Alluvioni e dissesto: il governo ‘prevede’ 2,2 miliardi, ma trova appena 7 milioni

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di MoVimento 5 Stelle

Annunci su annunci, ma da tre anni il maestoso piano anti dissesto del ministero dell’Ambiente ha partorito il topolino. E, purtroppo, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Chiaramente i fenomeni meteorologici di queste ultime ore sono estremi e frutto di una tropicalizzazione del nostro clima, anche questo però ampiamente annunciato.

Il MoVimento 5 Stelle anni fa aveva elaborato un pacchetto di risposte di breve, medio e lungo termine per mitigare il dissesto, e l’aveva presentato ai prefetti delle zone più a rischio.

Il ministero intanto ha dovuto smentire la stessa struttura governativa, Italia sicura, che da tre anni lancia numeri a caso. A maggio Italia sicura aveva annunciato (pubblicandolo sul proprio sito) che da revoche di fondi per interventi assegnati per opere contro il dissesto sarebbero stati recuperati ben 2,2 miliardi di euro. A luglio il M5S ne ha chiesto conto in un question time presentato da Federica Daga, ma il ministro ha dovuto ammettere che le revoche effettive sono solo 15, per meno di 7 milioni di euro. Altro che miliardi.

Anche due anni fa si parlò di 9 miliardi di euro disponibili per tutta una serie di lavori, e anche qui ne sono risultati disponibili appena 650 milioni per un primo piano stralcio di 33 opere. Ma grazie a una nostra interrogazione di pochi mesi fa, si è scoperto che solo uno dei lavori è veramente finito, altri tre sono in fase di esecuzione, e gli altri 29 devono ancora uscire dal pantano.

Secondo l’Ispra i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico sono l’82% del totale, e oltre 5 milioni di cittadini vivono in zone esposte ogni giorno al pericolo frane o alluvioni. Il MoVimento 5 Stelle ha presentato una legge fin dal giugno 2013.
Ecco il nostro piano, che prevede tra l’altro: la sospensione dei tributi per i cittadini e le imprese impattate dallo stato di emergenza; un fondo di compensazione per i mancati introiti per i comuni, escludere dal patto di stabilità interno le risorse impiegate per far fronte all’emergenza e alle opere di ripristino; introduzione di un geobonus, cioè un bonus fiscale, per interventi di mitigazione; al fine di un progressivo passaggio da una gestione emergenziale a una preventiva, ogni anno, devono essere stanziati fondi per la prevenzione pari almeno al 50% di quelli stanziati nell’anno precedente; implementare il monitoraggio delle condizioni meteorologiche e idrologiche e i piani di allarme. Abbiamo ipotizzato nel nostro pacchetto l’istituzione di un servizio geologico distribuito nei comuni, e l’obbligo a istituire i contratti di fiume per la manutenzione degli alvei.

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F35 e Corte dei Conti: quello che nessuno ha mai detto

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di Enrico Piovesana, giornalista e analista dell’Osservatorio MIL€X sulle spese militari italiane

Della relazione della Corte dei Conti sul programma F-35 tutti hanno evidenziato i problemi già noti (costi raddoppiati, ritardi di anni, ricadute occupazionali minime) denunciati da anni dalle campagne pacifiste e disarmiste, senza soffermarsi sul dato politicamente più eclatante: la critica dei magistrati contabili alla Difesa per aver disatteso la decisione parlamentare di dimezzare il costo di questo programma.

La Corte certifica infatti che con la rimodulazione delle acquisizioni operata dal Ministero della Difesa in risposta alla mozione votata dal Parlamento nel settembre 2014 “non vi saranno effetti di risparmio nel lungo periodo, considerata l’invarianza, almeno per il momento, del numero di velivoli da acquisire. (90 ndr).

Non solo: la relazione svela l’interpretazione distorta quanto surreale che la Difesa ha voluto dare alla decisione parlamentare: non un obbligo a dimezzare il budget originario (18,2 miliardi di dollari del 2008 ndr) ma a spendere non oltre la metà di quella cifra per le acquisizioni in corso (fino al lotto 14, cioè una trentina di aerei), attualmente stimate in 7,8 miliardi di dollari. Come se di fronte alla richiesta di un committente di costruire una casa spendendo 50mila euro invece di 100mila, l’impresa rispondesse con un preventivo da 50mila euro per la costruzione delle fondamenta: un nonsenso che sa di presa in giro.

Anche l’altra fantasiosa argomentazione cara alla ministra Pinotti, quella dei ritorni economici del programma che ne compenseranno i costi, viene diplomaticamente ma chiaramente smontata dalla Corte parlando di “illogicità concettuale di una compensazione della spesa a carico del bilancio Difesa con poste attive in favore dell’industria”. I ricavi del programma – non più di 10 miliardi di dollari secondo Leonardo – finiranno nelle casse dell’azienda, non in quelle dello Stato.

Il resto della reazione della Corte dei Conti, come già detto, conferma e ufficializza le critiche da tempo mosse al programma F35: la lunga lista di gravi e imbarazzanti difetti di progettazione non facilmente correggibili (dalla vulnerabilità ai fulmini al casco che acceca i politi), i conseguenti ritardi del programma (almeno 5 anni) e l’esplosione dei costi (da 70 a 130 milioni di dollari ad aereo), senza contare gli imprevedibili costi dei futuri upgrade e retrofit – con questi si superano i 190 milioni ad aereo, il che farebbe lievitare il costo dei 90 F35 italiani dai previsti 14 miliardi a circa 19 miliardi.

E ancora: ricadute occupazionali molto inferiori rispetto a quelle propagandate dalla Difesa (1.500 occupati oggi che potranno diventare 3.500, la metà di quelli previsti), ricadute industriali molto scarse e addirittura dannose per il futuro dell’industria aeronautica italiana (in passato denunciate dagli stessi vertici di Finmeccanica) e problemi di sovranità nazionale legati alla gestione solo americana dei software (ALIS e Mission Data File).

Un quadro che porta la Corte dei Conti a giudicare “rischioso, oltre che contrario alle indicazioni parlamentari, impegnarsi fin d’ora in un “block buy” anche limitato”, cioè ad acquisti in blocco per il futuro. Peccato che, come denunciato dall’Osservatorio MIL€X sulle spese militari italiane, ​l’Italia abbia già sottoscritto a giugno un accordo preliminare per un block buy per altri 17 aerei da qui al 2020.​

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Il governo non vuole risarcire i figli di Marianna Manduca: uccisa dal marito dopo DODICI denunce

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di Maria Edera Spadoni

Il 3 ottobre 2007 una donna del comune di Palagonia (CT), Marianna Manduca, viene uccisa dal marito con sei coltellate al petto, dopo un lungo calvario di soprusi e violenze subiti. Ben 12 denunce contro l’uomo, tossicodipendente e senza lavoro, che una volta lasciato diventa anche inspiegabilmente affidatario dei figli, motivo per cui la donna intenta una causa. Marianna, però, viene uccisa a pochi giorni dall’udienza. Ogni due giorni una donna viene uccisa dal compagno. Solo lo scorso anno sono state 120 le vittime ammazzate da un ex, marito, fidanzato o convivente. Il fenomeno resta di enormi proporzioni e i numeri parlano chiaro: quasi sette milioni di donne hanno subìto qualche forma di abuso nel corso della loro vita.

Più dell’82 per cento dei delitti commessi a scapito di una donna, in Italia, sono classificati come femminicidi. Un numero gigantesco: oltre quattro su cinque. Il caso di Marianna è, purtroppo, esemplare. I magistrati non hanno compreso la gravità della situazione, considerandola una semplice lite familiare. Il cugino della donna, infatti, tutore dei tre figli dal 2010, ha provveduto con un’azione giudiziaria contro la Magistratura per vedersi riconosciuta l’imperizia dei magistrati. Il ricorso, dopo essere stato giudicato inammissibile in due gradi di giudizio, è stato accolto in Cassazione. La Corte d’Appello di Messina ha condannato la procura di Caltagirone e ha stabilito che la Presidenza dei Ministri dovrà risarcire i figli della donna. E la Presidenza del Consiglio cosa ha fatto? Ha impugnato la sentenza.

E’ inconcepibile e gravissimo da parte del Governo italiano, in particolare del Dipartimento per le Pari Opportunità affidato alla Sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. Ricordo che lei stessa dichiarò, lo scorso luglio, stupore e dispiacere per la scelta del gruppo di FI di stoppare la legge in favore degli orfani vittime di crimini domestici, approvata all’unanimità alla Camera. Ha dichiarato che gli orfani delle vittime hanno bisogno di riposte e il prima possibile. Il MoVimento 5 Stelle pretende una spiegazione in merito alla grave e assurda presa di posizione della Presidenza del Consiglio sul caso Manduca, il ricorso nei confronti della sentenza del Tribunale di Messina. Per questo presenterò con i miei colleghi un’interpellanza. E intanto a settembre Maria Elena Boschi presenterà il nuovo Piano d’azione contro la violenza sessuale e di genere.

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Venezuela: Gentiloni si indigna, ma fornisce armi a Maduro

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di Giorgio Beretta

Oggi alle 12:14 il Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni con un tweet si è espresso sulla situazione in Venezuela dichiarando: “#Venezuela: Arresto dei leader opposizione inaccettabile. Italia impegnata contro rischio dittatura e guerra civile”. Ieri lo stesso Gentiloni in un’intervista al Tg5 pubblicata sul sito del Governo aveva affermato: “In Venezuela c’è una situazione al limite della guerra civile, al limite di un regime dittatoriale. Noi non riconosceremo l’Assemblea costituente voluta da Maduro. C’è la preoccupazione per i 130 mila italo-venezuelani che sono veramente in condizioni molto precarie. Il governo è attivo non solo sul piano diplomatico ma anche su quello della difesa dei nostri connazionali”.Prese di posizione rilevanti ma che risultano non solo tardive, ma alquanto ipocrite. Le violazioni dei diritti umani, gli arresti e i processi arbitrari in Venezuela sono infatti stati denunciati già dal 2014 da Amnesty International, da Human Rights Watch e da tutte le associazioni internazionali accreditate.Eppure, ed è qui l’ipocrisia, ciò non ha impedito a Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri durante il governo Renzi, di autorizzare proprio l’anno scorso l’esportazione di 10mila pistole semiautomatiche AF-1 Strike One (calibro 9×19) prodotte dalla Arsenal Firearms S.r.l.: non è chiaro a quali corpi armati siano destinate, ma secondo diverse fonti sarebbero state inviate alla Polizia venezuelana (Cuerpo de Policía Nacional Bolivariana – Cpnb) che sul suo profilo Facebook ne presenta una dimostrazione dicendo anche di averle acquisite e alla Marina Militare (Infantería de Marina).Secondo l’associazione venezuelana Control Ciudadano, queste pistole semiautomatiche sarebbero state acquistate dalla Russia: può essere che una certa quantità sia di fabbricazione russa, considerato che la pistola Strike One della Arsenal Firearms nasce da un progetto italo-russo tra Dimitry Streshinskiy e Nicola Bandini.Ma la Relazione ufficiale della Presidenza del Consiglio inviata al Parlamento lo scorso 18 aprile riporta un’informazione differente e quanto mai dettagliata: l’Autorità nazionale italiana per le autorizzazioni dei materiali di armamento (U.A.M.A) incardinata presso il Ministero degli Esteri ha rilasciato nel 2016 un’autorizzazione alla Arsenal Firearms S.r.l. per l’esportazione di 10mila pistole AF-1 Strike One (calibro 9×19) per un valore complessivo di 7 milioni di euro. Che è la cifra esatta rilasciata per una singola autorizzazione all’esportazione verso il Venezuela di “armi e armi automatiche di calibro uguale o inferiori a 12,7 mm”. Detto semplicemente: la Farnesina a guida Gentiloni ha messo le pistole nelle fondine della polizia e dei militari venezuelani. Non è la prima volta che l’Italia arma la Repubblica Bolivariana: ma questa volta si tratta con ogni probabilità di pistole destinate alle stesse forze di polizia che sono andate a prelevare da casa i due oppositori e i cui video sono pubblicati sui siti di tutte le maggiori testate italiane. Che, ovviamente, mentre riportano i video e i tweet degli arresti, pare siano totalmente all’oscuro delle esportazioni di armi italiane alla polizia e alle forze amate del Venezuela.Stando alle informazioni dell’Agenzia delle Dogane compresa nella Relazione governativa, nel 2016 sarebbero state solo 1.550 le pistole Strike One effettivamente inviate al Venezuela per un valore di poco più di 753mila euro: una conferma, in questo senso la si ha anche dai dati sul commercio estero dell’Istat che segnala nel maggio del 2016 un simile importo per esportazioni di “pistole e revolver” dalla Provincia di Brescia al Venezuela (la sede italiana della Arsenal Firearms S.r.l è infatti in via X Giornate 14, a Magno di Gardone Val Trompia, in provincia di Brescia). E fino all’aprile del 2017, ultimo dato disponibile, nessun’altra arma sarebbe stata consegnata al Venezuela. Il che significa che – a meno che le consegne non siano avvenute negli ultimi mesi (fatto ancor più grave alla luce dei recenti eventi in Venezuela) – Gentiloni è ancora in tempo a revocare l’esportazione di 8.550 pistole AF-1 Strike One. Sarebbe una misura necessaria alla luce della Legge 185 del 1990 che espressamente vieta l’esportazione di armi “verso i Paesi i cui governi sono responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti dell’uomo” e che darebbe un po’ di credibilità alle sue esternazioni via twitter. O dobbiamo attendere che uno dei 130mila italiani in Venezuela venga ammazzato da un colpo sparato dalle forze dell’ordine con una pistola di fabbricazione italiana per cominciare ad indignarci?

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Governo moroso con Roma di 20 milioni di euro

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di MoVimento 5 Stelle Roma

Trasparenza ed equità. Con questi principi abbiamo preso l’impegno di risanare la Capitale. E uno dei capitoli di questa opera è rappresentato dalla partecipata all’igiene ambientale di Roma. Abbiamo chiesto quale fosse la situazione debitoria della pubblica amministrazione nei confronti del Comune, perché proprio le istituzioni devono essere le prime a dare il buon esempio nei confronti dei cittadini. Dall’analisi effettuata dall’Ama abbiamo scoperto che la pa, nelle sue diverse diramazioni, deve al Campidoglio oltre 100milioni di euro di tassa sui rifiuti, con situazioni debitorie che risalgono anche a quasi tre anni fa. I dati sono relativi a ministeri, utenze militari e di comunità, e quindi ospedali, Asl, ambasciate, scuole, università. È stato lasciato correre tutto in questi anni, serviva un’amministrazione a 5 stelle per fare un’operazione verità.

Così abbiamo scoperto che fra presidenza del Consiglio e ministeri, assommano a 20 milioni di euro le pendenze col Comune di Roma. Palazzo Chigi, ad esempio, ha un debito di quasi 1 milione 200mila euro, di cui 117mila euro pendenti da oltre due anni e mezzo, quando Renzi sedeva sulla poltrona più alta. Poi c’è il ministero dell’Interno (6 milioni); il ministero della Difesa (3,2 milioni); quello delle Infrastrutture e dei Trasporti (2 milioni); il ministero dei Beni e delle Attività culturali (1,7 milioni); quello di Grazia e Giustizia (1,5 milioni); il ministero dello Sviluppo economico (1 milione); il ministero degli Affari esteri (822mila euro); il ministero del Lavoro e Politiche sociali (761mila euro); il ministero dell’Economia e delle Finanze (575mila euro); il ministero dell’Istruzione (375mila euro); quello dell’Agricoltura (306mila euro); il ministero della Salute (95mila euro); il ministero dell’Ambiente (31mila euro) e anche la Camera dei deputati con 369mila euro. Le pendenze più longeve, scadute da oltre mille giorni, sono quelle del Viminale (2,6 milioni di euro), Mibact (528mila euro), Mit (508mila euro) e ministero di Grazia e Giustizia (487mila euro).

Siamo consci che anche anni e anni di non curanza, per non pensare peggio, hanno portato a questa situazione. Le sedi istituzionali si sono spostate, alcuni ministeri sono cambiati, si sono scissi o accorpati. Probabilmente in passato nessuno è andato a chiedere nulla, portando a questo cumulo monstre. Lo stiamo facendo noi. Le nuove bollette Ama emesse per la scadenza della rata di fine maggio contengono tutto lo storico e tutti i dettagli necessari. Ora chiediamo a tutte le istituzioni di dare il buon esempio nei confronti di tutti i cittadini.

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Il #VesuvioBrucia: chiediamo lo Stato di emergenza nazionale

di Beppe Grillo

Il Vesuvio è circondato, accerchiato, sfigurato. Centinaia di migliaia di persone sono bloccate in casa, finestre chiuse, con il caldo che arriva dal cielo e con quello, terribile, che si propaga con le fiamme da terra. Il Parco Nazionale praticamente non esiste più. Al suo posto cenere e carbone. E le fiamme non sono state ancora domate. Ci sono ancora tre fronti attivi. C’è paura, i cittadini sono soli e i vigili del fuoco si stanno arrangiando per non soccombere.

Questo accade in Italia, mentre chi ci dovrebbe governare è distratto da altro, è preoccupato di far arrivare il prima possibile alle banche venete l’ultima pioggia di miliardi. Guardate dove si trova questa notizia sugli “autorevoli” siti di notizie. Cercatele nei telegiornali. Munitevi di microscopi per trovarne traccia negli atti del governo.

Bruciano le discariche abusive, bruciano i boschi, brucia plastica, amianto, pneumatici, il patrimonio boschivo. Il più pericoloso vulcano che dorme è mangiato vivo dagli incendi appiccati da criminali. I focolai scoppiano organizzati, coordinati, tanto da non lasciare scampo. Brucia gran parte della Campania, non solo il Vesuvio.

Ci sono solo due canadair al lavoro ininterrottamente, pochi uomini e ancora meno mezzi. È una settimana che le fiamme non lasciano scampo.

E il governo? Dorme, più del vulcano.
E De Luca? Che fine ha fatto la sua voce grossa?
Il MoVimento 5 Stelle ieri ha chiesto già lo stato di emergenza regionale alla Campania ma già oggi non basta più, anche le case hanno cominciato aprendere fuoco e servono mezzi e uomini da tutta Italia

Hanno distrutto il Corpo Forestale per risparmiare una manciata di milioni e hanno regalato in tutto alle banche 86 miliardi. Ecco la priorità del governo!
Il movimento 5 Stelle chiede, pretende, che sia decretato immediatamente lo stato di emergenza nazionale. E che l’Europa si attivi per inviare aiuti e risorse. Ci sono canadair fermi in Germania. Li faccia arrivare qui. E faccia presto

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#ProgrammaTelecomunicazioni: La banda ultra larga

Il tema della diffusione della banda larga è un tema chiave per il nostro Paese, perché il digital divide è uno dei principali problemi dell’Italia. È un problema per lo sviluppo economico, ma anche per quello culturale e sociale. Il tema che affrontiamo è quello dello sviluppo della connessione da banda larga e ultra-larga in tutte le aree del Paese.

di Maurizio Gotta, esperto ICT e co-fondatore Anti-Digital-Divide

Innanzi tutto è importante chiarire cosa sono la banda larga e la banda ultra larga. La banda larga è una connessione internet fissa o mobile con una velocità superiore ai 2 Mbit al secondo, e fino a qualche decina di Mbit al secondo, per esempio l’ADSL e la connessione mobile 3G. La banda ultralarga invece è una connessione con velocità tipicamente dai 30-40 Mbit in su, e viene trasportata sulle reti di nuova generazione: fibra ottica per il fisso e 4G e 5G e loro evoluzioni per la rete mobile. Uno degli obiettivi stabiliti dall’Unione Europea è quello di assicurare la diffusione capillare e l’accesso a internet ad altissima velocità per i cittadini, offrendo entro il 2020 l’accesso a Internet a velocità pari o superiore a 30 Mbit al secondo per tutti. Un altro obiettivo ambizioso è lavorare perché entro la stessa data almeno il 50% delle famiglie sia su internet con connessione ad almeno 100 megabit al secondo. Nel Regno Unito, per raggiungere un obiettivo analogo, la rete di proprietà di British Telecom – ex operatore nazionale – è stata scorporata dall’operatore storico ed è una società pubblica chiamata Open Reach, che opera anche nelle zone a fallimento di mercato, ovvero dove il puro ritorno economico non giustificherebbe gli investimenti privati.

La situazione italiana e che cosa ha fatto il governo: il 3 marzo 2015 il governo italiano ha approvato la strategia italiana per la banda ultralarga, con la quale si intende coprire entro il 2020 l’85% della popolazione con infrastrutture di rete in grado di veicolare servizi a velocità pari e superiori a 100 Mbit al secondo, garantendo al contempo al 100% dei cittadini l’accesso alla rete internet ad almeno 30 Mbit al secondo. Allo scopo di raggiungere tali obiettivi, il piano nazionale per la banda ultralarga poggia su un mix di investimenti pubblici e privati. In particolare si prevede l’investimento di circa 7 miliardi di euro di risorse pubbliche entro il 2020, che dovrebbe comportare l’impegno di un importo simile da parte degli operatori privati. In Italia, da quando Telecom Italia è stata privatizzata, quasi tutta la rete è di soggetti privati, quindi di proprietà dei vari operatori. Diciamo “quasi” perché non è possibile conoscere con precisione il dato relativo alle varie proprietà, non si sa con esattezza quanta fibra oramai presente in Italia sia di proprietà privata e quanta di proprietà pubblica, neanche addirittura quanta infrastruttura spenta ma già posata ci sia. Anche per questa ragione abbiamo presentato un emendamento per realizzare un catasto delle infrastrutture di telecomunicazione, progetto che il governo sta realizzando proprio in questi mesi.

In questi mesi il governo italiano, per rispondere ai dettami dell’Europa, ha lanciato un piano per la banda ultralarga dividendo l’Italia in zone. Di particolare interesse è la zona cosiddetta “a fallimento di mercato”, una somma di aree per le quali solo l’intervento pubblico può garantire alla popolazione residente un servizio di connettività a più di 30 Mbit. Parliamo di circa 19 milioni di persone e 5500 comuni, per un investimento pari a oltre 4 miliardi di euro. Per raggiungere questo scopo a dicembre è stata creata una nuova azienda: Enel e Cassa Depositi hanno acquistato Metroweb ed è nata Open Fiber, in cui sono soci al 50% appunto la Cdp che è un’entità pubblica, ed Enel nel cui capitale è presente al 22% lo Stato. Open Fiber in pratica sta partecipando e parteciperà ai bandi per portare la fibra in queste aree a fallimento di mercato, ma sarà un operatore all’ingrosso, per capirci in pratica offrirà l’accesso solo agli operatori di mercato interessati: Tiscali, Vodafone, Wind e quanti altri saranno coloro che rivenderanno il servizio al cliente finale. Proprio in questo contesto si pone la nostra domanda iniziale: visto che stiamo investendo quasi 5 miliardi di euro di denaro pubblico per costruire la rete, rendiamo Open Fiber un’azienda completamente pubblica, e ove ci fossero le condizioni creiamo una società che si occupi di tutta l’infrastruttura.

Questa direzione ha senso economicamente e giuridicamente solo in queste aree a fallimento di mercato, che comprendono dunque 19 milioni di cittadini italiani. Le altre aree sono già servite con una buona scelta di tecnologie diverse dagli operatori privati, e al momento la cifra necessaria per riscattare diverse infrastrutture e portarle sotto controllo pubblico è sicuramente fuori dalla portata delle finanze del nostro Paese.

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La credibilità del sistema bancario italiano è morta

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di MoVimento 5 Stelle

Il giorno dei ballottaggi il governo vara in 19 minuti un decreto per regalare a 1 Euro gli asset buoni delle due banche venete, elargendo al contempo quasi 5 miliardi di euro per garantire a Banca Intesa, che procederà all’acquisto, di pagare dividendi ai suoi azionisti negli anni successivi oltre a non veder diminuire il suo Cet1 (indice per indicare la patrimonializzazione delle banche).

In sostanza Banca Intesa replica un’operazione già vista fare a Ubi Banca – che ad 1€ ha comprato solo pochi mesi fa CariChieti, Banca Etruria e Banca Marche – strappando al governo italiano anche le risorse necessarie per non veder diluito il proprio patrimonio sociale nonché il supporto per la riduzione del personale. Il governo italiano continua a pagare, sull’altare di Bruxelles, la propria incapacità e poca lungimiranza.

I problemi del sistema bancario nazionale andavano affrontati per tempo, proprio nei giorni in cui ci auto incensavamo dicendo “le nostre banche sono solide”.
La situazione di Mps langue, a riflettori spenti il problema non è stato affatto risolto; il Fondo Atlante sta chiudendo in questi giorni la cartolarizzazione di circa 1,5 miliardi di Npl della banca senese esaurendo di conseguenza le proprie disponibilità.
Con il fantomatico Fondo Atlante si era provato ad arginare una voragine; lo strumento aveva permesso di posticipare parzialmente le difficoltà che oggi vengono messe all’incasso per i privati ed a spese dei cittadini. Quello stesso Fondo Atlante, nato per aiutare le banche italiane per la loro ricapitalizzazioni, è diventato il salvagente da far annegare.

Veneto Banca e Popolare di Vicenza sono oggi di proprietà del Fondo Atlante,
gestito da Quaestio Sgr, che si è fatto carico della loro ricapitalizzazione e che ha in mano il 99,33% della Vicentina e il 97, 64% dell’istituto di Montebelluna. Le perdite dell’azionista saranno ingenti, potenzialmente pari all’intero capitale versato, circa 3,5 miliardi.

Lo Stato mette a disposizione risorse per Banca Intesa per 4,7 miliardi di euro
relativi alle operazioni necessarie per mantenete la capitalizzazione e il rafforzamento patrimoniale a fronte dell’acquisizione delle due banche
Tra crediti di imposta, dotazione finanziaria iniziale di più di 4 miliardi di euro e copertura degli NPL si prevedono costi per i cittadini superiori ai 15 miliardi, molto vicino ai 17. L’importo esatto lo si potrà conoscere solo tra tre anni.
Non vanno dimenticate le molteplici deroghe al Testo Unico Bancario, alla legge Antitrust, persino alle norme urbanistiche (trasferimenti immobiliari dalle venete a Intesa): una sospensione del diritto, un arbitrio pesantissimo nel decreto del #PD. Nonché i costi sociali per gli esuberi e la già annunciata riduzione di personale.

E’ l’ennesimo, clamoroso regalo alle banche da parte di questi governi fatti da “competenti” che hanno silentemente accettato ed approvato il “bail-in” che oggi ha messo il Paese sotto scacco della Banca Centrale Europea.
La certificazione della politica liberale dove gli asset vengono regalati, pardon venduti ad 1€, ai privati ed i costi miliardari rimangono a spese dei cittadini. Siamo tutti grandi imprenditori così.

E’ la morte della credibilità del sistema bancario italiano, un sistema che la politica del Centrodestra e del Centrosinistra non ha messo in sicurezza quando si poteva e doveva; un sistema che andava difeso per tempo per evitare che venisse innescata una crisi di sfiducia a cascata rovinosa per l’intero sistema bancario.
Che credibilità può avere un governo che per posticipare a dopo i ballottaggi il “cadeau” di danaro pubblico ai privati, crea un pericoloso precedente, posticipando per decreto la scadenza di un’obbligazione di Veneto Banca? Come si può pensare di avere credibilità internazionale se si svendono gli interessi pubblici agli interessi elettorali del partito di governo?
Il governo ha sempre temporeggiato, ha tamponato le falle prendendo tempo sperando che il peggio passasse; hanno nascosto la testa sotto la sabbia come gli struzzi sperando che il peggio passasse, pensando più ai ritorni elettorali che non a garantire affidabilità al sistema, mettendo in sicurezza i risparmi degli italiani – risparmi che fanno gola a tanti burocrati europei – e prevenendo ciò che oggi sta legittimando: l’azzardo morale.
Cos’è l’azzardo morale? E’ la condizione in cui un soggetto, esentato dalle eventuali conseguenze economiche negative di un rischio, si comporta in modo diverso da come farebbe se invece dovesse subirle.

Il rischio morale è presente anche in macroeconomia, laddove gli operatori economici possono sentirsi incentivati a intraprendere comportamenti eccessivamente pericolosi, qualora essi possano contare una significativa probabilità che i costi associati a un eventuale esito negativo delle loro azioni ricadano sulla collettività o su altri operatori o categorie di operatori.
Ad esempio, una politica di intervento delle autorità per salvare imprese a rischio di fallimento potrebbe indurre gli operatori a finanziare progetti eccessivamente rischiosi, nell’ottica di realizzare i benefici in caso di successo, e di affidarsi all’intervento dello stato in caso contrario. Vi ricorda qualcosa?
Esattamente ciò che hanno messo in pratica: i Mussari, gli Zonin e i Consoli aiutati dai loro manager e da un sistema di revisione dei bilanci e di controlli pubblici incapaci o conniventi.

Il primo comandamento è autoassolversi sempre e comunque; senza comprendere nulla di questa gigantesca distruzione di valore economico, capitale sociale, fiducia e reputazione per il Nord Est e per il Paese intero.
Cosa ha fatto Bankitalia per prevenire questi scandali?
Oggi gli italiani pagano un conto miliardario per coprire i disastri fatti dai manager pubblici e privati che si sono arricchiti e che oggi non si vedono messi in condizione di dover rispondere seriamente ed in maniera forte ed inequivocabile rispetto ai disastri che hanno causato.

Dobbiamo avere la forza di punire severamente i responsabili, a tutti i livelli, in primis i regolatori pubblici di Bankitalia che invece si crogiolano in questa calda estate, al sole, con le tasche piene dei loro emolumenti e dei loro bonus.
Che ne sarà ora dei prossimi casi Alitalia o Banca Carige?

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#ConcettaResisti

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di Luigi Di Maio

La povertà in Italia è a livelli intollerabili da anni. Nessun governo ha fatto niente: 10 milioni di poveri non sono una priorità, non hanno neanche un nome. Hanno trovato miliardi e miliardi per salvare i (papà) banchieri che un cognome ce l’hanno (massacrando i risparmiatori), ma nessuna seria manovra per debellare la miseria dilagante. La situazione è diventata esplosiva. Gli italiani continuano a impoverirsi e non c’è niente che faccia sperare in un cambiamento.

Ieri una donna di 46 anni, Concetta Jolanda Candido, che aveva perso il lavoro a gennaio, si è data fuoco per la disperazione davanti a una sede Inps di Torino. E’ stata salvata appena in tempo, ma le ustioni sono gravi e la prognosi è riservata. Concetta faceva le pulizie nella birreria “Befed brew pub” di Settimo Torinese in via Ariosto, il 13 gennaio scorso era stata licenziata e non ha più trovato lavoro. Nella birreria lavorava da una decina d’anni, poi, nel gennaio scorso, l’azienda che ha sede a Udine ha deciso di assegnare il servizio di pulizie a una ditta esterna e tanti saluti. Aveva chiesto la disoccupazione ma non aveva ricevuto nulla. Ieri, dopo la tragedia, l’Inps Piemonte ha fatto sapere che “la domanda era stata già evasa il 16 giugno con valuta 26 giugno“. Purtroppo questo aiuto non è arrivato in tempo per evitare questo gesto disperato.

Concetta per mesi è stata abbandonata, lasciata senza reddito e senza diritti (cancellati con un tratto di penna dal jobs act) da uno Stato che se stai annaspando, anziché aiutarti ti spinge ancora più giù. Concetta non aveva nessuna certezza dei suoi diritti, nessun figlio ministro, nessuna corsia preferenziale. Sola. Secondo il fratello, a portarla a questo gesto è stata “la difficoltà di sopravvivere”.

La sua condizione è quella di molti italiani. Tre milioni sono senza lavoro. Tre milioni sono inattivi che hanno rinunciato a cercarlo. Tantissimi sono i precari. Concetta forse era più debole di loro, ma uno Stato civile è proprio ai più deboli che deve pensare. Dal 2013 i governi che si sono succeduti ci hanno sempre impedito di discutere in Parlamento la nostra proposta di Reddito di cittadinanza che non è solo un sostegno di dignità, ma un attivatore sociale e una vera manovra economica. Ti salva la vita quando resti senza reddito e poi ti aiuta a trovare un nuovo lavoro e a reinserirti nella società. Ci hanno sempre raccontato che non ci sono i soldi. La domenica dei ballottaggi, in gran sordina, il governo ha messo a disposizione 17 miliardi per salvare le banche venete che la politica ha disintegrato e senza che nessun manager paghi pegno. 17 miliardi sono esattamente le coperture del Reddito di Cittadinanza. Istituirlo è il miglior modo per dare una risposta a questa persona.

A Concetta e altri 10 milioni di italiani il governo ha preferito Zonin (il super manager della Popolare di Vicenza) e una manciata di banchieri.

Prima che dagli elettori, sarete giudicati dalla vostra coscienza.

#ConcettaResisti!

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Fondi PAC per bambini e anziani, fermi per burocrazia

di Laura Castelli, M5S Camera

Fondi Pac per infanzia ed anziani: un altro caso emblematico di come questo Governo preferisca premiare le inefficienze e penalizzare le amministrazioni virtuose. Purtroppo però a subire le conseguenze di questa incapacità sono i cittadini.

Al momento, a causa dell’immobilismo del Governo, il meccanismo di erogazione dei fondi è in stallo totale. Alcuni comuni, che in questi anni, con un lavoro certosino, hanno fornito i servizi programmati e rendicontato puntualmente gli stessi secondo quanto prevede l’iter, hanno finito le risorse loro assegnate e sono costretti ad interrompere i servizi.

Nel contempo, esistono risorse economiche ingenti ancora a disposizione, assegnate però a comuni che però non sono stati in grado di utilizzarle. Nonostante le pressanti richieste degli enti locali virtuosi, il Governo pare abbia deciso di continuare a tenerle “parcheggiate” nei comuni che non le hanno ancora spese, con proroga dopo proroga. Una decisione incomprensibile: il Governo così facendo avalla la linea dello stallo, impedendo quella della crescita e dello sviluppo. La conseguenza di ciò sono inefficienze e disagi per i cittadini.

Le risorse ci sono e vanno impiegate al meglio: riteniamo che quelle somme virtualmente assegnate, ma non impegnate, debbano essere redistribuite a chi può e sa spenderle. Sollecitiamo quindi il Governo a intervenire prima che i comuni si trovino a dover sospendere i servizi. Al contempo sollecitiamo le regioni Sicilia, Calabria, Campania e Puglia ad accelerare la fase di ricognizione dei comuni al fine di determinare in tempi rapidi le risorse ancora disponibili. Ci auguriamo che l’organismo di sorveglianza e controllo, d’intesa con gli altri attori coinvolti, valuti al più presto l’opportunità di redistribuire le risorse secondo criteri meritocratici.

Questo paese non si può permettere di tenere milioni di euro bloccati per mera burocrazia quando gli stessi potrebbero giovare a centinaia di famiglie.

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