Il mio impegno per Luca e i giovani siciliani emigrati #SceglieteIlFuturo

nella foto: Giancarlo Cancelleri e il papà di Luca

di Giancarlo Cancelleri

Ieri mi sono commosso. Dopo una lunga giornata di incontri con i cittadini, alle 20.30 ho letto il messaggio di Luca, un ragazzo siracusano emigrato a Torino per lavoro. Luc… Continua a leggere Il mio impegno per Luca e i giovani siciliani emigrati #SceglieteIlFuturo

Nasce in Grecia la generazione 265 euro

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grafico: le colonne rappresentano diversi gruppi di età. Le barre verdi rappresentano gli stipendi nel 2009, quelle arancioni gli stipendi nel giugno 2016. Le percentuali mostrano il decremento tra il 2009 e il 2016. Fonte: Kathimerini.

da Vocidallestero.it: KeepTalkingGreece ci aggiorna sull’orrore della Grecia, dove i lavoratori, specialmente i più giovani, accettano di essere sfruttati per paghe che fino a pochi anni fa sarebbero state impensabili. Anche i meno giovani, che hanno famiglia e obblighi finanziari maggiori, guadagnano in media poche centinaia di euro netti al mese. Ma intanto i riflettori mediatici sulla Grecia si sono spenti da un bel pezzo.

di Keep Talking Greece

L’alta disoccupazione nella Grecia colpita dall’austerity deprime salari e stipendi. Gli imprenditori vogliono spendere quanto meno possibile in salari, e i lavoratori sono costretti a scendere a compromessi che erano impensabili prima della crisi. Si accetta un posto di lavoro a qualsiasi prezzo, non importa quanto sia basso. Il settore imprenditoriale privato in Grecia ignora spudoratamente le leggi sul lavoro e offre una manciata di noccioline con l’ultimatum “prendere o lasciare”. Un ricatto che i lavoratori disperati non possono rifiutare.

Nessuna sorpresa. I dati basati sulle dichiarazioni dei redditi del 2017 relativi all’anno fiscale 2016 mostrano quale sia l’attuale condizione di stipendi e salari nel settore privato greco. Sono spaventosamente bassi, specialmente se si tiene conto del costo della vita nel paese. I dati non rivelano comunque le condizioni di lavoro, se siano lavori a tempo pieno, part time o a turni. I giovani lavoratori sotto 20 anni di età non guadagnano più di 260 euro netti al mese. I lavoratori a 24 anni di età svolgono lavori a tempo pieno per una media di 380 euro netti al mese. I lavoratori fino a trent’anni guadagnano in media 509 euro, e quelli fino a 34 non portano a casa più di 660 euro.

La maggiore diminuzione degli stipendi, tra -42% e -25%, colpisce i lavoratori giovani e quelli nell’età più produttiva, cioè i trentenni e i quarantenni. I lavoratori trentenni di solito progettano di formare una famiglia, e quelli verso i 40 e oltre spesso hanno già delle famiglie e dei figli. Hanno quindi da gestire impegni economici maggiori con redditi che diminuiscono. Ci sono 548.000 lavoratori nella fascia di età 40-49 anni. I lavoratori registrati over 50 sono 335.000. Prima della crisi molti di loro guadagnavano più di 1.600 euro lordi al mese. Nel 2012 i salari minimi sono diminuiti da 780 a 580 euro lordi per i lavoratori sopra i 25 anni e sono diminuiti a 510 euro lordi per i lavoratori tra i 15 e i 24 anni.

Secondo lo stesso dataset, le pensioni medie sono diminuite del 13,96% tra il 2012 e il 2016. Nel periodo 2010-2017 le pensioni di base e integrative sono state tagliate 14 volte. Negli ultimi mesi il tasso di disoccupazione è sceso a causa dei lavori stagionali nel settore turistico. Nell’aprile 2017 il tasso di disoccupazione in Grecia era il 21,7% ed è tuttora il più alto dell’Unione Europea. Seconda viene la Spagna, con una disoccupazione al 17,1%. Tuttavia, secondo l’Unione dei Lavoratori nel Turismo e nella Ristorazione, gli imprenditori pongono l’enfasi sull’ingaggio di lavoratori giovani, fino a 25 anni di età, grazie ai loro minori salari. I salari in questo settore per questo gruppo di età sono di 510 euro al mese lordi per un lavoro a tempo pieno, che diventano 410 euro netti dopo aver scalato tasse e contributi previdenziali.

Questa tendenza, che i media greci descrivono come “la cattiva cultura degli imprenditori”, impedisce la firma di contratti collettivi che permetterebbero di ingaggiare lavoratori più anziani, con più anni di esperienza e conseguentemente salari più alti.

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Dati Istat: il governo Renzi ha penalizzato i giovani

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di MoVimento 5 Stelle

Il rapporto Istat sulla “redistribuzione del reddito in Italia” è una presa in giro con pochi precedenti. Una vera e propria marchetta nei confronti del defunto Governo Renzi. Il messaggio di fondo del documento è che l’azione del Governo nel triennio 2014-2016 ha ridotto le diseguaglianze, ma non è affatto vero. Basta comparare i dati riferiti al 2016 con quelli del 2012 per scoprire che l’azione redistributiva dello Stato si è indebolita proprio da quando Renzi è salito a Palazzo Chigi.

In effetti, se guardiamo all’indice di Gini, cioè l’indice che misura la diseguaglianza dei redditi, vediamo che esso al termine del triennio renziano è del 45,2% prima dell’intervento pubblico e del 30,1% dopo che lo Stato è intervenuto con trasferimenti monetari e imposizione fiscale. Una differenza di 15,1 punti percentuali. Nel 2012, invece, questa differenza era del 18%. Ciò significa che Renzi ha reso meno progressivo il nostro sistema fiscale e previdenziale, favorendo i redditi medio-alti più di tutti gli altri.

In altre parole, con Renzi ci siamo allontanati ancor più dal dettato della nostra Costituzione, che predica equità ed eguaglianza sociale.

Solo che l’Istat tutto questo non lo dice. Presenta i dati del triennio 2014-2016 senza compararli con quelli degli anni precedenti e ne esce un Renzi progressista che nella realtà non è mai esistito.

Ma c’è di peggio. L’Istat si permette di includere nelle stime anche l’estensione della quattordicesima ai pensionati, che non è ancora entrata in vigore. Questa è una scorrettezza scientifica grossolana, indice di evidente malafede. Non basta infatti una noticina a pagina 9 del documento, scritta a caratteri minuscoli e in un italiano complesso, per correggere la grave mancanza.

Se anche volessimo limitarci al rapporto così com’è, cioè un testo lacunoso e fazioso, basterebbe leggere a fondo i dati per capire che non sono tutte rose e fiori. Istat non riesce a nascondere che l’intervento pubblico redistribuisce risorse ai pensionati ma ne toglie ai giovani. Si legge infatti che “Il sistema di tasse e benefici, associato a bassi livelli di reddito familiare, determina per le fasce più giovani della popolazione un aumento del rischio di povertà…dal 19,7 al 25,3% per i giovani nella fascia dai 15 ai 24 anni e dal 17,9% al 20,2% per quelli dai 25 ai 34 anni”. A pagare di più sono “i giovani che vivono da soli o in coppia senza figli e, inoltre, i monogenitori e le coppie con figli minori”.

Non solo Renzi ha intaccato l’azione redistributiva dello Stato, ma lo ha fatto colpendo il futuro del Paese, le classi giovanili, alla faccia della sua retorica ipocrita.

In conclusione, va chiarito con forza che il rapporto Istat è una simulazione, non certo una fotografia del Paese, e che questa simulazione è costruita su basi fragilissime, per non dire di peggio.

I tweet entusiastici dei soldatini renziani, quindi, sono solo l’immagine del tragicomico fallimento renziano.

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Voto per i sedicenni alla Camera e al Senato #voto16

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immagine: giovane elettrice al referendum sull’indipenza della Scozia cui hanno partecipato anche sedicenni e diciassettenni

di Beppe Grillo

L’Italia è l’unico Paese al mondo in cui i cittadini devono attendere i 25 anni d’età per godere i pieni diritti politici. Nel mondo si vota quasi ovunque dai 18 anni, con 27 eccezioni tra i 16 e i 21 anni. Solo in Italia per eleggere una delle due Camere bisogna aver compiuto 25 anni, causando distorsioni vistose nella composizione di Camera e Senato che sono tra le cause dell’ingovernabilità.

Ci sono più di 4 milioni di cittadini di età tra i 18 e i 24 anni (l’8% della popolazione) il cui voto vale mezzo. Ci sono poi oltre 1 milione di cittadini di età tra i 16 e 17 anni (2,2% della popolazione) che non hanno neppure diritto al voto. In totale tra i 5 e i 6 milioni di cittadini non hanno diritto di dire la loro sul futuro del Paese o hanno una rappresentanza monca. E’ un anacronismo insopportabile che tiene il nostro Paese bloccato. Questi 5 milioni di italiani hanno diritto quanto, se non di più, gli altri cittadini di decidere sul loro futuro, perchè il loro futuro è il futuro del Paese. Oggi appartengono agli esclusi, quelli la cui opinione conta poco o nulla.

Non è un caso che il tasso di disoccupazione nella fascia tra i 15 e i 24 anni sia abnorme, a marzo era al al 34,1%, più del triplo della disoccupazione nel suo complesso e senza considerare gli inattivi. In totale gli occupati under 25 sono 1.013.000 su un totale di più di 5.000.000. Per migliorare la loro condizione è necessario ascoltarli e dare loro la possibilità di incidere. Dobbiamo accogliere le loro idee su come migliorare l’ingresso nel mondo del lavoro e su come migliorare l’educazione superiore.

Dobbiamo consentire ai giovani di diventare il motore dell’innovazione dell’Italia. Non con i discorsi, ma con i fatti. Il primo passo è garantire loro pieni diritti politici a partire dai 16 anni. Il MoVimento 5 Stelle si batterà per questo.

Scarica l’infografica con i dati sul diritto di voto in tutti gli stati del mondo

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#IoSfiducioPoletti, chi sta con i giovani voti la sua sfiducia

di MoVimento 5 Stelle Camera

Ora basta. E’ inammissibile che il ministro del Lavoro Giuliano Poletti si riferisca ai giovani italiani emigrati all’estero a cercare lavoro così: “conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi“. Questi sono i toni che fanno male all’Italia. Davanti al dramma di 100 mila giovani che ogni anno lasciano il nostro Paese per fuggire a Londra o in Australia o chissà dove perchè non riesce a trovare un maledetto lavoro che gli permetta di vivere con dignità, il ministro del Lavoro italiano gli dice che è felice di non averlo tra i piedi. Ma che modi sono? E poi chi è Poletti? E’ noto per essere ministro del Lavoro nel momento in cui la disoccupazione giovanile sta battendo tutti i record e per la cena assieme a Buzzi, il re di Mafia Capitale, e Casamonica.

#iosfiduciopoletti
Quello noto per i voucher e la cena assieme a Buzzi, il re di Mafia Capitale, e Casamonica pic.twitter.com/wngDKYmr3N

— Movimento 5 Stelle (@Mov5Stelle) 20 dicembre 2016

Se c’è uno che non soffriremmo ad avere tra i piedi è lui. Poletti ha chiesto scusa. E chi se ne frega. Ogni dichiarazione di questi ministri e politicanti rende sempre più ampia la spaccatura tra il Paese reale e chi vive nei palazzi. Tra chi arranca per arrivare alla fine del mese e chi, tra cene di partito, scorte e salotti, viene coccolato. #IoSfiducioPoletti. Il MoVimento 5 Stelle sta depositando alla Camera una mozione di sfiducia, a prima firma Ciprini, nei suoi confronti. Basta falsa solidarietà e basta scuse. Vedremo chi sta con lui e chi sta con i giovani.

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Sono i giovani le vere vittime della crisi

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articolo scritto da Vittorio Nuti per Il Sole 24 Ore

Gli italiani popolo di rentier, l’etichetta che si appiccica a chi vive di rendita, e quindi incapace di investire sul futuro, malato di immobilismo sociale che in anni di crisi genera insicurezza. L’immagine della società italiana che emerge dal 50° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese non è lusinghiera, ma conferma l’idea di un disagio crescente acuito da anni di recessione. Come sempre, l’analisi sociologica del Centro Studi Investimenti Sociali è basata su numeri e statistiche. Come quelle che registrano 114 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva (più del Pil dell’Ungheria) accantonati dai nostri connazionali dall’inizio della crisi accantonati. Al gruzzolo messo insieme dai rentier corrisponde il passo indietro delle giovani generazioni: rispetto alla media nazionale, redditi più bassi del 15% (e del 26,5% rispetto ai loro coetanei di venticinque anni fa) e ricchezza inferiore del 41 per cento.

Nipoti più poveri dei nonni
Sono dunque i Millenial le vittime inconsapevoli di questi anni, stritolati dalla crisi e dal ridursi delle occasioni per affermarsi, uno stand by in corso da anni che ha congelato aspettative e sogni. Le famiglie dei giovani con meno di 35 anni penalizzate da un reddito medio più basso rispetto alla media della popolazione devono confrontarsi con l’incremento delle entrate degli over 65: + 24,3 per cento. Le cose non cambiano se parliamo di ricchezza complessiva: oggi quella attribuita agli under 35 è inferiore del 4,3% rispetto a quella dei loro coetanei del 1991, mentre per gli italiani nell’insieme il valore attuale è maggiore del 32,3% rispetto ad allora e per gli anziani è maggiore addirittura dell’84,7 per cento. Il divario tra i giovani e il resto degli italiani si è ampliato nel corso del tempo, perché venticinque anni fa i redditi dei giovani erano superiori alla media della popolazione del 5,9% (mentre oggi sono inferiori del 15,1%) e la ricchezza era inferiore alla media solo del 18,5% (mentre oggi lo è del 41,1%).

Rappporto investimenti/Pil tornato ai minimi dal Dopoguerra
Alla precarietà dei giovani – figli e nipoti – fa da contraltare la scarsa propensione al rischio e agli investimenti di chi detiene i cordoni della borsa: nonni e genitori. Secondo il Censis, infatti, quasi il 36% degli italiani tiene regolarmente contante in casa per le emergenze o per sentirsi più sicuro e, se potessero disporre di risorse aggiuntive, il 34,2% dei nostri connazionali le terrebbe in depositi o conti correnti. Questo spiega l’incidenza degli investimenti sul Pil, che in Italia si ferma al 16,6% (dato 2015), ai minimi dal Dopoguerra e lontano dalla media europea (19,5%), da Francia (21,5%), Germania (19,9%), Spagna (19,7%) e Regno Unito (16,9%). Insomma, i solidi ci sono, ma manca la proiezione al futuro : ci si limita a consumare il “gruzzolo”, «con il rischio di svendere pezzo a pezzo l’argenteria di famiglia».

Più occupazione ma i segnali rimangono contraddittori
Lo scenario contraddistinto da un “popolo immobile”, diviso schematicamente tra giovani sempre più poveri e anziani sempre più ricchi, ha visto negli ultimi anni qualche timido segnale di vivacità sul fronte occupazionale, con il recupero di 274mila occupati tra il 2013 e il 2015. Nel primo semestre del 2016 l’andamento dell’occupazione è ancora positivo, con una variazione pari a +1,5% rispetto allo stesso semestre del 2015. Nel periodo gennaio-agosto 2016, inoltre, il contratto a tempo indeterminato è stato utilizzato nel 21,3% dei rapporti di lavoro attivati (nel 2015 la quota era molto più alta: 32,4 per cento). I contratti a termine sono il 63,1% del totale. Segnali contraddittori ma evidenti dei cambiamenti in corso nel mercato del lavoro, dovuti soprattutto alla decontribuzione e al Jobs Act con i contratti a tutele crescenti.

Boom dei voucher e passi indietro per la produttività
Non mancano però i dati che inducono al pessimismo, come la crescita esponenziale dei voucher: 277 milioni di contratti stipulati tra il 2008 e il 2015, e 70 milioni di nuovi voucher emessi nei primi sei mesi del 2016. Una conferma che il mondo produttivo chiede flessibilità e abbattimento dei costi, allargando l’area delle professioni non qualificate e del mercato dei «lavoretti». Quello che contraddistingue i periodi di bassa crescita economica e bassa produttività: dal 2015 i nuovi occupati sono associati a una produzione di ricchezza di soli 9.100 euro pro-capite, e la produttività si è ridotta da 16.949 euro per occupato del I trimestre 2015 ai 16.812 euro del II trimestre 2016). Un dato preoccupante perché incide direttamente sul Prodotto interno lordo: nell’ultimo anno e mezzo, se la produttività fosse rimasta costante, il Pil sarebbe cresciuto complessivamente dell’1,8% e non solo dello 0,9 per cento.

In tre anni triplicate start up innovative
I segnali di speranza, in un quadro sostanzialmente negtativo, arriva dal dato sulle nuove iniziative imprenditoriali, le cosiddette “start up” innovative, triplicate in meno di tre anni. Il rapporto Censis spiega che «le startup innovative iscritte alla sezione speciale del Registro delle imprese» sono passate «dalle 1.486 del 2013 alle 6.323 della fine di settembre 2016». Nel primo semestre del 2015, si legge nel Rapporto, le imprese cessate sono state meno dell’1% del totale. Le grandi città catalizzano il 37% delle startup innovative, quasi il 50% degli incubatori e oltre il 20% dei fablab nazionali. Milano e Roma sono in testa, seguono Torino, Napoli, Bologna e Firenze. Il settore produttivo che caratterizza la maggior parte di queste imprese è la creazione di software, quasi il 20% opera nel manifatturiero. Nei 115 fablab censisti in Italia nel 2016 da Censis e Make in Italy i makers creano i prototipi funzionali necessari per poi giungere a una produzione industriale su grandi numeri. L’attrezzatura imprescindibile e presente nella quasi totalità (il 98,9%) dei fablab è la stampante 3d.

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Giovani italiani in svendita

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di Luigi Di Maio

Ufficialmente sono 107.000, secondo quanto risulta dall’ultimo rapporto Migrantes 2015, ma probabilmente sono molti, molti di più. Sono i giovani italiani che hanno deciso di lasciare il Paese, per andare all’estero.

In questo universo di persone
, ci sono speranze, progetti, professionalità che nell’Italia di Renzi non trovano il modo di esprimersi. Le famiglie di questi ragazzi le incontro ogni settimana, parlando con i cittadini in tutta Italia, negli eventi, nelle piazze. E per nessuna di queste famiglie la priorità era cambiare 47 articoli della Costituzione. Quello che serve sono posti di lavoro, e stipendi degni del livello di professionalità.

Per il nostro Governo, invece, gli stipendi bassi dei nostri professionisti sono una merce di scambio di cui vantarsi con gli investitori stranieri. Qualche giorno fa è stato presentato Industria 4.0, il piano nazionale per rilanciare gli investimenti e le imprese italiane e nella brochure le aziende estere sono state invitate ad investire in Italia perché i lavoratori italiani “costano meno” rispetto ai colleghi di altri Paesi europei. Si diceva chiaramente che un ingegnere italiano guadagna in media 10.000 € in meno di un ingegnere di un altro Paese europeo.

Se questa è la visione che il governo ha del futuro dei nostri giovani, una svendita al miglior offerente, non stupisce che i giovani scappino. Qui non c’è bisogno di cambiare la Costituzione, bisogna cambiare chi ci governa.

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Legge di stabilità: meno fondi per le assunzioni giovanili, il governo colpisce l’agricoltura

Ecco come il governo Renzi inganna i giovani lavoratori in agricoltura e le aziende che vorrebbero assumerli con contratti regolari. Nel giugno 2014 viene stanziato con decreto dell’esecutivo un Fondo, presso il Ministero delle politiche agricole, per erogare incentivi… Continua a leggere Legge di stabilità: meno fondi per le assunzioni giovanili, il governo colpisce l’agricoltura

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Scuola: sulla pausa estiva da ministro Poletti retorica da bar sport

ROMA, 24 MARZO – "Sulla riduzione della pausa estiva per le scuole il ministro Poletti ha perso una buona occasione per rimanere in silenzio. Sottolineiamo solo due aspetti: parlare di più stretto rapporto tra scuola e mondo del lavoro ha… Continua a leggere Scuola: sulla pausa estiva da ministro Poletti retorica da bar sport