alla Arsenal Firearms S.r.l. per l’esportazione di 10mila pistole AF-1 Strike One (calibro 9×19) per un valore complessivo di 7 milioni di euro. Che è la cifra esatta rilasciata per una singola autorizzazione all’esportazione verso il Venezuela di “armi e armi automatiche di calibro uguale o inferiori a 12,7 mm”. Detto semplicemente: la Farnesina a guida Gentiloni ha messo le pistole nelle fondine della polizia e dei militari venezuelani. Non è la prima volta che l’Italia arma la Repubblica Bolivariana: ma questa volta si tratta con ogni probabilità di pistole destinate alle stesse forze di polizia che sono andate a prelevare da casa i due oppositori e i cui video sono pubblicati sui siti di tutte le maggiori testate italiane. Che, ovviamente, mentre riportano i video e i tweet degli arresti, pare siano totalmente all’oscuro delle esportazioni di armi italiane alla polizia e alle forze amate del Venezuela.Stando alle informazioni dell’Agenzia delle Dogane compresa nella Relazione governativa, nel 2016 sarebbero state solo 1.550 le pistole Strike One effettivamente inviate al Venezuela per un valore di poco più di 753mila euro: una conferma, in questo senso la si ha anche dai dati sul commercio estero dell’Istat che segnala nel maggio del 2016 un simile importo per esportazioni di “pistole e revolver” dalla Provincia di Brescia al Venezuela (la sede italiana della Arsenal Firearms S.r.l è infatti in via X Giornate 14, a Magno di Gardone Val Trompia, in provincia di Brescia). E fino all’aprile del 2017, ultimo dato disponibile, nessun’altra arma sarebbe stata consegnata al Venezuela. Il che significa che – a meno che le consegne non siano avvenute negli ultimi mesi (fatto ancor più grave alla luce dei recenti eventi in Venezuela) – Gentiloni è ancora in tempo a revocare l’esportazione di 8.550 pistole AF-1 Strike One. Sarebbe una misura necessaria alla luce della Legge 185 del 1990 che espressamente vieta l’esportazione di armi “verso i Paesi i cui governi sono responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti dell’uomo” e che darebbe un po’ di credibilità alle sue esternazioni via twitter. O dobbiamo attendere che uno dei 130mila italiani in Venezuela venga ammazzato da un colpo sparato dalle forze dell’ordine con una pistola di fabbricazione italiana per cominciare ad indignarci?

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Sempre più poveri: il FMI condanna Renzi, Gentiloni e anche sé stesso

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di MoVimento 5 Stelle

Ora che anche il Fondo Monetario Internazionale certifica che gli italiani si stanno impoverendo, come faranno Renzi, Gentiloni, Padoan e tutta la galassia che gravita intorno ai partiti a mascherare il loro fallimento? Nell’ultimo rapporto sull’Italia del FMI si legge letteralmente che “Gli italiani in media guadagnano ancora meno di due decenni fa“. Il reddito pro-capite, cioè il reddito nazionale diviso per il numero di abitanti, non mente. Se alla riduzione di questo parametro aggiungiamo l’aumento della diseguaglianza sociale, che è sotto gli occhi di tutti, la conclusione politica diventa chiara: i governi degli ultimi anni, da Monti a Gentiloni passando per Letta e il “rottamatore” Renzi, hanno scaricato una crisi senza precedenti sulle spalle delle classi più deboli e del ceto medio.

Secondo il FMI servirà un decennio solo per tornare ai livelli di reddito pro-capite pre-crisi (2007), ma potrebbero servirne ancora di più visto che la fragilissima crescita dell’ultimo biennio è stata trascinata da condizioni esterne favorevoli, come il basso costo del petrolio, l’abbassamento dei tassi di interesse provocato da Draghi e qualche margine di flessibilità sul deficit che la Commissione Europea è decisa a rimangiarsi nei prossimi anni.

Si sta realizzando, in pratica, ciò che abbiamo sempre detto: Renzi ha preso tempo, usando la flessibilità di bilancio per illudere i cittadini italiani e convincerli a votare la sua riforma eversiva delle istituzioni. Ha fallito, e ora Gentiloni, altro fedele esecutore dell’austerità europea, deve fare il lavoro sporco sotto dettatura di Padoan e di Bruxelles.

D’altra parte lo stesso FMI che ha distrutto la Grecia insieme a Bce e Commissione europea “suggerisce” all’Italia di fare ancora più austerità di quanto ci chiede l’Europa, portando il bilancio strutturale, cioè quello al netto del ciclo economico, in surplus dello 0,5% nei prossimi anni. E c’è di più: nello stesso rapporto sempre gli uomini del FMI rilevano che la produttività è bassa e gli investimenti sono crollati del 25% rispetto al 2007. Che sorpresa! Non sarà forse perché la cosiddetta “austerità espansiva” che la Troika ha sempre caldeggiato è una balla pazzesca, un vero scempio alla scienza economica?

L’Italia può risollevarsi solo ripudiando tutto il pacchetto neoliberista degli ultimi 20 anni, e tornando a sviluppare una politica economica a misura di lavoratori, piccole medie imprese e risparmiatori. Basta freddi tecnici mandati da Bruxelles a liquidare le nostre ricchezze accumulate nei decenni, basta finti rinnovatori controllati a vista d’occhio da Padoan, e basta lezioncine dalle “istituzioni terze”, che in realtà sono il braccio armato degli interessi della grande finanzia nazionale e internazionale.

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Siamo alla frutta, anzi allo spezzatino

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di Roberta Lombardi

Ieri il nuovo presidente di Tim, oltre che Ceo di Vivendì, il francese Arnaud dePuyfontaine, ha dichiarato di essere pronto allo scorporo della rete Telecom. Attenzione! Perché lo spin-off non sarà fatto certo per fonderla con quella di Open Fiber, la società della rete controllata da Enel e Cdp, due colossi di Stato, ma per venderla con ogni probabilità ad Orange, ossia al governo francese, che non ha mai nascosto le sue mire sulla nostra infrastruttura e il nostro mercato. Se ne parlò anche in occasione del bilaterale italo francese dell’8 marzo 2016 quando pubblicamente Renzi se ne uscì dichiarandosi felice in una fusione di Tim in Orange. Pazzesco!

Altrettanto faranno con Tim Brazil, il secondo operatore brasiliano, che probabilmente i francesi venderanno a Telefonica a cui devono la scalata della nostra compagnia telefonica. Da qui la decisione di nominare Amos Genish, uomo di fiducia di Bollorè nelle attività sudamericane, artefice dell’affare GVT proprio con Telefonica. Ecco che ogni nodo viene al pettine. Il nostro Governo? Non pervenuto! Eppure i ceffoni presi da Macron con l’ingerenza in Libia, la prelazione dei cantieri navali STX e la chiusura di Ventimiglia avrebbero dovuto svegliarlo. Invece niente. Silenzio assoluto. Eppure ricordo, per molto meno, nel 2013 Letta, (oddio! Mi stanno facendo rimpiangere Letta) non esitò un attimo nell’inserire le nostre tlc tra gli asset della sicurezza e della difesa nazionale in occasione del tentativo di scalata di Telefonica. Quando pensa di fare altrettanto Gentiloni? Perché se non lo avesse ben capito, le intenzioni dei cugini d’Oltralpe, con l’acquisizione del pieno potere “di esercizio di direzione e coordinamento” di Telecom Italia, con tanto di nuova sede legale a Parigi, è la lampante dimostrazione che vogliono fare sul serio e siccome questa scelta comporterà quasi certamente anche l’accollo pro quota di parte del debito dell’Incumbent nazionale (25 miliardi netti) non staranno certo a guardare.

E’ vero che inserire le tlc negli asset della sicurezza e difesa nazionale farà scattare la reazione europea, ormai una tecnocrazia a guida franco tedesca, ma è l’unico immediato modo che abbiamo per bloccare lo spezzatino in atto. Dopodiché? Dopodiché Telecom Italia deve ritornare sotto egida pubblica così come lo sono tutti gli Incumbent dei nostri partner europei. Come? Di esproprio non se ne parla proprio, la rete di Telecom Italia, in buona parte in rame, è valutata sui 15 miliardi di euro e il gioco non vale la candela anche perché occorrerebbe spenderci altrettanto per modernizzarla. Al massimo si potrebbe acquistare Sparkle, la società che detiene i cavidotti sottomarini in fibra ottica (500 mila km di rete) che collega l’Europa al resto del mondo e che fattura 1,3 miliardi l’anno il cui valore si aggira, secondo gli specialisti, tra i due miliardi di euro. In ogni caso, anche per tutelare i 63 mila dipendenti del nostro Gruppo, l’unica alternativa è entrare nell’attuale azionariato tramite Cdp o altra società a controllo pubblico. Alla fine Bollorè ha conquistato Tim-Telecom Italia con appena 3 miliardi di euro ed adesso si appresterebbe a svenderla quintuplicando il suo investimento. Tutto questo grazie ai nostri professionisti della politica che siedono al Governo. Insomma: siamo alla frutta, anzi allo spezzatino.

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Gli interessi degli italiani

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di Manlio Di Stefano

Ha vinto l’Europa!! Bellissimo essere qui in mezzo ai sostenitori di @EmmanulMacron al Louvre“. Enrico Letta da Parigi.
Evviva #Macron Presidente Una speranza si aggira per l’Europa“. Paolo Gentiloni
Emmanuel Macron ha vinto. Brinda la Francia e chi crede nell’Europa, nel libero mercato, nella solidarietà. Lo aspettiamo a Taormina nel G7“. Angelino Alfano
La vittoria di #Macron scrive una straordinaria pagina di speranza per la Francia e per l’Europa“. Matteo Renzi
Europa, libero mercato, solidarietà. Ve li ricordate il 7 maggio questi cinguettii trionfanti dopo la vittoria di Emmanuel Macron? Addirittura Renzi era arrivato, in modo abbastanza grottesco, a copiare “En Marche” con “In Cammino“.
Europa, libero mercato, solidarietà. Nei primi 100 giorni di un Presidente è sempre difficile fare analisi accurate. Ma per il mandato di Macron una eccezione si può fare: ha fatto totalmente il contrario di Europa, libero mercato e solidarietà. Il blocco totale ad ogni forma di solidarietà sul tema dell’immigrazione, l’umiliazione diplomatica all’Italia sul caso libico e, infine, la nazionalizzazione dei cantieri Stx-Saint Nazaire, acquisita al 67% da Fincantieri, trasformano l'”europeista” Macron nel peggior incubo per il Sud Europa, Italia in particolare.

Cosa dicono oggi i signori citati all’inizio, dopo esser stati umiliati e derisi in questo modo?
Tre indizi fanno una prova. E il silenzio dei governanti italiani umilia ulteriormente il nostro Paese. Con la decisione di nazionalizzare i cantieri di Saint-Nazaire, Macron ha voluto mandare un chiaro segnale. Con Hollande presidente, la Francia decise di dare il via libera alla vendita delle quote (66,7%) di STX Corporation a Fincantieri. STX non era francese, ma un’azienda sud-coreana, paese non dell’UE e non NATO, lontano geograficamente. La scelta di Emmanuel Macron è probabilmente legata a questo: l’acquisizione da parte di Fincantieri avrebbe portato il “baricentro” cantieristico europeo troppo vicino al Mediterraneo, mettendo così la parola fine al progetto di creare un grande polo cantieristico nel nord Europa, in quel triangolo che può essere individuato tra Germania, Francia e Paesi Bassi/Belgio. Tra Germania e Italia, Macron non ha avuto dubbi, ha scelto la prima.

Noi del Movimento 5 Stelle crediamo che ci sia solo un modo di modificare profondamente l’Europa: quello di un’alleanza dei paesi del Mediterraneo, oggi una vera e propria periferia trattata come colonia, al fine di rompere il cappio stretto dai paesi del Nord. Lo ribadiamo con forza proprio oggi che Macron ha mandato un messaggio chiaramente inequivocabile su quale sia la parte in cui vuole stare. Macron fa gli interessi strategici francesi e non spetta a noi commentarli, anzi, ben per i francesi. Ma Macron fa gli interessi strategici nazionali. Noi no. Questo è il punto.

Anche in Libia. Nella stretta di mano a Parigi tra Haftar e Serray grande assente non era tanto Alfano o Gentiloni, ultime ruote del carro mai tenute in considerazione da nessuno, ma la Lady Pesc Mogherini, vi ricordate? Unico “trionfo” di politica estera del governo Renzi. Possibile che in un accordo di questa portata non sia stata invitata l’Europa? Possibile. Il meeting Sarraj-Haftar è servito alla Francia di Macron per rafforzare il suo prestigio non solo sulla questione libica ma come leader di riferimento per una buona parte del Nordafrica e del Sahel dove Parigi ha importanti interessi militari, economici e finanziari.

E l’Italia? Sta a guardare. Sta a guardare anche quando la Francia non si mostra solidale nella gestione di quei profughi e immigrati economici che scappano, soprattutto per quel che riguarda Siria e Libia, da guerre di cui Parigi è tra i primi responsabili. Sta a guardare quando viene umiliata diplomaticamente sul caso libico. E sta a guardare quando a Fincantieri gli viene portata via l’acquisizione dei cantieri navali…Gentiloni, hai già ringraziato Macron?

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Reagire al doppio schiaffo dei francesi

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di Luigi Di Maio

Il nostro Paese è nelle mani di incompetenti che fanno solo danni all’Italia e non sono in grado di affrontare le sfide di oggi. Subiamo ogni giorno le strategie degli altri, ma non c’è nessuna strategia messa in atto dal governo per lo sviluppo del nostro Paese, né alcuna strategia di risposta alle azioni degli altri. Il caso Fincantieri e l’acquisizione di Telecom Italia da parte dei francesi, avvenuti tragicamente in contemporanea, testimoniano lo stato delle cose. Per non parlare di tutto lo shopping francese in Italia: 25 miliardi di euro negli ultimi 5 anni (aziende alimentari come Parmalat, Orzo Bimbo, Eridania, Boschetti, Galbani e altre o in campo finanziario Cariparma al Credit Agricole, Pioneer ad AMUNDI e BNL a BNPP).

L’Italia non è stata in grado di difendere il prorio patrimonio
strategico (o non ci ha nemmeno provato), men che meno il comparto più importante, la sua dorsale telefonica che francesi e tedeschi invece, con le loro Orange e Deutsche Telekom, continuano a tutelare. La dorsale telefonica dovrebbe essere nelle mani dello Stato, riacquistata a prezzi di costo da Telecom Italia, e invece finirà addirittura nelle mani di privati francesi. Non solo: passerà sotto il controllo francese anche Sparkle, l’azienda di Telecom Italia che possiede e gestisce una rete di telecomunicazioni internazionali ad altissima capacità, l’unica in grado di veicolare dati sensibili, riservati ed eventualmente criptati da un capo all’altro del pianeta: tutte le informazioni sensibili dei servizi segreti europei passano attraverso questi cavi. Un’infrastruttura chiave consegnata agli stranieri, mentre in molti Paesi, Francia compresa, lo Stato si riserva di mantenere il diritto di controllo sulle attività che possono nuocere alla sicurezza nazionale. Come è possibile non rendersi conto della gravità di questa operazione? Come è possibile che davanti a questa eventualità, Telecom non sia stata protetta ed eventualmente nazionalizzata? Per obbedire al mercato?

Dall’altro lato la Francia ha nazionalizzato i cantieri navali STX per evitare che venissero comprati da una società italiana: Fincantieri. Ossia ha fatto esattamente quanto avrebbe dovuto fare l’Italia per proteggere le aziende che reputa strategiche. Sulle motivazioni sorvoliamo, ma possiamo sapere perchè è stato così facile per i francesi far saltare trattative e accordi che andavano avanti da mesi? E ora cosa ha intenzione di fare il governo? Sanno solo dire “inaccettabile, grave, incomprensibile“. Sì d’accordo, ma poi?

Ci sono delle leve per far sì che la Francia torni sui suoi passi, usiamole! Per esempio la Francia fa enormi affari mettendo all’asta il nostro debito pubblico, una montagna di soldi su cui le banche estere, tra cui anche quelle francesi, lucrano con enormi profitti grazie ai derivati sui titoli. Si tratta di una ventina di banche che hanno il ruolo di “specialisti in titoli di Stato” e che collocano i nostri titoli, garantendo una percentuale di acquisto, e facendo vagonate di soldi grazie anche ai privilegi loro concessi. Non possiamo rinunciare a tutti gli specialisti del debito, ma a quelli francesi sì. E’ sufficiente depennarli da questa lista. I francesi a quel punto potranno scegliere se il gioco vale la candela.

Gli interessi degli italiani per me sono al di sopra di ogni altra cosa, come per Macron lo sono quelli dei francesi. Ma se per perseguire i loro vanno a discapito dei nostri, allora è dovere di chi governa farlo presente. Dopo questi due schiaffi d’oltralpe non ci restano più guance da porgere. Gentiloni, Padoan: battete un colpo e fate rispettare il nostro Paese! Oppure fatevi da parte.

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Banche salvate, risparmiatori truffati #DecretoBancheVenete

di MoVimento 5 Stelle

Che a Palazzo Chigi ci sia Gentiloni o Renzi non cambia nulla, a gestire i salvataggi bancari è sempre Pier Carlo Padoan, l’uomo della grande finanza italiana e internazionale. Il decreto banche venete approvato oggi in Senato è solo l’ultimo capitolo di una sporca storia iniziata con la risoluzione delle quattro banche popolari durante il Governo Renzi-Boschi.
Le banche italiane hanno finanziato per anni gli amici degli amici e gli stessi partiti, poi quando il bubbone è scoppiato i partiti si sono sentiti in dovere di intervenire salvandole dal fallimento. Ora, le banche risanate con i soldi dei contribuenti e dei risparmiatori, rimaste in mano ai privati, torneranno a finanziare il sistema, in un circuito perverso in cui cittadini e risparmiatori sono solo vittime da spremere.

Sia durante il governo Renzi che oggi il Pd ci ha detto che le banche devono essere salvate, altrimenti salta in aria l’intero sistema del credito. Il problema, però, è come salvarle. Il MoVimento 5 Stelle si oppone con forza al metodo Pd-Padoan, che consiste nel salvare gli istituti sia con miliardi di euro di soldi pubblici che con i sacrifici degli azionisti e degli risparmiatori, lasciando il controllo delle banche risanate ai privati.

Nel caso delle due banche venete, addirittura, i due istituti sono stati regalati ad una grande banca, Intesa, la quale ha dettato le sue condizioni sin dalla presentazione del decreto. Intesa ha poi respinto ogni mozione ed emendamento delle opposizioni servendosi dei parlamentari del Pd, compresi quelli veneti. I numeri del salvataggio gridano vendetta: oltre 17 miliardi di euro di nuovo debito pubblico, 5 dei quali girati a Banca Intesa per acquistare la parte sana di Veneto Banca e di Banca Popolare di Vicenza. Intesa si è presa quindi 30 miliardi di crediti a basso rischio e 500 milioni di patrimonio immobiliare, lasciando allo Stato le macerie, ovvero 10 miliardi di obbligazioni subordinate e i crediti più a rischio o irrecuperabili.

Oltre al danno immenso per risparmiatori, azionisti e contribuenti, c’è anche la beffa: gli amministratori indagati per il crac non potranno essere interdetti perpetuamente dai pubblici uffici, dato che il Pd si è rifiutato persino di discutere la nostra mozione, la quale avrebbe rafforzato i poteri dei giudici e garantito quella giustizia che a causa della prescrizione non arriverà mai. Un intero territorio produttivo è a rischio disgregazione e 210 mila risparmiatori hanno perso del tutto o in parte i soldi messi da parte per i figli. Le associazioni delle vittime colpite da questo indegno piano del Governo ci hanno assicurato che decine di persone stanno pensando, proprio in queste ore, a gesti estremi, proprio perché non solo hanno perso tutto, ma immaginano un futuro in cui i banchieri oggi indagati la faranno comunque franca, anche se verrà accertata la loro responsabilità nel crac. La prescrizione corre veloce, e le armi dei giudici sono spuntate, anche perché le procure venete soffrono da tempo di una pesante carenza di organico.

La situazione è tragica, e siamo solo all’antipasto. Non finirà con le due banche venete, anche perché gli accordi europei di Basilea sul patrimonio delle banche sembrano disegnati apposta per far saltare in aria il nostro sistema del credito. In un futuro così fosco, solo il metodo 5 Stelle può funzionare: interdizione perpetua per i banchieri colpevoli, tutela completa dei risparmiatori e intervento pubblico finalizzato a prendere il controllo delle banche fallite, così da risanarle pazientemente e riattivare un circuito del credito sano, legato ai territori e slegato dalla politica.

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Macron fa gli interessi della Francia. Il PD pure

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di MoVimento 5 Stelle

E ancora una volta, l’Italia subisce Parigi. Dopo i respingimenti a Ventimiglia, dopo aver regalato allegramente ai francesi ampie zone di mare, ecco l’ennesimo asservimento forzato del nostro Paese, con il presidente francese Macron che a Parigi ha portato avanti una mediazione tra il presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli Fayez Sarraj e il comandante dell’Esercito nazionale libico Khalifa Haftar per un cessate il fuoco in Libia.

La Libia, che fino a qualche anno fa era considerata il “quarto confine italiano” nel Mediterraneo.

Ma noi non ci sentiamo di condannare Macron: ha fatto solo gli interessi dei propri connazionali e del proprio Paese come è suo compito. Compito invece da tempo dimenticato dal PD e dal suo governo incapace di gestire gli eventi, dilettanti paralizzati dall’ormai tristemente famoso accordo che Matteo Renzi, nel 2014, ha siglato con la controparte europea per far sì che tutti i migranti del Mediterraneo arrivassero in Italia.

Il MoVimento 5 Stelle sta preparando un’informativa urgente a Gentiloni sulla Libia, a seguito degli ultimi sviluppi, per capire come si posiziona l’Italia in questa cornice. Che ruolo abbiamo? Che ruolo avremo? Dove ci stanno portando (sempre che lo sappiano)? E’ da oltre un anno che chiediamo al governo di impegnarsi per l’organizzazione di una grande conferenza di pace a Roma che riunisca tutti i rappresentanti politici del territorio libico: il MoVimento 5 Stelle è stato il primo a capire che era indispensabile un dialogo con le parti. Mesi fa avevamo chiesto anche che l’Italia si facesse capofila in questo complesso processo di stabilizzazione della regione, invece ci ritroviamo ancora una volta ultimi della fila.

Oltre alle critiche, legittime, accogliamo comunque con favore l’impegno assunto tra Serraj e Haftar per un cessate il fuoco. L’auspicio è che duri a lungo e che serva ad arginare finalmente anche i flussi verso le nostre coste. Qualora ciò accadesse, però, la Francia vorrà qualcosa in cambio: noi non abbiamo dubbi sul fatto che il governo PD sarà pronto, stavolta, a concedere anche i primogeniti.

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5 milioni di poveri assoluti, ma il PD regala miliardi alle banche

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di MoVimento 5 Stelle

In Italia i poveri assoluti sono quasi 5 milioni, ma il governo Gentiloni, esattamente come quello di Renzi, ha deciso che le banche sono più importanti, che sono loro la vera emergenza a cui far fronte.

Fatalità i dati Istat arrivano proprio nei giorni in cui il governo PD, con il suo vergognoso decreto sulle Banche venete, regala 5 miliardi a Banca Intesa, che si aggiungono ai 12 miliardi a rischio sui crediti deteriorati e i contenziosi degli istituti veneti.

L’anno scorso i poveri assoluti erano 4 milioni e 598 mila, oggi sono 4 milioni 742 mila. E’ il dato più negativo dal 2005 ad oggi e crescono pure le persone in povertà relativa che passano da 8 milioni 307 mila a 8 milioni 465 mila. Sono persone in carne e ossa, ma per il governo sono solo numeri.

Il governo Gentiloni, in linea con Renzi, continua a proporre misure del tutto insufficienti per aiutare le persone e le famiglie che sono in grave difficoltà economica. E’ un dato di fatto che la politica abbia trascurato per troppo tempo l’argomento, nascondendosi dietro la scusa della mancanza di risorse economiche. Poi però per aiutare le banche le risorse si trovano sempre: dal 2011 i governi hanno regalato in totale alle banche 85 miliardi di euro, ai cittadini italiani in condizioni di povertà solo briciole! Eppure una strada diversa è possibile. Bisogna smettere di pensare alla logica dei bonus, ora più che mai bisogna aprire un dibattito serio sulla necessità di introdurre una misura di sostegno al reddito collegata alla formazione e al reinserimento nel mondo del lavoro, come il reddito di cittadinanza del MoVimento 5 Stelle, che giace in Commissione da oltre 2 anni e mezzo proprio per colpa del governo e della maggioranza.

E’ proprio l’ISTAT a certificare che la proposta del MoVimento 5 Stelle sul reddito di cittadinanza costa 14,9 miliardi e che servirebbe ad azzerare la povertà più grave senza dispersione. I soldi non possono essere una scusa. Le famiglie vanno aiutate ora perché non possono più aspettare.

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