Rivoluzione a Roma: parte il nuovo modello di raccolta differenziata porta a porta

di Virginia Raggi

Parte il nuovo modello di raccolta differenziata “porta a porta”, radicalmente diverso e innovativo, che verrà esteso su tutta Roma. Miglioramento dei servizi, maggiore efficienza ed economicità, più alte percentuali di raccolta di… Continua a leggere Rivoluzione a Roma: parte il nuovo modello di raccolta differenziata porta a porta

Italia Smart nation: meno leggi, meno burocrazia

di Luigi Di Maio

Secondo i nostri studi nel 2025 circa il 50% dei lavori in Italia sarà creativo, e il 60% dei lavori come li conosciamo oggi si trasformerà o sparirà. Tra i lavori creativi ci sono sicuramente quelli legati all’innovazione, che sono il nostro obiettivo di governo: investire in innovazione, investire in una Smart Nation, quindi in uno stato intelligente che cominci a fare meno leggi (e meno burocrazia), che cominci a sviluppare nuove professioni, ma soprattutto che protegga le startup innovative che nascono e che danno lavoro a giovani o meno giovani.

Oggi siamo al Talent Garden, che è uno degli spazi che ospitano le imprese innovative: qui ci sono circa 400 persone, la fablab per le stampanti 3D, ci sono servizi di formazione per giovani che vogliono entrare nel mondo di queste professioni innovative, nel mondo del web marketing, dei social media e così via.

Questi settori sono i settori del futuro, oggi hanno 35mila, 36mila addetti ma sono destinati ad avere una crescita esponenziale nei prossimi cinque o dieci anni. Se perdiamo il treno dell’innovazione perderemo la possibilità di impiegare i giovani che abbiamo all’estero, ma anche i giovani che si stanno per diplomare o che stanno entrando all’università. Che cosa si deve fare? Prima di tutto lasciare in pace chi fa impresa in questo settore, quindi meno leggi, meno burocrazia. La burocrazia è uno Stato che fa una legge ogni due giorni e mezzo, e rende la vita un inferno a chi fa impresa; la seconda cosa è investirci: con il Venture Capital ma anche con i nostri investimenti come Stato, quindi una banca pubblica per gli investimenti che dia una mano alle realtà innovative in questo settore; e poi la terza cosa è immaginare un Stato che digitalizzi la pubblica amministrazione ma che allo stesso tempo permetta al nostro Paese di creare ad esempio un nuovo concetto di mobilità, un milione di auto elettriche entro il 2020, un nuovo concetto di pubblica amministrazione digitalizzata, un nuovo concetto anche di istruzione e di università, sempre più in rete con i mondi produttivi.

E’ un’ idea di Paese da qui a 10 anni, a 15 anni, che non guarda alle prossime elezioni ma alle prossime generazioni.

Oggi è stata una giornata molto importante, ci siamo confrontati con i country manager di startup importanti, di aziende innovative importanti, e abbiamo portato a casa tante informazioni che ci serviranno per il lavoro del nostro gruppo parlamentare ma anche e soprattutto per il nostro governo, quando nel 2018 se vorrete governeremo questo Paese. Mettiamo insieme tutte le professionalità, tutte le intelligenze, tutte le informazioni per rilanciare un paese che è penultimo in Europa, solo prima della Grecia, per occupazione giovanile. I giovani sono sicuramente il futuro, ma sono soprattutto il presente: in questo mondo dell’innovazione ci sono gli Olivetti del futuro. Grazie

Ps: si ringrazia Talent Garden per l’ospitalità e la cortesia

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#ProgrammaSviluppoEconomico: innovazione e partecipate pubbliche

di Stefano Sylos Labini, geologo e ricercatore presso l’ENEA

Parlerò dello sviluppo economico. Oggi noi dobbiamo superare il modello che si è affermato negli ultimi due secoli, basato sul petrolio, sulle macchine a benzina e sulle materie plastiche. Dobbiamo andare quindi verso un’economia ecologica, alimentata dalle fonti rinnovabili e con prodotti a basso impatto ambientale. Questo significa cambiare realmente il modello di sviluppo, e andare verso un’economia della conoscenza, della sostituzione e dell’efficienza. Quindi significa puntare sulla qualità, e non sulla quantità come avvenuto fino a questo momento.

Questo è un obiettivo strategico che il nostro Paese si deve porre, specialmente se consideriamo che, per esempio, abbiamo una altissima dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. In una situazione internazionale con tensioni crescenti questo è un grosso rischio, che ci rende molto vulnerabili. Noi dobbiamo aumentare la nostra indipendenza e quindi sviluppare tutto il settore delle energie rinnovabili, e questo richiederà grandi investimenti, e le imprese a partecipazione pubblica possono svolgere un ruolo molto importante. Perché oggi diciamo che queste imprese vengono viste puramente in un’ottica finanziaria, cioè quello che interessa sono i profitti e i dividendi versati al ministero dell’economia. Invece queste imprese devono essere utilizzate proprio come motore di sviluppo, di investimenti nel nostro paese, quindi lo Stato deve svolgere il suo ruolo di azionista di riferimento e dare quegli indirizzi di politica energetica e industriale e della ricerca proprio per far muovere la nostra economia verso un’economia più ecologica e meno dipendente dai combustibili fossili.

Quindi noi dobbiamo potenziare le spese in ricerca e sviluppo; queste imprese a partecipazione statale come l’Eni, l’Enel, Fincantieri, Saipem, Snam, Terna, che gestisce la rete elettrica, Ansaldo Energia, Italgas, noi abbiamo ancora per fortuna una serie di imprese che non sono state vendute e privatizzate, e questo è un patrimonio veramente importante che noi dobbiamo utilizzare proprio in altro modo. E queste imprese possono essere un motore di innovazione, lanciando dei progetti, perché il cambiamento avviene attraverso la sperimentazione, e noi dobbiamo lanciare i progetti dimostrativi, proprio per superare l’era dei combustibili fossili. E quindi queste imprese possono coinvolgere le università e i centri di ricerca pubblici, che possono dare un contributo importante se sono parte di un sistema di innovazione nazionale. E poi queste imprese possono dare una forte spinta allo sviluppo del Mezzogiorno, all’utilizzo dei fondi europei, perché il Mezzogiorno è un’area in ritardo di sviluppo ma ha grandi potenzialità, specialmente nel settore di questa cosiddetta “green economy”, dove ci sono per esempio tutto il settore dei nuovi materiali biologici, biodegradabili, le bioplastiche.

Noi dobbiamo superare queste materie plastiche, che praticamente sono indistruttibili, e creano un inquinamento enorme. E in questo discorso, diciamo di energia, e quindi ambiente, riduzione delle emissioni inquinanti, che non solo è indispensabile a migliorare la qualità della vita dei cittadini italiani, ma è anche importante questo discorso per tutto l’aspetto del turismo, perché noi, il nostro paese è un monopolio mondiale; noi abbiamo un patrimonio artistico-culturale immenso, delle risorse naturali uniche al mondo, e quindi migliorando la qualità dell’ambiente, noi possiamo potenziare proprio l’attrazione turistica, che è anche quello un punto di forza che può generare ricchezza e quindi può far crescere l’economia, può generare posti di lavoro.

Quindi in tutto questo discorso qui, di energia, ambiente, ricerca e sviluppo e nuovi investimenti, per esempio una possibilità che secondo me noi dovremmo provare a sperimentare, sono queste centrali eoliche off-shore, nel mare, perché il vento sta in mare, ci sono adesso queste piattaforme galleggianti che ci possono permettere di piazzare le turbine eoliche a grande distanza dalla costa. Quindi serve sperimentazione; è chiaro, a volte i progetti possono anche non riuscire, però noi dobbiamo aumentare le spese in ricerca e sviluppo, gli investimenti in innovazione, e questo ci può consentire realmente di cambiare un modello di sviluppo che ormai è superato, è inquinante, non genera posti di lavoro e crea tutta una serie di problemi di inquinamento…e quindi noi abbiamo delle grandi possibilità, e le imprese a partecipazione statale che ho nominato prima, dovrebbero proprio essere utilizzate in un discorso di sviluppo e programmazione strategica per raggiungere obiettivi di interesse nazionale che possono veramente dare una spinta alla sviluppo del nostro Paese.

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#ProgrammaUniversità: il sistema di finanziamento per l’Università

Il finanziamento di università e della ricerca è fondamentale per garantire che le nuove generazioni del nostro Paese siano adeguatamente formate e, dunque, in grado di competere nel sistema globale. L’attuale sistema di finanziamento risulta essere estremamente disomogeneo e inadeguato per affrontare in modo incisivo le sfide del futuro. Una seria riflessione si rende necessaria anche rispetto al modo nel quale vengono valutati i sistemi di università e ricerca dal momento che, a cascata, la valutazione incide sull’entità dei finaziamenti.

di Francesco Sylos Labini

Non si può affrontare questo tema senza partire da una premessa fondamentale: negli ultimi dieci anni università e alla ricerca hanno subito un ingente definanziamento. L’Italia in risposta alla crisi economica del 2007/2008 è stato tra i pochi paesi che hanno tagliato su università e ricerca, e i numeri sono quelli di una guerra. Una guerra in cui non ci sono macerie materiali ma umane e sociali, dal momento che i tagli sono si sono abbattuti soprattutto sulle nuove generazioni che sono state martoriate da queste politiche.

Per ricordare qualche numero, se il budget complessivo all’università è diminuito del 20%, il numero di nuove leve nelle università ha subito un crollo del 90%, il budget dei progetti di ricerca dell’80%. l’Italia si trova in fondo alle classifiche dei paesi Ocse per finanziamento a università e ricerca e anche come numero di laureati in percentuale alla popolazione. Questo definanziamento per alcuni però ha rappresentato un’opportunità per dirottare le risorse rimanenti, da alcune sedi ad altre. In particolare attraverso una sorta di valutazione (di pseudo valutazione) della qualità della ricerca sono state dirottate le risorse dagli atenei più poveri a quelli più ricchi.

In sostanza, quello al quale abbiamo assistito è stato uno svuotamento degli atenei del Centro-Sud, in cui il definanziamento è stato molto più ingente, a vantaggio degli atenei del Nord Italia. Questo è avvenuto attraverso un sistema di valutazione della qualità della ricerca (l’Anvur) che non ha pari al mondo: è stata creata un’agenzia che ha imposto delle regole che sono assolutamente bislacche, e non hanno pari in nessun altro Paese e oltretutto nella letteratura scientifica del settore. In realtà l’Anvur ha agito come una lunga mano del governo che, dunque, indirettamente ha indirizzato la ricerca, creando danni enormi sia nel presente che in prospettiva.

Questo avviene perché rispetto a campi politicamente “sensibili” come economia, diritto costituzionale, diritto del lavoro, l’’ingerenza forte della politica può creare dei danni a lunga scadenza. Quindi come deve essere finanziata l’università? Innanzitutto perché deve essere finanziata? Deve essere finanziata perché è il motore della ricerca, dell’innovazione tecnologica e di quella culturale. Perché dalla ricerca nascono le nuove idee, questo succede in tutti i paesi del mondo e sarebbe opportuno che succedesse anche in Italia. Quindi innanzitutto, il finanziamento deve essere aumentato per quanto riguarda l’istruzione superiore dal momento che siamo in una situazione di arretratezza. In secondo luogo dobbiamo assicurarci di avere un sistema di finanziamento diffuso sul territorio in modo uniforme per assicurare ai cittadini, agli studenti di tutto il territorio italiano, una buon livello medio di istruzione.

Questo non esclude che ci siano progetti o delle sedi più dinamiche è di maggiore qualità rispetto ad altre: non si sta parlando di instaurare un regime parasovietico, ma di assicurare anche agli studenti di zone più depresse una qualità media accettabile. Una volta assicurato un buon servizio di base, è giusto garantire un riconoscimento a chi dimostri di lavorare meglio, attraverso un sistema di valutazione diverso rispetto a quello attualmente vigente.

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#ProgrammaUniversità: un modello di organizzazione per la Ricerca

Il modello di ricerca pubblica in Italia è estremamente disomogeneo e frammentato. Non esiste un organo che svolga il ruolo di coordinamento e di sintesi per le politiche da realizzare in questo settore. Questa dispersione pregiudica l’efficienza del settore, che costituisce un volano fondamentale di sviluppo e crescita.

di Marco Merafina

Il sistema degli enti pubblici di ricerca in Italia è estremamente frammentato, pur avendo essi la stessa finalità (l’attività di ricerca), sono controllati da diversi ministeri. Per esempio 12 enti di ricerca sono controllati dal Ministero dell’Istruzione e della Ricerca dell’Università, mentre tutti gli altri enti di ricerca sono controllati da altri 7 ministeri. L’ENEA che è l’Ente Nazionale per le energie alternative, è controllato dal Ministero dello Sviluppo Economico, mentre il Ministero della Sanità controlla l’Istituto Superiore di Sanità. Questa frammentazione, ovvero questa assenza di coordinamento, pregiudica un funzionamento efficiente della ricerca in Italia proprio in una fase, in una situazione, in cui la ricerca interdisciplinare sta diventando fondamentale in tutto il mondo. Per poter ovviare a questo inconveniente dobbiamo fare in modo che venga costruita una sorta di rete nazionale della ricerca, in modo che tutte le componenti possano collaborare assieme a rendere più efficiente il sistema.

Una soluzione a questo problema potrebbe essere l’introduzione dell’Agenzia Nazionale per la Ricerca, in modo tale da avere questo coordinamento tra le varie componenti della ricerca e un organo di controllo unico. Questo ovviamente sarebbe di grande beneficio per la ricerca, e consentirebbe a un’unica entità di controllare tutta la ricerca che viene svolta nei vari enti. L’Agenzia Nazionale per la Ricerca potrebbe anche promuovere il coordinamento con la ricerca che viene effettuata all’interno delle università. Ciò potrebbe consentire una progettualità più ampia, in modo tale che anche i docenti universitari, insieme con i ricercatori degli enti, possano accedere a progetti comuni ed essere a pieno titolo rappresentanti all’interno del progetto stesso. Questo invece attualmente non accade e, di solito, il sistema adottato prevede convenzioni che sono molto complicate e frammentate dal momento che riguardano soltanto singole università, o singoli dipartimenti, e i locali degli enti di ricerca che sono interessati.

L’Agenzia Nazionale per la Ricerca dovrebbe essere completamente sganciata dalla politica, e quindi diretta da studiosi e scienziati tra i più meritevoli scelti all’interno della comunità scientifica, con l’obiettivo di coordinare tutti gli enti e salvaguardare la libertà della ricerca, fondata molto più sulla cooperazione che non sulla competizione. Sappiamo che tanti giovani meritevoli che vengono dal sistema della ricerca e dell’università in Italia hanno dimostrato di essere molto validi quando sono andati all’estero e si sono trovati di fronte a organizzazioni molto efficienti. Ecco, sarebbe bene che questo accadesse anche in Italia. Facciamolo e facciamolo per bene.

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Il #ProgrammaUniversità del MoVimento 5 Stelle

di MoVimento 5 Stelle

Il futuro di una comunità passa prima di tutto attraverso la sua capacità di istruire le nuove generazioni, dalla qualità della formazione culturale, tecnica e sociale che gli viene fornita. L’università rappresenta l’ultimo tratto di un percorso che si realizza nel presente ma già guarda al domani: le sfide della ricerca e dell’innovazione sono fondamentali per accrescere la conoscenza, rendere l’Italia competitiva e migliorare complessivamente la nostra qualità della vita nel medio-lungo periodo.

Quella capacità di competere e di stare sul mercato che spesso al nostro Paese manca perché negli anni la politica non ha voluto puntare sulle nuove leve. Nella maggior parte dei Paesi europei colpiti da crisi strutturali è stata fatta la scelta di investire su università e ricerca, aumentando le risorse, perché è in questi comparti che hanno individuato un fondamentale strumento di rilancio. Giustamente hanno compreso che per uscire dal pantano dovevano puntare sul futuro, sull’innovazione, e su quelle nuove professionalità richieste dal mercato del lavoro.

Da noi, invece, tutto questo non è avvenuto e bastano alcuni dati a chiarirlo: la spesa pubblica per l’istruzione universitaria, in percentuale al Pil, è ferma allo 0,3%, a fronte della media Ue dello 0,8%. Dal 2011 al 2014 la quota che il nostro Paese ha investito in ricerca e sviluppo è stata l’1,27% del Pil, mentre la media dei paesi Ocse è del 2,23% è quella della Ue del 2,6%. In Italia, oltre ai mancati investimenti, da anni è in corso il blocco del turnover del pubblico impiego che, a pieno titolo, può essere inserito nella voce “tagli”: la contrazione del personale docente è stata una delle principali cause della riduzione delle cattedre (meno venti mila dal 2008)e, dunque, dell’offerta formativa.

Scarsi investimenti si traducono in bassa capacità attrattiva. Le conseguenze poi sono inevitabili ed evidenti: in Italia il tasso di ingresso all’università è pari al 41% (media Ocse: 60%) e a completare il percorso di studi accademico è il 58% (media Ocse: 70%) tra quanti erano partiti. Da noi solo il 24% delle persone di età compresa tra 25 e 34 anni è in possesso della laurea (media Ocse: 41%), una percentuale che ci relega sul fondo della classifica dell’Ue.
Il MoVimento 5 Stelle in questi anni ha avanzato proposte per invertire la tendenza e rimettere l’università e la ricerca al centro delle politiche nazionali, attraverso battaglie come quella contro il precariato all’interno degli atenei e quella per la realizzazione di procedure trasparenti (e meritocratiche) per i concorsi e il reclutamento. Soprattutto, ha condotto una lunga campagna negli atenei e nelle istituzioni per introdurre una no tax area e incentivare così l’iscrizione all’università delle fasce economicamente più deboli. Un’iniziativa sacrosanta intorno alla quale si è creato un consenso unanime che ha spinto la politica a tradurre quella proposta in legge. Adesso è venuto il momento di accelerare lungo questo percorso di cambiamento: l’università e la ricerca vanno concepiti come un grande volano di crescita e di sviluppo e, dunque, devono diventare una priorità.

Il cambiamento deve partire dalle fondamenta: la prima domanda che ci dobbiamo porre è dunque quale modello di governance vogliamo per le università statali del nostro Paese: se ciò di cui abbiamo bisogno è un modello verticistico oppure partecipato. E’ necessario decidere se il sistema di finanziamento attuale risponde alle esigenze del comparto, oppure se la quota premiale, così com’è oggi, non è in grado di garantire al nostro sistema universitario di crescere e di competere. Altra scelta da compiere è quella rispetto alla didattica on line e, in generale, all’offerta formativa degli atenei italiani, statali e privati. Infine, una riflessione si rende necessaria anche rispetto al sistema di organizzazione della ricerca scientifica italiana.

Il futuro passa attraverso le vostre scelte: seguite i video degli esperti e votate i quesiti che vi proponiamo.

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Innovazione come volano per lo sviluppo economico

di MoVimento 5 Stelle

Si tiene oggi al Senato, il convegno intitolato “Innovazione volano per lo sviluppo economico” (dalle ore 9.30 alle ore 12.30). È il quarto appuntamento di un percorso di approfondimento nel quale parlamentari ed esperti si confrontano per individuare problemi e soluzioni sul tema decisivo dello sviluppo economico. L’ambizione del MoVimento 5 Stelle è infatti quella di pianificare una transizione il più rapida possibile da un modello di sviluppo lineare ad un nuovo modello circolare, capace di auto-rigenerarsi riutilizzando le risorse produttive del ciclo precedente.

In altre parole, lavoro, ambiente e benessere sociale devono tornare ad essere compatibili, e un ruolo fondamentale nella transizione al nuovo modello l’avranno l’innovazione e gli investimenti pubblici e privati nella cosiddetta Industria 4.0, che gli ultimi Governi hanno di fatto ignorato.

Il convegno vede gli interventi dei parlamentari MoVimento 5 Stelle Barbara Lezzi, Michela Montevecchi, Giorgio Sorial e Ignazio Corrao, in un dialogo con tre esperti autorevoli:

Corrado Spinella, direttore del dipartimento di scienze fisiche e tecnologie dei materiali del CNR, che ci parlerà del rapporto tra le imprese nel campo della microelettronica

Domenico Sturabotti, direttore della fondazione Symbola, che ci presenterà il rapporto “Io sono cultura” e ci parlerà del rapporto tra imprese culturali, innovazione e Pil

Antonio Grieco, docente di ingegneria dell’Università del Salento, che ci parlerà del rapporto tra ricerca e impresa

Apre i lavori con un saluto il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio.

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Investiamo sull’intelligenza italiana!

di Davide Casaleggio

Ieri sono intervenuto all’#InternetDay organizzato dall’AGI. Ecco il video e di seguito il mio intervento.

Oggi sono qui per parlarvi di investimenti, investimenti sull’intelligenza. Nel 2016 in Italia sono stati investiti circa 160 milioni di euro da parte di Venture Capital nelle startup. Ora questo numero in sé può dirci poco, in realtà nei prossimi 10 minuti cercheremo di capire cosa vuol dire questo numero, cosa vuol dire 160 milioni rispetto al resto d’Europa, cosa vuol dire investire 160 milioni in startup e in quali ambiti ha senso oggi investire. Alcuni di questi dati provengono da un rapporto sull’European Venture Capital, report che ha investigato e investiga tuttora gli investimenti da parte di Venture Capital. Quindi aziende private che possono essere incentivate, aiutate da parte dello Stato verso nuove società, startup che crescono e fanno emergere l’innovazione in Italia e nel resto d’Europa.

Forse conoscerete Yoox: Yoox è forse uno dei pochi esempi di startup italiana che è riuscita nel suo percorso a raccogliere alcuni investimenti privati da Venture Capital italiani ma soprattutto esteri, poi andare in Borsa, poi fondersi con un altro gruppo net-a-porter inglese e quindi diventare un colosso internazionale. Però questo è uno dei pochissimi esempi che noi abbiamo in Italia di startup di successo, che è riuscita a posizionarsi sul mercato grazie a investimenti iniziali soprattutto esteri. C’è anche un Venture Capital italiano che ha collaborato sul suo caso, poi è riuscita a ottenere i suoi 95 milioni di euro dalla ITO quotandosi in Borsa, quindi è un’avventura che è sicuramente un bel caso di successo. Abbiamo più recentemente diverse società che hanno ricevuto investimenti da parte di Venture Capital anche in Italia, per esempio ne cito una, MoneyFarm: ha recentemente cumulato circa 20 milioni di euro di finanziamento da parte dei Venture Capital ed è un’applicazione di intelligenza artificiale applicata alla gestione patrimoniale. L’anno scorso ha aperto anche a Londra, è partita da Cagliari, è una bella avventura.

Ma cosa succede alla maggior parte delle società, delle startup italiane? Raccolgono circa 500mila – 5 milioni di euro, queste sono le cifre che le startup italiane riescono a raccogliere. Forse c’è qualche altra eccezione, per esempio recentemente c’è Musement che ha raccolto circa 15 milioni di euro, però se andiamo a vedere i nostri 160 milioni di euro investiti in startup da parte di Venture Capital in Italia, poi affrontiamo gli altri Paesi europei e vediamo che sicuramente è una cifra che non sta in piedi, che non permette alle aziende italiane di competere sul mercato europeo, tantomeno quello statunitense. Se vediamo la Gran Bretagna, stiamo parlando di 3,2 miliardi di euro investiti nel 2016 -in un anno- la Francia 2,7 miliardi, ed è la nazione che ha visto il balzo più importante perché la crescita dell’anno precedente è enorme, è passata da un miliardo e mezzo a 2 miliardi e 700 con la crescita più importante di investimenti in startup in Europa. Vi ricordo: in Italia 160 milioni.

Poi abbiamo la Francia che sicuramente, come vi ho appena citato, è un esempio importante dal punto di vista sia del volume complessivo, perché sicuramente questi miliardi di euro investiti in startup sono cifre importanti, ma anche dal punto di vista della crescita. Vuol dire che stanno applicando una serie di azioni dal punto di vista del governo ma soprattutto da quello dell’infrastruttura dell’ecosistema delle startup e dei Ventures capital sulla Francia, che permette questa crescita molto importante per l’impresa nuova, l’innovazione in Francia. Vi dico giusto due dati: in Francia oggi è possibile creare impresa in quattro giorni, un giorno in meno della Gran Bretagna, 7 giorni in meno della Germania. Ora questo è un esempio di come le startup in Francia possono essere più avvantaggiate rispetto ad altri paesi d’Europa, ma soprattutto è un incentivo anche per gli investitori ad avere meno burocrazia.

Dal 2012 ad oggi ci sono state diverse azioni anche in Italia, che hanno facilitato l’attivazione di nuove startup. Il problema italiano è sicuramente la parte degli investimenti non solo pubblici ma anche privati, e questi investimenti privati devono avere un ecosistema che gli permetta di svilupparsi. Un altro dato sulla Francia che volevo citarvi: nei primi due mesi, gennaio-febbraio 2017, in Francia sono stati investiti 472 milioni di euro, che vuol dire tre volte quello che è stato investito in tutto il 2016 in Italia. E’ una cifra importantissima, e non possiamo permetterci di avere questo gap in termini di investimento rispetto a un paese d’oltralpe. In Gran Bretagna, che è il Paese in cui abbiamo 3,2 miliardi di euro investiti lo scorso anno, quindi è il Paese che in Europa si è posizionato meglio dal punto di vista degli investimenti in startup, c’è una serie di attività che sono state fatte dallo Stato per incentivare e migliorare le relazioni, quindi anche in termini di servizi per le startup, che hanno permesso questi dati. Se andiamo a vedere -do un’anticipazione di uno studio che presenteremo la prossima settimana sull e-commerce in Italia, in cui faremo un focus anche sugli investimenti nell’ e-commerce in Europa ma soprattutto in Italia-, le prime tre società di e-commerce più finanziate d’Europa non sono italiane. Questa forse non è una sorpresa: abbiamo Hellofresh, Blablacar e Let’s Go, una tedesca, una francese, una spagnola, che hanno ricevuto oltre 300 milioni di euro ciascuna di finanziamento per far partire un’iniziativa nuova, -perché sono tutte iniziative nuove e alcune stanno entrando anche in Italia, una in particolare di queste tre- che permettono a queste società di espandersi e di prendersi ovviamente i vari mercati europei. Oltre 300 milioni di euro vuol dire circa il doppio di quello che in tutto l’anno 2016 tutte le società in Italia hanno ricevuto. Una singola società.
Quindi quello che è importante è capire: se le società italiane ricevono 500 mila euro o fino a 5 milioni di finanziamento per crescere, per potenziarsi, per investire in ricerca e sviluppo, come fanno queste a competere con altre società che dall’estero, d’oltralpe, arrivano e sono state finanziate per la loro ricerca e sviluppo 300 milioni di euro? E’ impossibile.

Questa sfida è impossibile. Quindi è necessario che le società italiane possano avere accesso a finanziamenti per riuscire a crescere e investire. In ricerca e sviluppo, ma anche in presa del mercato, perché uno degli obiettivi delle società e soprattutto nell’ e-commerce, come gli esempi che vi ho portato adesso sul mercato internazionale, è quello di prendere quote di mercato. Quindi fino a quando ci troveremo a competere con società che hanno le risorse per prendersi le nostre quote di mercato in Italia, le società italiane dovranno semplicemente subire l’innovazione portata dall’estero. Se andiamo a vedere tutti gli altri paesi dell’Europa, perché adesso vi ho citato la Francia la Gran Bretagna, la Germania, e anche la Spagna, in realtà noi siamo verso la fine di questa classifica. Ci supera la Finlandia che ha circa il doppio degli investimenti in startup rispetto all’Italia, ma ci supera pure il Belgio. Ora stiamo parlando di Paesi che rappresentano dal punto di vista della popolazione una regione italiana, quindi questo tipo di divario non è più accettabile, e sicuramente è necessario capire come creare un ecosistema, un’infrastruttura per le startup, per l’innovazione generale, che permetta di intercettare quello che sta per arrivare.

Prima abbiamo avuto Cingolani che ci ha parlato di innovazione e robotica, sicuramente la parte robotica è una parte dell’innovazione che sta per arrivare, l’altra parte è l’intelligenza artificiale che assieme alla robotica probabilmente porterà uno sviluppo. L’Istituto Italiano di Tecnologia è sicuramente un’eccellenza italiana dal punto di vista della ricerca, e dobbiamo riuscire a capire come investire anche in impresa e come fare in modo che l’impresa italiana possa intercettare questo trend che sta arrivando, questa nuova dimensione che Accenture così descrive: “Le tecnologie di intelligenza artificiale porteranno entro il 2035 a un raddoppio annuale della crescita economica in 12 economie sviluppate, e miglioreranno la produttività fino al 40%.” Ora se noi abbiamo la capacità di investire in questa direzione come Stato, come imprese, e come ecosistema, riusciremo a essere uno di questi 12 Paesi e quindi riusciremo a intercettare questa crescita. Se non intercetteremo questo trend, non faremo parte di questi 12 Paesi e quindi non andremo a competere sull’innovazione, non andremo a competere sulla tecnologia, andremo a competere probabilmente con i salari cinesi.
Per darvi un’idea di quanto si sta investendo, già l’anno scorso 2016 sull’intelligenza artificiale in giro per l’Europa: stiamo parlando di 1,8 miliardi investiti in startup per questo tipo di tecnologia. Oggi rappresenta circa il 10% degli investimenti totali in startup e innovazione dal punto di vista dei Ventures Capital, probabilmente sarà uno dei trend più importanti nei prossimi anni e già a partire dal prossimo anno. Se andiamo a vedere quali sono i Paesi che stanno investendo di più in questo ambito, quindi dell’intelligenza artificiale, vediamo la barretta in alto -spero si veda- è la Gran Bretagna. E’ più difficile trovare l’Italia, che se scorrete verso il basso vedrete che rappresenta circa l’1% degli investimenti da parte di Venture Capital in tecnologia di intelligenza artificiale. Ora noi dobbiamo riuscire a capire come portare quella barretta in alto, magari anche a superare la Gran Bretagna. Come fare per ottenere questo risultato? Sicuramente dobbiamo avere investimenti statali in questa direzione, nella direzione dell’intelligenza artificiale, nella ricerca, questo è sicuramente un un ambito molto importante, ma anche in impresa. Stimolare le università a sviluppare dei progetti legati all’intelligenza artificiale, investire nelle infrastrutture, proprio questo mese in Francia a Parigi è stato aperto il più grande campus delle startup al mondo, la Station F, con investimenti anche da parte di Facebook. Perché non possiamo essere in grado di aprire noi il più grande campus delle startup al mondo? Perché noi non possiamo aprire il più grande centro di ricerca legato all’intelligenza artificiale, compreso il coinvolgimento delle imprese in questo senso? Questa è sicuramente la direzione che dobbiamo prendere nei prossimi mesi, nelle prossime settimane.

Oggi vi ho parlato di intelligenza artificiale, sicuramente volevo lasciarvi anche con un pensiero legato all’intelligenza partecipata. Oggi in Italia noi abbiamo un esempio di un primato italiano, un unicum al mondo dal punto di vista dello sviluppo di un’attività, che ha permesso a persone di mettersi assieme e creare un’intelligenza collettiva. Rousseau infatti ha permesso diverse attività che non erano mai state fatte al mondo online da parte di un movimento politico, per esempio la scelta dei candidati online nel Parlamento europeo ma anche in quello italiano. Nel Parlamento europeo abbiamo avuto circa 80mila persone che potevano candidarsi, 5000 persone che si sono candidate, 80 persone circa che sono finite nelle liste, e oggi abbiamo 15 parlamentari europei. Semplicemente da una selezione online in cui c’è stata una partecipazione collettiva. Stiamo in realtà creando il programma online anche in queste settimane, con un coinvolgimento attivo delle decine di migliaia di iscritti che ogni volta partecipano alla costruzione di questo programma. Abbiamo le leggi presentate in Parlamento, ma anche a livello regionale ed europeo, che vengono discusse online con tutti gli iscritti prima di essere depositate. Abbiamo Lex Iscritti che permette ai cittadini di presentare le proprie proposte, oggi ne abbiamo raggiunte circa 800 di cui 14 sono già state presentate in Parlamento perché votate da parte di tutti gli altri iscritti. Volevo lasciarvi con un ultimo messaggio: che sia intelligenza artificiale o intelligenza collettiva, sicuramente dobbiamo iniziare a investire nell’ intelligenza italiana, e dobbiamo creare l’infrastruttura per permettere a Venture Capital, Stato o chiunque di poter investire e sviluppare nell’intelligenza italiana. Vi ringrazio.

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Roma capitale dell’Innovazione

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di Adriano Meloni – Assessore allo Sviluppo Economico, Turismo e Lavoro di Roma

La scena startup di Roma sta vivendo una veloce evoluzione. Il mondo dell’economia digitale si presenta in forte espansione. A breve, due eventi di rilevanza internazionale – BLAST (dall’8 al 12 maggio alla Fiera di Roma) e la Rome Startup Week (dall’8 al 14 maggio) – punteranno i riflettori su Roma, il suo ecosistema, le sue opportunità. Il modello è quello dell’ “hub” per tornare a guidare lo sviluppo nell’area del Mediterraneo insieme alle start up, ai distretti tecnologici, alle Università, agli incubatori, agli acceleratori che la animano. Roma si candida a diventare la Capitale delle innovazione.

Programmi di attrazione di nuovi investitori italiani e stranieri, mappatura del patrimonio immobiliare per individuare spazi da dedicare, facilitazione e supporto agli attori di settore, rafforzamento della cooperazione, anche internazionale sono priorità di questa amministrazione a cui stiamo lavorando. Il mondo delle professioni digitali rappresenta un motore di sviluppo e di occupazione fondamentale per Roma.

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Credito di imposta ricerca & sviluppo: il M5S dà un futuro alle imprese

Un’altra vittoria parlamentare del M5S può essere aggiunta alla lista, dopo che la Corte dei Conti ha dato parere positivo al decreto attuativo sul credito di imposta alle aziende che investono in ricerca e sviluppo. Ora manca solo la… Continua a leggere Credito di imposta ricerca & sviluppo: il M5S dà un futuro alle imprese