Tpl, felici che Pd sia rinsavito in 24 ore su lavoratori (21-07-2017)

Roma, 21 luglio "Un mese fa il MoVimento 5 Stelle era davanti alla sede del Ministero dei Trasporti a manifestare insieme con i lavoratori autoferrotranvieri del Trasporto Pubblico Locale per chiedere il ripristino delle tutele eliminate con l’abrogazione del… Continua a leggere Tpl, felici che Pd sia rinsavito in 24 ore su lavoratori (21-07-2017)

Aemilia: Delrio imbarazzante, in tribunale si è contraddetto rispetto a quanto detto alla DDA nel 2012 (19-07-2017)

ROMA, 19 luglio 2017- "È davvero un atto grave e politicamente a dir poco imbarazzante che Delrio, ieri chiamato a testimoniare come teste della difesa di diversi imputati al processo Aemilia contro la ‘ndrangheta, abbia dato una versione diversa… Continua a leggere Aemilia: Delrio imbarazzante, in tribunale si è contraddetto rispetto a quanto detto alla DDA nel 2012 (19-07-2017)

Sicurezza stradale, avanti con linea dura per uso telefonino (19-07-2017)

Roma, 19 luglio – "Siamo soddisfatti che il Governo abbia sposato la linea dura sul ritiro della patente per chi usa il telefonino alla guida. Una misura fondamentale per la sicurezza e la salute dei cittadini che anche noi… Continua a leggere Sicurezza stradale, avanti con linea dura per uso telefonino (19-07-2017)

Daspo per chi sbaglia, anche per amministratori truffaldini e finti banchieri (19-07-2017)

Il Governo ed il PD si stanno rendendo politicamente complici delle responsabilità, civili e penali, dei dirigenti e degli amministratori truffatori di povera gente. Per il Governo sono tutti da proteggere e da salvare: da quelli di Banca Etruria,… Continua a leggere Daspo per chi sbaglia, anche per amministratori truffaldini e finti banchieri (19-07-2017)

#ProgrammaGiustizia: Ricorso in Appello e riformulazione della pena

Il nostro ordinamento prevede che, se a proporre Appello è solo l’imputato, il giudice di secondo grado non può condannarlo ad una pena più alta ma può solo abbassarla o lasciarla identica. Il quesito su cui siete chiamati a rispondere vi chiede se è giusto riformare questa norma nel senso che anche nel caso in cui a proporre appello sia il solo imputato, questi possa incorrere, eventualmente anche in una condanna più pesante rispetto a quella ricevuta in primo grado. L’invito è a riflettere sulla valutazione di costi/benefici e garanzie in quanto oggi, una parte considerevole degli appelli sono fatti in modo strumentale per cercare di ottenere non solo una pronunzia più favorevole ma anche la prescrizione, senza rischiare, nel concreto, assolutamente nulla, con conseguente ingolfamento delle Corti di Appello e aggravio in termini di economia processuale e costi per la collettività.

di Mattia Alfano, avvocato penalista

Il divieto della reformatio in peius è un principio del nostro ordinamento, secondo il quale il giudice di appello non può modificare in senso peggiorativo la sentenza emessa dal giudice di primo grado, laddove vi sia un appello proposto esclusivamente dall’imputato.
Contrariamente a quello che possiamo pensare, il divieto di reformatio in peius è un principio che non è condiviso da altri ordinamenti democratici mondiali. Per quanto riguarda due piccoli esempi, Inghilterra e Stati Uniti, addirittura ci sono dei grossi filtri per proporre appello. E per prendere l’esempio forse più vicino all’ordinamento italiano, in Francia non c’è il divieto di reformatio in peius. L’effetto più evidente è in termini numerici. In Francia dove non c’è questo principio, gli appelli presentati sono circa 39 mila. In Italia, dove invece vige questo principio, abbiamo dati ufficiali del ministero della Giustizia 260mila appelli presentati.

Sostanzialmente l’imputato non ha alcun tipo di conseguenza nel presentare un appello, anche totalmente infondato o meramente dilatorio, perché in Italia ci sono quattro effetti principali per i quali un imputato propone appello.

Il primo
, e più ovvio, è perché vuole dimostrare la propria innocenza all’interno di un procedimento nel quale ha avuto una condanna di primo grado. Ma questo non è l’unico effetto che l’imputato può provare ad ottenere proponendo appello. Ci sono tre effetti che forse si danno per scontati ma su cui bisogna mettere l’attenzione. Il primo è che proponendo appello abbiamo una dilazione e quindi un ritardo nell’applicazione e nell’esecuzione della pena.

Il secondo effetto, assolutamente rilevante, è che spesso nei procedimenti di primo grado c’è l’applicazione di una misura cautelare che ha dei termini tassativi decorsi i quali la misura cautelare deve essere revocata. Quindi proponendo l’appello ed allungando i termini processuali è possibile che l’imputato possa ottenere la scarcerazione, ad esempio.

L’ultimo effetto e il più evidente è che l’imputato può ottenere la prescrizione, di cui sentiamo spesso parlare anche sui giornali.
Perché l’imputato può proporre appello. Il tema si collega molto strettamente a quelli che sono i tempi della giustizia italiana.

Secondo i dati del Ministero della Giustizia un processo in Italia di primo grado dura in media 600 giorni. Un procedimento in appello dura più di 900 giorni. Il che vuol dire che con la proposizione anche di un appello totalmente infondato e meramente dilatorio l’imputato guadagna più di 3 anni solamente in attesa che la Corte d’Appello possa esaminare il suo appello.

Il principio per il quale l’imputato ha il diritto di impugnare una sentenza è sicuramente un diritto costituzionale, e un principio base e cardine del nostro ordinamento processuale. Certamente non può e non deve esserlo anche quello per il quale all’imputato non possa arrivare nessun tipo di conseguenza negativa per la proposizione di un appello che ha messo inutilmente in moto la macchina della giustizia.
La funzione principale del diritto penale è una funzione general preventiva. Che cosa vuol dire, che attraverso una punizione del colpevole si cerca di ottenere un’educazione di tutti gli altri consociati, per far sì che le persone, vedendo che chi sbaglia paga, si asterranno in futuro dal commettere delitti della stessa specie di quelli che hanno ottenuto una condanna.

Chiaramente con la tempistica che ho prima sottolineato questa funzione general preventiva si sta perdendo e si cerca di recuperarla attraverso un innalzamento delle sanzioni per provare a evitare anche la prescrizione, che purtroppo è sempre più evidente ed è sempre più rilevante in tutti i procedimenti di primo grado.
Questa proposta cerca di avere un processo più snello, più efficace, perché un processo più breve è anche un processo che evidentemente svolge la sua vera funzione.

Leggi e commenta il post su www.beppegrillo.it

Continua a leggere #ProgrammaGiustizia: Ricorso in Appello e riformulazione della pena

#ProgrammaGiustizia: Condanna a lavori di pubblica utilità

Spesso ci si lamenta della mancanza di certezza della pena, ovvero di una sanzione effettiva e dissuasiva per chi ha sbagliato, proporzionata alla gravità del fatto commesso. Il quesito su cui sarete chiamati ad esprimervi vi interrogherà sul possibile potenziamento ed allargamento della misura dei lavori di pubblica utilità in modo che il reo possa risarcire la collettività in modo concreto e senza gravare sullo Stato.

di Pierfrancesco Bruno, avvocato e professore

Oggi ci occupiamo di una problematica che riguarda un istituto recentemente introdotto nel sistema penale, che è quello dei lavori di pubblica utilità, e cercheremo di capire perché la sua applicazione è effettivamente molto limitata se non nulla.
Questo necessita di una brevissima premessa su quello che è il sistema o il meccanismo attraverso il quale vengono comminate le sanzioni nel sistema penale. Rispetto a un certo numero di sanzioni relative a pene detentive cosiddette brevi, il codice penale e le norme che lo hanno nel tempo implementato, prevedono tutta una serie di istituti che sostanzialmente determinano la non applicazione, o meglio, la certezza della disapplicazione della pena con riferimento appunto a quelle più lievi.

Il concetto di lieve peraltro va in qualche modo specificato perché oggi ci troviamo in una situazione in cui applicando l’istituto della sospensione condizionale e pene detentive brevi, pari a 2 anni 2 anni e mezzo o addirittura a 3 anni nel caso del processo minorile, di fatto consentono in termini generali l’applicazione di questo istituto che appunto è un istituto di clemenza che invece nel disegno del legislatore avrebbe dovuto essere modulato in maniera leggermente diversa.
Vediamo di spiegare perché. Nell’articolo 165 del codice penale è stato introdotto un sistema che è quello appunto della sottoposizione ai lavori di pubblica utilità che costituisce condizione per l’applicazione della sospensione condizionale in determinate circostanze.

Cosa avviene sostanzialmente, che in alcuni casi il beneficio della sospensione condizionale può essere applicato solo nelle ipotesi in cui il condannato si assoggetti a questo meccanismo.

Perché in tanti anni di applicazione giudiziaria questo istituto non ha trovato un suo spazio tanto da risultare ormai quasi del tutto dimenticato?
Probabilmente per una duplice serie di ragioni. Un po’ perché l’intero sistema prevede delle alternative attraverso le quali la sottoposizione al lavoro socialmente utile di fatto non è conveniente, perché in pratica la sanzione non viene applicata, o non verrà applicata in fase esecutiva. Quindi entrano in gioco sia il meccanismo della sospensione condizionale, sia quello recentemente introdotto della particolare tenuità del fatto, che addirittura permette non tanto di disapplicare una sanzione, ma di non condannare l’imputato quando l’offesa al bene giuridico tutelato dalla norma risulta particolarmente lieve. E stiamo parlando di reati astrattamente punibili con pene che arrivano fino a 5 anni.

Da un altro punto di vista, il motivo che ha disincentivato l’applicazione dell’istituto dei cosiddetti lavori sostitutivi, è rappresentato dal fatto che manca una struttura organizzativa che permetta in qualche modo di controllarne il meccanismo applicativo.

I lavori di pubblica utilità sono stati introdotti abbastanza di recente nel nostro sistema
, però hanno trovato un’applicazione trovato un’applicazione trovato un’applicazione piuttosto modesta. Vediamo di capire perché. Anzitutto di che cosa si tratta. Si Si tratta di assoggettarsi volontariamente, perché non possono essere imposti ma devono essere scelti da colui che vi si sottopone. Si tratta di prestazioni che sono svolte in favore della collettività. Non sono fattispecie tipizzate, vanno di volta in volta eventualmente stabilite e possono consistere, come ad esempio avviene all’estero, nello svolgimento attività di servizio, di supporto a determinati servizi pubblici a determinati servizi pubblici e quant’altro possa essere utile a determinare una resipiscenza del condannato.

Il quesito che si pone in questa sede, tenuto conto della esigua applicazione dell’istituto stesso, (spesso determinata dalla mancanza di un apparato amministrativo ed organizzativo, che consente in qualche modo di rendere i lavori socialmente utili praticabili, e soprattutto di controllarne l’effettiva l’esecuzione) è se è opportuno regolamentare meglio l’Istituto attraverso l’individuazione, anche, di meccanismi amministrativi eventualmente a livello locale, per poter gestire l’applicazione di questa modalità alternativa di scontare la stazione. E se, data questa condizione, se val la pena di estenderne l’applicazione ad un campo più ampio di quello sostanzialmente ristretto che oggi è praticabile.

Leggi e commenta il post su www.beppegrillo.it

Continua a leggere #ProgrammaGiustizia: Condanna a lavori di pubblica utilità

#ProgrammaGiustizia – Le intercettazioni come mezzo di ricerca della prova

Le intercettazioni, che tutti i Governi di destra e di sinistra hanno combattuto sino ad oggi, sono un fondamentale strumento d’indagine e di ricerca della prova, soprattutto per reati difficili da scoprire come quelli di corruzione. Il loro utilizzo è disposto mediante precise garanzie costituzionali. Il quesito che vi sottoporremo riguarda sia la possibilità di regolare ed ampliare l’utilizzo delle videoriprese come strumento investigativo sia la possibilità di ampliare l’utilizzo delle intercettazioni estendendole anche ad altri reati, ed in particolare a quelli commessi contro la Pubblica Amministrazione e, dunque, ai danni della collettività.

di Pierfrancesco Bruno, avvocato e professore

Le intercettazioni sono un mezzo attraverso il quale la magistratura e gli organi inquirenti esercitano un’attività particolarmente penetrante di contrasto alla criminalità, ed in particolare a forme di criminalità organizzata, per i reati contro la pubblica amministrazione e ovviamente il traffico di stupefacenti. Spesso si parla di intercettazioni con riferimento a forme similari di captazione, ad esempio le semplici registrazioni, che in realtà non costituiscono intercettazioni.

La caratteristica tipica di questo strumento è che siano compiute da un soggetto estraneo al dialogo. Che vengano eseguite su dialoghi che abbiano carattere riservato, vale a dire coperti da una forma di riservatezza che può dipendere dalla tipologia del mezzo utilizzato. Ad esempio l’uso del telefono oppure l’uso dei canali telematici ordinari, e che si giovi di strumenti tecnologici, nel senso che una intercettazione richiede necessariamente un apporto tecnologico, vuoi per gli strumenti attraverso i quali viene esercitata la captazione, vuoi per i mezzi attraverso i quali si documenta, che sono normalmente gli strumenti di registrazione che un tempo erano i classici nastri magnetici è che oggi, appunto, si sono evoluti in cheap ed altri supporti.

Sul piano pratico l’intercettazione di comunicazioni o conversazioni e oggi limitata ad una serie di reati tipicamente indicati dal codice. Ossia, non tutte le fattispecie di reato sono in questo momento indagabili attraverso lo strumento delle intercettazioni, ma il legislatore nell’articolo 266 del Codice di Procedura Penale ha stabilito un numero piuttosto ristretto di reati che potremmo genericamente indicare come quelli puniti con pene superiori a 5 anni, o attraverso una indicazione di fattispecie tipiche che confinano le intercettazioni all’interno di un contesto investigativo destinato a incidere su fatti particolarmente gravi.

Per quanto attiene alla tematica generale delle intercettazioni, molto spesso la problematica che si è posta è stata non tanto quella dell’utilizzo o dell’impiego dello strumento, quanto piuttosto il tema della diffusione successiva del contenuto dei dialoghi. Ma va chiarito che questo aspetto in realtà attiene ad un profilo eventuale, diverso rispetto a quello concernente l’impiego delle intercettazioni come mezzo investigativo.

Il rischio che successivamente i dialoghi contenuti nei nastri, o nei supporti informatici delle intercettazioni, vengano divulgati, è un rischio che va trattato ovviamente su un campo diverso. Attiene al profilo della tutela della riservatezza dei cittadini da quanto risultato dalle intercettazioni, e non all’impiego da parte della compagine inquirente dello strumento come mezzo di investigazione.

Le intercettazioni intervengono su un bene costituzionalmente protetto che è il diritto alla libertà e alla riservatezza delle comunicazioni, ed il loro meccanismo di esecuzione passa attraverso una serie di filtri, nel senso che è il pubblico ministero a richiederle e il giudice per le indagini preliminari a concederle. Attualmente il pubblico ministero ha possibilità di intervenire direttamente utilizzando questo strumento soltanto nelle prime 48 ore. È una situazione in presenza della quale solo in casi di assoluta necessità ed urgenza il Pm ha la libera disponibilità dello strumento.

Il codice ne prevede una tipologia abbastanza variegata, infatti le intercettazioni si distinguono in tradizionali: telefoniche, telegrafiche o su onda guidata. Intercettazioni tra persone presenti: vale a dire le cosiddette intercettazioni ambientali. Ed intercettazioni telematiche: quelle che appunto riguardano i flussi di dati.

Una tipologia di intercettazioni che il codice invece non disciplina, e che pertanto attualmente non è contemplata tra quelle impiegabili nell’ambito investigativo, è la cosiddetta intercettazione o capitazione visiva. Insomma oggi è possibile intercettare un dialogo tra due persone che si trovano in luogo pubblico, a volte anche all’interno di un ambiente chiuso, si chiama intercettazione domiciliare. E se questa serve ad ascoltare la voce delle persone, non è possibile invece intercettare, o meglio ancora capitare visivamente, i loro comportamenti, salvo che questi non abbiano un contenuto direttamente comunicativo.

È la giurisprudenza che ha esteso l’uso delle intercettazioni anche alle captazioni visive destinate ad individuare comportamenti comunicativi. L’esempio è quello classico rappresentato dalle condotte attraverso le quali nei parlatori delle carceri i detenuti comunicano determinati dati e loro ospiti attraverso segni e i comportamenti. Quindi un tema che il legislatore è stato più volte sollecitato ad affrontare è proprio quello della estensione di questo nuovo strumento, attualmente non noto nel sistema penalistico, di captazione delle immagini e non soltanto del suono.

Altro tema che va tenuto in considerazione è la disciplina delle cosiddette intercettazioni domiciliari. Una forma particolare di intercettazioni che avviene all’interno di ambienti riservati, come il domicilio e luoghi ad esso equiparati, dove la possibilità di intercettare è limitata alla sola ipotesi che in quel contesto si possa capitare in diretta lo svolgimento dell’attività criminosa.

Quindi attualmente una lacuna legislativa è rappresentata dal fatto di non poter utilizzare questo strumento di intercettazione per raccogliere prove di fatti pregressi, mentre invece oggi è ammessa solo per documentare in diretta lo svolgimento dell’attività. Ovviamente questo costituisce una limitazione piuttosto importante all’impiego dello strumento.

Leggi e commenta il post su www.beppegrillo.it

Continua a leggere #ProgrammaGiustizia – Le intercettazioni come mezzo di ricerca della prova

#ProgrammaGiustizia: La riforma della prescrizione

Ogni anno in Italia la prescrizione falcidia oltre 100.000 procedimenti penali (nel 2014 ben 130.000). Milioni e milioni di soldi pubblici dei cittadini spesi per personale, strutture, interpreti, cancellieri, ecc. buttati al vento dalla fine anticipata dei processi senza che i responsabili siano stati puniti. L’attuale legge poi aiuta delinquenti e corrotti che riescono quasi sempre a sfuggire alle pene (i detenuti per reati di corruzione sono, nel 2015, solo 299 a fronte di una popolazione carceraria di oltre 54.000 persone). Il MoVimento 5 Stelle, per ovviare a questa situazione che non garantisce in alcun modo la certezza della giustizia, propone due diverse alternative: o la sospensione della prescrizione dal momento dell’inizio del processo (ovvero con l’assunzione della qualità di imputato) oppure la sospensione della prescrizione dal momento della sentenza di primo grado (sia essa di condanna che di assoluzione).

di Daniele Piva, avvocato e professore

Il quesito di oggi riguarda il tema della prescrizione del reato. La prescrizione indica il decorso del tempo che, dopo un certo lasso, determina l’estinzione del reato, che quindi non si può più punire.

Immaginiamo che il reato si realizzi in un determinato giorno, per esempio una corruzione, nessuno ovviamente ne è a conoscenza, l’autorità giudiziaria ne viene a conoscenza molto tempo dopo, e nel frattempo il tempo è passato. Spesso quando inizia il processo, o poco dopo, (molto in secondo grado cioè con il giudizio in appello) il reato anche se è stato compiuto non si può più punire perché è estinto per prescrizione.

Come funziona il regime della prescrizione in Italia. Il termine di prescrizione coincide con il massimo della pena stabilita per un determinato reato. Quindi se la pena nel massimo è di 8 anni, in 8 anni il termine di prescrizione matura e quindi il reato risulta estinto. Però vi è un termine generale minimo per tutti i reati che è di 6 anni per i delitti e di 4 anni per le contravvenzioni che sono i reati meno gravi. Fermo restando che i delitti più gravi che l’ordinamento conosce, cioè quelli puniti con l’ergastolo, non si prescrivono.

Succede molto spesso che, sia per reperire le fonti di prova sia per i tempi del processo che sono piuttosto lunghi, il reato viene anche ipoteticamente accertato ma non si può più punire solo perché è passato questo tempo.

Vero è che la legge prevede delle ipotesi di sospensione ed interruzione di questo termine, ad esempio come ipotesi di sospensione, se viene rinviata una udienza di un processo per legittimo impedimento dell’imputato, o il suo difensore, la legge stabilisce che il termine durante il rinvio di prescrizione non decorre. Se ad esempio erano passati tre anni e il rinvio è di 6 mesi, dopo sei mesi la prescrizione riinizia a decorrere da tre anni e un giorno. Però solo se interviene una causa sospensiva, cioè questo allungamento.

D’altro canto esistono anche delle ipotesi di interruzione in cui il termine al sopraggiungere di una determinata causa si interrompe, cioè si azzera. Ad esempio la sentenza di condanna in primo grado o la richiesta di rinvio a giudizio quando il processo inizia, determina automaticamente l’azzeramento del termine di prescrizione.

Il problema però è che già la legge oggi prevede un termine massimo oltre il quale non si può andare. Quindi anche se intervengono più atti interruttivi e quindi la prescrizione ogni volta si azzera, questo termine non può mai superare un massimo, che per i soggetti incensurati normalmente e di un quarto rispetto a quello originario.

Quindi torniamo all’esempio degli 8 anni, se la pena è di 8 anni il reato si prescrive in 8 anni. Aggiungendo un quarto che è due anni, si arriva a 10 anni. A prescindere da quanti atti interruttivi si sono realizzati, il reato è prescritto.

Immaginiamo che il reato di corruzione venga commesso in un certo momento, immaginiamo tutte le indagini preliminari che devono essere fatte, che durano diversi anni, immaginiamoci poi l’inizio del processo, la richiesta di rinvio a giudizio che magari interviene dopo tre, quattro o cinque anni dal fatto. Dopo di chè ci sono tre gradi di giudizio.

Questo è il motivo per cui soprattutto se si arriva ad una sentenza irrevocabile di terzo grado, la maggior parte dei reati spesso rimangono prescritti, cioè non si fa in tempo a raccogliere prove che convincano un giudice, al di là di ogni ragionevole dubbio, a condannare.

E allora di qui l’esigenza richiesta fortemente anche dall’Unione Europea, di riformare il nostro regime di prescrizione. Il quesito si pone in quest’ottica, cioè non far decorrere il termine di prescrizione lasciando inalterato il quantum, cioè quanti anni, non farlo decorrere a partire da una certa data. E il quesito pone una alternativa, o quando il processo inizia quindi quando il pubblico ministero raccolte le fonti di prova esercita l’azione penale nei confronti del soggetto. Oppure alla fine del primo grado di giudizio, quindi diverso tempo dopo, quando il giudice pronuncia la sentenza di condanna. In entrambi i casi il termine, indipendentemente da quanto tempo è passato, si ferma, e il processo può fare il suo corso senza che il giudice si debba fermare perché nel frattempo è maturata la prescrizione. Il giudice può continuare il processo e se ritiene raggiunta la prova della colpevolezza può condannare.

PS: i nomi dei ministri che andranno a formare la squadra di governo del MoVimento 5 Stelle saranno proposti dal candidato premier. Tutte le indiscrezioni pubblicate dai giornali valgono quello che valgono: niente.

Leggi e commenta il post su www.beppegrillo.it

Continua a leggere #ProgrammaGiustizia: La riforma della prescrizione

Pozzuoli: l’ombra della mafia sul mercato? (06-07-2017)

Roma, 6 luglio 2017 – «L’eterna vicenda del mercato di Pozzuoli continua a non avere fine e a tingersi di tinte fosche. I costi più che raddoppiati, le false partenze, la mancanza dei collaudi, la pericolosità della struttura e… Continua a leggere Pozzuoli: l’ombra della mafia sul mercato? (06-07-2017)

Codice Antimafia: ancora una volta il Pd gioca al ribasso! (06-07-2017)

Il Pd, come al solito, sul contrasto alla corruzione predica bene e razzola male: nella riforma al Codice Antimafia, approvato in Senato, il partito di Renzi all’ultimo minuto ha presentato in Aula e non in Commissione, dove per 3… Continua a leggere Codice Antimafia: ancora una volta il Pd gioca al ribasso! (06-07-2017)