Fermiamo tutto per fermare i roghi

di MoVimento 5 Stelle Campania

Insieme a consiglieri comunali e attivisti abbiamo montato tende e striscioni all’esterno del palazzo del Consiglio Regionale al Centro Direzionale di Napoli, e resteremo qui giorno e notte per chiedere di modificare il calendario dei lavori del consiglio e concentrare tutti gli sforzi sull’emergenza Terra dei fuochi.

Facciamo nostro il grido disperato dei campani e chiediamo che tutta la programmazione dei lavori di tutte le commissioni e del consiglio sia focalizzata sugli atti, le leggi e le misure concrete ed urgenti da adottare per la risoluzione definitiva della problematica degli incendi e dei roghi tossici.

Non ce ne andremo da qui fino a quando questa richiesta, che non è la nostra ma quella di tutti i cittadini della Campania, non verrà ascoltata. Già una settimana fa avevamo chiesto a tutti i gruppi politici di concentrare gli sforzi su questo tema ma nessuno si è degnato nemmeno di risponderci. Allora, di fronte a questo atteggiamento di arrogante indifferenza di politica e istituzioni, abbiamo deciso di passare ai fatti. Resteremo qui giorno e notte.

Sfidiamo la Regione e il Consiglio, il governatore De Luca e la sua maggioranza, a dimostrare coi fatti e non a parole che per loro la Terra dei fuochi è davvero la priorità assoluta. Non bastano le scartoffie e le misure adottate in extremis nelle ultime ore, servono interventi strutturali, mirati e concreti. Non deve passare un solo giorno senza che questa catastrofe venga affrontata. L’emergenza non è affatto alle spalle, qui continuano a bruciare boschi, veleni, rifiuti ordinari e tossici, qui i cittadini continuano a ricevere la loro dose di veleno quotidiano. E’ un disastro ambientale senza precedenti, noi, come esponenti delle istituzioni votati dai cittadini e chiamati da loro a rappresentarli, non possiamo continuare a star qui nel palazzo a far finta di niente e a continuare le nostre attività come se nulla fosse. Resteremo qui fino a quando le nostre richieste non saranno ascoltate.

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I danni della scarcerazione facile voluta dal Pd

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di Vittorio Ferraresi

Il motivo per cui Saidou Mamoud Diallo – il 31enne immigrato irregolare della Guinea che due giorni fa ha aggredito con un coltello un poliziotto all’esterno della Stazione Centrale di Milano, mentre con altri agenti tentava di bloccarlo – è stato scarcerato, lo spiega il gip di Milano Maria Vicidomini nell’ordinanza di scarcerazione dell’indagato: “si ha ragione di ritenere“, dice, che per le tre contestazioni la “pena finale” dopo un eventuale processo non sarà superiore “ai due anni” e che dunque possa godere della sospensione condizionale.

Questa valutazione è stata resa possibile grazie ad una norma approvata nel 2014 dal Pd (Governo Renzi) e Alternativa Popolare (all’epoca NCD), nettamente contestata dal Movimento 5 Stelle, che presentò un emendamento per eliminarla, purtroppo respinto.

La norma prevede che il giudice, con una valutazione meramente discrezionale e preventiva, possa non applicare la misura della custodia cautelare in carcere se prevede che il soggetto, per i reati contestati, anche con una condanna definitiva, in carcere non ci finirà mai (pena fino a 3 anni). La responsabilità della valutazione viene quindi interamente addossata sulle spalle del giudice delle indagini preliminari, il quale è tenuto a prevedere gli esiti processuali di un processo ancora tutto da celebrarsi o alle valutazioni sulla meritevolezza del soggetto per l’affidamento in prova ai servizi sociali.

Il PD, oltre a dare una gravosa responsabilità ai giudici, come denunciammo all’epoca, ha di fatto allargato a dismisura le maglie già larghe della custodia cautelare per soggetti pericolosi, come in questo caso in cui l’irregolare in via d’espulsione non è fortunatamente riuscito a trafiggere l’agente solo grazie al giubbotto antiproiettile indossato da quest’ultimo. Il Sindaco PD Sala pensa che sia arrivato il momento di cambiare le leggi? Bene, inizi a chiederlo al suo partito che questa legge l’ha ideata, proposta e approvata!

Massima solidarietà al poliziotto, vittima due volte
, che dopo l’aggressione ha dovuto assistere all’immediata scarcerazione del suo accoltellatore e massima condanna ad una legge ingiusta, pensata per svuotare le carceri, invece che per garantire la sicurezza di tutti i cittadini.

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#ProgrammaImmigrazione: il ricollocamento dei richiedenti asilo

L’Italia non è il campo profughi d’Europa. Il nostro Paese è diventato una trappola per tutti i migranti che cercano di raggiungere i parenti sparsi per l’Europa: sbarcano in Italia e nel nostro Paese restano. I partiti non sono più credibili e la risposta europea ci penalizza: egoismo, mancanza di solidarietà, ricollocamenti che non decollano. Dobbiamo pretendere rispetto! Ancora una volta questa Europa si dimostra debole perché non riesce a far rispettare le proprie decisioni e, ancora una volta, il governo italiano si dimostra inconsistente perché non riesce a farsi valere in Europa. Il MoVimento 5 Stelle propone da sempre il superamento del regolamento di Dublino, firmato dal governo Lega-Berlusconi, che significa non caricare il primo Paese di approdo delle responsabilità legate all’accoglienza. Se un migrante ha dei parenti in Austria o Germania e lì vuole ricominciare una vita perché deve essere intrappolato in Italia? Inoltre, il meccanismo di redistribuzione dei migranti deve essere obbligatorio e permanente. Ci deve essere una equa corresponsabilità in casi di massicci flussi migratori. La gestione dei flussi, l’accoglienza, le responsabilità e gli oneri devono essere condivisi equamente tra tutti gli Stati Membri in base a parametri oggettivi e quantificabili, come popolazione, PIL e tasso di disoccupazione. Il meccanismo deve tenere conto inoltre dei bisogni, della situazione familiare, delle competenze dei richiedenti asilo e di tutti gli elementi che agevolino l’inclusione sociale, in modo da evitare movimenti secondari tra i diversi Stati europei. Il MoVimento 5 Stelle chiede se siete a favore dell’introduzione di un meccanismo automatico ed obbligatorio di distribuzione dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati Membri. Questo meccanismo deve prevedere sanzioni per i Paesi che non rispettano gli accordi.

di Maurizio Veglio, avvocato e membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

La redistribuzione o relocation è un meccanismo che è stato introdotto dalla Commissione europea nel 2015, all’interno dell’Agenda europea sulla migrazione. Questa agenda è un manifesto politico che rivela, in realtà, la debolezza dell’Unione Europea nella risposta a un fenomeno storico che non è certamente inedito. È vero che il fenomeno migratorio è arrivato a numeri non conosciuti in precedenza ma, rispetto alla portata, alla stabilità economica e al livello di benessere dell’Unione Europea che ospita circa 500 milioni di abitanti, non sembrava in grado di poterne mettere in discussione la stabilità e la tenuta. Ciò nonostante, l’Unione Europea ha risposto con una posizione di chiusura, con una politica difensiva e contenitiva, finalizzata, in primo luogo, a prevenire il movimento delle persone.

Questo tipo di politica, che io definirei “politica di imbuto” o di “ostacoli crescenti”, ha l’obiettivo molto chiaro di impedire il movimento delle persone in primo luogo attraverso il finanziamento dei regimi dei Paesi di provenienza o di transito. Questo anche a costo di sovvenzionare autorità che sono antidemocratiche come nel caso della Turchia, Stati implosi com’è il caso della Libia, vere e proprie dittature com’è il caso del Sudan, o Paesi che non sono nel pieno controllo delle autorità statali come l’Afghanistan. In secondo luogo, si è nuovamente sottolineata la centralità del regolamento Dublino, un regolamento comunitario che ha l’obiettivo di costringere le persone che arrivano in Europa per chiedere asilo politico nel primo Paese d’ingresso (sostanzialmente in Italia e in Grecia) impedendo alle persone di scegliere e di individuare il Paese di destinazione. In terzo luogo, per alleviare il numero crescente in carico a Italia e Grecia, la Commissione europea prevede questo meccanismo di redistribuzione, per adesso in chiave non obbligatoria. Questo è uno dei motivi per il quale questo sistema non ha funzionato, peraltro stiamo parlando di numeri estremamente limitati, si parla di circa 120 o 160 mila persone. La relocation non ha funzionato per una serie di motivi, ma di fatto, anche qualora avesse funzionato nella sua piena portata, non avrebbe spostato i termini del problema.

Ritengo che l’Unione Europea sia tenuta a una serie di obblighi positivi. Primo fra tutti, quello di tutelare la vita delle persone. Per fare ciò è evidente che bisogna impedire di costringere le persone a esporsi al rischio di compiere il viaggio verso il territorio dell’Unione Europea, non solo attraversando il Mare Mediterraneo, ma anche il deserto che è un luogo dove avvengono eventi atroci e tragici. Sarebbe importante evitare il transito attraverso la Libia che, come dicevo prima, è un Paese, di fatto, imploso, che non esiste perché alla mercé di bande armate e di gruppi che non rispondono a una Istituzione centrale. Questo è possibile, ed è possibile attraverso una politica seria di reinsediamento o attraverso il rilascio di visti o di apertura di canali umanitari direttamente nei Paesi di origine o Paesi di transito. Paesi evidentemente coinvolti in situazioni di conflitti civili o di gravi e ripetute violazioni dei diritti fondamentali.

In secondo luogo è opportuna, per non dire necessaria, una revisione del regolamento Dublino, cioè della regola per cui il singolo Stato di frontiera è tenuto a farsi carico della domanda di protezione internazionale presentata dal migrante. È necessario un salto di qualità che comporti la presa in carico dell’Unione Europea in quanto tale, non del singolo Paese ma dell’Istituzione complessiva. Una situazione che deve confermarsi politicamente capace di rispondere a un fenomeno importante e storico attraverso una politica seria e ragionevole, ispirata ai criteri di razionalità e non di emotività. Anche perché, in questo senso vanno gli indicatori demografici ed economici di molti Paesi che fanno parte dell’Unione. Questo quindi imporrebbe, da un lato, la possibilità di entrare regolarmente e senza pericoli per i richiedenti asilo e dall’altra di redistribuire equamente fra i vari Stati l’onere, non solo dell’accoglienza ma soprattutto la restituzione della dignità personale ai richiedenti.

Bisogna uscire, in qualche modo, da questo cerchio segregante che confina le persone entro l’alveo degli oggetti: oggetti di accoglienza, oggetti di salvataggio, oggetti di derisione, oggetti di pietà. Bisogna riportare le persone a una dimensione di soggettività e di titolarità dei diritti. Il richiedente asilo è, prima di tutto, un soggetto di diritti: all’accoglienza, alla protezione, alla tutela della sua vita e, in questo senso, la mutazione di questo ruolo dev’essere portata in primo luogo attraverso il riconoscimento della volontà delle persone di poter scegliere il Paese di destinazione del proprio percorso migratorio. Non bisogna dimenticare, inoltre, che la grande maggioranza delle persone è costretta e decide di rimanere nei Paesi immediatamente confinanti con il proprio Paese d’origine sia per condizioni economiche, sia per scelta, perché la finalità di molte persone è evidentemente quella di poter rientrare nel Paese d’origine appena le condizioni lo permettono.

Da ultimo, la risposta è sempre condizionata alla strutturazione di un sistema di accoglienza adeguato in Italia. Lo SPRAR, sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati, è un sistema che, dal punto di vista qualitativo, sembra offrire garanzie d’adeguatezza e di qualità, ma che dal punto di vista numerico è gravemente insufficiente ad accogliere il numero di persone che sono attualmente nella fase della richiesta di protezione internazionale. In Italia, 3/4 dei richiedenti asilo sono accolti in strutture straordinarie, temporanee, che molto spesso non sono in grado di offrire servizi degni di questo nome. È quindi importante che lo SPRAR sia adeguatamente ampliato, rinforzato, e possa realmente fornire lo strumento per un percorso d’integrazione, che possa avere l’obiettivo di fornire da un lato un riconoscimento di diritti nei confronti del richiedente asilo e dall’altro anche un buon ritorno in termini di restituzione nei confronti della comunità nazionale.

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TAV costosa e inutile. La Francia si prende una pausa

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di MoVimento 5 Stelle

TAV Torino-Lione. Fermi tutti, la Francia si prende una pausa sull’inutile e costosissimo progetto di trasporto merci. Il ministro Delrio tra un imbarazzante interrogatorio e l’altro per processi sulla ‘ndrangheta in Emilia ne faccia una giusta. Congeli immediatamente l’opera. Il MoVimento 5 Stelle al Governo intavolerà immediate trattative con la Francia per cancellare per sempre il Tav Torino-Lione e destinare le risorse in investimenti innovativi per la mobilità sostenibile e la tutela del territorio.

Da oltre dieci anni denunciamo l’insostenibilità economica e ambientale della tratta Torino-Lione.
Mentre cittadini, comitati, associazioni, esperti di trasporti ed il MoVimento 5 Stelle fuori e dentro le istituzioni denunciavano e protestavano, i governi italiani da Prodi a Berlusconi passando per Monti, Letta e Renzi proseguivano contro tutto e tutti spacciando, la madre di tutti gli sprechi e le corruzioni, come la risoluzione di tutti i problemi. Forse quelli di tangentari e mafiosi?

Come abbiamo chiaramente denunciato in Parlamento da quindici anni i governi d’Italia e Francia non rispettano l’art. 1 dell’Accordo di Torino del 2001 che ha stabilì che “l’entrata in servizio dovrebbe avere luogo alla data di saturazione delle opere esistenti”. Non viene mai detto che una linea per il trasporto merci su ferro già c’è! Ma oggi è utilizzata al 17% della sua capacità, tre volte meno che 15 anni fa. Perché non spostare già oggi il traffico merci su questa tratta? Perché non si usa quella linea invece di fare un altro tunnel? Perché il partito dei cementificatori, dei costruttori, dei perforatori rimarrebbe senza foraggio. Perché mafie e corrotti e perderebbero un grande affare.

Si sventra inutilmente un intero territorio prosciugando le falde acquifere, invadendo la valle di amianto, e perforando la montagna con costi stimati in 26 miliardi di euro. Costi che ci indebiteranno per anni. Risorse che Italia e Francia potrebbero destinare altrove in investimenti innovativi. È un’opera insostenibile economicamente anche perché di fatto il Parlamento ha approvato una legge dal costo variabile, autorizzandone fin da ora la lievitazione dei costi. L’analisi del costo al chilometro mette in evidenza che sarà di € 356 milioni per l’Italia e di € 78 milioni per la Francia (4,6 volte in più)

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Siae, monopolio quanto mi costi!

di Sergio Battelli

Lo denunciamo da anni, ci ha dato ragione l’Antitrust, abbiamo offerto la soluzione con una nostra proposta di legge ma in queste ore alcuni quotidiani hanno riportato che è sta arrivando la bacchettata all’Italia da parte dell’Ue, che da tempo puntava il dito contro un’anomalia tutta italiana che dura ormai da 75 anni: il monopolio della Siae nella gestione dei diritti d’autore, unico caso in Europa (anche la Repubblica Ceca ha avviato l’adeguamento alla normativa UE).

L’occasione per adeguarsi c’è stata più volte, l’ultima proprio in queste ore, con la legge europea che periodicamente arriva in Parlamento per adeguare la normativa italiana a quella Ue e sanare il rischio di infrazioni.

L’Italia ha recepito la direttiva UE Barnier, che chiedeva appunto di porre fine all’eccezione del monopolio Siae, ma con norme che la stessa Commissione europea non ha ritenuto adeguate perché di fatto mantenevano intatto il principio del monopolio Siae nel processo di raccolta dei diritti d’autore e quindi dei soldi (per spiegarla in breve). La Commissione europea ha dunque inviato una lettera al Ministro Franceschini evidenziando le anomalie.
Il MoVimento 5 Stelle ha chiesto di poter visionare il contenuto della lettera ma abbiamo ricevuto risposta negativa perché la Commissione europea stava già investigando.
Abbiamo presentato anche degli emendamenti a tale scopo ma a nulla è valso, anche questa volta, il tentativo di cambiare le cose. Questa mattina alcuni quotidiani riportano che è in arrivo il diktat dell’Europa, con l’annuncio di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia a causa del monopolio Siae. Proprio quello che si voleva evitare. Dal Parlamento europeo ci siamo mossi contattando la Commissione che al momento non conferma e non smentisce.

Sul tavolo c’è ancora la nostra proposta di legge, nel caso il Governo volesse finalmente scomodarsi a fare almeno copia e incolla.
Altrimenti a pagare ancora una volta il conto all’Europa saranno come al solito i cittadini italiani.

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Fuga dalla SIAE

di Davide D’Atri, amministratore delegato Soundreef

Forse la cosa più sbagliata in assoluto, la cosa che ci fa arrabbiare è quando si dice che il monopolio aiuta i piccoli autori: è proprio il contrario.
Tre esempi su tutti: il 65% dei concertini su base nazionale, proprio quei concerti in cui il piccolo autore inizia a suonare, sono ripartiti in maniera forfettaria e non analitica. Ovvero, Siae incassa questi compensi a livello nazionale dai piccoli pub, dai piccoli bar dove i piccoli autori si esibiscono ma poi non ripartisce questi compensi incassati secondo ciò che è stato effettivamente suonato da questi piccoli autori, ma li ripartisce in base a criteri statistici, decisi dal Consiglio di gestione.

Quindi questo penalizza moltissimo i piccoli autori.
La seconda cosa che ci piace sempre ricordare è una dichiarazione di un precedente Presidente Siae: il 65% degli iscritti Siae non recupera neanche la tassa d’iscrizione che paga. Questi piccoli autori pagano 120/130 euro l’anno per iscriversi al monopolio e non recuperano nemmeno quello.

È un numero molto importante: parliamo di 45mila autori, anche di più, che pagano questa tassa e non recuperano neanche quello. La terza cosa che ci piace sempre ricordare è che negli ultimi 18 mesi, 8mila autori italiani si sono iscritti a Soundreef e (di questi) la stragrande maggioranza sono piccoli autori. Sono proprio loro che hanno iniziato questa rivoluzione e sono proprio loro che di fatto hanno abbracciato prima di tutti quello che stiamo facendo ed è per loro che abbiamo cominciato a sviluppare tutti i servizi e che lavoriamo quotidianamente.

Ho letto un articolo di BusinessInsider dove faceva questo riferimento ai piccoli autori che non ho compreso ma ci sono anche un altro paio di cose che mi hanno molto stupito. Un’inesattezza importante: l’articolo afferma che il monopolio è anche in Repubblica Ceca. No, purtroppo ci ha abbandonato anche la Repubblica Ceca, siamo rimasti da soli e quindi l’Italia è l’unico monopolio d’Europa. Poi dice in maniera molto strana: sì ma comunque negli altri Paesi c’è il monopolio di fatto. Beh! Il monopolio di fatto e il monopolio reale sono due cose molto diverse, soprattutto perché questa nuova rivoluzione nell’industria della musica sta avvenendo in questi anni e quindi vedremo un’ondata di società come Soundreef che entreranno in concorrenza con i grandi colossi. È proprio lì che si crea un humus competitivo e favorevole agli autori/editori.
La terza cosa che veramente mi ha molto stupito da un giornale che si chiama Business Insider e che dovrebbe fare informazione da un punto di vista di business, di economia e di start up: ha parlato dei nostri investitori come di biechi speculatori. Questo mi ha molto sorpreso perché si parla tanto di start up, di investimento su imprenditoria giovanile e noi siamo una vera start up che ha iniziato con 85mila euro, un gruppo di ragazzi che veramente si è costruito mattone dopo mattone, e abbiamo trovato degli investitori, italiani, lungimiranti che hanno voluto rischiare tanto su questa società mettendo dei loro capitali… c’è grande differenza tra investire e speculare!

Noi siamo inglesi perché a 19 anni io sono andato in Inghilterra dove sono rimasto per più di 10 anni. Ho studiato là e ho fondato la mia prima azienda. Soundreef è la seconda azienda che fondo e l’ho fondata nel 2011 quando ero ancora in Inghilterra. Quindi è normale che fossimo un’azienda inglese, però tengo a dire che nel 2015 ho voluto fare un’operazione al contrario: siamo ritornati in Italia e ho convinto i nostri investitori a fondare la Soundreef s.p.a che ha comprato il 100% dell’azienda inglese, quindi un vero e proprio ritorno in Italia di capitali, di menti, di risorse… pensando che in questo momento storico dobbiamo fare un pezzettino per la crescita in Italia e questo vuole essere il nostro pezzettino in piccolo. Purtroppo non sembra che, almeno un pezzo della politica, ci abbia bene accettati.

Di fatto esistono sia Siae che Soundreef eppure esiste una legge che dà l’esclusività di mandato a Siae. Facciamo un passo indietro. Nel 2014 la Commissione europea ha emanato questa direttiva, la direttiva Barnier che è una direttiva di liberalizzazione all’interno della Comunità europea. Dice che ogni autore/editore si può iscrivere alla società che preferisce e che ogni utilizzatore può comprare il servizio dove vuole in Europa. Questa direttiva doveva essere recepita da tutti gli Stati membri entro il 2016 ma l’Italia non l’ha recepita fino a marzo 2017, quando di fatto il Ministro Franceschini ha voluto ribadire anche nella nuova legge che la Siae ha il monopolio nell’intermediazione. Provando a escluderci dal mercato. Questo si scontra e cozza con lo stato attuale del mercato, perché gli autori possono andare via dalla Siae ed è chiaro che l’iscrizione al monopolio Siae è facoltativa quindi 8mila autori italiani sono andati via e si sono iscritti a Soundreef, tantissimi piccoli ma anche alcuni importanti come Fedez, Rovazzi, Nesli, Maurizio Fabrizio D’Alessio… sulle opere di questi 8mila autori la Siae non ha più diritti, non può più erogare una licenza. Di fatto gli utilizzatori devono comprare una licenza anche da noi per utilizzare queste opere. È vero che c’è il monopolio, ma decine se non centina di migliaia di utilizzatori ogni mese comprano le licenze da noi, infrangendo lo stesso monopolio.

Ci dobbiamo anche aggiungere che il monopolio non si applica agli autori stranieri e infatti, già nel 2014, abbiamo vinto al Tribunale di Milano quando, in primo grado d’appello, è stato detto che le nostre attività erano lecite perché a quel tempo la stragrande maggioranza degli autori che intermediavamo era straniera. Il monopolio non si applica alle opere straniere, di fatto questa nuova legge è il peggio del peggio: vuole mantenere il monopolio ma non ci riesce. Quindi fa una legge che è mezza/mezza: da una parte cerca di proteggere questo monopolio, dall’altre lascia praterie sterminate non regolate. Vorrei anche ricordare che l’Antitrust ha recentemente aperto un’istruttoria durissima contro la Siae, con cinque o sei capi d’accusa, tra cui appropriazione indebita, concorrenza sleale… Veramente è una legge zoppa.

Il Ministro Franceschini durante l’audizione dell’aprile 2016 alla Commissione cultura dichiarò che aveva cambiato idea. Prima di questa audizione era a favore della liberalizzazione e ad aprile 2016 va in Commissione cultura affermando di aver girato l’Europa e capito che la Siae è una delle società migliori d’Europa e che va protetta e garantita. Società che è un gioiello commissariato più volte negli ultimi anni, che ripartisce compensi ad autori/editori con un ritardo fino a 18-24 mesi, che più volte ha avuto un bilancio in rosso, che gestisce 280 milioni di euro di immobili e non si comprende bene perché e quale sia la finalità di questa gestione. Che ha investito centinaia di milioni di euro di fondi di investimento anche all’estero e i proventi di questi immobili e di questi investimenti non è chiaro come vengono ripartiti. Se leggiamo le ordinanze di ripartizione di compensi a favore di autori/editori non troviamo traccia di meccanismi chiari di ripartizioni di proventi degli immobili e delle speculazioni finanziarie. Ci chiediamo se questi profitti e questo valore vengono redistribuiti con gli autori/editori. Non abbiamo mai trovato risposta rispetto a questo e parliamo di un flusso di soldi molto importante.

Le differenze tra Siae e Soundreef mi piace descriverle raccontando tre nostri valori principaliIl primo valore è che tutte le ripartizioni devono essere analitiche al 100%. Non ha più senso da un punto di vista tecnico oggi, andare a ripartire in maniera statistica. Tutte le ripartizioni possono essere monitorate e noi possiamo pagare per ciò che è stato effettivamente suonato. Il criterio più democratico, più giusto, più etico in assoluto può essere implementato dal punto di vista tecnico. Abbiamo il dovere verso gli autori/editori di farlo. Il secondo valore è che le rendicontazioni e i pagamenti devono essere veloci. Voi accettereste di fare un lavoro oggi ed essere pagati dopo 24 mesi? Può succedere, ma la consideriamo un’ingiustizia nel nostro lavoro quotidiano. Bene! Noi crediamo che le rendicontazioni e i pagamenti possono e devono essere molto veloci. Faccio un esempio: nel live noi rendicontiamo entro 7 giorni dal concerto e paghiamo entro 90 giorni dal concerto. E il terzo valore è la tracciabilità. Al momento, secondo noi, l’autore/editore è avvolto dentro una nuvola nera di ignoranza. Quando sei dentro una nube nera di ignoranza al massimo ti puoi lamentare ma non puoi veramente andare a contestare fatti specifici. Perché non hai neanche la base dati per contestarla. Se tu ricevi a fine anno un assegno dove c’è scritto: 1000 euro. Hai guadagnato 500 euro dalla televisione e 500 euro dalla radio ma non c’è il dettaglio, non il singolo passaggio… in quel caso come fai a protestare che i soldi non sono giusti o non sono corretti? Per noi la tracciabilità è un valore fondamentale. L’autore in qualsiasi momento deve poter andare sul suo account online e deve poter vedere l’esatto passaggio.

Questi sono i tre valori principali per noi: analitico, rendicontazione e pagamenti veloci, tracciabilità.

Esiste la direttiva Barnier del 2014 per la liberalizzazione, esiste, prima ancora della direttiva Barnier, la libera circolazione dei beni e servizi in Europa. Esiste una lettera da parte della Commissione al Governo, ormai di mesi credo, che avverte che la legge voluta dal Ministro Franceschini non è in linea con i valori dell’Europa, con la circolazione dei beni e dei servizi e con la direttiva Barnier. Esiste il dato di fatto che 8 mila autori italiani si sono iscritti a un’altra società e devo dire che la cosa più strana in assoluto è che lo stesso Pd era pro liberalizzazione. Credo che la maggioranza dei deputati e senatori dello stesso Pd sia ancora pro liberalizzazione! Questa del monopolio ci è sembrata una posizione specifica, politica del Ministro. Credo che sia un suo preciso volere politico. Infatti prima che il Ministro Franceschini andasse in audizione, come ho raccontato prima, nell’aprile 2016, e raccontasse questo cambio di idea, lo stesso Pd aveva presentato due proposte di legge di liberalizzazione della Siae. Poi ritarati dopo l’intervento del Ministro. Ci sembra che ci sia anche un consenso trasversale attraverso i partiti politici verso la liberalizzazione, poi alcuni certamente si sono interessati di più di altri e li ringraziamo, però in generale questo sembra un arroccamento da parte del Ministro verso questo monopolio.

Gli interessi sono veramente molto importanti. Noi lottiamo in questo settore da quasi 6 anni. Siamo un gruppo di ragazzi che è partito con un investimento di 85 mila euro senza nessun padrone politico alle spalle e senza nessuna sponsorizzazione pesante alle spalle. Sono anni che provano a spazzarci via in qualsiasi maniera: lecita e meno lecita.

Il punto principale della vicenda è uno: se tu paghi gli autori/editori con un ritardo di 18-24 mesi hai una massa di soldi molto importante che puoi investire durante questo periodo. Tra l’altro investire senza grandi controlli per una serie di ragioni. Dopo decenni che fai questi investimenti hai accumulato effettivamente un patrimonio molto importante da un punto di vista di immobili, da un punto di vista finanziario e di liquidità che ormai ha una gestione separata rispetto la stessa società che gestisce il diritto d’autore. Questo patrimonio genera profitti ormai. Quindi di conseguenza cosa è successo nei decenni? Si è creata un’azienda parallela che di fatto è un’azienda finanziaria, che gestisce immobili e che fa profitti e che non è ben chiaro come sia ricollegata ad autori/editori e come autori/editori possano beneficiare di questa azienda parallela.

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Si al referendum in Lombardia e Veneto

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di Movimento 5 Stelle Lombardia e Veneto

Il M5S si è battuto per coinvolgere i cittadini su una possibilità prevista dalla Costituzione: permettere a Lombardia e Veneto di gestire “in casa” molte delle risorse che ora è lo Stato a decidere come spendere. Altro che Padania e le bugie che i governi leghisti hanno raccontato per venti anni ai cittadini.

Nell’attuale legislatura i Consigli Regionali delle due regioni hanno votato la nostra proposta e dato il via alla consultazione in programma il prossimo 22 ottobre, con le rispettive maggioranze leghiste costrette ad abbandonare definitivamente utopie indipendentiste totalmente incostituzionali come lo Satuto Speciale o la gestione del Residuo Fiscale, nonostante la Lega continui a usarle come leve elettorali per promuovere questo referendum.

La soluzione del M5S è democratica, costituzionale e non toglie risorse alle altre regioni. Questo referendum affronta il tema del “Regionalismo differenziato”, trattato nell’articolo 116 della Costituzione italiana, ovvero la possibilità di gestire direttamente le risorse che lo Stato già spende in trasferimenti e servizi per le Regioni. Risorse legate a determinate materie che, in caso di esito referendario positivo, saranno oggetto di una trattativa tra Regioni e Stato. Parliamo di competenze molto importanti come il sostegno alle imprese, la ricerca e l’innovazione, l’ambiente, l’istruzione, la valorizzazione dei beni culturali, e il governo del territorio, che avvicinate verso il basso e verso i territori troverebbero maggiore efficacia.

Dare la voce ai cittadini è una prerogativa di questo Movimento, tanto più su un tema così importante, tanto più se in passato le stesse regioni hanno provato ad aprire una trattativa ricevendo solo porte in faccia anche dal Governo, a guida PD, che tentò, con la riforma costituzionale seppellita dagli italiani il 4 dicembre, di togliere alle regioni anche molte delle attuali competenze, per non parlare della “clausola di supremazia” che avrebbe permesso allo Stato di passare sopra qualsiasi decisione locale.

Il M5S vuole salvaguardare le specificità e le esigenze di ogni territorio, nel “quadro dell’unità nazionale”, esattamente come richiede questo referendum. Siamo un popolo unito, senza bandiere politiche ed ideologiche che fa valere e sentire la propria voce con un referendum consultivo, esattamente come successo in Gran Bretagna sul tema Brexit. Abbiamo da sempre denunciato e combattuto contro lo spreco di risorse pubbliche anche degli enti locali, ma per il M5S al strada da percorrere non è l’accentramento, ma portare le risorse pubbliche il più vicino possibile ai cittadini. Da qui, da questa responsabilizzazione delle comunità, passa il miglioramento delle strutture pubbliche locali che in mano ai partiti si sono trasformate troppo spesso in mangiatoie.

I soldi spesi per interpellare i cittadini non sono mai uno spreco, soprattutto davanti ai 360 milioni di euro bruciati da Stato e Regione Lombardia per sostenere la vuota BreBeMi, i 300 milioni della Regione Veneto per la Superstrada Pedemontana veneta con cui si colma un buco creato dai privati, o il miliardo di euro speso tra defiscalizzazione e garanzie pubbliche del fallimentare progetto della Pedemontana lombarda, o i miliardi bruciati nel Mose, ma sono un’opportunità e un investimento futuro per permettere di rispondere al meglio alle esigenze dei cittadini.

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Le vacanze dorate di Re Giorgio (Napolitano) a spese dei cittadini

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di Riccardo Fraccaro

L’ex presidente Napolitano si gode le vacanze dorate in Trentino-Alto Adige, scortato dalla solita schiera di agenti di sicurezza e dai rinforzi inviati dalla Questura di Bolzano. Il soggiorno blindato di Re Giorgio, con tanto di volo blu e hotel di lusso, è uno scandalo insopportabile a spese degli onesti contribuenti.

Dopo 64 anni di politica costata fiumi di soldi pubblici oltre che danni incalcolabili alla democrazia, Napolitano la smetta di pesare ancora sulle spalle del Paese.

Secondo quanto svelato dall’inchiesta del quotidiano Il Tempo, anche quest’anno il ri-presidente ha scelto Sesto Pusteria, nelle Dolomiti, come meta per la sua villeggiatura di lusso. Napolitano e consorte hanno raggiunto il Trentino con un aereo di Stato, sorvolando i comuni mortali, mentre la scorta ha viaggiato in treno.
Sono state necessarie due auto per raggiungere l’hotel da 500 euro a notte, dove Re Giorgio potrà soggiornare tranquillamente fino all’8 agosto nonostante il suo impegno di senatore a vita. La sua protezione h24 è garantita non solo dagli agenti fissi al suo servizio, ma anche da otto carabinieri divisi in turni e tre poliziotti con doppio turno.
Per le tre settimane di vacanza di Napolitano sono necessari voli di Stato, auto di scorta, presidi di sicurezza distolti dal territorio di Bolzano e la suite più grande dell’hotel a 4 stelle: tutto a spese dei cittadini. Re Giorgio continua ad alimentare l’esasperazione sociale, che giustamente sfocia nelle vive proteste degli altoatesini per l’ennesima villeggiatura blindata nelle Dolomiti. Si ritiri a vita privata, nessuno ne sentirà la mancanza.

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#ProgrammaImmigrazione: le vie legali di accesso

I partiti sono politicamente responsabili del disastro immigrazione. Il Partito Democratico ha voluto l’operazione Triton che prevede l’apertura dei soli porti italiani a tutti i barconi. Forza Italia e Lega, quando erano al governo, hanno firmato il Regolamento di Dublino che costringe i richiedenti asilo giunti in Italia a rimanervi anche se vorrebbero andare in altri Stati europei. I risultati delle loro politiche sono evidenti a tutti gli italiani. Chi ha sbagliato deve andare a casa. L’immigrazione deve essere gestita e le leggi rispettate. Per arrivare allo storico obiettivo di scardinare il business degli scafisti e azzerare sbarchi e morti nel Mar Mediterraneo, bisogna rafforzare lo strumento delle vie legali e sicure di accesso per raggiungere l’Europa. Nel quesito che oggi discutiamo, chiediamo la valutazione dell’ammissibilità delle domande di protezione internazionale nelle ambasciate e nei consolati nei Paesi di origine o di transito o nelle delegazioni dell’Unione europea presso i Paesi terzi, con il supporto delle Agenzie europee. Con questa proposta si otterrebbero il coinvolgimento dell’Europa nella gestione dei flussi e la riduzione dei centri di accoglienza dove troppo spesso si nascondono oscuri interessi. Inoltre, ne beneficerebbero anche i profughi stessi che, una volta riconosciuto il diritto alla protezione, avrebbero un modo sicuro e legale per scappare da guerre e persecuzioni.

di Paolo Morozzo Della Rocca, docente di diritto civile all’Università di Urbino ed esperto di diritto dell’immigrazione, Comunità di Sant’Egidio – Progetto corridoi umanitari.

La distinzione tra migranti economici, migranti forzati, profughi o richiedenti asilo è, in realtà, una distinzione difficile e non troppo netta. Persino da uno stesso Paese si possono avere flussi misti. Un nigeriano può scappare da Boku Haram in una regione del Nord o da un movimento autonomista violento ma potrebbe anche venire da una città ed essere in cerca di un futuro professionale. La domanda che ci poniamo oggi è: “Perché i rifugiati arrivano con i barconi?”. In passato, i profughi potevano viaggiare con un passaporto e un biglietto e chiedere asilo alla frontiera sperando di non essere respinti proprio lì, ma una volta non serviva il visto.
Il visto è uno strumento di controllo recente. L’Italia, per esempio, ha introdotto una regola generale d’ingresso con il visto solo nel 1990. Il visto è una specie di controllo anticipato rispetto alla frontiera e quindi, quando non viene concesso, diventa una sorta di respingimento anticipato proprio perché, secondo le norme vigenti oggi, si può chiedere asilo solo se si riesce ad arrivare alla frontiera, ma ci si arriva solo se si ha un visto. Però tu puoi ottenere il visto e venire in Italia, in realtà, solo se sei turista, o se ti fingi turista, ma se hai bisogno di asilo sicuramente non puoi venire. Perciò qui c’è un paradosso: può entrare regolarmente e viaggiare in tutta sicurezza solo chi non ha diritto di restare, mentre chi questo diritto ce l’ha è costretto a esercitarlo dopo avere viaggiato illegalmente.

Il paradosso è anche che, per chiedere asilo oggi, bisogna prima affrontare il deserto, poi si diventa naufraghi e si arriva come clandestini. Nel frattempo si perdono o si lasciano i documenti e poi bisogna smettere di essere clandestini e fare domanda di asilo. Alcuni, troppi, muoiono in mare: nel 2016 circa 5.000. E quanti ancora saranno morti nel deserto? Certo, non erano tutti profughi, non erano tutti richiedenti asilo, ma comunque erano tutte povere persone in cerca di speranza. Ora, costretti alla clandestinità, i profughi richiedenti asilo non possono ovviamente scegliere come viaggiare, ma nemmeno possono scegliere dove arrivare.

Tutto è deciso dai trafficanti. Così, per esempio, un eritreo che ha fratelli o cugini in Olanda, se potesse andrebbe in Olanda, ma invece arriverà in Sicilia. Secondo le regole di Dublino, il Paese di primo sbarco nell’Unione Europea è il Paese competente per dare asilo. Questo significa che quell’eritreo, con i cugini in Olanda, dovrà rimanere in Sicilia, una volta arrivato. E anche una volta riconosciuto rifugiato, lui che parla bene l’inglese e ha già un lavoro che l’aspetterebbe in Olanda – perché il fratello glielo ha procurato – dovrà però rimanere in Italia per almeno 5 anni. Questo è un altro paradosso. Più la sua vita in Italia sarà difficile – per esempio, non trova lavoro e non ha una casa – e più sarà obbligato a rimanere da noi, rimanendo lontano dal fratello o dal cugino che lo attenderebbe in Olanda. Infatti oggi è previsto che i rifugiati, una volta arrivati in un Paese responsabile per il loro asilo, possano cambiare Paese di residenza solo se ottengono, dopo almeno 5 anni di residenza e avendo trovato un lavoro regolare, un nuovo permesso di soggiorno.

Il regolamento di Dublino è proprio come una gabbia ma, smetterebbe di esserlo, se i richiedenti asilo potessero fare domanda di visto per asilo nei consolati dei Paesi di loro preferenza dove loro vorrebbero andare. E questo realizzerebbe, in realtà, anche una misura spontanea, diciamo così, non coercitiva, di equa distribuzione sul territorio europeo dei richiedenti asilo. Dunque, l’idea della domanda di asilo presso i consolati nei Paesi di origine, ma forse, soprattutto nei Paesi di primo transito, per esempio i siriani in Libano o in Giordania, è un’idea giusta anche se passare da un’idea a una regola richiede uno sforzo ulteriore: un compromesso tra l’idea e la realtà. I consolati dovranno rilasciare i visti, ma li rilasceranno a tutti quelli che hanno bisogno di protezione, che non sabbiamo quanti sono, oppure metteranno una quota massima d’ingresso ogni anno?

D’altra parte, se ci fosse una quota annuale, questa dovrebbe essere sufficientemente consistente, altrimenti l’idea non funzionerebbe.
Se noi vogliamo togliere le persone dai barconi, bisogna che li convinciamo a fare una fila, ma se la fila non scorre, le persone si toglieranno dalla fila e torneranno sui barconi. Si potrebbero individuare dei criteri di preferenza: per esempio se il richiedente ha già un legame positivo, poniamo con l’Italia – come un parente a Milano che lo aspetta – questo potrebbe essere un criterio di preferenza. Senza impedire, a chi non ha questo criterio, di mettersi in fila. Si potrebbe poi pensare a un sistema misto, una quota di ingressi per asilo, di cui potrebbe essere interamente responsabile lo Stato, ma forse, anche a una quota di ingressi autorizzabili in presenza di uno sponsor privato: qualcuno che invita e sostiene, accoglie, paga delle spese.

Ma questi ingressi attraverso uno sponsor, potrebbero essere ingressi giustificati da motivi umanitari, qualcosa di più vicino ma a margine del diritto d’asilo. Potrebbero essere ingressi motivati da legami familiari significativi: ad esempio, il figlio maggiorenne di uno straniero che soggiorna regolarmente non può più venire per ricongiungimento familiare perché ha più di 18 anni, ma perché lasciarlo venire con i barconi se ha un genitore che ha dei buoni requisiti economici per il suo ingresso? E magari possiamo anche richiedere qualche requisito in più: un’adesione alla cultura italiana e un apprendimento della lingua. In questo modo, riusciremmo a mettere in fila, togliendoli alle grinfie dei trafficanti, un’ulteriore parte di coloro che oggi si affidano alle carrette del mare incoraggiandoli, però, a farsi ben conoscere e stimare prima che arrivino da noi ed evitando che la loro accoglienza sia un onere di non facile adempimento per lo Stato. Andrebbero certamente da chi li aspetta, da chi se n’è assunto il carico e le spese e farebbero certamente del loro meglio per rendersi autonomi.

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Governo moroso con Roma di 20 milioni di euro

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di MoVimento 5 Stelle Roma

Trasparenza ed equità. Con questi principi abbiamo preso l’impegno di risanare la Capitale. E uno dei capitoli di questa opera è rappresentato dalla partecipata all’igiene ambientale di Roma. Abbiamo chiesto quale fosse la situazione debitoria della pubblica amministrazione nei confronti del Comune, perché proprio le istituzioni devono essere le prime a dare il buon esempio nei confronti dei cittadini. Dall’analisi effettuata dall’Ama abbiamo scoperto che la pa, nelle sue diverse diramazioni, deve al Campidoglio oltre 100milioni di euro di tassa sui rifiuti, con situazioni debitorie che risalgono anche a quasi tre anni fa. I dati sono relativi a ministeri, utenze militari e di comunità, e quindi ospedali, Asl, ambasciate, scuole, università. È stato lasciato correre tutto in questi anni, serviva un’amministrazione a 5 stelle per fare un’operazione verità.

Così abbiamo scoperto che fra presidenza del Consiglio e ministeri, assommano a 20 milioni di euro le pendenze col Comune di Roma. Palazzo Chigi, ad esempio, ha un debito di quasi 1 milione 200mila euro, di cui 117mila euro pendenti da oltre due anni e mezzo, quando Renzi sedeva sulla poltrona più alta. Poi c’è il ministero dell’Interno (6 milioni); il ministero della Difesa (3,2 milioni); quello delle Infrastrutture e dei Trasporti (2 milioni); il ministero dei Beni e delle Attività culturali (1,7 milioni); quello di Grazia e Giustizia (1,5 milioni); il ministero dello Sviluppo economico (1 milione); il ministero degli Affari esteri (822mila euro); il ministero del Lavoro e Politiche sociali (761mila euro); il ministero dell’Economia e delle Finanze (575mila euro); il ministero dell’Istruzione (375mila euro); quello dell’Agricoltura (306mila euro); il ministero della Salute (95mila euro); il ministero dell’Ambiente (31mila euro) e anche la Camera dei deputati con 369mila euro. Le pendenze più longeve, scadute da oltre mille giorni, sono quelle del Viminale (2,6 milioni di euro), Mibact (528mila euro), Mit (508mila euro) e ministero di Grazia e Giustizia (487mila euro).

Siamo consci che anche anni e anni di non curanza, per non pensare peggio, hanno portato a questa situazione. Le sedi istituzionali si sono spostate, alcuni ministeri sono cambiati, si sono scissi o accorpati. Probabilmente in passato nessuno è andato a chiedere nulla, portando a questo cumulo monstre. Lo stiamo facendo noi. Le nuove bollette Ama emesse per la scadenza della rata di fine maggio contengono tutto lo storico e tutti i dettagli necessari. Ora chiediamo a tutte le istituzioni di dare il buon esempio nei confronti di tutti i cittadini.

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