Ilva e Tempa Rossa: fondi europei per riconvertire il Sud Italia

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Basta inquinamento. Basta morti causate da un modello industriale legato al fossile. I cittadini chiedono di poter vivere in un ambiente sano ed esasperati dalle mancate risposte si sono rivolti al Parlamento europeo con delle Petizioni che chiedono il rispetto delle normative europee. Non esistono cittadini di serie B, non devono esserci zone franche in Europa quando si tratta di difendere la salute dei cittadini. I cittadini chiamano, il gruppo Efdd – MoVimento 5 Stelle risponde. Abbiamo proposto e ottenuto una visita ufficiale del Parlamento europeo nel Sud Italia. Ecco il racconto di Eleonora Evi e Rosa D’Amato che hanno partecipato alla missione. Ci chiediamo dove fossero gli europarlamentari di Pd e Forza Italia. Sono già al mare?

di Eleonora Evi e Rosa D’Amato, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa.

“Usiamo i fondi europei per ridare futuro e speranza al Sud Italia malato di inquinamento. Abbiamo visitato, insieme a una delegazione della Commissione Petizioni del Parlamento europeo, gli stabilimenti ILVA ed ENI e abbiamo partecipato a numerose audizioni che si sono svolte in prefettura. Abbiamo ascoltato i cittadini che hanno presentato le petizioni, gli organi di controllo ambientale e sanitario ISPRA, ARPA e ASL, i sindacati, Confindustria, Confagricoltura, le ONG e le associazioni del territorio che si battono per una Taranto diversa. Vogliamo una politica attiva, diretta, senza stucchevoli liturgie.


LO STABILIMENTO ILVA

Le prescrizioni AIA, ovvero gli obblighi che l’impianto deve ottemperare per ridurre il suo impatto inquinante sul territorio, in larghissima parte non sono attuate. Tra promesse, proroghe e decreti del governo, lo stabilimento continua a generare perdite e soprattutto a inquinare. Tra le prescrizioni non attuate, ad esempio, manca ancora una tra le più importanti: la copertura dei parchi minerali. Si tratta di cumuli di minerali di ferro e carboni che con il vento si alzano e si disperdono nell’ambiente, fino a ricoprire di rosso tutte le strade nei pressi dello stabilimento per poi arrivare nelle case dei tarantini e nei loro polmoni. Molti residenti sono costretti a tenere le finestre chiuse per evitare di essere esposti e respirarle. Una promessa, quella della copertura dei parchi minerari, che risale a molti anni fa, e che fino ad oggi è rimasta lettera morta. Tutti i membri della delegazione sono rimasti stupefatti di fronte a una tale situazione di costante pericolo per la salute dei cittadini.

Dalle audizioni sono emersi elementi nuovi e significativi. L’ISPRA, per esempio, ha ammesso che con lo scellerato decreto cosiddetto Salva Ilva ha le mani legate. Le nuove regole prevedono che l’impianto debba ottemperare l’80% delle prescrizioni AIA. E il restante 20%? Non pervenuto. Peccato che il questo restante 20% sia relativo alle opere più importanti e che inquinano di più come la copertura dei parchi minerali. Il decreto salva Ilva non fornisce al controllore alcuno strumento per ottenere un miglioramento ambientale e sanitario. L’Arpa poi ha ammesso che la natura stessa dell’impianto non azzera il rischio e un impatto sulla salute dei cittadini. Un rischio che per i cittadini di Taranto non è più accettabile, stando ai sempre più numerosi studi epidemiologici che dimostrano il nesso tra il mostro inquinante e l’insorgere di patologie gravissime nella popolazione, specialmente quella più debole, i bambini e gli anziani. E’ inaccettabile anche la totale mancanza di informazioni e trasparenza della fase di transizione dello stabilimento che, dall’attuale amministrazione pubblica straordinaria guidata dai commissari governativi, passerà nelle mani di un nuovo proprietario, l’AM Investco (Arcelor Mittal e Marcegaglia), lasciando i cittadini di Taranto nella condizione di subire passivamente per l’ennesima volta le decisioni sul futuro dell’area.

L’IMPIANTO TEMPA ROSSA
Come se non bastasse, di fianco al gigante decadente che sforna acciaio, sorge la raffineria di proprietà dell’ENI. Nello stabilimento viene trasformato il greggio in combustibili e carburanti commerciali che vengono poi distribuiti in una vasta area del sud Italia. Si tratta di un altro grande impianto che negli enormi serbatoi e tubature lavora e movimenta ogni anno 6,5 milioni di tonnellate di petrolio. Circa 250 navi operano nel pontile che si affaccia sul mare per il carico e scarico dei prodotti della raffineria. In questo quadro si inserisce il progetto di ampliamento dell’impianto per contenere e stoccare il greggio proveniente dalla nuova concessione di estrazione petrolifera in Basilicata, progetto denominato Tempa Rossa.

Le petizioni invitate dai cittadini denunciano una situazione poco trasparente per quanto riguarda la sicurezza dell’impianto stesso: classificato come impianto a rischio di incidente rilevante, Tempa Rossa deve rispettare la normativa europea, cosiddetta direttiva Seveso, che prevede la predisposizione di piani di emergenza interni e esterni allo stabilimento a tutela e protezione non solo dei lavoratori dell’azienda ma anche della popolazione che vive nelle vicinanze. Nonostante le sollecitazioni e lo scadere dei termini per la presentazione di tali piani, che devono peraltro essere fatti coinvolgendo e informando i cittadini, ad oggi ENI ne risulta sprovvista.

LE PROPOSTE M5S
L’Europa che vogliamo dialoga, si confronta e risponde ai problemi dei cittadini. Chiediamo la riconversione industriale delle aree e tutele per la salute dei cittadini. Bisogna ricollocare i lavoratori anche nelle bonifiche e la formazione. I fondi europei ci sono e servono proprio a questo.

Chiediamo di abbandonare il modello industriale inquinante e quello energetico del fossile verso una riconversione dell’area che guardi a un futuro sostenibile e resiliente, alle vocazioni del territorio, al turismo e all’agroalimentare. Vogliamo sostenere l’imprenditorialità creativa e l’economia sociale, che metta al centro le energie rinnovabili e l’economia circolare. Noi ci siamo. Abbiamo le idee chiare. E non lasceremo mai soli i cittadini!

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Il sindaco di Trieste, la salute pubblica e le offese

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di Stefano Patuanelli (ex portavoce 5 Stelle in consiglio comunale a Trieste)

Il Sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, è stato eletto nel giugno 2016 grazie ad una promessa: “chiuderò la Ferriera ed inizierò il percorso per la sua chiusura in 100 giorni.” Che cos’è la Ferriera di Trieste? È un impianto siderurgico che produce ghisa dal carbone, ubicato in una zona densamente abitata, con la cockeria e l’altoforno a pochi metri dalle case.

Nei cinque anni passati in consiglio comunale nella scorsa consigliatura, assieme a Paolo Menis e poi ad Andrea Ussai, portavoce in Regione FVG, ci siamo impegnati su questo tema con ogni energia disponibile, da soli contro le amministrazioni comunale e regionale a guida PD, e contro il centrodestra che, con Dipiazza già Sindaco dal 2001 al 2011, nulla ha fatto per chiudere quel mostro che avvelena tutta la città.

Secondo noi il Sindaco, primo responsabile della salute pubblica (D.lgs 833/78 e D.Lgs 299/99), avrebbe gli strumenti per forzare la mano e imporre alla attuale proprietà (Arvedi) il fermo o quantomeno una forte riduzione della produzione.
Tutto questo ho voluto ribadirlo ieri su Facebook, con un post, al quale lo stesso Sindaco Dipiazza ha risposto. Non nel merito, non replicando alle nostre posizioni, non dicendoci qual è il suo cronoprogramma per la chiusura dell’area a caldo della Ferriera. Niente di tutto ciò. Ha risposto con una sola parola: “Deficente”. Avete letto bene, deficente, senza la “i”. Un’offesa peraltro sgrammaticata. Personalmente non mi sconvolge la sua reazione scomposta, vista la difficoltà in cui si trova per aver fatto promesse in campagna elettorale che non riesce a mantenere, mi dispiace però per la mia città, rappresentata da un primo cittadino maleducato e sgrammaticato. Un vero peccato.

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POLLI ALLA DIOSSINA: ECCO CHI NASCONDE LO SCANDALO

Finora il suo nome era rimasto sconosciuto. Oggi, finalmente, sappiamo chi ha incolpato i proprietari dei polli del Maniaghese risultati contaminati nel dicembre 2015. Si tratta del dott. Manlio Palei, direttore del Servizio Sanità pubblica veterinaria della Regione Fvg. Il dirigente, nel marzo 2016, ha inviato al Ministero della Salute una relazione sulle risultanze del […]

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Petrolio in Basilicata, bugie dell’Eni sullo sversamento nei fiumi

di Gianni Girotto

Sversamento di petrolio e altri agenti chimici inquinanti nelle acque attorno all’area industriale di Viggiano in Basilicata hanno portato a tre mesi di chiusura del Centro Olio Val D’Agri (Cova) dell’Eni. Uno stop tardivo – ma benvenuto – da parte dei vertici regionali, che si sono fidati troppo delle rassicurazioni della multinazionale dell’energia. Lo stesso Ad Eni Claudio Descalzi ha più volte mentito sul reale stato delle perdite. Arrivando ad affermare l’8 marzo di fronte alla Commissione Industria del Senato che lo “sversamento è minimo“.

Una bugia clamorosa, smentita dai fatti poco più di un mese dopo anche dai tecnici dell’Arpab, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale. I risultati dicono che l’inquinamento è significativo e l’impianto va chiuso. Ma andiamo con ordine.

Già a febbraio ci sono i primi segni evidenti di sversamento di sostanze inquinanti. Si tratta – scopriranno i tecnici più tardi – di petrolio, manganese, ferro – definito “molto cospicuo” – e idrocarburi policiclici aromatici fuori dal recinto del Centro Olio. La situazione è perciò critica. Il Movimento 5 Stelle presenta un’interrogazione parlamentare chiedendo immediata verifica ed eventuale bonifica. Eni continua a rassicurare: la situazione è sotto controllo.

La stessa versione viene ribadita da Descalzi l’8 marzo in audizione al Senato. Il M5S chiede ulteriori chiarimenti. Quanto è concreto il rischio di chiusura dell’impianto? L’Ad Eni minimizza: “è un’ipotesi sfortunatissima” da escludere. E poi azzarda: “lo sversamento è minimo“. Ma il 15 aprile, poco più di un mese dopo, la Regione Basilicata delibera la sospensione di tutte le attività del Centro Olio di Viggiano.

Nemmeno l’annuncio basta a Eni per fermare lo stabilimento. Passano ancora tre giorni. Il 18 aprile i vertici della multinazionale si arrendono all’evidenza e bloccano ogni attività. Lo stesso giorno la magistratura di Potenza rinvia a giudizio 47 persone e dieci società, tra cui anche Eni, nell’ambito dell’inchiesta sulle estrazioni petrolifere in Basilicata del 2016.

Quante bugie deve ancora sopportare chi vive il territorio? Non c’è più tempo da perdere, è necessario avviare subito la messa in sicurezza, la bonifica del territorio e l’accertamento delle responsabilità. Il 19 aprile il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti non ha ancora risposto alla nostra interrogazione parlamentare.

I cittadini hanno il diritto di sapere. Ora!

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Allarme Plastica: a rischio la salute e l’ambiente

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di MoVimento 5 Stelle Europa

traduzione di un articolo pubblicato sul The Guardian.

“Le aziende e i privati hanno il dovere di riciclare il più possibile e di creare e utilizzare confezioni più sostenibili. Ho appena litigato con la nuova bottiglia in plastica di sapone liquido della mia cucina: non riuscivo a far funzionare la pompa. L’ho armeggiato, l’ho premuta, ruotata, l’ho rotta e poi, improvvisamente e senza una particolare ragione, il contenuto è schizzato dappertutto. Poi ho litigato anche con il cellophane che avvolgeva la scatola di cartone contenente le mie bustine del tè. Non riuscivo a toglierlo, né a penetrarlo con le mie unghie o le forbici, pertanto ho pugnalato l’intera scatola con un coltello appuntito e l’ho sventrata. È tutta colpa mia, perché avrei dovuto comprare una saponetta avvolta nella carta e del the in foglie imballate in uno strato di cartone, non qualche foglia avvolta nella carta, avvolta nel cartone, a sua volta imballato nel polietilene. Non l’ho fatto perché sono pigro, come tanti consumatori moderni. Ma magari questi imballi relativamente moderni mi infastidiscono e mi irritano ancora di più perché ho un’età tale da ricordarmi di quando non ne avevamo bisogno.

LA PLASTICA È PER SEMPRE

Mi mancano le vecchie bottiglie del latte (vetro, fatto di sabbia e facilmente riciclabile), i sacchettini di carta marrone per frutta e verdura sfusi. Li usavamo per assorbire l’olio dei nostri fish and chips fritti e, al posto dei sacchettini di the, usavamo le foglie di the e le teiere. Non si tratta di inutile nostalgia: mostra che si può vivere senza una quantità eccessiva di involucri, come i venditori sui siti di e-commerce con packaging stile matrioska, e senza tutta quella plastica. E questi imballi moderni mi infastidiscono e mi irritano ancora di più perché ho un’età tale da ricordarmi di quando non ne avevamo bisogno. Oggi c’è plastica, plastica, plastica: dappertutto! Che cosa c’è di più stupido di quattro mele o pere su un letto di polistirolo, coperte da un guscio in plastica dura, avvolto nel polietilene? Possiamo ancora acquistare frutta e verdura sfusi, ma è difficile trovare qualcuno che si prepari le patatine da solo: si vendono in sacchetti di plastica, pronte da cuocere. Non stupisce, pertanto, che non siano in molti quelli che osano pensare a packaging e riciclaggio, perché se lo facciamo le nostre prospettive appaiono terrificanti. Durante un viaggio dal Cairo a Cape Town, Melinda Watson, fondatrice della Raw Foundation, si è fermata ogni 100km per registrare l’allarmante quantità di plastica presente in un metro quadrato su entrambi i lati della strada, perlopiù bottiglie in plastica di bevande, sacchetti in plastica e contenitori di cibo in polistirolo. “La plastica non può mai essere riciclata completamente. Dopo due o tre ricicli, la sua qualità si riduce. Uno sconcertante 72% delle confezioni in plastica non viene recuperato: il 40% è smaltito in discarica e il 32% esce dal sistema di raccolta” afferma Watson. Nei nostri oceani, la plastica si scompone in molecole che si comportano come spugne e raccolgono altre tossine, coloranti, additivi, plastificanti, che entrano nella nostra catena alimentare e ci avvelenano. È semplice: se le tossine entrano, dovranno uscire da qualche parte. Tutta la plastica realizzata è ancora qui, in una qualche forma.

DESIGN E RICICLAGGIO INADEGUATI.

I peggiori colpevoli sono la plastica monouso e le confezioni in plastica: bicchierini per caffè (ne vengono gettati 10.000 ogni due minuti nel solo Regno Unito), cannucce (gli americani ne utilizzano 500 milioni ogni giorno), cartoni dello yogurt, agitatori per cocktail, rasoi in plastica, micro-perle e cartoni in Tetra Pak (perché sono realizzati con diversi ingredienti difficili da separare: cartone, alluminio, rivestimenti in plastica) e cialde di caffè. Dì un nome di un oggetto: probabilmente non siamo in grado di riciclarlo. John Sylvan, inventore della cialda di caffè monouso K-Cup, la più venduta in America, adesso “rimpiange di averlo fatto”. Ma è troppo tardi: c’è e dobbiamo trovare un modo di gestirla, di smaltire il bilione di cialde, vasetti, contenitori, involucri, cartoni della pizza, tubetti di dentifricio e tutti gli altri materiali con residui di cibo attaccati, prima che distruggano noi e la vita marina. Rispetto alle cialde di caffè, Nespresso afferma che sono realizzate al 99% in alluminio e completamente riciclabili, e che le capsule usate possono essere consegnate a uno dei punti di raccolta presso le sue 6.000 boutique nel Regno Unito. Ma quanti lo fanno? La Nestlé, proprietaria del marchio Nespresso, ha rifiutato di comunicare in che proporzione vengano riciclate le sue capsule di caffè.

GRANDI IDEE

Tuttavia, vi sono numerosi esempi positivi. L’azienda casearia Müller sta invertendo il proprio piano di vendere latte esclusivamente in bottiglie in plastica, incoraggiando un ritorno alle bottiglie in vetro e alle consegne a domicilio. Le auguro buona fortuna. In passato, nel Regno Unito il 94% del latte era imbottigliato, adesso solo il 4%. A livello nazionale, la Francia ha varato una nuova legge, che entrerà in vigore nel 2020, per assicurare che tutti i bicchieri, le posate e i piatti in plastica possano essere compostati e siano realizzati in materiali di origine biologica. La Germania ha il supermercato zero rifiuti Original Unverpackt e Amburgo è arrivata a bandire le cialde di caffè (spesso un mix di alluminio e plastica) dagli edifici pubblici.

Vi sono nuove aziende emergenti, più attente all’utilizzo di packaging sostenibili. Un birrificio americano ha introdotto gli edible six-pack rings (anelli per confezioni da sei commestibili), mentre Gumdrop ricicla e lavora chewing gum, trasformandoli in stivali Wellington, cover di cellulari, cancelleria e confezioni. Altri stanno realizzano materiali da imballo da amido di mais compostabile o sorgo, mentre l’azienda newyorchese Ecovative design ha sviluppato materiali di imballo basati su funghi. Queste iniziative, grandi e piccole, ci lasciano sperare che saremo in grado di affrontare il problema dei rifiuti di imballo. Ma non dobbiamo dimenticare che l’età dell’oro dello zero packaging non si è davvero conclusa. Possiamo scegliere di acquistare bottiglie di latte, estratto di lievito e ketchup in vetro, invece di queste inutili versioni spremibili in plastica, possiamo rifiutare i sacchetti in plastica e impegnarci molto di più a vivere producendo meno rifiuti, come facevamo in passato.

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FERRIERA DI SERVOLA: SUL CASO AGAPITO PROSEGUE L’ATTEGGIAMENTO COLPEVOLMENTE RETICENTE DELLA GIUNTA SERRACCHIANI

«La colpa sarebbe – forse, non si sa! – dell’ing. Luciano Agapito che si è “dimenticato” di comunicare, sulla base del Codice deontologico dei dipendenti della Regione, il possibile conflitto di interessi e di rappresentarne le motivazioni al direttore della struttura cui era assegnato. Secondo la giunta Serracchiani, il direttore del servizio tutela da inquinamento […] Continua a leggere FERRIERA DI SERVOLA: SUL CASO AGAPITO PROSEGUE L’ATTEGGIAMENTO COLPEVOLMENTE RETICENTE DELLA GIUNTA SERRACCHIANI

Dieselgate: quello che non vi hanno mai detto

di MoVimento 5 Stelle Europa

Settembre 2015: negli Stati Uniti scoppia lo scandalo Dieselgate. Volkswagen ammette di aver intenzionalmente installato un software in grado di truccare i test sulle emissioni di 11 milioni di vetture. 

La società tedesca ha accettato di rimborsare i consumatori statunitensi, ma per gli europei non è previsto nulla.


Da quel momento il M5S non mai smesso di cercare giustizia: chi inquina deve pagare.


Il M5S ha portato alla luce l’enorme conflitto d’interessi che lega le Istituzioni europee, i Governi e le grandi case dell’auto.

Il M5S ha puntato il faro sulle colpe dell’Italia:
– che ha spinto per raddoppiare i limiti delle emissioni nonostante il primato dell’Italia dove ogni anno si registrano 84.000 decessi a causa dello smog.

– ha reso pubbliche le indagini sulle emissioni delle auto italiane che il Ministro Delrio ha tentato di nascondere: grazie a noi tutti si sono accorti che erano state volutamente truccate.

Per le stesse ragioni FCA di Sergio Marchionne è attualmente sotto indagine negli Stati Uniti.


Siamo anche entrati a far parte della Commissione d’Inchiesta EMIS nata proprio per indagare e punire i responsabili del Dieselgate.


E abbiamo ottenuto:
– la proposta di creare una nuova agenzia totalmente indipendente che avrà il compito testare e verificare i veicoli immessi in circolazione;
– l’ammissione del completo fallimento del sistema attuale nel garantire auto pulite in circolazione;
– la denuncia delle chiare responsabilità e mancanze di reali controlli da parte della Commissione e di molti Stati membri.


– abbiamo smontato chi dice che con limiti più stringenti si rovineranno le fabbriche dell’auto: le nuove tecnologie esisto già.

Cosa pretendiamo ancora
?
– risarcimenti per i consumatori;
– un programma preciso e immediato contro i milioni di veicoli che non rispettano i limiti e continueranno a circolare per decenni.



Adesso basta: non si può morire per il profitto delle lobby.
 Vogliamo che tutto il Parlamento europeo chieda a gran voce il risarcimento per i consumatori. L’appuntamento è fissato per oggi. Vi terremo aggiornati.

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Fermiamo il monopolio della produzione di energia elettrica da fonti fossili

di Gianni Girotto

Sosteniamo con forza la petizione online lanciata da diverse personalità che chiede al Presidente del Consiglio Gentiloni di eliminare il monopolio della produzione di energia elettrica da fonti fossili.

Su spinta delle Associazioni ambientaliste, dei consumatori e del settore delle rinnovabili e dell’efficienza energetica è stata presentata in Senato una proposta importante che riguarda lo sviluppo della generazione distribuita di energia rinnovabile, che potrebbe consentire il ripristino dei “sistemi di distribuzione chiusi”, reti elettriche che permettono di scambiare energia rinnovabile verso più clienti, superando l’attuale modello dominante di organizzazione del sistema elettrico, basato sulla centralizzazione della generazione di energia elettrica in impianti di grandi dimensione che utilizzano combustibili fossili.
L’utilizzo dei “sistemi di distribuzione chiusi” da parte dei singoli cittadini o da piccole, medie o grandi aziende, che hanno deciso di produrre e autoconsumare l’energia rompe definitivamente un sistema basato su forme di oligopolio che scaricano sui costi energetici di ognuno di noi le loro inefficienze, i loro gigantismi organizzativi, i loro sprechi infiniti. Il ripristino di tali sistemi contribuisce alla decarbonizzazione dell’economia con una serie di benefici: la riduzione delle emissioni, con conseguenze positive sulla salute umana e sull’ambiente, la diminuzione del costo dell’energia e la creazione di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.

E’ una necessità sulla quale nel luglio del 2016 è intervenuta anche l’AGCM (Aurotità Garante della Concorrenza e del Mercato) ritenendo che gli “ostacoli alle reti private definiscono una discriminazione a favore del modello dominante di organizzazione del sistema elettrico, basato sulla centralizzazione della generazione di energia elettrica in impianti di grandi dimensione e sulla trasmissione e distribuzione attraverso reti pubbliche dell’elettricità e dell’unità di consumo, che riflette per lo più le scelte tecnologiche compiute nel passato e non favorisce le evoluzioni delle reti verso nuovi modelli di organizzazione del sistema elettrico che possono utilmente contribuire al raggiungimento degli obbiettivi generali di convenienza dell’energia per gli utenti, innovazione, sicurezza e sostenibilità finanziaria del sistema elettrico nazionale, oltre che di tutela della concorrenza” chiedendo al Parlamento “una revisione ed integrazione della disciplina normativa e regolamentare riguardante i Sistemi di Distribuzione Chiusi, volta a consentire la realizzazione di nuovi reti elettriche private diverse dalla RIU (rete Interna di Utenza) e ad eliminare ingiustificate limitazioni alla concorrenza tra differenti modalità organizzative delle reti elettriche e tra differenti tecnologie di generazione”. Nelle conclusioni l’AGCM chiede al Ministro dello Sviluppo Economico, al Presidente della X commissione e ad altre istituzioni di intervenire “ad una revisione ed integrazione della disciplina normativa e regolamentare riguardante i Sistemi di Distribuzione Chiusi, volta a consentire la realizzazione di nuovi reti elettriche private diverse dalla RIU e ad eliminare ingiustificate limitazioni alla concorrenza tra differenti modalità organizzative delle reti elettriche e tra differenti tecnologie di generazione”.

Perfino le regole dell’Unione europea per il raggiungimento degli obbiettivi al 2030 sul clima e l’energia prevedono la realizzazione di questo modello energetico. Nell’Energy Union (COM 2015/80) si legge espressamente che occorre “prendere le distanze da un’economia basata sui combustibili fossili, con una gestione centralizzata dell’energia incentrata sull’offerta, che si avvale di tecnologie obsolete e si fonda su modelli economici superati”.

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IMPIANTO BIOGAS DI SAN FOCA: CHIEDIAMO CHE SI FACCIA CHIAREZZA UNA VOLTA PER TUTTE

Il MoVimento 5 Stelle di San Quirino chiede urgentemente un approfondimento in Consiglio comunale e un’assemblea pubblica sull’inquinamento provocato dall’impianto di biogas di San Foca di proprietà della Sito Energy. «In Consiglio dobbiamo andare a fondo su quanto accaduto nel passato e prevedere gli sviluppi futuri, mentre durante l’assemblea – spiega il consigliere comunale del […] Continua a leggere IMPIANTO BIOGAS DI SAN FOCA: CHIEDIAMO CHE SI FACCIA CHIAREZZA UNA VOLTA PER TUTTE

Quella drammatica routine lucana

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di MoVimento 5 Stelle Basilicata

Nell’ultimo anno si è fatto di tutto e di più per nascondere e lasciar cadere nel dimenticatoio scandali e disastri dell’indotto petrolifero lucano. La vecchia strategia di spazzare la polvere e riporla sotto il tappeto, però, non incanta più nessuno: il cumulo è ormai visibile anche agli occhi di chi non vuol vedere. Quelli che il Governo regionale ha definito “episodi” sono diventati drammatica “routine”: in principio erano le fiammate al Centro Oli di Viggiano (COVA), poi le fumate nere ed infine l’insopportabile olezzo di uova marce.

A questo mosaico agghiacciante si è aggiunto un altro tassello: qualche giorno fa un cittadino ha diffuso sui social network delle immagini aeree scattate da un drone, immagini che hanno immediatamente fatto il giro del web, scatenando l’indignazione di migliaia di cittadini. Le foto ritraggono le acque dell’invaso del Pertusillo – il lago artificiale situato nel territorio dei comuni di Grumento Nova, Montemurro e Spinoso, nel cuore della Val D’Agri (a poca distanza dal COVA) – colorate da macchie marrone scuro sparse su tutta la superficie del lago. La sollevazione popolare è stata immediata e la stragrande maggioranza dei commentatori dei social hanno collegato l’inquietante fenomeno di pigmentazione delle acque del Pertusillo alla possibile contaminazione da idrocarburi rivenienti dall’attività estrattiva in atto a pochi chilometri dal lago artificiale, anche in ragione del fatto che, pochi giorni fa, alcuni operatori del consorzio ASI della provincia di Potenza hanno lanciato l’allarme sulla presenza di idrocarburi in un pozzetto a poca distanza dal COVA.

L’invaso del Pertusillo è stato frequentemente al centro delle preoccupazioni di cittadini e ambientalisti: è uno dei principali serbatoi di acqua potabile non solo per la Basilicata ma anche per la vicina Puglia. Eppure in un modo o nell’altro le autorità preposte sono riuscite sempre a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dal problema della reale tutela della salubrità delle acque dell’invaso. Come non ricordare la notevole moria di pesci verificatasi negli ultimi anni: fenomeno che le analisi ufficiali attribuivano, alternativamente, alla presenza di alga “assassina” oppure al riscaldamento globale.

Qualche mese fa, fu il Consiglio Regionale della Puglia a sollevare forti dubbi sui controlli ambientali che venivano effettuati sull’invaso, scatenando quasi una crisi diplomatica tra le due Regioni. In una mozione presentata dal consigliere del M5S Mario Conca ed approvata dal Consiglio, si chiedevano maggiori controlli sull’invaso anche con l’ausilio di ARPA Puglia, stigmatizzando così la “leggerezza” dei controlli effettuati dai competenti organi lucani: “il silenzio (persistente) e le decisioni (tardive) del Governo lucano rischiano di apparire conferme della grave situazione instillando in tal modo la convinzione che si stia incidendo in maniera pesante sulla salute pubblica degli utenti pugliesi”. La replica dell’ex gladiatore di Lauria fu piccata e stizzita e portò il Presidente a disertare addirittura un incontro di Coldiretti in Puglia.

Il Movimento 5 Stelle, da parte sua, ha sempre evidenziato la necessità di procedere a seri e attendibili controlli ed ad un’analisi completa e accurata della situazione dell’invaso del Pertusillo. Era il mese di luglio del 2016 quando presentammo una mozione con la quale chiedevamo maggiori e più stringenti controlli su tutti gli invasi idrici lucani. Nel sottolineare l’importanza dell’acqua lucana come vera risorsa del territorio, ci siamo spinti a chiedere specifiche indagini chimiche e fisiche sulle acque del Pertusillo destinate all’uso potabile (ivi compreso lo studio fisico e chimico dei sedimenti), unitamente alla sottoscrizione di un apposito protocollo d’intesa tra Arpa Basilicata e Arpa Puglia, tra i servizi di Igiene sanitaria della Regione Basilicata e Puglia al fine di eseguire controlli congiunti e periodici. Certo, era il mese di luglio e forse il caldo, la voglia di vacanze, hanno indotto il Consiglio Regionale a liquidare la nostra mozione in 20 secondi e senza alcuna discussione.

Peccato davvero che le nostre proposte, come sovente accade, vengano snobbate da un Consiglio Regionale distratto dalle usuali lotte di riposizionamento e di accaparramento di poltrone.

Crisi e faide interne e conseguenti mal di pancia a parte, crediamo sia arrivato il momento di affrontare seriamente le tematiche ambientali innescate dall’indotto petrolifero e pensare seriamente ad una exit strategy dal petrolio: la convivenza con i processi di estrazione si sta dimostrando impossibile ed è palmare l’incompatibilità degli impianti petroliferi con la natura e la geologia del nostro delicato territorio.

Nella giornata di ieri abbiamo inoltrato una richiesta che sollecita ARPAB a rendere note, al più presto, le azioni e le iniziative di monitoraggio realizzate a seguito della diffusione delle preoccupanti immagini del Pertusillo. Difendere e tutelare in ogni modo la nostra fonte di vita, l’acqua, deve contare immensamente più di qualsiasi interesse economico anche connesso al petrolio!

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