#ProgrammaImmigrazione: la cooperazione internazionale

La cooperazione internazionale allo sviluppo è una forma di collaborazione che avviene tra Stati con l’obiettivo di sostenere le aree più deboli del pianeta. In questi ultimi anni, la cooperazione italiana si è spesso concentrata sul finanziamento di mega infrastrutture, accessibili solo a grandi società. Queste operazioni hanno causato ricollocamenti forzati di intere comunità locali (basti pensare alle mega dighe costruite in paesi poveri che hanno provocato allagamenti di territori fertili, deviazioni di fiumi e prosciugamenti di laghi che sostenevano intere popolazioni). L’Italia è ancora lontana dagli impegni presi in sede internazionale come quota di aiuto ufficiale allo sviluppo (0,7% del PIL) ed è considerata un Paese con un bassissimo livello di trasparenza sull’uso dei fondi per lo sviluppo. Il MoVimento 5 Stelle chiede di dare una priorità al finanziamento trasparente dei fondi alla cooperazione internazionale.

di Nancy Porsia, giornalista freelance e producer esperta di Medio Oriente e Nord Africa.

In Europa si continuano a lanciare proclami di paura rispetto a una potenziale invasione del vecchio continente da parte dei migranti ma, troppo poco spesso, ci si chiede quali siano le condizioni dei migranti nei loro Paesi di provenienza. Per quali motivi i migranti scelgano di partire?
La scelta di lasciare la propria terra madre non è mai semplice. I motivi possono essere la mancanza di lavoro, la fuga dalle bombe, le condizioni economiche e la struttura socio-politica del Paese che portano sempre uomini e donne a optare per l’extrema ratio di prendere la via del mare, la pericolosissima via del mare, attraverso il Mediterraneo. Le condizioni socio-politiche dei Paesi di provenienza sono in realtà basate sul sistema economico degli stessi Paesi. Questo sistema economico è direttamente riconducibile alle politiche di cooperazione dei Paesi europei, quindi degli attori internazionali. Fino a quando l’Unione europea o gli Stati membri continueranno a portare avanti progetti di cooperazione per la realizzazione di grandi opere non si farà altro che rafforzare i regimi di oligopolio che poi, appunto, solidificano i regimi autoritari e despoti che sono la causa principale della fuga in massa da alcuni Paesi, che siano subsahariani piuttosto che dell’Africa del nord, del Medio Oriente, dell’Asia o dell’Estremo Oriente.
La cooperazione internazionale, tendenzialmente, si può sviluppare su tre tracce. Ci sono microprogetti di sviluppo rurale, culturale, quelli per la lotta alla corruzione e alla mafia, o la realizzazione delle grandi opere. In base alla mia premessa, va da sé che l’opzione primaria, l’opzione da tenere in prima battuta in considerazione sia proprio la lotta alla corruzione. Soltanto con un regime di trasparenza della distribuzione dei fondi della cooperazione da parte dell’Europa, di redistribuzione dei fondi stessi nei Paesi con cui si chiudono accordi di cooperazione per lo sviluppo, si può, di fatto, debellare il sistema di oligopolio e quindi il sistema che si basa sui signori della guerra che fomentano la destabilizzazione dei Paesi stessi.

UN CASO PER TUTTI: LA LIBIA
Come sappiamo, lo scorso anno, l’Unione Europea ha deciso di stringere un accordo con il Paese nordafricano firmando il Memorandum of Understanding. Per quanto la Libia in questo momento abbia bisogno di un apparato di sicurezza, come delle forze marittime o un esercito, in realtà oggi non è in grado di essere un interlocutore affidabile che sia fuori dai giochi delle milizie. Quindi, se sul breve termine, gli Stati membri che hanno caldeggiato questo Memorandum solo per ridurre il numero dei migranti otterranno il loro obiettivo, d’altro canto andranno a destabilizzare ulteriormente un Paese che per decenni ha svolto la funzione di ammortizzatore sociale della stessa ondata migratoria. Per vent’anni la Libia è stato il Paese di destinazione per i migranti che, nel loro Paese, non avevano possibilità occupazionali. Quindi questo Memorandum rischia di rafforzare il sistema delle milizie, rischia di giocare a sfavore dei migranti che non avranno più la possibilità di fermarsi per un periodo in Libia, il tempo di racimolare dei soldi e poi tornare a casa come succedeva fino alla fine del regime, e per i libici stessi che verranno sempre più schiacciati dal sistema dei signori della guerra. Nel medio-lungo termine, la Libia non solo sarà un punto di transito, ma diventerà addirittura un Paese di emigrazione.
Quando si parla di cooperazione, è fondamentale mettere sempre in cima alle priorità l’attenzione per la lotta alla corruzione. La cooperazione in Europa sconta anche la grande problematica della mafia nostrana. Sebbene i regimi autoritari siano un interlocutore conveniente per le istituzioni internazionali perché vanno ad accorciare la filiera, la burocrazia della cooperazione stessa, d’altro canto, sul lungo termine, provocano dei dissesti sociali che poi portano ai grandi flussi migratori. La cooperazione dovrebbe puntare, da quella che è la mia esperienza sul campo, a microprogetti di sviluppo culturale per la democratizzazione di questi territori e, in seconda battuta, microprogetti per lo sviluppo delle risorse territoriali, come progetti rurali. Sicuramente la realizzazione delle grandi opere non è un’opzione per lo sviluppo di questi Paesi, se non un problema. Tant’è che spesso, quando si opera in ambienti non democratici, la realizzazione di una grande opera diventa fonte stessa di una guerra di potere, quindi di spartizione dei grandi investimenti preannunciati”.

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#ProgrammaImmigrazione: le Commissioni territoriali

Più caos c’è, più la mafia prospera. Per il MoVimento 5 Stelle è fondamentale rendere certe e veloci le procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato. Dobbiamo rimediare alla situazione caotica che i partiti hanno creato per ingrassare le cooperative amiche. Il Ministero dell’Interno è l’autorità responsabile per l’esame del merito delle domande di protezione internazionale e le analizza per il tramite delle Commissioni Territoriali. Le Commissioni territoriali devono essere potenziate e messe nella condizione di lavorare al meglio. In Italia una procedura per il riconoscimento della protezione internazionale dura mediamente 18 mesi. Nel resto d’Europa 6 mesi. La permanenza di un singolo richiedente asilo per 18 mesi costa circa 19.000 euro. I “famosi” 35 euro al giorno vanno alle cooperative e alle associazioni che gestiscono i centri di accoglienza, per l’erogazione di beni e servizi. I richiedenti asilo ricevono invece un pocket money giornaliero pari a circa 2,50 euro. I consistenti flussi di denaro che riguardano il sistema di accoglienza costituiscono un elemento di attrazione per la criminalità organizzata che, come dimostrato dal caso Mafia Capitale ma non solo, ha individuato nella gestione dei flussi un redditivo business. Le recenti disposizioni del Decreto Minniti non incidono in maniera sostanziale sui tempi delle procedure. Poiché nessun verbale o trascrizione potrà mai essere più veritiero delle parole stesse della persona, chiediamo la videoregistrazione dei colloqui con i richiedenti asilo. La tecnologia odierna permette un esame veloce ed efficiente della registrazione di cui la trascrizione sarebbe solo un inutile duplicato. Questo renderebbe possibile una velocizzazione dei tempi della procedura e ne ridurrebbe notevolmente i costi senza nulla togliere alle garanzie procedurali dei richiedenti asilo.

di Guido Savio, avvocato e membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

Occorre chiarire fin da subito il ruolo e la natura delle Commissioni territoriali. La premessa è questa: in Italia tutte le domande di protezione internazionale devono essere valutate caso per caso. Lo impone la legge e tutte le normativa europea. La valutazione è affidata all’organismo amministrativo che è istituito presso il Ministero dell’Interno. Si tratta della Commissione nazionale asilo, che poi si articola sul territorio nazionale con 20 Commissioni territoriali e 30 sezioni distaccate.

Ciascuna Commissione è composta da un presidente, che è un viceprefetto, da un rappresentante del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, da un rappresentante di un ente locale, in genere del Comune, e da un rappresentante dell’UNHCR, cioè Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Anche se all’audizione, di norma, interviene un solo commissario, in realtà poi la decisione è collegiale e, siccome i membri sono quattro, in caso di parità di voti il voto del presidente vale doppio. Questo meccanismo che cosa ci consente di osservare? Che le Commissioni territoriali sono istituite in seno al Ministero dell’Interno, che hanno una composizione ministeriale nella misura del 50% e che il voto del Presidente è privilegiato.

Questi sono tutti elementi oggettivi che ci consentono di ritenere che queste Commissioni territoriali siano solo parzialmente indipendenti, avendo uno stretto legame con il Ministero dell’Interno. Occorre ancora precisare, per completezza, che i membri di queste Commissioni territoriali, che operano a tempo pieno, sono soltanto i presidenti, cioè i viceprefetti, e i rappresentanti dell’UNHCR. Gli altri invece non sono impiegati a tempo pieno. Quindi il membro del Comune che oggi si occupa di bilancio, domani può entrare a far parte della Commissione territoriale. La procedura per la domanda di asilo è una procedura obbligatoria che consiste in un’audizione personale alla presenza dell’interprete, una figura fondamentale perché serve per valutare la fondatezza o l’infondatezza della domanda e quindi se si ha diritto al riconoscimento dello status, della protezione sussidiaria o di quella umanitaria.

È importante sottolineare che, poiché contro le decisioni delle Commissioni territoriali si può far ricorso in tribunale, tanto più la decisione della Commissione sarà approfondita e ben motivata e tanto meno ci sarà la possibilità di vederla riformata in sede giudiziale. Quindi, l’elevata qualità e l’elevata professionalità del lavoro delle Commissioni costituisce una garanzia sia nei confronti del richiedente, sia per il sistema giustizia perché avrà un effetto sui contenziosi giudiziari e noi sappiamo quanto i tribunali siano intasati da questo tipo di cause. Il problema principale è che il numero delle domande è molto elevato: la durata media di ogni audizione è di un’ora e mezza, due ore nei casi di particolare complessità. Ogni commissario è tenuto a svolgere almeno quattro audizioni al giorno e questo incide inevitabilmente sui tempi di attesa della decisione finale che, in Italia, si aggirano attorno ai 18 mesi.

Dal momento in cui l’immigrato presenta domanda di protezione al momento in cui c’è la decisione amministrativa della Commissione territoriale, c’è una attesa di un anno e mezzo. La media europea è di 6 mesi. Questi tempi lunghi hanno un ruolo non positivo anche perché, nel frattempo, il richiedente asilo viene accolto nei centri di accoglienza straordinari, ovvero nei centri SPRAR dei Comuni che aderiscono al sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Secondo alcune stime, i costi di permanenza di un singolo richiedente asilo per 18 mesi su territorio italiano, sono di costa circa 19.000 euro. Questi 19.000 euro non vanno nella tasca del richiedente asilo, perché i “famosi” 35 euro al giorno vengono erogati alle cooperative e alle associazioni che gestiscono i centri d’accoglienza che, a loro volta, devono erogare beni e servizi. Al richiedente viene rilasciato soltanto un “pocket money” giornaliero di 2,50 euro. I consistenti flussi di denaro che girano attorno a questo affare, fa sì che questo sia diventato un business per molti e persino per la criminalità organizzata. Il caso di “Mafia Capitale” lo dimostra, quando addirittura Buzzi diceva che si guadagna di più con gli immigrati che con gli stupefacenti. Lo dimostrano anche recenti inchieste che, in Calabria e in altre regioni, hanno messo sotto inchiesta i gestori di questi centri di accoglienza.

E allora la proposta potrebbe essere questa: al fine di smaltire il gravoso lavoro delle Commissioni territoriali e per abbattere i tempi di esame delle domande, è possibile l’assunzione di 15.000 giovani laureati in materie sociali, giuridiche e umanistiche, formati adeguatamente e gratuitamente con il supporto di enti e organizzazioni anche internazionali come l’UNHCR, la Croce Rossa, oppure agenzie europee come l’EASO? Questa proposta potrebbe abbassare sostanzialmente il costo perché, per formare 15.000 nuovi commissari, servono 540 milioni di euro annui, l’equivalente di circa tre mesi e mezzo di accoglienza per 150.000 richiedenti asilo. Ridurre il tempo di attesa per l’approvazione e il respingimento della domanda di richiesta d’asilo agendo sul ruolo delle Commissioni territoriali, garantisce un enorme risparmio economico e contribuisce al tempo stesso al contrasto agli illeciti business della criminalità organizzata.

Chiariti i termini della questione, elenco i pro e i contro del quesito proposto. Sicuramente l’incremento del numero delle Commissioni territoriali, addirittura l’ideale sarebbe una in ogni provincia, e del numero dei componenti di ciascuna Commissione territoriale, sarebbe utilissimo per sveltire i tempi di definizione delle domande di protezione internazionale. Questa proposta non presenta alcun inconveniente, infatti:
1) Tutela i richiedenti perché non li espone a tempi biblici di attesa.
2) Tutela l’interesse pubblico, con una più rapida definizione delle posizioni dei migranti come titolari di una misura di protezione o da avviare alle procedure di allontanamento.
3) Consente di impiegare in modo più proficuo e trasparente le risorse pubbliche.

Occorre, però, una certa cautela perché il lavoro delle Commissioni territoriali è un lavoro assai più complesso di quanto comunemente si possa immaginare. Occorrono specifiche competenze giuridiche specialistiche, sul diritto dell’Unione Europea, sul diritto nazionale, sull’evoluzione giurisprudenziale delle corti europee. Servono competenze sociologiche, geopolitiche aggiornate, storiche dei Paesi di terzi, antropologiche e geografiche. Se un richiedente afferma di venire dal mare del sud e che là c’è un problema, occorre verificare concretamente, facendo ricorso alle cosiddette COI (country origin information), che sono tutte in lingua inglese, per andare a vedere se effettivamente è vero quello che il richiedente afferma. Ebbene, queste competenze non si acquisiscono da un giorno all’altro. Occorre formare adeguatamente i membri delle Commissioni, occorre che i membri delle Commissioni svolgano questo lavoro a tempo pieno e non a tempo parziale.

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#ProgrammaImmigrazione: il ricollocamento dei richiedenti asilo

L’Italia non è il campo profughi d’Europa. Il nostro Paese è diventato una trappola per tutti i migranti che cercano di raggiungere i parenti sparsi per l’Europa: sbarcano in Italia e nel nostro Paese restano. I partiti non sono più credibili e la risposta europea ci penalizza: egoismo, mancanza di solidarietà, ricollocamenti che non decollano. Dobbiamo pretendere rispetto! Ancora una volta questa Europa si dimostra debole perché non riesce a far rispettare le proprie decisioni e, ancora una volta, il governo italiano si dimostra inconsistente perché non riesce a farsi valere in Europa. Il MoVimento 5 Stelle propone da sempre il superamento del regolamento di Dublino, firmato dal governo Lega-Berlusconi, che significa non caricare il primo Paese di approdo delle responsabilità legate all’accoglienza. Se un migrante ha dei parenti in Austria o Germania e lì vuole ricominciare una vita perché deve essere intrappolato in Italia? Inoltre, il meccanismo di redistribuzione dei migranti deve essere obbligatorio e permanente. Ci deve essere una equa corresponsabilità in casi di massicci flussi migratori. La gestione dei flussi, l’accoglienza, le responsabilità e gli oneri devono essere condivisi equamente tra tutti gli Stati Membri in base a parametri oggettivi e quantificabili, come popolazione, PIL e tasso di disoccupazione. Il meccanismo deve tenere conto inoltre dei bisogni, della situazione familiare, delle competenze dei richiedenti asilo e di tutti gli elementi che agevolino l’inclusione sociale, in modo da evitare movimenti secondari tra i diversi Stati europei. Il MoVimento 5 Stelle chiede se siete a favore dell’introduzione di un meccanismo automatico ed obbligatorio di distribuzione dei richiedenti asilo tra tutti gli Stati Membri. Questo meccanismo deve prevedere sanzioni per i Paesi che non rispettano gli accordi.

di Maurizio Veglio, avvocato e membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

La redistribuzione o relocation è un meccanismo che è stato introdotto dalla Commissione europea nel 2015, all’interno dell’Agenda europea sulla migrazione. Questa agenda è un manifesto politico che rivela, in realtà, la debolezza dell’Unione Europea nella risposta a un fenomeno storico che non è certamente inedito. È vero che il fenomeno migratorio è arrivato a numeri non conosciuti in precedenza ma, rispetto alla portata, alla stabilità economica e al livello di benessere dell’Unione Europea che ospita circa 500 milioni di abitanti, non sembrava in grado di poterne mettere in discussione la stabilità e la tenuta. Ciò nonostante, l’Unione Europea ha risposto con una posizione di chiusura, con una politica difensiva e contenitiva, finalizzata, in primo luogo, a prevenire il movimento delle persone.

Questo tipo di politica, che io definirei “politica di imbuto” o di “ostacoli crescenti”, ha l’obiettivo molto chiaro di impedire il movimento delle persone in primo luogo attraverso il finanziamento dei regimi dei Paesi di provenienza o di transito. Questo anche a costo di sovvenzionare autorità che sono antidemocratiche come nel caso della Turchia, Stati implosi com’è il caso della Libia, vere e proprie dittature com’è il caso del Sudan, o Paesi che non sono nel pieno controllo delle autorità statali come l’Afghanistan. In secondo luogo, si è nuovamente sottolineata la centralità del regolamento Dublino, un regolamento comunitario che ha l’obiettivo di costringere le persone che arrivano in Europa per chiedere asilo politico nel primo Paese d’ingresso (sostanzialmente in Italia e in Grecia) impedendo alle persone di scegliere e di individuare il Paese di destinazione. In terzo luogo, per alleviare il numero crescente in carico a Italia e Grecia, la Commissione europea prevede questo meccanismo di redistribuzione, per adesso in chiave non obbligatoria. Questo è uno dei motivi per il quale questo sistema non ha funzionato, peraltro stiamo parlando di numeri estremamente limitati, si parla di circa 120 o 160 mila persone. La relocation non ha funzionato per una serie di motivi, ma di fatto, anche qualora avesse funzionato nella sua piena portata, non avrebbe spostato i termini del problema.

Ritengo che l’Unione Europea sia tenuta a una serie di obblighi positivi. Primo fra tutti, quello di tutelare la vita delle persone. Per fare ciò è evidente che bisogna impedire di costringere le persone a esporsi al rischio di compiere il viaggio verso il territorio dell’Unione Europea, non solo attraversando il Mare Mediterraneo, ma anche il deserto che è un luogo dove avvengono eventi atroci e tragici. Sarebbe importante evitare il transito attraverso la Libia che, come dicevo prima, è un Paese, di fatto, imploso, che non esiste perché alla mercé di bande armate e di gruppi che non rispondono a una Istituzione centrale. Questo è possibile, ed è possibile attraverso una politica seria di reinsediamento o attraverso il rilascio di visti o di apertura di canali umanitari direttamente nei Paesi di origine o Paesi di transito. Paesi evidentemente coinvolti in situazioni di conflitti civili o di gravi e ripetute violazioni dei diritti fondamentali.

In secondo luogo è opportuna, per non dire necessaria, una revisione del regolamento Dublino, cioè della regola per cui il singolo Stato di frontiera è tenuto a farsi carico della domanda di protezione internazionale presentata dal migrante. È necessario un salto di qualità che comporti la presa in carico dell’Unione Europea in quanto tale, non del singolo Paese ma dell’Istituzione complessiva. Una situazione che deve confermarsi politicamente capace di rispondere a un fenomeno importante e storico attraverso una politica seria e ragionevole, ispirata ai criteri di razionalità e non di emotività. Anche perché, in questo senso vanno gli indicatori demografici ed economici di molti Paesi che fanno parte dell’Unione. Questo quindi imporrebbe, da un lato, la possibilità di entrare regolarmente e senza pericoli per i richiedenti asilo e dall’altra di redistribuire equamente fra i vari Stati l’onere, non solo dell’accoglienza ma soprattutto la restituzione della dignità personale ai richiedenti.

Bisogna uscire, in qualche modo, da questo cerchio segregante che confina le persone entro l’alveo degli oggetti: oggetti di accoglienza, oggetti di salvataggio, oggetti di derisione, oggetti di pietà. Bisogna riportare le persone a una dimensione di soggettività e di titolarità dei diritti. Il richiedente asilo è, prima di tutto, un soggetto di diritti: all’accoglienza, alla protezione, alla tutela della sua vita e, in questo senso, la mutazione di questo ruolo dev’essere portata in primo luogo attraverso il riconoscimento della volontà delle persone di poter scegliere il Paese di destinazione del proprio percorso migratorio. Non bisogna dimenticare, inoltre, che la grande maggioranza delle persone è costretta e decide di rimanere nei Paesi immediatamente confinanti con il proprio Paese d’origine sia per condizioni economiche, sia per scelta, perché la finalità di molte persone è evidentemente quella di poter rientrare nel Paese d’origine appena le condizioni lo permettono.

Da ultimo, la risposta è sempre condizionata alla strutturazione di un sistema di accoglienza adeguato in Italia. Lo SPRAR, sistema di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati, è un sistema che, dal punto di vista qualitativo, sembra offrire garanzie d’adeguatezza e di qualità, ma che dal punto di vista numerico è gravemente insufficiente ad accogliere il numero di persone che sono attualmente nella fase della richiesta di protezione internazionale. In Italia, 3/4 dei richiedenti asilo sono accolti in strutture straordinarie, temporanee, che molto spesso non sono in grado di offrire servizi degni di questo nome. È quindi importante che lo SPRAR sia adeguatamente ampliato, rinforzato, e possa realmente fornire lo strumento per un percorso d’integrazione, che possa avere l’obiettivo di fornire da un lato un riconoscimento di diritti nei confronti del richiedente asilo e dall’altro anche un buon ritorno in termini di restituzione nei confronti della comunità nazionale.

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#ProgrammaImmigrazione: le vie legali di accesso

I partiti sono politicamente responsabili del disastro immigrazione. Il Partito Democratico ha voluto l’operazione Triton che prevede l’apertura dei soli porti italiani a tutti i barconi. Forza Italia e Lega, quando erano al governo, hanno firmato il Regolamento di Dublino che costringe i richiedenti asilo giunti in Italia a rimanervi anche se vorrebbero andare in altri Stati europei. I risultati delle loro politiche sono evidenti a tutti gli italiani. Chi ha sbagliato deve andare a casa. L’immigrazione deve essere gestita e le leggi rispettate. Per arrivare allo storico obiettivo di scardinare il business degli scafisti e azzerare sbarchi e morti nel Mar Mediterraneo, bisogna rafforzare lo strumento delle vie legali e sicure di accesso per raggiungere l’Europa. Nel quesito che oggi discutiamo, chiediamo la valutazione dell’ammissibilità delle domande di protezione internazionale nelle ambasciate e nei consolati nei Paesi di origine o di transito o nelle delegazioni dell’Unione europea presso i Paesi terzi, con il supporto delle Agenzie europee. Con questa proposta si otterrebbero il coinvolgimento dell’Europa nella gestione dei flussi e la riduzione dei centri di accoglienza dove troppo spesso si nascondono oscuri interessi. Inoltre, ne beneficerebbero anche i profughi stessi che, una volta riconosciuto il diritto alla protezione, avrebbero un modo sicuro e legale per scappare da guerre e persecuzioni.

di Paolo Morozzo Della Rocca, docente di diritto civile all’Università di Urbino ed esperto di diritto dell’immigrazione, Comunità di Sant’Egidio – Progetto corridoi umanitari.

La distinzione tra migranti economici, migranti forzati, profughi o richiedenti asilo è, in realtà, una distinzione difficile e non troppo netta. Persino da uno stesso Paese si possono avere flussi misti. Un nigeriano può scappare da Boku Haram in una regione del Nord o da un movimento autonomista violento ma potrebbe anche venire da una città ed essere in cerca di un futuro professionale. La domanda che ci poniamo oggi è: “Perché i rifugiati arrivano con i barconi?”. In passato, i profughi potevano viaggiare con un passaporto e un biglietto e chiedere asilo alla frontiera sperando di non essere respinti proprio lì, ma una volta non serviva il visto.
Il visto è uno strumento di controllo recente. L’Italia, per esempio, ha introdotto una regola generale d’ingresso con il visto solo nel 1990. Il visto è una specie di controllo anticipato rispetto alla frontiera e quindi, quando non viene concesso, diventa una sorta di respingimento anticipato proprio perché, secondo le norme vigenti oggi, si può chiedere asilo solo se si riesce ad arrivare alla frontiera, ma ci si arriva solo se si ha un visto. Però tu puoi ottenere il visto e venire in Italia, in realtà, solo se sei turista, o se ti fingi turista, ma se hai bisogno di asilo sicuramente non puoi venire. Perciò qui c’è un paradosso: può entrare regolarmente e viaggiare in tutta sicurezza solo chi non ha diritto di restare, mentre chi questo diritto ce l’ha è costretto a esercitarlo dopo avere viaggiato illegalmente.

Il paradosso è anche che, per chiedere asilo oggi, bisogna prima affrontare il deserto, poi si diventa naufraghi e si arriva come clandestini. Nel frattempo si perdono o si lasciano i documenti e poi bisogna smettere di essere clandestini e fare domanda di asilo. Alcuni, troppi, muoiono in mare: nel 2016 circa 5.000. E quanti ancora saranno morti nel deserto? Certo, non erano tutti profughi, non erano tutti richiedenti asilo, ma comunque erano tutte povere persone in cerca di speranza. Ora, costretti alla clandestinità, i profughi richiedenti asilo non possono ovviamente scegliere come viaggiare, ma nemmeno possono scegliere dove arrivare.

Tutto è deciso dai trafficanti. Così, per esempio, un eritreo che ha fratelli o cugini in Olanda, se potesse andrebbe in Olanda, ma invece arriverà in Sicilia. Secondo le regole di Dublino, il Paese di primo sbarco nell’Unione Europea è il Paese competente per dare asilo. Questo significa che quell’eritreo, con i cugini in Olanda, dovrà rimanere in Sicilia, una volta arrivato. E anche una volta riconosciuto rifugiato, lui che parla bene l’inglese e ha già un lavoro che l’aspetterebbe in Olanda – perché il fratello glielo ha procurato – dovrà però rimanere in Italia per almeno 5 anni. Questo è un altro paradosso. Più la sua vita in Italia sarà difficile – per esempio, non trova lavoro e non ha una casa – e più sarà obbligato a rimanere da noi, rimanendo lontano dal fratello o dal cugino che lo attenderebbe in Olanda. Infatti oggi è previsto che i rifugiati, una volta arrivati in un Paese responsabile per il loro asilo, possano cambiare Paese di residenza solo se ottengono, dopo almeno 5 anni di residenza e avendo trovato un lavoro regolare, un nuovo permesso di soggiorno.

Il regolamento di Dublino è proprio come una gabbia ma, smetterebbe di esserlo, se i richiedenti asilo potessero fare domanda di visto per asilo nei consolati dei Paesi di loro preferenza dove loro vorrebbero andare. E questo realizzerebbe, in realtà, anche una misura spontanea, diciamo così, non coercitiva, di equa distribuzione sul territorio europeo dei richiedenti asilo. Dunque, l’idea della domanda di asilo presso i consolati nei Paesi di origine, ma forse, soprattutto nei Paesi di primo transito, per esempio i siriani in Libano o in Giordania, è un’idea giusta anche se passare da un’idea a una regola richiede uno sforzo ulteriore: un compromesso tra l’idea e la realtà. I consolati dovranno rilasciare i visti, ma li rilasceranno a tutti quelli che hanno bisogno di protezione, che non sabbiamo quanti sono, oppure metteranno una quota massima d’ingresso ogni anno?

D’altra parte, se ci fosse una quota annuale, questa dovrebbe essere sufficientemente consistente, altrimenti l’idea non funzionerebbe.
Se noi vogliamo togliere le persone dai barconi, bisogna che li convinciamo a fare una fila, ma se la fila non scorre, le persone si toglieranno dalla fila e torneranno sui barconi. Si potrebbero individuare dei criteri di preferenza: per esempio se il richiedente ha già un legame positivo, poniamo con l’Italia – come un parente a Milano che lo aspetta – questo potrebbe essere un criterio di preferenza. Senza impedire, a chi non ha questo criterio, di mettersi in fila. Si potrebbe poi pensare a un sistema misto, una quota di ingressi per asilo, di cui potrebbe essere interamente responsabile lo Stato, ma forse, anche a una quota di ingressi autorizzabili in presenza di uno sponsor privato: qualcuno che invita e sostiene, accoglie, paga delle spese.

Ma questi ingressi attraverso uno sponsor, potrebbero essere ingressi giustificati da motivi umanitari, qualcosa di più vicino ma a margine del diritto d’asilo. Potrebbero essere ingressi motivati da legami familiari significativi: ad esempio, il figlio maggiorenne di uno straniero che soggiorna regolarmente non può più venire per ricongiungimento familiare perché ha più di 18 anni, ma perché lasciarlo venire con i barconi se ha un genitore che ha dei buoni requisiti economici per il suo ingresso? E magari possiamo anche richiedere qualche requisito in più: un’adesione alla cultura italiana e un apprendimento della lingua. In questo modo, riusciremmo a mettere in fila, togliendoli alle grinfie dei trafficanti, un’ulteriore parte di coloro che oggi si affidano alle carrette del mare incoraggiandoli, però, a farsi ben conoscere e stimare prima che arrivino da noi ed evitando che la loro accoglienza sia un onere di non facile adempimento per lo Stato. Andrebbero certamente da chi li aspetta, da chi se n’è assunto il carico e le spese e farebbero certamente del loro meglio per rendersi autonomi.

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L’indicibile accordo governo/UE sugli sbarchi in Italia | QT M5S video (19-07-2017)

Nei giorni scorsi gli ex ministri Bonino e Mauro hanno affermato che i continui sbarchi di migranti in Italia sono frutto di un accordo stretto da Renzi e l’Ue nel 2014. L’agenzia europea Frontex ce lo ha confermato: la… Continua a leggere L’indicibile accordo governo/UE sugli sbarchi in Italia | QT M5S video (19-07-2017)

Smontiamo le balle renziane sull’immigrazione con questo video


di Laura Ferrara, M5s Europa

Matteo Renzi continua a raccontare balle sull’immigrazione. Proprio qualche giorno fa intervistato da Enrico Mentana su La7 ha cercato di confondere nuovamente le acque sull’immigrazione con una marea di inesattezze.

Non gli è bastato vendere il paese per un pugno di spiccioli e trasformare l’Italia nel più grande campo profughi d’Europa. Ma tutti i nodi vengono al pettine. Smontiamo le sue balle sull’immigrazione. Facciamo arrivare questo video a Matteo Renzi!

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Disinnescare la trappola dell’immigrazione, subito!

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di Beppe Grillo

Il nostro vicepresidente della camera, Luigi Di Maio, ha incontrato i responsabili di Frontex (l’agenzia che si occupa delle frontiere della UE). Gli hanno spiegato di come il nostro governo ha venduto un Paese quasi allo stremo per fare da unico porto (ed unica speranza possibile) per altra gente allo stremo con l’accordo Triton. Il nostro governo si è impegnato a ricevere tutte le navi cariche di disperati in cambio di… non riesco a scriverlo!

Così è stata ulteriormente fomentata la speranza di entrare nella UE attraverso l’Italia, dove invece resteranno intrappolati ad ammassarsi con noi. Neppure la più perversa delle immaginazioni poteva prefigurarsi una cosa del genere! Infatti non ci aveva pensato nessuno, come poteva questo caos arido essere frutto di un calcolo? Gentiloni e Renzi da settimane insistono, insomma inscenano delle mosse decise, con i paesi a cui ci hanno venduto perché facciano almeno finta di restituirci un minimo di dignità. Perché lo fanno se conoscono benissimo le ragioni di ciò che sta accadendo dal momento che ne sono la causa?

Avrei davvero preferito che le esternazioni della Bonino fossero delle Fake news. Insomma il bottegaio amorale ha comprato la soglia della povertà di molti italiani con 80 euro per rivendersela subito dopo: trasformare il nostro Paese e la nostra sovranità in una trappola per disperati. Tutti noi ne eravamo inconsapevoli, così come chi da noi arriva disperato. Capiamo bene adesso quelle quattro parole concesse dai giornalisti alla gente ammassata: “di dove sei? Come sei arrivato? Dove vuoi andare… vuoi restare qui da noi?” “No grazie per avermi salvato, ma io voglio andare in Germania, in Francia o in Belgio, li c’è qualcuno che mi aspetta…” Ed invece sarai tu ad aspettare qui, in mano a criminali e caporali, non si sa che cosa.

Quello che è venuto fuori con l’incontro tra il direttore di Frontex e Luigi Di Maio rappresenta un crimine contro l’umanità perché, di fatto, hanno costruito con la complicità del nostro “governo” una trappola demografica. Mentre lasciavano illudere dei poveracci e dei profughi di poter entrare in Europa attraverso l’Italia già sapevano che non avrebbero mai potuto superare i nostri confini: e questi poveretti infatti non lo sanno proprio! Ecco perchè tutti gli sbarcati dicono “voglio proseguire per la Germania e la Francia” illusi e ancora più ingannati di noi.

Hanno gettato nella confusione gli italiani (che non sapevano dell’accordo con Frontex). Così i nostri cittadini, non avendo la minima idea del perché tutte le navi sbarcano i profughi soltanto in Italia, cominciano a pensare male, molto male. E questo è pericolo, molto pericoloso, perchè una guerra fra poveri prende sempre il colore nero. Si tratta di un fenomeno più cinico rispetto agli scorsi crimini contro l’umanità, perché non li vede come atto finale ed estremo di un’involuzione della democrazia ma addirittura come scintilla per scatenare l’involuzione. Questo schifo può essere avvenuto soltanto con la complicità degli altri leader europei. Tu mi dai la possibilità di vincere le europee (gli 80 euro) e io mi faccio sommergere così sperimentiamo sull’Italia gli effetti dell’impoverimento di massa sul mercato del lavoro. Siamo diventati un laboratorio della miseria, forse il primo nel mondo occidentale.

In qualità di garante della prima forza politica in Italia ho l’obbligo di chiedermi cosa fare per salvare la nostra democrazia così in pericolo. Sono anni che i governi che si succedono sono illegittimi, le loro trovate sono sempre più pericolose; c’è il rischio che il malcontento tracimi in forme fortemente reazionarie. E’ necessario che le proposte presentate dal MoVimento 5 Stelle in tutte le sedi istituzionali ed europee vengano discusse SUBITO. La proposta di legge Bonafede sulle ONG deve essere discussa immediatamente. I nostri porti devono chiudersi alle imbarcazioni non in regola. Il Regolamento di Dublino deve essere rivisto subito. L’Europa deve attivarsi, a partire dagli Stati più vicini Francia, Germania e Spagna, e darci una mano. Non si può più aspettare. Ieri sono arrivate in un giorno oltre 4.000 persone. Luglio, agosto e settembre saranno mesi infernali. O abbiamo risposte immediate o l’Italia deve subito interrompere qualsiasi forma di contributo economico all’Unione Europea e annunciare il veto definitivo al Fiscal Compact. Non staremo a guardare.

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L’indicibile accordo del governo sugli sbarchi in Italia

di MoVimento 5 Stelle

Emma Bonino è un ex commissario europeo nonché l’ex-ministro degli esteri del governo PD di Enrico Letta: dobbiamo quindi pensare che quando parla di accordi con Paesi esteri o con l’Europa sappia quel che dice.
Quello che dice in questo video è impressionante. E si riferisce -sia chiaro- agli anni del governo Renzi.

Ascoltatela: è un’intervista dei giorni scorsi. Racconta come, per il 2014-2016, il governo italiano abbia chiesto che “gli sbarchi avvenissero tutti quanti in Italia”.
“L’abbiamo chiesto NOI! L’accordo l’abbiamo fatto NOI!” sottolinea accorata l’ex ministro.
Di quale accordo sta parlando? Che cosa, precisamente, abbiamo chiesto?

I cittadini italiani si erano già accorti che TUTTI gli immigrati vengono sbarcati nel nostro Paese, ed ora è arrivata un’illustre conferma. Il governo deve rispondere: le decine di migliaia di sbarchi sono frutto di un preciso accordo? Il fatto che l’Italia sia costretta ad accogliere e mantenere tutti coloro che vengono trasportati qui dall’Africa, anche da navi battenti bandiere straniere (in violazione degli accordi di Dublino, come precisa anche la Bonino), è scritto da qualche parte nero su bianco?

E perché il governo Renzi avrebbe concluso un accordo così folle e deleterio per il Paese, cosa ha ottenuto in cambio? Forse che la troika si giri dall’altra parte fino alle prossime elezioni, e non metta i bastoni fra le ruote al PD? Oppure si tratta semplicemente di convenienza, lauti guadagni per coop e mondi di mezzo assortiti, che sui migranti ingrassano?

Vogliamo sapere la verità su questi accordi indicibili. Se l’Italia deve ospitare chiunque parta, abbiamo il diritto di sapere che l’ha deciso e perché. Non vi lasceremo in pace.

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Se siamo soli provvediamo da noi

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di Luigi Di Maio

Ora basta. Sulla questione migranti, oggi muore definitivamente l’Europa: Francia e Spagna minacciano di chiudere i porti, l’Austria di schierare l’esercito al Brennero. Si alzano le frontiere e l’Europa “premio Nobel per la pace” rivela il suo vero volto: nel momento del bisogno, ognuno per sé.

In Italia, siamo soli.
Siamo soli con milioni di persone che premono ai confini sud, siamo soli a mantenere centinaia di migliaia di persone senza documenti, senza meta e senza lavoro, sul nostro territorio e coi nostri soldi. Oltre 85 mila in soli 6 mesi.
Scopriamo oggi che il confine europeo, che ieri Minniti proclamava come “a sud della Libia”, in realtà si trova saldamente a nord delle Alpi. Renzi, Monti e Gentiloni sono riusciti a farci sbattere fuori dall’Europa, ma in compenso ci mantengono saldamente dentro l’Euro…

Eppure i francesi hanno votato Macron, gli austriaci hanno votato il verde Van Der Bellen: o forse anche i meno sospettati di “populismo”, quando si tratta dell’interesse nazionale, poi non guardano in faccia nessuno? Probabile. Il nostro governo, invece, gli unici che non guarda in faccia sono proprio i cittadini italiani. Non a caso oggi la Farnesina mette su il teatrino del richiamo dell’ambasciatore austriaco. Domani chiameranno quelli di Francia e Spagna? E poi, dopo che ci avranno tutti riso in faccia, a chi si rivolgeranno?

Intanto, ONG e navi militari da tutta Europa continuano a trasportare migranti nei nostri porti. Che continuano a restare aperti, anche alle ONG con bandiere di fantasia che fanno servizio taxi dalla Libia.

Questa emergenza l’avevo denunciata mesi fa e sono stato offeso con accuse di insensibilità e razzismo, dispensate da qualche pseudo-buonista qua e là. Oggi non chiedo le scuse, ma pretendo i fatti:

– va subito rivisto il regolamento di Dublino III, ridistribuendo i migranti per quote negli altri Paesi e sanzionando gli Stati membri che se ne lavano le mani;
– i porti italiani vanno chiusi alle navi delle ONG che non esibiscono bilanci in trasparenza e che quindi non permettono di conoscere i loro finanziatori;
– va inoltre subito inibito l’approdo nei nostri porti a tutte quelle imbarcazioni straniere, impegnate in queste operazioni, che non accetteranno la presenza della Polizia Giudiziaria a bordo, come proposto da una nostra proposta di legge a firma Bonafede.

Se siamo soli, ebbene allora lo siamo fino in fondo. E provvediamo da noi!

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Gli europeisti con le frontiere degli altri

il video messaggio di Luigi Di Maio al presidente francese Emmanuel Macron, di seguito la trascrizione integrale

Caro Presidente Macron,
noi non ci conosciamo, non abbiamo mai avuto l’opportunità di conoscerci, ma voglio approfittare della potenza del web per inviarle questo messaggio. Circa l’80% dei migranti che arriva in Europa passa per l’Italia, è un calcolo semplice: dei circa 90 mila migranti sbarcati nel 2017, 80 mila sono approdati in Italia. Questo perché l’Italia è alla frontiera dell’Unione Europea, e le coste dell’Italia sono la frontiera dell’Unione Europea.

Molte di queste persone vogliono raggiungere il suo Paese, o la Germania, o i Paesi del Nord Europa, ma non gli è consentito perché esiste un “muro” nei Trattati che si chiama “Regolamento di Dublino III” e non consente ai migranti che arrivano in Italia di poter varcare il confine italiano e arrivare in altri Paesi dell’Unione Europea. A causa del Regolamento di Dublino III, l’Italia deve farsi carico di questo fenomeno migratorio che ha dei numeri spropositati, da sola.

Circa i due terzi di chi arriva in Italia non è un migrante che scappa da persecuzioni o da conflitti, è un migrante economico, e quindi non potrebbe neanche stare qui. Per i trattati internazionali dovrebbe essere rimpatriato. Però questo non avviene, perché le procedure di identificazione sono complesse e lente. Lei sa bene che l’Italia si fa carico per il 98% della spesa dell’accoglienza di tutti questi migranti. Gli italiani l’anno scorso hanno speso circa 4,5 miliardi di euro, a fronte di soli 100 milioni di euro che venivano dall’Unione Europea. Delle briciole. Noi chiediamo all’Unione Europea, all’Europa, di farsi carico non solo di questa spesa ma di questo fenomeno, che inevitabilmente coinvolge per ragioni geografiche l’Italia, che è alla frontiera dell’Unione Europea, ma che proprio perché è un Paese membro deve essere aiutato da tutti.

Pochi mesi fa ho lanciato un allarme circa le operazioni di salvataggio che avvengono dal Mediterraneo ad opera di alcune imbarcazioni delle organizzazioni non governative. Il procuratore di Messina aveva lanciato un allarme ancor più grave, e cioè ha messo in guardia gli italiani dal fatto che alcuni scafisti, alcuni mercanti di uomini, trafficanti di uomini, potessero stare finanziando alcune imbarcazioni delle ONG battenti bandiera straniera. Noi avevamo proposto una cosa molto semplice: avevamo proposto di non far approdare nei nostri porti le imbarcazioni di ONG non trasparenti, quelle che non esibiscono i bilanci, quelle su cui ci sono ombre, e quelle che hanno bandiera di paradisi fiscali. Non siamo stati ascoltati, siamo stati definiti i razzisti, poi qualche giorno fa il ministro dell’Interno di questo governo ha deciso di chiudere i porti alle ONG e alle imbarcazioni battenti bandiera straniera. Peccato però, che né l’Unione europea nè lui siano ancora passati dalle parole ai fatti.

Presidente Macron, dopo la sua vittoria in Francia tutti hanno parlato di vittoria dell’europeismo. Lei è definito un europeista, ma mi permetta di dirle che siamo tutti bravi a fare gli europeisti con le frontiere degli altri, e in particolare con le frontiere italiane. Lei ha detto che non aiuterà l’Italia per 80% di migranti che si trovano nel nostro Paese, ovvero i migranti economici. Sta accompagnando molti migranti che trovano sul suolo francese alla frontiera francese con l’Italia, Ventimiglia. Presidente Macron noi ci aspettiamo dai Francesi e dalla Francia ben altro aiuto e supporto rispetto a quello dimostrato da lei e dichiarato da lei.

Noi non possiamo permetterci di essere così europeisti come lo è lei, noi abbiamo 9mila chilometri di costa, e l’80 per cento dei migranti che sbarca in Italia sono tutti migranti economici. Il problema come sa è l’identificazione di queste persone che arrivano in Italia, dobbiamo identificarli, dobbiamo capire se sono migranti economici o rifugiati, e solo dopo potremo inviare al suo Paese i profughi e non i migranti economici. Ma il nostro grande problema come Paese, e l’Italia non ce la fa, è l’identificazione di queste migliaia e migliaia di migranti, solo in 48 ore negli ultimi giorni ne sono arrivati circa 12mila.

Noi ci aspettiamo dall’Unione Europea una mano proprio su questo, sulle procedure di identificazione. Queste procedure in Italia a volte durano mesi, a volte durano anni, e noi abbiamo bisogno di velocizzarle attraverso un supporto dell’intera Unione Europea, che sostenga queste procedure e ci aiuti a svolgerle nel migliore dei modi. Noi non vogliamo essere definiti eroi, vogliamo un aiuto concreto come popolo italiano perché ci sentiamo parte dell’Unione Europea, e soprattutto contribuiamo al bilancio dell’Unione Europea.

E’ ora che tutta l’Europa si faccia carico del problema migrazioni, del problema immigrazione. Non possiamo più nasconderci, non si può più fingere che l’Italia non sia il porto dell’Unione Europea, e che stia ricevendo un numero astronomico di migranti. Presidente Macron, è arrivato il momento del coraggio, è il momento di dimostrare veramente se esiste ancora un’Unione Europea, mettiamoci tutti in marcia per risolvere il problema dell’immigrazione. Mettiamoci tutti “in marcia“, come piace dire a lei.

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