Tavecchio, Malagò e Lotti: i tre responsabili del flop azzurro

di MoVimento 5 Stelle

Lo sport nazionale in Italia è quello di dare agli altri la colpa dei propri errori. Lo fanno di solito i leader di partito quando perdono, magari promettendo di lasciare la politica e poi restando in sella, come il duo Renzi-B… Continua a leggere Tavecchio, Malagò e Lotti: i tre responsabili del flop azzurro

Corruzione: le proposte del MoVimento 5 Stelle non sono più prorogabili

di MoVimento 5 Stelle

Anche quest’anno il rapporto di Transparency sulla corruzione lancia l’allarme sulla situazione del nostro Paese. Siamo in pratica un Paese ostaggio della corruzione, terz’ultimo in Europa, dietro solo a Grecia e Bulgaria, per … Continua a leggere Corruzione: le proposte del MoVimento 5 Stelle non sono più prorogabili

Il Ceta entra in vigore senza essere stato votato: paradossi della democrazia in Europa

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di MoVimento 5 Stelle Europa

Domani muore la democrazia. Il trattato di libero scambio fra Europa e Canada – il Ceta – entrerà provvisoriamente in vigore senza aspettare il sì definitivo degli Stati membri. Il Ceta è un accordo misto e le regole europee prevedono che tutti i Parlamenti nazionali dei 28 Stati membri debbano ratificarlo prima della sua entrata in vigore. Ma – come si sa – l’Europa è debole con i forti e forte con i deboli e dunque, pur di accontentare le multinazionali, non si aspetta nessuno e si calpestano le regole.

Finora fra i 28 Stati membri solo Lettonia e Danimarca hanno dato il via libera definitivo. In Italia, Pd e Forza Italia hanno riesumato il patto del Nazareno e sul Ceta volano spediti verso l’approvazione. Il Senato discuterà il testo il prossimo 26 settembre. Il Belgio ha chiesto alla Corte Europea di Giustizia un parere sulla compatibilità del Ceta con i principi costitutivi dell’Unione Europea. In Francia è bufera su Macron perché una Commissione di nove super esperti, nominata per valutare in maniera imparziale il Trattato, ha bocciato senza appello l’accordo con il Canada (ecco il link al documento). La Commissione di saggi ha sottolineato i rischi per la nascita delle Corti arbitrati e nel campo della agricoltura su protezione animale, mangimi e antibiotici, chiedendo anche maggiore vigilanza sull’utilizzo di biotecnologie e OGM.

Qui di seguito, trovate riassunte le raccomandazioni degli esperti:

– Maggiore trasparenza sulla creazione e funzionalità del forum per la cooperazione regolamentativa.

– Creazione di un Comitato nazionale per controllare l’implementazione del CETA e l’impatto che avrebbe in ambito ambientale e sanitario

– Richiesta di una dichiarazione interpretativa per la Francia da includere al testo del CETA per quanto riguarda il preciso significato che la Francia intende dare alle clausole ambientali e sanitarie presenti nell’accordo.

– Labelling del modello di produzione di prodotti d’origine animale. Il rapporto non è chiaro se tale labelling si debba applicare solo ai prodotti canadesi. In realtà, gli esperti dicono che vi è necessita di includere informazioni sull’uso di antibiotici e prodotti che aiutano la crescita, standard sul benessere animale e eventuali OGM.

– Rafforzare le procedure di certificazione e controllo per i prodotti canadesi, ad esempio il programma che certifica la carne ractopamine free.

– Maggiore reciprocità nell’accesso al mercato agricolo soprattutto in campo di autorizzazioni di vendita da parte di paesi terzi per i prodotti europei.

– Un “climate veto” per la protezione degli investimenti.

– Un accordo sul clima con il Canada, a latere dell’accordo CETA, per promuovere la “neutralità delle emissioni ad effetto serra” del CETA.

I saggi francesi hanno ragione. Il Ceta è una schifezza e va rigettato.
Basta un solo no da parte di un Parlamento di uno Stato membro e il Ceta si blocca anche se è già entrato in vigore provvisoriamente.

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Un milione di auto elettriche in 5 anni #ItaliaSmartNation

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L’obbiettivo del MoVimento 5 Stelle è un milione di auto elettriche in 5 anni. L’Italia deve diventare una Smart Nation

da Il Fatto Quotidiano

Lo ha fatto la Francia, e anche l’Inghilterra. Non la Germania, che ha interessi ancora troppo forti nello sviluppo e nella vendita di motori endotermici. Si è, timidamente, accodata pure l’Italia dove all’inizio del mese scorso nelle commissioni Ambiente e Lavori pubblici del Senato è stata approvata una risoluzione che vincola il governo a valutare il divieto di vendita per auto e motoveicoli diesel e benzina a partire dal 2040. Ma che ora anche la Cina abbia messo nel mirino la messa al bando dei combustibili fossili, è senza dubbio una notizia.

O forse non dovrebbe esserlo, visto che i cieli cinesi sono da sempre tra i più inquinati al mondo a causa di una deregulation selvaggia sulle emissioni, soprattutto quelle industriali. Ma qualcosa è cambiato nella testa del colosso asiatico riguardo all’ambiente. A sottolinearlo è stato il viceministro dell’industria Xin Guobin, che a margine di un incontro sull’automotive ha dichiarato che la nuova strategia di Pechino sulla mobilità comprende anche la possibilità concreta di vietare la produzione e la vendita di auto a benzina e diesel.

In realtà, a leggere tra le righe saremmo ben oltre la “possibilità”. Perché il piano del ministero dell’industria cinese, ammesso che sia confermato, seguirà una linea ben precisa che tira dritta verso l’elettrificazione della trazione: dal prossimo anno i costruttori dovranno annoverare tra le proprie vendite almeno l’8% di veicoli ibridi o elettrici. Nel 2019, poi, questi dovranno essere il 10% e nel 2020 il 12%, fino ad arrivare al 20% nel 2025. Una road map che intorno al 2040 (la stessa data indicata da Francia e Inghilterra), dovrebbe portare a quella che non sembra inapproriato definire mobilità “a elettroni”.

Ma la Cina, se possibile, sta andando anche oltre. Come dimostra uno studio della Alix Partners, il paese della Grande Muraglia già produce praticamente la metà dei modelli elettrici venduti nel mondo (49 su 103) e lo scorso anno ne ha immatricolati 330 mila sul mercato domestico. Certo, non nomi altisonanti e costosi come quelli a cui siamo abituati (Tesla, Renault-Nissan, General Motors etc.), ma marchi locali (BYD, Baic, etc.) molto meno pretenziosi a livello di listini. E soprattutto autosufficienti: si fanno tutto in casa, dalle batterie alla componentistica, senza più bisogno di rivolgersi a noi “evoluti” europei e americani.

Insomma, mentre in Europa dibattiamo sui vari dieselgate (ormai sono parecchi, purtroppo) senza mettere in piedi una vera e propria exit strategy, dall’altra parte del mondo già lavorano allo step successivo della mobilità. E stavolta siamo noi quelli che rischiano di dover imparare qualcosa, a caro prezzo.

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Chi protegge la Germania distrugge l’Italia e l’Europa

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di Marco Valli, EFDD – M5S Europa

L’Euro non reggerà a lungo dopo la dismessa dal Quantitative Easing. Per questo, durante la conferenza stampa BCE di ieri, Draghi ha ufficialmente aperto al “dialogo” per la revisione dell’assetto istituzionale dell’Unione Economica e Monetaria. Purtroppo per noi, in UE non ci sarà un dialogo basato sulla logica economica e sull’onestà intellettuale. La proposta, sulla quale c’è già un mezzo accordo Parigi-Berlino e dove costruiranno una storiella ad arte nei prossimi mesi (per dirci che non c’è altra soluzione), porta alla trasformazione del Meccanismo Europeo di Stabilità in un Fondo Monetario Europeo, che interverrà in modo frequente con “aiuti” finanziari elargiti nelle situazioni ritenute “opportune” dai burocrati.

Questo aiuto, però, non sarà gratuito. Per due motivi, primo e più paradossale: lo pagheremo noi stessi. L’Italia, infatti, è il terzo contribuente economico al Meccanismo Europeo di Stabilità. Il secondo motivo, e più crudele: l’attivazione di questo nuovo meccanismo comporterà il commissariamento, mirato, ad esempio, ad applicare riforme liberali ed impopolari nel mondo del lavoro, privatizzazioni di sanità e beni pubblici, aumenti di tasse o dell’età per il pensionamento.

Queste sono solo alcune voci dell’emozionante programma promosso dall’attuale Commissione europea. In soldoni, vogliono trasformare quello che accade oggi in Grecia con la Troika, in una situazione ideale per tutti i Paesi deboli dell’Eurozona. Mario Draghi, tenendo in vita con misure straordinarie l’Euro, ha solo rimandato i problemi strutturali della moneta unica. Se non reagiremo, il prossimo futuro sarà caratterizzato da un’Eurozona a trazione ancora più tedesca e rigorista, dove non verranno rivisti i vincoli economici contenuti nei trattati, dove non ci saranno Eurobond e soprattutto dove non ci saranno trasferimenti fiscali dai paesi come Germania, Olanda e Lussemburgo, che godendo degli squilibri della moneta unica e condotte fiscali immorali, accumulano da decenni ricchezze illegittime.

Si plasmerà un quadro ancor di più egoista, miope ed ingiusto, dove i Paesi periferici verranno spolpati seguendo una logica “euroimperialista”. I Governi PD e quelli di Berlusconi ci hanno già traghettato negli anni in una situazione economica e politica difficilissima, arrivando sempre e forse volontariamente tardi sulle discussioni importanti in Europa, specialmente sulla governance e sull’unione bancaria.

I dati reali nella periferia dell’Eurozona sulla disoccupazione, sottoccupazione e rassegnazione, toccano, in una fase considerata positiva, ancora livelli record, come la povertà e la disuguaglianza economica, sintomo che le politiche monetarie straordinarie stanno facendo principalmente arricchire chi è già ricco favorendo concentrazioni di ricchezze. Per quanto i giornali ci propinino il mantra della ripresa grazie alla crescita dell’indicatore del PIL, questo per alcuni osservatori attenti è solo l’occhio del ciclone della tempesta vissuta dal 2009 nell’Euroarea.

Oggi si gioca una partita importante per il nostro futuro, ed i partiti di Governo apparentemente hanno già deciso, com’è accaduto spesso in passato, di prendere con leggerezza le questioni economiche sul tavolo internazionale accodandosi all’idea proposta dai tedeschi. Recriminare tra 4/5 anni e scaricare il barile non servirà a niente, bisogna agire subito per bloccare l’asse Merkel-Macron su questa proposta d’istituzionalizzazione della Troika, o per l’Italia e gran parte dell’Eurozona il futuro sarà all’insegna dell’ulteriore sacrificio di generazioni.

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I migranti sbarcati in Italia devono essere ricollocati negli altri Paesi europei

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di MoVimento 5 Stelle Europa

I migranti sbarcati in Italia devono essere ricollocati negli altri Paesi europei subito! La sentenza della Corte di giustizia europea, che respinge i ricorsi presentati nel 2015 da Slovacchia e Ungheria, deve essere immediatamente rispettata o, ancora una volta, l’Unione europea avrà perso la faccia.

L’Unione europea non ha nessuna intenzione di prorogare la decisione e questa della Corte di Giustizia europea dunque potrebbe essere una vittoria di Pirro se non arriva una decisione immediata del Consiglio di prolungare i ricollocamenti e renderli obbligatori.

Finora hanno lasciato il nostro Paese appena 8.402 migranti sui 35 mila promessi (dati aggiornati al 1 settembre 2017), appena il 24% del totale. Bulgaria, Repubblica ceca, Danimarca, Estonia, Ungheria, Irlanda, Polonia, Slovacchia e Inghilterra non rispettano i patti presi in sede di Consiglio. Questo è l’assurdo: l’Europa oggi è talmente debole che non riesce nemmeno a far rispettare le decisioni che prende. Persino la Svizzera e la Norvegia che non fanno parte dell’Unione europea si sono mostrati solidali accettando il ricollocamento di circa 1.500 migranti.

Nel 2017 sono sbarcati nel nostro Paese 99.742 migranti: il 79% dei migranti sbarcati in Europa ha toccato le coste italiane. Per essere chiari: tutti gli Stati europei devono accogliere, l’immigrazione è un tema europeo e nessun Paese può considerarsi escluso. Quello delle ricollocazione non è un sistema perfetto ma è un primo passo che l’Europa compie verso una redistribuzione obbligatoria e permanente delle quote dei richiedenti asilo, così come chiesto più volte dal gruppo Efdd – Movimento 5 Stelle in Europa.

La decisione della Corte è importante in quanto sottolinea il principio di solidarietà tra gli Stati membri, già sancito dai Trattati, ma troppo spesso disatteso. Davanti alla chiusura di Slovacchia e Ungheria, quindi, la Corte di giustizia alza il cartellino rosso e, aprendo un precedente, richiama tutti i Paesi dell’Unione alle proprie responsabilità. Perché, come scrivono i giudici, “il meccanismo contribuisce effettivamente e in modo proporzionato a far sì che la Grecia e l’Italia possano far fronte alle conseguenze della crisi migratoria del 2015”. Ora andiamo avanti con la nostra proposta, presentata in sede di riforma del regolamento di Dublino, di sospendere l’erogazione dei fondi strutturali a quei Paesi che non cooperano nella ricollocazione dei richiedenti asilo.

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I migranti sbarcati in Italia devono essere ricollocati negli altri Paesi europei

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di MoVimento 5 Stelle Europa

I migranti sbarcati in Italia devono essere ricollocati negli altri Paesi europei subito! La sentenza della Corte di giustizia europea, che respinge i ricorsi presentati nel 2015 da Slovacchia e Ungheria, deve essere immediatamente rispettata o, ancora una volta, l’Unione europea avrà perso la faccia.

L’Unione europea non ha nessuna intenzione di prorogare la decisione e questa della Corte di Giustizia europea dunque potrebbe essere una vittoria di Pirro se non arriva una decisione immediata del Consiglio di prolungare i ricollocamenti e renderli obbligatori.

Finora hanno lasciato il nostro Paese appena 8.402 migranti sui 35 mila promessi (dati aggiornati al 1 settembre 2017), appena il 24% del totale. Bulgaria, Repubblica ceca, Danimarca, Estonia, Ungheria, Irlanda, Polonia, Slovacchia e Inghilterra non rispettano i patti presi in sede di Consiglio. Questo è l’assurdo: l’Europa oggi è talmente debole che non riesce nemmeno a far rispettare le decisioni che prende. Persino la Svizzera e la Norvegia che non fanno parte dell’Unione europea si sono mostrati solidali accettando il ricollocamento di circa 1.500 migranti.

Nel 2017 sono sbarcati nel nostro Paese 99.742 migranti: il 79% dei migranti sbarcati in Europa ha toccato le coste italiane. Per essere chiari: tutti gli Stati europei devono accogliere, l’immigrazione è un tema europeo e nessun Paese può considerarsi escluso. Quello delle ricollocazione non è un sistema perfetto ma è un primo passo che l’Europa compie verso una redistribuzione obbligatoria e permanente delle quote dei richiedenti asilo, così come chiesto più volte dal gruppo Efdd – Movimento 5 Stelle in Europa.

La decisione della Corte è importante in quanto sottolinea il principio di solidarietà tra gli Stati membri, già sancito dai Trattati, ma troppo spesso disatteso. Davanti alla chiusura di Slovacchia e Ungheria, quindi, la Corte di giustizia alza il cartellino rosso e, aprendo un precedente, richiama tutti i Paesi dell’Unione alle proprie responsabilità. Perché, come scrivono i giudici, “il meccanismo contribuisce effettivamente e in modo proporzionato a far sì che la Grecia e l’Italia possano far fronte alle conseguenze della crisi migratoria del 2015”. Ora andiamo avanti con la nostra proposta, presentata in sede di riforma del regolamento di Dublino, di sospendere l’erogazione dei fondi strutturali a quei Paesi che non cooperano nella ricollocazione dei richiedenti asilo.

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L’intervento di Luigi Di Maio a Cernobbio: Italia smart nation

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di Luigi DI Maio

Mi fa piacere essere qui oggi e avere l’opportunità di raccontare anche dinanzi a questa platea l’idea di Paese che il M5S ha in cantiere, il programma e le idee che abbiamo in mente per l’Italia. E’ stato detto tanto in questi anni sul Movimento 5 Stelle e talvolta si sono semplificate o strumentalizzate molte nostre posizioni. Anche per questo motivo oggi vorrei confrontarmi con voi per chiarire che il Movimento 5 Stelle non vuole un’Italia populista, anti-europeista o estremista.

Noi un’idea di Italia ce l’abbiamo bene in mente e non ha nulla a che fare con queste definizioni. L’Italia che stiamo disegnando, anche insieme a esperti, accademici e professionisti, è una “Smart nation”, un Paese che si fonda sull’innovazione tecnologica, nel pubblico come nel privato. Immaginiamo un Paese snello, veloce, efficiente. Un Paese dove aprire un’impresa è semplice come aprire un sito internet. Quando pensiamo a un modello di buon governo, è ai Paesi del Nord Europa che rivolgiamo il nostro sguardo. Anche per questo come Parlamentari del Movimento 5 Stelle abbiamo commissionato uno studio, Lavoro 2025, per conoscere in anticipo quali trasformazioni economiche, sociali e tecnologiche ci saranno da qui ai prossimi dieci anni e per non farci trovare impreparati su un tema cruciale per il futuro. Non ci interessa distruggere, ci interessa costruire e farlo al meglio.Noi abbiamo un concetto alto della politica, una politica intesa come amministrazione della cosa pubblica nell’interesse comune, una politica che non si mette al servizio di nessuno, se non dei cittadini. Per fare questo bisognerà anche ripensare al concetto di trasparenza tra la politica e i portatori di interesse. E’ arrivato il momento di regolamentare il rapporto tra la politica e le lobby, così come accade in molte altre parti d’Europa.

ll Movimento 5 stelle non è contro il giusto profitto o l’impresa. Al contrario vogliamo tutelare chi crea valore ma proprio per questo però siamo contro gli sprechi, l’utilizzo sconsiderato dei soldi pubblici e i privilegi che hanno contribuito a soffocare lo sviluppo anche imprenditoriale del Paese. Il nostro scopo fondamentale è il ritorno ad una morale pubblica che consenta alle imprese di lavorare in un contesto pulito, libero da sprechi e condizionamenti esterni.

Ecco perché quella contro gli sprechi, specie quelli della politica, è una nostra battaglia storica, che ci avvicina alle esigenze delle imprese.
Su questo punto la classe politica attuale ha fatto pochissimo o nulla. Ai tagli selettivi e meritocratici ha preferito la logica dei tagli lineari. Invece che migliorare, così, la qualità della spesa è peggiorata.

La lotta agli sprechi da sola ovviamente non è sufficiente. L’Italia deve poter ri-contrattare alcuni trattati europei che impediscono una solida ripresa. Penso in particolare al Fiscal Compact. Questo non significa che il M5S sia anti-europeista. Si tratta di un’altra semplificazione. L’austerità ha fallito su tutta la linea, non centrando nemmeno il suo obiettivo manifesto: ridurre il rapporto debito/Pil. Questo infatti è cresciuto di oltre 32 punti percentuali dal 2007 ad oggi (da meno del 100% a più del 132% di quest’anno). La rincorsa folle al pareggio di bilancio pubblico ha sacrificato le spese produttive, cioè gli investimenti, e le imprese hanno pagato così anche l’invecchiamento infrastrutturale e il mancato sviluppo tecnologico.

Pensiamo alla politica economica. Come riconoscono oggi anche molti economisti ortodossi, l’euro è una moneta disegnata su misura per l’economia tedesca. Favorisce le sue esportazioni nei confronti dei partner europei abbassando artificiosamente il valore della moneta, tanto che alcuni analisti parlano di euro-marco. Grazie alla spinta delle esportazioni la Germania non ha alcuna difficoltà a mantenere il bilancio pubblico in pareggio, ma lo stesso non si può dire per tutti gli altri Paesi. I cosiddetti PIIGS e la Francia hanno pagato le asimmetrie della moneta unica prima con i deficit commerciali e poi con l’austerità. Eppure la soluzione politica non sta nel muro contro muro. Il M5S ne è perfettamente consapevole. L’aver parlato di referendum consultivo sulla moneta unica serve soprattutto a sollevare questo tema, e ad avere un potere contrattuale e una via d’uscita nel caso estremo in cui le esigenze dei Paesi del Sud Europa continuino ad essere ignorate. Il problema andava posto, e siamo orgogliosi di averlo fatto.

Gli stessi dati economici dell’ultimo biennio, se analizzati da un punto di vista meno governativo, sono tutt’altro che incoraggianti. Il MoVimento ha sempre visto come non sufficiente l’indicatore utilizzato tradizionalmente per misurare il benessere economico, cioè il Pil. Nella Legge di Bilancio di quest’anno compare il BES, cioè l’indice di Benessere Equo e Sostenibile, ma tiene conto solo 12 fattori socio-economici scelti con grande discrezionalità, e ha quindi un valore molto limitato. Non mancano gli studiosi che da anni stanno sviluppando indici alternativi molto interessanti. Siamo intenzionati a valorizzarli perché pensiamo che la produzione debba stare insieme all’ambiente, alla salute e alla qualità del posto di lavoro.

In ogni caso pil, crescita e i dati diffusi dai principali istituti nazionali e internazionali come detto una lettura se pur parziale la danno e quindi li commenterò anch’io.
L’Italia, dopo lunghi anni di recessione, rimane oggi in grandissima difficoltà. Nel 2016 siamo stati ULTIMI per crescita in Europa, è tornato a crescere il tasso di disoccupazione all’11,3% e quello giovanile sopra il 35%. È vero che diminuiscono gli inattivi, ma un’analisi di più largo respiro ci mostra che l’occupazione cresce soltanto nella fascia over 50. Su 100 contratti, a giugno 2017, solo 20 erano a tempo indeterminato. La crescita in Italia nel secondo semestre è dello 0,4% a fronte dello 0,6% dell’Europa. La crescita tendenziale del 2017 è dell’1,5% mentre in Europa è del 2,2%.

Caso Spagna… le due motivazioni per cui fa meglio…

Il Pil reale è ancora oggi inferiore di quasi il 7% al livello pre-crisi. Abbiamo quindi perso 10 anni sprecando in gran parte anche la congiuntura internazionale favorevole degli ultimi 3

Sono qui a proporvi un percorso di sviluppo economico e stabilità alternativo, fondato sullo sviluppo tecnologico e l’innovazione. Gli investimenti da fare per diventare una smart nation sono tantissimi. Abbiamo già detto che un nostro obiettivo in 5 anni di governo è raggiungere il milione di macchine elettriche. Non stiamo parlando di qualcosa di astratto: sono appena rientrato da un tour della Sicilia a bordo di un pulmino elettrico, con cui abbiamo percorso 2000 km! (ENEL)

Il milione di auto elettriche è lo stesso numero a cui punta la Germania entro il 2020. In Olanda le auto a benzina saranno bandite dal 2025, in India saranno bandite dal 2030. Questi Paesi hanno un piano nazionale di elettrificazione della mobilità: anche l’Italia deve averne uno e noi lo proporremo.

C’è poi il tema della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione che non è mai iniziata. Oggi qualsiasi cosa uno debba fare in banca la può fare con il mobile banking con tantissimo risparmio di tempo per il consumatore e con grande risparmio di costi da parte delle banche. Se hai a che fare con l’amministrazione pubblica invece devi prendere il biglietto (non sai mai quale) e fare la coda. Un anacronismo da risolvere. Pensate solo alla creazione di una partita iva, se in UK si può fare online nel giro di un paio d’ore perché non si può fare anche in Italia?
Bisognerà snellire, sburocratizzare, anche mettere ordine nella giungla di leggi, troppe, che imbrigliano l’attività di chi voglia investire nel nostro Paese. Una nuova legge si farà solo se serve e così cominceremo ad ottimizzare anche il lavoro del Parlamento. Burocrazia, infatti, è anche l’atteggiamento di un Parlamento che fa una legge ogni due giorni e mezo!

Potenzieremo l’accesso ad internet rendendolo un diritto per tutti e investiremo sulle tecnologie legate al turismo. Come diceva uno dei consiglieri di Obama, internet è la più grande fabbrica di posti di lavoro al mondo! Vi ricordo che per ogni euro investito nell’Internet delle cose si ha un ritorno di 12 euro: E con oltre 8 milioni di dispositivi connessi, l’Italia è uno dei maggiori mercati per le comunicazioni M2M (Machine-to-Machine) in Europa. Pensate se avessimo investito anche solo una parte delle risorse del Jobs Act.in questa direzione! Quella dell’Internet delle cose non è una tecnologia che cito per caso, è quella che cambierà la nostra vita nei prossimi anni, un po’ come hanno fatto gli smartphone nell’ultimo decennio. Significa che ogni cosa viene collegata in Rete e collegandosi diventa intelligente: smart. Che è ciò che vogliamo anche per il nostro Paese: un’Italia Smart Nation.

Noi siamo pronti a realizzarla. In questi mesi abbiamo coinvolto nella elaborazione del nostro programma di governo attraverso la Rete migliaia di cittadini, e nei prossimi mesi lo presenteremo alle varie realtà imprenditoriali, associazioni di categorie, a tutti gli stakehholder italiani e non solo con cui intraprendere un primo costruttivo e trasparente confronto.

A fine settembre il MoVimento 5 Stelle presenterà il suo candidato premier e successivamente la sua squadra di governo, che avrà al suo interno profili di grande competenza. Anche per dimostrare di essere all’altezza delle sfide che si è posto.

Se gli elettori lo vorranno, raccoglieremo la grande sfida di cambiare, questa volta davvero, il nostro Paese.

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Tu chiamala se vuoi ripresa #Pil2017

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di MoVimento 5 Stelle

L’ammucchiata di avvoltoi intorno al +0,4% di Pil del secondo trimestre è raccapricciante. I twittatori seriali del Pd, a partire da Renzi, si sono scatenati per prendersi i meriti di una ripresa che non dipende da loro e che poggia su basi fragilissime. Lo stesso Gentiloni ha deciso di partecipare alla festa tragicomica di un’economia in piena stagnazione.

Bastano poche semplici verità economiche per smontare il teatrino ipocrita della propaganda renziana:

1 – L’italia è tornata ad una (fragile e modesta) crescita principalmente a causa di fattori esterni, che hanno trascinato la nostra economia fuori dalla recessione senza alcun merito dei governi degli ultimi tre anni.
In particolare, il Quantitative Easing della Bce ha consentito di risparmiare risorse dagli interessi sul debito pubblico e quindi di diminuire il ritmo del massacro sociale, che è comunque proseguito (tagli alla sanità, alla spesa per investimenti e agli enti locali).

Il deprezzamento dell’euro ha spinto le esportazioni.

Il crollo del prezzo del petrolio ha avvantaggiato un Paese trasformatore come l’Italia, povero di materie prime che deve importare.

Questi fattori esogeni sono temporanei e presto cesseranno di esistere. La Germania sta aumentando le pressioni su Draghi perché metta fine all’espansione monetaria, e in ogni caso il mandato del governatore italiano finirà nel 2019. Senza QE che ne sarà del nostro debito pubblico e della spesa per interessi?

2 – L’Italia è fanalino di coda in Europa già dal 2016 e si conferma tale anche nella prima metà del 2017: mentre l’Ue cresce nel secondo trimestre ad una media dello 0,6% l’Italia fa 0,4% e su base tendenziale (rispetto cioè al secondo trimestre di un anno fa) l’Italia è nettamente ultima, con il suo 1,5%, mentre la media europea è del 2,3%, la Spagna cresce del 3,1%, l’Olanda del 3,8%, la Germania del 2,1%, la Francia dell’1,8% e persino il Regno Unito, rallentato teoricamente dalle trattative per la Brexit, fa meglio con l’1,7%

3 – La crescita italiana è squilibrata a favore dei grandi mentre penalizza lavoratori e PMI: è evidente a chiunque viva nel paese reale che l’occupazione stia crescendo a discapito della qualità del posto di lavoro e dei salari. Una volta scaduti i costosissimi incentivi renziani per il contratto a tutele crescenti, infatti, hanno smesso di crescere i contratti stabili e sono cresciuti solo contratti a termine e voucher. Questi ultimi sono stati aboliti per evitare un referendum popolare per poi rientrare dalla finestra nella manovrina imposta da Bruxelles.

La disoccupazione ufficiale, inoltre, continua ad oscillare tra l’11 e il 12% e quella reale, che comprende anche gli scoraggiati e i sottoccupati involontari è a livelli superiori che in Grecia, al 30%, come dimostra Alberto Bagnai in un recente articolo sul Fatto Quotidiano

4 – il nostro sistema bancario è sull’orlo del baratro, e basterà una corrente negativa, come la fine del QE o un nuovo capitolo della crisi greca, per mandare sul lastrico altre decine di migliaia di risparmiatori. A quel punto non ci saranno vie di uscita per una classe politica che ha nascosto per anni la realtà

5 – L’Europa ci chiede di ratificare il Fiscal Compact e di pareggiare il bilancio pubblico nei prossimi tre anni: questo significa che l’era della flessibilità è finita. Nei prossimi anni si tornerà a sputare sangue per rispettare parametri di bilancio insensati e già dall’1 gennaio 2018 l’Iva crescerà dal 22 al 25%.

Siamo quindi di fronte ad una ripresina fantasma, che si accompagna alla precarizzazione del lavoro giovanile, alla stagnazione tendenziale dei consumi e della produzione industriale e all’aumento delle diseguaglianze sociali. Non appena finirà la congiuntura esterna favorevole, l’Italia tornerà nella spirale della recessione, e chi oggi gioca con la pazienza dei cittadini italiani dovrà raccogliere i cocci del suo partito e della sua breve carriera politica.

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Un piano da 270 miliardi contro l’afa e la siccità che stanno uccidendo l’Italia

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di Piernicola Pedicini, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa

L’estate 2017 verrà ricordata come la più calda di sempre. Siccità e roghi hanno piegato l’Italia, l’afa messo in difficoltà anziani, bambini e malati e provocato seri danni all’agricoltura. Non bisogna subire passivamente questo epocale cambiamento climatico causato principalmente dall’uomo. Se fossimo governati da persone serie e sagge, non si perderebbe un minuto per prendere provvedimenti concreti, altro che le belle parole scritte negli accordi di Parigi!

Ecco un decalogo che l’Europa dovrebbe mettere in pratica subito se vuole evitare un destino che sembra segnato. Siamo ancora in tempo per salvare il nostro pianeta!

1. Ridurre entro il 2050 le emissioni di gas a effetto serra tra l’80 e il 95% rispetto ai livelli del 1990. Le tappe per raggiungere questo risultato sono una riduzione delle emissioni del 40% entro il 2030 e del 60% entro il 2040. L’UE dovrebbe investire altri 270 miliardi di euro (o, in media, l’1,5% del PIL all’anno) nei prossimi quattro decenni.

2. Eliminare i sussidi alle fonti fossili e gradualmente eliminare l’uso delle fonti fossili. Investire sull’energia pulita da fonti rinnovabili e nelle migliori tecnologie per le applicazioni.

3. Obiettivo del 45% di energia rinnovabile entro il 2030.

4. Obiettivo di 40% di efficienza energetica entro il 2030.

5. Far diventare l’Unione europea una società altamente efficiente da un punto di vista energetico e completamente basata sull’energia rinnovabile entro il 2050.

6. Investire sui veicoli ibridi ed elettrici ricaricabili alimentati da fonti energetiche rinnovabili.

7. Migliorare l’efficienza energetica negli edifici utilizzando la tecnologia dell’edilizia passiva per i nuovi edifici e ristrutturando i vecchi edifici per migliorarne l’efficienza energetica.

8. Ridurre le emissioni in agricoltura provenienti da fertilizzanti, concimi e allevanti intensivi.

9. Adottare una strategia rifiuti zero.

10. Formare ed informare i cittadini su problematiche e soluzioni che i cambiamenti climatici portano con se”.

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