Governo moroso con Roma di 20 milioni di euro

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di MoVimento 5 Stelle Roma

Trasparenza ed equità. Con questi principi abbiamo preso l’impegno di risanare la Capitale. E uno dei capitoli di questa opera è rappresentato dalla partecipata all’igiene ambientale di Roma. Abbiamo chiesto quale fosse la situazione debitoria della pubblica amministrazione nei confronti del Comune, perché proprio le istituzioni devono essere le prime a dare il buon esempio nei confronti dei cittadini. Dall’analisi effettuata dall’Ama abbiamo scoperto che la pa, nelle sue diverse diramazioni, deve al Campidoglio oltre 100milioni di euro di tassa sui rifiuti, con situazioni debitorie che risalgono anche a quasi tre anni fa. I dati sono relativi a ministeri, utenze militari e di comunità, e quindi ospedali, Asl, ambasciate, scuole, università. È stato lasciato correre tutto in questi anni, serviva un’amministrazione a 5 stelle per fare un’operazione verità.

Così abbiamo scoperto che fra presidenza del Consiglio e ministeri, assommano a 20 milioni di euro le pendenze col Comune di Roma. Palazzo Chigi, ad esempio, ha un debito di quasi 1 milione 200mila euro, di cui 117mila euro pendenti da oltre due anni e mezzo, quando Renzi sedeva sulla poltrona più alta. Poi c’è il ministero dell’Interno (6 milioni); il ministero della Difesa (3,2 milioni); quello delle Infrastrutture e dei Trasporti (2 milioni); il ministero dei Beni e delle Attività culturali (1,7 milioni); quello di Grazia e Giustizia (1,5 milioni); il ministero dello Sviluppo economico (1 milione); il ministero degli Affari esteri (822mila euro); il ministero del Lavoro e Politiche sociali (761mila euro); il ministero dell’Economia e delle Finanze (575mila euro); il ministero dell’Istruzione (375mila euro); quello dell’Agricoltura (306mila euro); il ministero della Salute (95mila euro); il ministero dell’Ambiente (31mila euro) e anche la Camera dei deputati con 369mila euro. Le pendenze più longeve, scadute da oltre mille giorni, sono quelle del Viminale (2,6 milioni di euro), Mibact (528mila euro), Mit (508mila euro) e ministero di Grazia e Giustizia (487mila euro).

Siamo consci che anche anni e anni di non curanza, per non pensare peggio, hanno portato a questa situazione. Le sedi istituzionali si sono spostate, alcuni ministeri sono cambiati, si sono scissi o accorpati. Probabilmente in passato nessuno è andato a chiedere nulla, portando a questo cumulo monstre. Lo stiamo facendo noi. Le nuove bollette Ama emesse per la scadenza della rata di fine maggio contengono tutto lo storico e tutti i dettagli necessari. Ora chiediamo a tutte le istituzioni di dare il buon esempio nei confronti di tutti i cittadini.

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Il #VesuvioBrucia: chiediamo lo Stato di emergenza nazionale

di Beppe Grillo

Il Vesuvio è circondato, accerchiato, sfigurato. Centinaia di migliaia di persone sono bloccate in casa, finestre chiuse, con il caldo che arriva dal cielo e con quello, terribile, che si propaga con le fiamme da terra. Il Parco Nazionale praticamente non esiste più. Al suo posto cenere e carbone. E le fiamme non sono state ancora domate. Ci sono ancora tre fronti attivi. C’è paura, i cittadini sono soli e i vigili del fuoco si stanno arrangiando per non soccombere.

Questo accade in Italia, mentre chi ci dovrebbe governare è distratto da altro, è preoccupato di far arrivare il prima possibile alle banche venete l’ultima pioggia di miliardi. Guardate dove si trova questa notizia sugli “autorevoli” siti di notizie. Cercatele nei telegiornali. Munitevi di microscopi per trovarne traccia negli atti del governo.

Bruciano le discariche abusive, bruciano i boschi, brucia plastica, amianto, pneumatici, il patrimonio boschivo. Il più pericoloso vulcano che dorme è mangiato vivo dagli incendi appiccati da criminali. I focolai scoppiano organizzati, coordinati, tanto da non lasciare scampo. Brucia gran parte della Campania, non solo il Vesuvio.

Ci sono solo due canadair al lavoro ininterrottamente, pochi uomini e ancora meno mezzi. È una settimana che le fiamme non lasciano scampo.

E il governo? Dorme, più del vulcano.
E De Luca? Che fine ha fatto la sua voce grossa?
Il MoVimento 5 Stelle ieri ha chiesto già lo stato di emergenza regionale alla Campania ma già oggi non basta più, anche le case hanno cominciato aprendere fuoco e servono mezzi e uomini da tutta Italia

Hanno distrutto il Corpo Forestale per risparmiare una manciata di milioni e hanno regalato in tutto alle banche 86 miliardi. Ecco la priorità del governo!
Il movimento 5 Stelle chiede, pretende, che sia decretato immediatamente lo stato di emergenza nazionale. E che l’Europa si attivi per inviare aiuti e risorse. Ci sono canadair fermi in Germania. Li faccia arrivare qui. E faccia presto

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#ProgrammaTelecomunicazioni: La banda ultra larga

Il tema della diffusione della banda larga è un tema chiave per il nostro Paese, perché il digital divide è uno dei principali problemi dell’Italia. È un problema per lo sviluppo economico, ma anche per quello culturale e sociale. Il tema che affrontiamo è quello dello sviluppo della connessione da banda larga e ultra-larga in tutte le aree del Paese.

di Maurizio Gotta, esperto ICT e co-fondatore Anti-Digital-Divide

Innanzi tutto è importante chiarire cosa sono la banda larga e la banda ultra larga. La banda larga è una connessione internet fissa o mobile con una velocità superiore ai 2 Mbit al secondo, e fino a qualche decina di Mbit al secondo, per esempio l’ADSL e la connessione mobile 3G. La banda ultralarga invece è una connessione con velocità tipicamente dai 30-40 Mbit in su, e viene trasportata sulle reti di nuova generazione: fibra ottica per il fisso e 4G e 5G e loro evoluzioni per la rete mobile. Uno degli obiettivi stabiliti dall’Unione Europea è quello di assicurare la diffusione capillare e l’accesso a internet ad altissima velocità per i cittadini, offrendo entro il 2020 l’accesso a Internet a velocità pari o superiore a 30 Mbit al secondo per tutti. Un altro obiettivo ambizioso è lavorare perché entro la stessa data almeno il 50% delle famiglie sia su internet con connessione ad almeno 100 megabit al secondo. Nel Regno Unito, per raggiungere un obiettivo analogo, la rete di proprietà di British Telecom – ex operatore nazionale – è stata scorporata dall’operatore storico ed è una società pubblica chiamata Open Reach, che opera anche nelle zone a fallimento di mercato, ovvero dove il puro ritorno economico non giustificherebbe gli investimenti privati.

La situazione italiana e che cosa ha fatto il governo: il 3 marzo 2015 il governo italiano ha approvato la strategia italiana per la banda ultralarga, con la quale si intende coprire entro il 2020 l’85% della popolazione con infrastrutture di rete in grado di veicolare servizi a velocità pari e superiori a 100 Mbit al secondo, garantendo al contempo al 100% dei cittadini l’accesso alla rete internet ad almeno 30 Mbit al secondo. Allo scopo di raggiungere tali obiettivi, il piano nazionale per la banda ultralarga poggia su un mix di investimenti pubblici e privati. In particolare si prevede l’investimento di circa 7 miliardi di euro di risorse pubbliche entro il 2020, che dovrebbe comportare l’impegno di un importo simile da parte degli operatori privati. In Italia, da quando Telecom Italia è stata privatizzata, quasi tutta la rete è di soggetti privati, quindi di proprietà dei vari operatori. Diciamo “quasi” perché non è possibile conoscere con precisione il dato relativo alle varie proprietà, non si sa con esattezza quanta fibra oramai presente in Italia sia di proprietà privata e quanta di proprietà pubblica, neanche addirittura quanta infrastruttura spenta ma già posata ci sia. Anche per questa ragione abbiamo presentato un emendamento per realizzare un catasto delle infrastrutture di telecomunicazione, progetto che il governo sta realizzando proprio in questi mesi.

In questi mesi il governo italiano, per rispondere ai dettami dell’Europa, ha lanciato un piano per la banda ultralarga dividendo l’Italia in zone. Di particolare interesse è la zona cosiddetta “a fallimento di mercato”, una somma di aree per le quali solo l’intervento pubblico può garantire alla popolazione residente un servizio di connettività a più di 30 Mbit. Parliamo di circa 19 milioni di persone e 5500 comuni, per un investimento pari a oltre 4 miliardi di euro. Per raggiungere questo scopo a dicembre è stata creata una nuova azienda: Enel e Cassa Depositi hanno acquistato Metroweb ed è nata Open Fiber, in cui sono soci al 50% appunto la Cdp che è un’entità pubblica, ed Enel nel cui capitale è presente al 22% lo Stato. Open Fiber in pratica sta partecipando e parteciperà ai bandi per portare la fibra in queste aree a fallimento di mercato, ma sarà un operatore all’ingrosso, per capirci in pratica offrirà l’accesso solo agli operatori di mercato interessati: Tiscali, Vodafone, Wind e quanti altri saranno coloro che rivenderanno il servizio al cliente finale. Proprio in questo contesto si pone la nostra domanda iniziale: visto che stiamo investendo quasi 5 miliardi di euro di denaro pubblico per costruire la rete, rendiamo Open Fiber un’azienda completamente pubblica, e ove ci fossero le condizioni creiamo una società che si occupi di tutta l’infrastruttura.

Questa direzione ha senso economicamente e giuridicamente solo in queste aree a fallimento di mercato, che comprendono dunque 19 milioni di cittadini italiani. Le altre aree sono già servite con una buona scelta di tecnologie diverse dagli operatori privati, e al momento la cifra necessaria per riscattare diverse infrastrutture e portarle sotto controllo pubblico è sicuramente fuori dalla portata delle finanze del nostro Paese.

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La credibilità del sistema bancario italiano è morta

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di MoVimento 5 Stelle

Il giorno dei ballottaggi il governo vara in 19 minuti un decreto per regalare a 1 Euro gli asset buoni delle due banche venete, elargendo al contempo quasi 5 miliardi di euro per garantire a Banca Intesa, che procederà all’acquisto, di pagare dividendi ai suoi azionisti negli anni successivi oltre a non veder diminuire il suo Cet1 (indice per indicare la patrimonializzazione delle banche).

In sostanza Banca Intesa replica un’operazione già vista fare a Ubi Banca – che ad 1€ ha comprato solo pochi mesi fa CariChieti, Banca Etruria e Banca Marche – strappando al governo italiano anche le risorse necessarie per non veder diluito il proprio patrimonio sociale nonché il supporto per la riduzione del personale. Il governo italiano continua a pagare, sull’altare di Bruxelles, la propria incapacità e poca lungimiranza.

I problemi del sistema bancario nazionale andavano affrontati per tempo, proprio nei giorni in cui ci auto incensavamo dicendo “le nostre banche sono solide”.
La situazione di Mps langue, a riflettori spenti il problema non è stato affatto risolto; il Fondo Atlante sta chiudendo in questi giorni la cartolarizzazione di circa 1,5 miliardi di Npl della banca senese esaurendo di conseguenza le proprie disponibilità.
Con il fantomatico Fondo Atlante si era provato ad arginare una voragine; lo strumento aveva permesso di posticipare parzialmente le difficoltà che oggi vengono messe all’incasso per i privati ed a spese dei cittadini. Quello stesso Fondo Atlante, nato per aiutare le banche italiane per la loro ricapitalizzazioni, è diventato il salvagente da far annegare.

Veneto Banca e Popolare di Vicenza sono oggi di proprietà del Fondo Atlante,
gestito da Quaestio Sgr, che si è fatto carico della loro ricapitalizzazione e che ha in mano il 99,33% della Vicentina e il 97, 64% dell’istituto di Montebelluna. Le perdite dell’azionista saranno ingenti, potenzialmente pari all’intero capitale versato, circa 3,5 miliardi.

Lo Stato mette a disposizione risorse per Banca Intesa per 4,7 miliardi di euro
relativi alle operazioni necessarie per mantenete la capitalizzazione e il rafforzamento patrimoniale a fronte dell’acquisizione delle due banche
Tra crediti di imposta, dotazione finanziaria iniziale di più di 4 miliardi di euro e copertura degli NPL si prevedono costi per i cittadini superiori ai 15 miliardi, molto vicino ai 17. L’importo esatto lo si potrà conoscere solo tra tre anni.
Non vanno dimenticate le molteplici deroghe al Testo Unico Bancario, alla legge Antitrust, persino alle norme urbanistiche (trasferimenti immobiliari dalle venete a Intesa): una sospensione del diritto, un arbitrio pesantissimo nel decreto del #PD. Nonché i costi sociali per gli esuberi e la già annunciata riduzione di personale.

E’ l’ennesimo, clamoroso regalo alle banche da parte di questi governi fatti da “competenti” che hanno silentemente accettato ed approvato il “bail-in” che oggi ha messo il Paese sotto scacco della Banca Centrale Europea.
La certificazione della politica liberale dove gli asset vengono regalati, pardon venduti ad 1€, ai privati ed i costi miliardari rimangono a spese dei cittadini. Siamo tutti grandi imprenditori così.

E’ la morte della credibilità del sistema bancario italiano, un sistema che la politica del Centrodestra e del Centrosinistra non ha messo in sicurezza quando si poteva e doveva; un sistema che andava difeso per tempo per evitare che venisse innescata una crisi di sfiducia a cascata rovinosa per l’intero sistema bancario.
Che credibilità può avere un governo che per posticipare a dopo i ballottaggi il “cadeau” di danaro pubblico ai privati, crea un pericoloso precedente, posticipando per decreto la scadenza di un’obbligazione di Veneto Banca? Come si può pensare di avere credibilità internazionale se si svendono gli interessi pubblici agli interessi elettorali del partito di governo?
Il governo ha sempre temporeggiato, ha tamponato le falle prendendo tempo sperando che il peggio passasse; hanno nascosto la testa sotto la sabbia come gli struzzi sperando che il peggio passasse, pensando più ai ritorni elettorali che non a garantire affidabilità al sistema, mettendo in sicurezza i risparmi degli italiani – risparmi che fanno gola a tanti burocrati europei – e prevenendo ciò che oggi sta legittimando: l’azzardo morale.
Cos’è l’azzardo morale? E’ la condizione in cui un soggetto, esentato dalle eventuali conseguenze economiche negative di un rischio, si comporta in modo diverso da come farebbe se invece dovesse subirle.

Il rischio morale è presente anche in macroeconomia, laddove gli operatori economici possono sentirsi incentivati a intraprendere comportamenti eccessivamente pericolosi, qualora essi possano contare una significativa probabilità che i costi associati a un eventuale esito negativo delle loro azioni ricadano sulla collettività o su altri operatori o categorie di operatori.
Ad esempio, una politica di intervento delle autorità per salvare imprese a rischio di fallimento potrebbe indurre gli operatori a finanziare progetti eccessivamente rischiosi, nell’ottica di realizzare i benefici in caso di successo, e di affidarsi all’intervento dello stato in caso contrario. Vi ricorda qualcosa?
Esattamente ciò che hanno messo in pratica: i Mussari, gli Zonin e i Consoli aiutati dai loro manager e da un sistema di revisione dei bilanci e di controlli pubblici incapaci o conniventi.

Il primo comandamento è autoassolversi sempre e comunque; senza comprendere nulla di questa gigantesca distruzione di valore economico, capitale sociale, fiducia e reputazione per il Nord Est e per il Paese intero.
Cosa ha fatto Bankitalia per prevenire questi scandali?
Oggi gli italiani pagano un conto miliardario per coprire i disastri fatti dai manager pubblici e privati che si sono arricchiti e che oggi non si vedono messi in condizione di dover rispondere seriamente ed in maniera forte ed inequivocabile rispetto ai disastri che hanno causato.

Dobbiamo avere la forza di punire severamente i responsabili, a tutti i livelli, in primis i regolatori pubblici di Bankitalia che invece si crogiolano in questa calda estate, al sole, con le tasche piene dei loro emolumenti e dei loro bonus.
Che ne sarà ora dei prossimi casi Alitalia o Banca Carige?

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#ConcettaResisti

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di Luigi Di Maio

La povertà in Italia è a livelli intollerabili da anni. Nessun governo ha fatto niente: 10 milioni di poveri non sono una priorità, non hanno neanche un nome. Hanno trovato miliardi e miliardi per salvare i (papà) banchieri che un cognome ce l’hanno (massacrando i risparmiatori), ma nessuna seria manovra per debellare la miseria dilagante. La situazione è diventata esplosiva. Gli italiani continuano a impoverirsi e non c’è niente che faccia sperare in un cambiamento.

Ieri una donna di 46 anni, Concetta Jolanda Candido, che aveva perso il lavoro a gennaio, si è data fuoco per la disperazione davanti a una sede Inps di Torino. E’ stata salvata appena in tempo, ma le ustioni sono gravi e la prognosi è riservata. Concetta faceva le pulizie nella birreria “Befed brew pub” di Settimo Torinese in via Ariosto, il 13 gennaio scorso era stata licenziata e non ha più trovato lavoro. Nella birreria lavorava da una decina d’anni, poi, nel gennaio scorso, l’azienda che ha sede a Udine ha deciso di assegnare il servizio di pulizie a una ditta esterna e tanti saluti. Aveva chiesto la disoccupazione ma non aveva ricevuto nulla. Ieri, dopo la tragedia, l’Inps Piemonte ha fatto sapere che “la domanda era stata già evasa il 16 giugno con valuta 26 giugno“. Purtroppo questo aiuto non è arrivato in tempo per evitare questo gesto disperato.

Concetta per mesi è stata abbandonata, lasciata senza reddito e senza diritti (cancellati con un tratto di penna dal jobs act) da uno Stato che se stai annaspando, anziché aiutarti ti spinge ancora più giù. Concetta non aveva nessuna certezza dei suoi diritti, nessun figlio ministro, nessuna corsia preferenziale. Sola. Secondo il fratello, a portarla a questo gesto è stata “la difficoltà di sopravvivere”.

La sua condizione è quella di molti italiani. Tre milioni sono senza lavoro. Tre milioni sono inattivi che hanno rinunciato a cercarlo. Tantissimi sono i precari. Concetta forse era più debole di loro, ma uno Stato civile è proprio ai più deboli che deve pensare. Dal 2013 i governi che si sono succeduti ci hanno sempre impedito di discutere in Parlamento la nostra proposta di Reddito di cittadinanza che non è solo un sostegno di dignità, ma un attivatore sociale e una vera manovra economica. Ti salva la vita quando resti senza reddito e poi ti aiuta a trovare un nuovo lavoro e a reinserirti nella società. Ci hanno sempre raccontato che non ci sono i soldi. La domenica dei ballottaggi, in gran sordina, il governo ha messo a disposizione 17 miliardi per salvare le banche venete che la politica ha disintegrato e senza che nessun manager paghi pegno. 17 miliardi sono esattamente le coperture del Reddito di Cittadinanza. Istituirlo è il miglior modo per dare una risposta a questa persona.

A Concetta e altri 10 milioni di italiani il governo ha preferito Zonin (il super manager della Popolare di Vicenza) e una manciata di banchieri.

Prima che dagli elettori, sarete giudicati dalla vostra coscienza.

#ConcettaResisti!

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Fondi PAC per bambini e anziani, fermi per burocrazia

di Laura Castelli, M5S Camera

Fondi Pac per infanzia ed anziani: un altro caso emblematico di come questo Governo preferisca premiare le inefficienze e penalizzare le amministrazioni virtuose. Purtroppo però a subire le conseguenze di questa incapacità sono i cittadini.

Al momento, a causa dell’immobilismo del Governo, il meccanismo di erogazione dei fondi è in stallo totale. Alcuni comuni, che in questi anni, con un lavoro certosino, hanno fornito i servizi programmati e rendicontato puntualmente gli stessi secondo quanto prevede l’iter, hanno finito le risorse loro assegnate e sono costretti ad interrompere i servizi.

Nel contempo, esistono risorse economiche ingenti ancora a disposizione, assegnate però a comuni che però non sono stati in grado di utilizzarle. Nonostante le pressanti richieste degli enti locali virtuosi, il Governo pare abbia deciso di continuare a tenerle “parcheggiate” nei comuni che non le hanno ancora spese, con proroga dopo proroga. Una decisione incomprensibile: il Governo così facendo avalla la linea dello stallo, impedendo quella della crescita e dello sviluppo. La conseguenza di ciò sono inefficienze e disagi per i cittadini.

Le risorse ci sono e vanno impiegate al meglio: riteniamo che quelle somme virtualmente assegnate, ma non impegnate, debbano essere redistribuite a chi può e sa spenderle. Sollecitiamo quindi il Governo a intervenire prima che i comuni si trovino a dover sospendere i servizi. Al contempo sollecitiamo le regioni Sicilia, Calabria, Campania e Puglia ad accelerare la fase di ricognizione dei comuni al fine di determinare in tempi rapidi le risorse ancora disponibili. Ci auguriamo che l’organismo di sorveglianza e controllo, d’intesa con gli altri attori coinvolti, valuti al più presto l’opportunità di redistribuire le risorse secondo criteri meritocratici.

Questo paese non si può permettere di tenere milioni di euro bloccati per mera burocrazia quando gli stessi potrebbero giovare a centinaia di famiglie.

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Il metodo Renzi

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di Luigi Di Maio

Scopriamo dalle parole di un deputato del partito di Alfano che da diversi mesi Matteo Renzi chiede di far cadere il governo Gentiloni. Sono queste le parole del parlamentare in questione (il deputato Pizzolante): “E’ da febbraio che Renzi ci chiede di far cadere il governo Gentiloni, in cambio ci ha detto: la legge elettorale scrivetela voi”.
Esiste quindi un individuo, non eletto da nessuno, che da febbraio chiede al partito di Alfano (anch’esso mai votato da nessuno) di far cadere il governo Gentiloni per avere la possibilità di scriversi la legge elettorale su misura. Questo significa sputare in faccia ai 60 milioni di cittadini italiani che sono governati dal ricatto di questi politicanti senza scrupoli che pensano solo alle poltrone.

Siamo davanti ad un rischio enorme per la democrazia, quel rischio si chiama Matteo Renzi. Questo è un governo basato sul ricatto, il ricatto di Renzi al suo successore a Palazzo Chigi, un ricatto inaccettabile che usa il Parlamento come il tabellone del risiko. Questi personaggi vogliono un’oligarchia, vogliono essere loro a decidere le sorti del Paese per mandarlo definitivamente sotto terra. Se l’Italia è a un passo dal baratro è colpa di questi imbarazzanti figuri: da Alfano che combina disastri in qualunque ministero si trovi, fino a Renzi che dopo aver promesso di abbandonare la politica in caso di sconfitta al referendum adesso gioca a fare il piccolo dittatore. E ci sono anche le schermaglie pubbliche fra i due, con Renzi che prima attacca Alfano e poi sottobanco chiede altro.

Se tutto ciò fosse vero sarebbe peggio dell’affaire Berlusconi-De Gregorio. Renzi infatti avrebbe usato come merce di scambio una delle leggi fondamentali dello Stato, quella che stabilisce le regole del gioco. Vogliamo tutta la verità, subito. Non teatrali smentite a uso e consumo dei media.

Gli italiani devono sapere da quali personaggi sono governati.

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Il calo delle vaccinazioni è un fallimento del governo Renzi

di Paola Taverna

Lo sport preferito di Matteo Renzi è sparare sul Movimento 5 Stelle a colpi di menzogne e fake news. Ci sarebbe da ridere, se non fosse che questa volta gioca più sporco del solito e per la sua becera campagna contro il M5S sfrutta il delicato tema dei vaccini e specula sulla salute degli italiani. Lui, che tanto con la salute degli italiani ha sempre scherzato, visto che quando era al governo in due anni ha tagliato 4,3 miliardi di euro alla sanità pubblica, costringendo 11 milioni di persone a rinunciare alle cure mediche solo nel 2016.

Il MoVimento 5 Stelle, invece, ha a cuore la salute dei cittadini
, da sempre, e vuole che nel Paese ci sia la più ampia copertura vaccinale possibile. Vuole cittadini vaccinati e consapevoli.

La copertura vaccinale in Italia è scesa e lo dicono i dati dell’Istituto superiore di Sanità: nel 2015 l’andamento è in diminuzione in quasi tutte le Regioni; dal 2013 si registra un progressivo calo delle vaccinazioni incluse nel vaccino esavalente (anti-difterica, anti-tetanica, anti-pertossica, anti-polio, anti-Hib e anti-epatite B). E la copertura vaccinale per morbillo e rosolia ha perso ben 5 punti percentuali dal 2013 al 2015.

Questi dati sono la chiara dimostrazione del fallimento del governo Pd e del governo Renzi, governi che avrebbero dovuto investire su una massiccia campagna di raccomandazione delle vaccinazioni e invece non lo hanno fatto, che avrebbero dovuto lavorare affinché medici e pediatri accompagnassero le famiglie alla vaccinazione in un percorso di sostegno e informazioni condivise. Nulla di tutto questo è avvenuto.

Ora, di fronte ai dati impietosi sul calo delle vaccinazioni
, Renzi come suo solito butta la palla nel campo avversario e scarica le responsabilità sul MoVimento 5 Stelle pur di non assumersi le sue responsabilità. E lo fa vigliaccamente, andando a pescare video del passato ed estrapolando frasi e dichiarazioni di singoli Quindi, secondo lui, se le vaccinazioni calano è colpa di un Movimento che non è al governo?!

Anche i dati europei confermano che una buona politica della raccomandazione, che non lascia le famiglie sole e abbandonate, favorisce la massima copertura vaccinale. In questo approccio il ruolo del medico e del pediatra, che si fa intermediario intermediario tra le istituzioni e le famiglie, è fondamentale.

Quella di Renzi è una vergognosa campagna diffamatoria contro il MoVimento 5 Stelle, giocata sulla pelle delle famiglie italiane e dei loro figli. E’ a loro, e poi a tutto il MoVimento 5 Stelle, che Renzi dovrebbe chiedere scusa.

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#ProgrammaAgricoltura: Promozione di prezzi equi per i prodotti primari

Oggi discutiamo il primo quesito del programma Agricoltura del MoVimento 5 Stelle. La votazione si terrà la prossima settimana. L’agricoltura rappresenta il 2,1% del Pil ed è l’unico settore che garantisce lavoro. Ciononostante sta conoscendo, come dai dati dall’ultimo documento di Economia e Finanza (DEF) una contrazione. Una delle cause risiede nelle distorsioni di filiera che vedono uno sbilanciamento del potere negoziale verso la grande distribuzione organizzata (GDO) a discapito del comparto produttivo che vede un andamento dei prezzi al ribasso che si traducono nella difficoltà che hanno le imprese agricole nella copertura dei costi. Basti pensare che nel passaggio dal grano alla pasta i prezzi aumentano di circa del 500% e quelli dal grano al pane addirittura del 1400%. Il sistema esige la rivisitazione delle regole per riportare la bilancia in favore del comparto agricolo e della tutela dei consumatori.

di Franco Poggianti, Direttore di Agricolae

Il cittadino, il consumatore, ha un diritto inalienabile: poter acquistare generi alimentari che siano assolutamente sani dal punto di vista della sicurezza alimentare, che siano di buona qualità, e che costino poco. Questo diritto è particolarmente sentito in un periodo di crisi come quello che noi viviamo, nel quale persino i consumi alimentari si vanno contraendo.

Che cosa fare per garantire questo prezzo equo? Bisogna innanzitutto metterci d’accordo su una cosa: garantire un prezzo equo per gli alimenti non può essere una questione di cui si fanno carico i produttori, cioè gli agricoltori, è un problema di welfare del quale si deve far carico lo Stato nel suo complesso. D’altro canto bisognerà trovare pure un modo per mantenere un prezzo accessibile per i generi di prima necessità.
Una delle strade, per esempio, è l’aggregazione tra soggetti. Significa che se noi abbiamo un agricoltore che va a comprare le sementi, perché ha un ettaro di terreno, le paga una certa cifra. Se ci va con altri 10 agricoltori le paga molto meno. E lo stesso dicasi per il trattore che può essere condiviso, lo stesso dicasi per l’accesso all’acqua, lo stesso dicasi per l’accesso a tutta una serie di cose che riescono a contenere i costi di produzione all’origine.

Un altro degli elementi di fondo è quello di una filiera equa e trasparente. Cosa vuol dire? La filiera è quel percorso che il prodotto agricolo fa dal campo, dove il contadino lo raccoglie, fino alla tavola dove il consumatore lo mangia. Anche qui bisogna essere estremamente chiari: alcuni di questi passaggi sono ovviamente indispensabili, altri sono superflui e sono fatti apposta per far lievitare i prezzi. Tutto questo a discapito dei due anelli più deboli della catena, che sono da una parte il produttore, il quale non determina il prezzo, il prezzo lo determina chi acquista, e cioè l’industria alimentare, e la grande distribuzione che va sul campo e dice prendere o lasciare; e dall’altra il consumatore. Ricordiamoci che il prodotto agricolo è deperibile: non è come il tondino di ferro che se a un certo punto mi vengono ad offrire un prezzo troppo basso io non glielo do. La scelta è tra vendere o svendere oppure lasciare marcire sul campo o nei magazzini il prodotto.

Come fare per rendere la filiera meno iniqua è un problema grave, perché naturalmente ci scontriamo con vari egoismi che si combinano l’uno con l’altro. E’ evidente che tutti cercano di comprare al prezzo più basso e vendere con il maggior utile possibile, e questo comporta naturalmente degli squilibri. Non solo: la filiera è in realtà il luogo dove si forma il valore aggiunto. Se questo valore viene distribuito equamente, si ottiene una soddisfazione di tutti i soggetti e quindi alla fin fine anche una soddisfazione delle esigenze economiche dell’agricoltura e del consumatore. Questo è un dato indispensabile sul quale bisogna vigilare.

L’altra questione è quella di accorciare, laddove è possibile, la filiera. Ora su questo è bene intenderci, perché accorciare la filiera non significa necessariamente accedere all’idea del km 0 o del km utile, che non sempre è possibile. Nelle grandi aree metropolitane, per esempio, ci sono pochi agricoltori che possono portare le merci, e molte bocche invece che sfamare, e quindi un ragionevole calcolo economico ci dice che km 0 può soddisfare un 10, massimo un 15% del fabbisogno degli acquirenti. In una società moderna e complessa come la nostra non è pensabile, almeno a breve termine, di fare a meno della grande distribuzione, quindi bisogna regolarla attraverso una filiera più agile, più snella e sostanzialmente più equa e più trasparente.

Sulla limitazione dell’ importazione selvaggia bisogna anche rendersi conto di una cosa, che va detta con grande certezza e onestà. L’agricoltura italiana è una bella agricoltura, esporta 36 miliardi di euro l’anno. Noi ce ne vantiamo molto, ma in realtà noi esportiamo poco, perché la stessa cifra la esporta il piccolissimo Belgio che ha poche produzioni autoctone e poco sole.

Per cui bisognerà fare uno sforzo per aumentare il tasso di esportazione e soprattutto anche un grande sforzo per avere una sorta di autosufficienza, compensando con le importazioni le esportazioni. Perché è vero che noi esportiamo 36 miliardi di euro, ma è anche vero che importiamo prodotti agroalimentari per 10 miliardi circa in più. Il che significa che non siamo autosufficienti dal punto di vista alimentare, e quando si va a comprare all’estero si paga naturalmente quello che l’estero vuole essere pagato.

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G7 Energia: governo fermo sul fossile, insiste su TAP e dimentica le rinnovabili

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di MoVimento 5 Stelle

Energia decentrata e autoprodotta: è questo il futuro energetico che ci aspetta in un mondo sempre più complesso e messo a rischio dallo sfruttamento delle risorse naturali. Uso delle fonti rinnovabili, risparmio di energia attraverso l’efficienza energetica e uso razionale di quell’energia. Ma non è di questo che il nostro governo ha parlato al G7 dell’Energia che si è tenuto a Roma il 9 e il 10 aprile, e il presidente di turno del G7 Energia, il ministro Calenda, continua invece a insistere sulla necessità per l’Italia di proseguire con il gasdotto TAP.

Nei piani per il nostro paese c’è molto gas e poche fonti rinnovabili. E questo nonostante in un quadro di decarbonizzazione dell’economia in linea con i principi del vertice di Parigi sul clima, la domanda di combustibili fossili dell’Unione europea continuerà a scendere.

All’Italia manca una vera Strategia energetica nazionale (Sen). Quella presentata dal governo non è chiara e si presenta inadeguata per far fronte agli obblighi internazionali ed europei. E anziché aprire una seria discussione parlamentare, che coinvolga anche le Regioni, su come affrontare quegli obiettivi, il governo italiano gioca a scrivere una strategia energetica (Sen) e una climatica (Sec) senza alcun valore di legge.

Addirittura si pone in netto contrasto con il “Clean Energy for all Europeans” proposto dalla Commissione Europea per puntare verso una vera transizione energetica. Manca anche una cabina di regia in grado di far funzionare l’intera macchina, senza disperdere risorse e competenze in azioni del tutto scoordinate.

Veniamo al gas e al gasdotto TAP. I maggiori studi internazionali sull’energia, a partire da quello redatto dall’Oxford Institute for Energy Studies, ci dicono ad esempio che la costruzione del gasdotto TAP che passerà anche da Melendugno, è pressoché inutile, se non addirittura dannosa per l’economia e l’ambiente.

Ci sono almeno tre fattori per cui non conviene investire così tanto sulle infrastrutture legate all’estrazione del gas:

1. Lo sviluppo dell’efficienza energetica, l’aumento delle fonti rinnovabili in Europa e la crisi economica che ha fatto calare la produzione;
2. non c’è bisogno di aumentare le importazioni perché i consumi scendono più velocemente del calo delle estrazioni;
3. l’Europa è preparata ad ogni evenienza anche se la Russia di Gazprom dovesse decidere di chiudere i rubinetti del gas verso il nostro continente.

Ecco perché non c’è bisogno di altre infrastrutture gasiere. Mentre invece avremmo bisogno di regolamenti per facilitare lo sviluppo delle fonti rinnovabili e di leggi per orientare il nostro sistema energetico verso modalità efficienti e di risparmio.

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