Si al referendum in Lombardia e Veneto

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di Movimento 5 Stelle Lombardia e Veneto

Il M5S si è battuto per coinvolgere i cittadini su una possibilità prevista dalla Costituzione: permettere a Lombardia e Veneto di gestire “in casa” molte delle risorse che ora è lo Stato a decidere come spendere. Altro che Padania e le bugie che i governi leghisti hanno raccontato per venti anni ai cittadini.

Nell’attuale legislatura i Consigli Regionali delle due regioni hanno votato la nostra proposta e dato il via alla consultazione in programma il prossimo 22 ottobre, con le rispettive maggioranze leghiste costrette ad abbandonare definitivamente utopie indipendentiste totalmente incostituzionali come lo Satuto Speciale o la gestione del Residuo Fiscale, nonostante la Lega continui a usarle come leve elettorali per promuovere questo referendum.

La soluzione del M5S è democratica, costituzionale e non toglie risorse alle altre regioni. Questo referendum affronta il tema del “Regionalismo differenziato”, trattato nell’articolo 116 della Costituzione italiana, ovvero la possibilità di gestire direttamente le risorse che lo Stato già spende in trasferimenti e servizi per le Regioni. Risorse legate a determinate materie che, in caso di esito referendario positivo, saranno oggetto di una trattativa tra Regioni e Stato. Parliamo di competenze molto importanti come il sostegno alle imprese, la ricerca e l’innovazione, l’ambiente, l’istruzione, la valorizzazione dei beni culturali, e il governo del territorio, che avvicinate verso il basso e verso i territori troverebbero maggiore efficacia.

Dare la voce ai cittadini è una prerogativa di questo Movimento, tanto più su un tema così importante, tanto più se in passato le stesse regioni hanno provato ad aprire una trattativa ricevendo solo porte in faccia anche dal Governo, a guida PD, che tentò, con la riforma costituzionale seppellita dagli italiani il 4 dicembre, di togliere alle regioni anche molte delle attuali competenze, per non parlare della “clausola di supremazia” che avrebbe permesso allo Stato di passare sopra qualsiasi decisione locale.

Il M5S vuole salvaguardare le specificità e le esigenze di ogni territorio, nel “quadro dell’unità nazionale”, esattamente come richiede questo referendum. Siamo un popolo unito, senza bandiere politiche ed ideologiche che fa valere e sentire la propria voce con un referendum consultivo, esattamente come successo in Gran Bretagna sul tema Brexit. Abbiamo da sempre denunciato e combattuto contro lo spreco di risorse pubbliche anche degli enti locali, ma per il M5S al strada da percorrere non è l’accentramento, ma portare le risorse pubbliche il più vicino possibile ai cittadini. Da qui, da questa responsabilizzazione delle comunità, passa il miglioramento delle strutture pubbliche locali che in mano ai partiti si sono trasformate troppo spesso in mangiatoie.

I soldi spesi per interpellare i cittadini non sono mai uno spreco, soprattutto davanti ai 360 milioni di euro bruciati da Stato e Regione Lombardia per sostenere la vuota BreBeMi, i 300 milioni della Regione Veneto per la Superstrada Pedemontana veneta con cui si colma un buco creato dai privati, o il miliardo di euro speso tra defiscalizzazione e garanzie pubbliche del fallimentare progetto della Pedemontana lombarda, o i miliardi bruciati nel Mose, ma sono un’opportunità e un investimento futuro per permettere di rispondere al meglio alle esigenze dei cittadini.

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Chi uccide il fotovoltaico italiano

di Gianni Girotto

Produrre energia pulita in Italia è un atto di coraggio ripagato con multe salatissime che scoraggiano i cittadini a prendere la strada delle rinnovabili. Nel nostro paese ci sono 550.654 impianti fotovoltaici incentivati con le tariffe del Conto Energia per 17.750 MW di potenza, oltre ad altri 150 mila installati negli ultimi 4 anni circa che non prendono tariffe incentivanti. Ma chi decide di investire in questo settore oggi, come più volte denunciato, è esposto al rischio fallimento a causa della sovrabbondanza di ostacoli architettati dai governi Renzi-Gentiloni per affossare un settore di assoluta avanguardia. Se non si cambiano subito le regole, si rischia di schiacciare l’esperienza italiana, una delle più avanzate al mondo, mandando gambe all’aria i bilanci di Enti pubblici, privati e operatori del settore che hanno scelto le buone pratiche delle rinnovabili, contribuendo alla transizione energetica.

A causa di strumenti normativi inadeguati, infatti, il GSE applica sanzioni sproporzionate sulle irregolarità per gli impianti fotovoltaici incentivati negli anni scorsi. In parole povere, basta un banale vizio di forma, un documento scritto male, per far scattare una penale eccessiva, che puo’ prevedere la cancellazione della tariffa incentivante e la restituzione degli incentivi erogati negli anni. Dobbiamo quindi evitare ulteriori storture che mettano a rischio gli investimenti del settore. Chi agisce in buona fede va tutelato, non punito.

È questo il senso dell’interrogazione urgente ai ministri dello Sviluppo economico e delle Finanze presentata dal Movimento 5 Stelle a mia prima firma. Non possiamo permettere che le sanzioni – per giunta retroattive – si espandano a macchia d’olio solo perché la norma è sbagliata. Ma vediamo qualche numero: degli oltre 550 mila impianti installati, più di 480 mila (ovvero quasi l’89%) sono stati fatti da utenti residenziali e da attività produttive piccole e medie. In buona sostanza si tratta di proprietari di casa e aziende i cui investimenti sono a rischio a causa di un sistema poco equilibrato.

A riprova dello squilibrio in essere i dati sui controlli pubblicati dal GSE stesso dai quali si nota che nel 2016 si sono rilevate irregolarità per il 35% dei controlli effettuati, una quota più che tripla rispetto al 10% del 2015. Le verifiche del 2016 sono state effettuate su oltre 4.000 impianti per quasi 3 GW di potenza. Con la conclusione dei procedimenti si è ridotto il costo di tutti gli incentivi di circa 39 milioni di euro.

La legge dice che gli incentivi vengono tolti e devono essere restituiti in caso di irregolarità. E fin qui nulla da dire. Ma qui siamo di fronte al paradosso che sbagliare a compilare un documento equivale alla truffa architettata per rubare i soldi degli incentivi. In questo caso ci si prende una sanzione allo stesso modo, con la sospensione della tariffa e l’obbligo di restituire quanto ricevuto fino ad allora. Una stortura inaccettabile, che rischia di mandare in fumo gli sforzi di quanti credono nella produzione dell’energia pulita. L’allarme arriva contemporaneamente anche dagli imprenditori del settore. Mentre il recente l’annuncio di Eni che vuole installare 220MW di fotovoltaico non passa inosservato, dal momento che si tratta proprio della stessa potenza che il GSE sta colpendo in queste settimane. Qualcuno mira a costituire un regime di oligopolio anche sul fronte fotovoltaico?

Senza contare che per esempio nel caso dei Comuni tutto questo rischia di trasformarsi in un doppio danno per la collettività in quanto non solo viene punito chi non ha colpa, sia pure un ente pubblico, ma addirittura si finisce per sottrarre importanti risorse destinate alle comunità. Inoltre di fatto si finisce per privare gli impianti della valenza finanziaria necessaria per continuare a produrre, minando di fatto il raggiungimento degli obiettivi internazionali per le fonti rinnovabili e rischiando l’abbandono di una parte sostanziale degli impianti più recenti ed innovativi costruiti in Italia. Insomma, oltre il danno anche la beffa ambientale.

Calenda e Padoan devono quindi intervenire subito per modificare le regole che portano a sanzioni sproporzionate relative alle verifiche sugli impianti che producono energia da fonte rinnovabile, nel rispetto degli sforzi da parte di Enti pubblici e privati che credono nella necessità di un rinnovamento energetico.

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Oltre 250mila italiani emigrano all’estero

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fonte: Il Sole 24 ORE

Giovambattista Vico parlava di corsi e ricorsi storici. Con questa formula il filosofo napoletano sintetizzava la capacità di certe situazioni di ripetersi nella vita degli essere umani. Il Dossier Statistico Immigrazione 2017 elaborato dal centro studi e ricerche Idos e Confronti registra una di queste situazioni: oggi gli emigrati italiani sono tanti quanti erano nell’immediato dopoguerra. In numero, oltre 250.000 l’anno. Corsi e ricorsi della storia, appunto.

Prima il calo poi la crisi del 2008 e l’inversione di tendenza
L’emigrazione degli italiani all’estero, dopo gli intensi movimenti degli anni ’50 e ’60, è andato ridimensionandosi negli anni ’70 e fortemente riducendosi nei tre decenni successivi, fino a collocarsi al di sotto delle 40.000 unità annue. Invece, a partire dalla crisi del 2008 e specialmente nell’ultimo triennio, le partenze hanno ripreso vigore e hanno raggiunto gli elevati livelli postbellici, quando erano poco meno di 300.000 l’anno gli italiani in uscita.

Oltre 114mila persone sono andate all’estero nel 2015
Sotto l’impatto dell’ultima crisi economica, che l’Italia fa ancora fatica a superare, i trasferimenti all’estero hanno raggiunto le 102.000 unità nel 2015 e le 114.000 unità nel 2016, mentre i rientri si attestano sui 30.000 casi l’anno.

La fuga dei cervelli
A emigrare – sottolinea il report – sono sempre più persone giovani con un livello di istruzione superiore. Tra gli italiani con più di 25 anni, registrati nel 2002 in uscita per l’estero, il 51% aveva la licenza media, il 37,1% il diploma e l’11,9% la laurea ma già nel 2013 l’Istat ha riscontrato una modifica radicale dei livelli di istruzione tra le persone in uscita: il 34,6% con la licenza media, il 34,8% con il diploma e il 30,0% con la laurea, per cui si può stimare che nel 2016, su 114.000 italiani emigrati, siano 39.000 i diplomati e 34.000 i laureati.

Germania e Regno Unito le mete preferite
Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; quindi, a seguire, l’Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera (in Europa dove si indirizzano circa i tre quarti delle uscite) mentre, oltreoceano, l’Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela.

L’investimento (perso) da parte dello Stato
Ogni italiano che emigra rappresenta un investimento per il paese (oltre che per la famiglia): 90.000 euro un diplomato, 158.000 o 170.000 un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228.000 un dottore di ricerca, come risulta da una ricerca congiunta condotta nel 2016 da Idos e dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” sulla base di dati Ocse.

I flussi effettivi sono ancora più elevati
A rendere ancora più allarmante il quadro tratteggiato da questo dossier è un’uteriore considerazione: i flussi effettivi sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, come risulta dagli archivi statistici dei paesi di destinazione, specialmente della Germania e della Gran Bretagna (un passaggio obbligato per chi voglia inserirsi in loco e provvedere alla registrazioni di un contratto, alla copertura previdenziale, all’acquisizione della residenza e così via).

Il centro studi: i dati Istat vanno aumentati di 2,5 volte
Il centro studi spiega che rispetto ai dati dello Statistisches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico (National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti. Pertanto, i dati dell’Istat sui trasferimenti all’estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5 volte e di conseguenza nel 2016 si passerebbe da 114.000 cancellazioni a 285.000 trasferimenti all’estero, un livello pari ai flussi dell’immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento. Peraltro, si legge ancora nel dossier statistico, non va dimenticato che nella stessa Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero il numero dei nuovi registrati nel 2016 (225.663) è più alto rispetto ai dati Istat. Naturalmente, andrebbe effettuata una maggiorazione anche del numero degli espatriati ufficialmente nel 2008-2016, senz’altro superiore ai casi registrati (624.000).

L’Ocse: Italia ottava in classifica
Il problema dei tanti italiani che abbandonano l’Italia è stato segnalato qualche giorno fa anche dall’Ocse. Nell’ultimo report sui migranti l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici ha fatto presente che l’Italia è tornata a essere ai primi posti mondiali come Paese d’origine degli immigrati. Secondo l’Ocse, la Penisola è ottava nella graduatoria mondiale dei Paesi di provenienza di nuovi immigrati. Al primo posto c’è la Cina, davanti a Siria, Romania, Polonia e India. L’Italia è subito dopo il Messico e davanti a Viet Nam e Afghanistan, con un aumento degli emigrati dalla media di 87mila nel decennio 2005-14 a 154mila nel 2014 e a 171mila nel 2015, pari al 2,5% degli afflussi nell’Ocse. In 10 anni l’Italia è “salita” di 5 posti nel ranking di quanti lasciano il proprio Paese per cercare migliori fortune altrove.

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Cambiamo Triton! Senza Germania e Francia

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di MoVimento 5 Stelle

Per cambiare Triton non servono le autorizzazioni controfirmate da Merkel e Macron, serve solo la volontà politica italiana. La Germania e la Francia del Presidente che fa l’europeista con i confini degli altri vanno solo consultati. Loro non decidono niente. Con noi è finito il tempo dell’Italia cagnolino d’Europa. Vi spieghiamo cosa è Triton, l’operazione che deve essere cambiata per poter salvare l’Italia.

CHE COSA È TRITON
L’operazione congiunta Triton è partita l’1 novembre 2014 per sostituire e “europeizzare” l’operazione Mare Nostrum, un’operazione militare e umanitaria decisa dal governo guidato da Enrico Letta il 14 ottobre 2013 dopo la tragedia di Lampedusa in cui morirono in un naufragio oltre 370 persone.

Triton è responsabile principalmente per il controllo e la sorveglianza delle frontiere esterne dell’UE, comprese le operazioni di salvataggio in mare. Partecipano all’operazione 26 Stati membri dell’Unione europea mettendo a disposizione attrezzature o guardie di frontiera. Attualmente, Frontex impiega nell’operazione 350 ufficiali, 11 navi e 5 aeromobili.

QUANTO COSTA?
Triton è finanziata dal bilancio dell’UE e ha risorse molto minori rispetto a Mare Nostrum. Mare Nostrum costava all’Italia circa 9,5 milioni di euro al mese. Triton, invece, è partita con un bilancio mensile di 2,9 milioni di euro al mese che è stato gradualmente aumentato nel 2015 e 2016 per arrivare a circa 5 milioni al mese.

Il lancio dell’operazione Triton fu salutata dall’allora Ministro dell’Interno Angelino Alfano, come un grande successo della Presidenza italiana dell’UE.

UNA SCONFITTA PER L’ITALIA
Il piano operativo di Triton prevede che tutti i migranti salvati dalle navi impegnate nell’operazione Triton debbano essere sbarcati in Italia. Si legge infatti nel documento originale: “le unità che partecipano sono autorizzate dall’Italia a sbarcare nel suo territorio all’interno dell’area operativa, tutte le persone intercettate e catturate all’interno dell’operazione Triton”. Il piano operativo è stato negoziato dall’Agenzia Frontex con lo Stato ospitante e quindi questa clausola è stata accettata dall’allora governo Renzi come condizione per il lancio di Triton.

In seguito all’ampliamento della zona di operazioni decise nel maggio 2015, Triton adesso opera sia nella zona di ricerca e salvataggio italiana che in quella maltese. Pertanto, tutte le imbarcazioni salvate anche nelle acque territoriali maltesi vengono portate in Italia.

CAMBIAMO TRITON SENZA GERMANIA E FRANCIA

Fonti di stampa sostengono che cambiare Triton sia quasi impossibile, che serve l’unanimità degli Stati membri. Non è così. Le modalità operative sono concordate solo fra lo Stato membro ospitante e l’agenzia europea Frontex. L’articolo 16.4 del regolamento istitutivo dell’Agenzia sottolinea: “ogni correzione o modifica al piano operativo richiederà l’accordo del direttore esecutivo e dello Stato del Membro che ospita, dopo la consultazione degli Stati membri. Una copia del piano operativo corretto o adattato sarà immediatamente spedita dall’Agenzia al tutti gli Stati membri partecipanti”. Il regolamento è chiaro. La Germania e la Francia vanno solo consultati. Facciamoci rispettare! Sui migranti l’Italia ha già dato.

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Gli europeisti con le frontiere degli altri

il video messaggio di Luigi Di Maio al presidente francese Emmanuel Macron, di seguito la trascrizione integrale

Caro Presidente Macron,
noi non ci conosciamo, non abbiamo mai avuto l’opportunità di conoscerci, ma voglio approfittare della potenza del web per inviarle questo messaggio. Circa l’80% dei migranti che arriva in Europa passa per l’Italia, è un calcolo semplice: dei circa 90 mila migranti sbarcati nel 2017, 80 mila sono approdati in Italia. Questo perché l’Italia è alla frontiera dell’Unione Europea, e le coste dell’Italia sono la frontiera dell’Unione Europea.

Molte di queste persone vogliono raggiungere il suo Paese, o la Germania, o i Paesi del Nord Europa, ma non gli è consentito perché esiste un “muro” nei Trattati che si chiama “Regolamento di Dublino III” e non consente ai migranti che arrivano in Italia di poter varcare il confine italiano e arrivare in altri Paesi dell’Unione Europea. A causa del Regolamento di Dublino III, l’Italia deve farsi carico di questo fenomeno migratorio che ha dei numeri spropositati, da sola.

Circa i due terzi di chi arriva in Italia non è un migrante che scappa da persecuzioni o da conflitti, è un migrante economico, e quindi non potrebbe neanche stare qui. Per i trattati internazionali dovrebbe essere rimpatriato. Però questo non avviene, perché le procedure di identificazione sono complesse e lente. Lei sa bene che l’Italia si fa carico per il 98% della spesa dell’accoglienza di tutti questi migranti. Gli italiani l’anno scorso hanno speso circa 4,5 miliardi di euro, a fronte di soli 100 milioni di euro che venivano dall’Unione Europea. Delle briciole. Noi chiediamo all’Unione Europea, all’Europa, di farsi carico non solo di questa spesa ma di questo fenomeno, che inevitabilmente coinvolge per ragioni geografiche l’Italia, che è alla frontiera dell’Unione Europea, ma che proprio perché è un Paese membro deve essere aiutato da tutti.

Pochi mesi fa ho lanciato un allarme circa le operazioni di salvataggio che avvengono dal Mediterraneo ad opera di alcune imbarcazioni delle organizzazioni non governative. Il procuratore di Messina aveva lanciato un allarme ancor più grave, e cioè ha messo in guardia gli italiani dal fatto che alcuni scafisti, alcuni mercanti di uomini, trafficanti di uomini, potessero stare finanziando alcune imbarcazioni delle ONG battenti bandiera straniera. Noi avevamo proposto una cosa molto semplice: avevamo proposto di non far approdare nei nostri porti le imbarcazioni di ONG non trasparenti, quelle che non esibiscono i bilanci, quelle su cui ci sono ombre, e quelle che hanno bandiera di paradisi fiscali. Non siamo stati ascoltati, siamo stati definiti i razzisti, poi qualche giorno fa il ministro dell’Interno di questo governo ha deciso di chiudere i porti alle ONG e alle imbarcazioni battenti bandiera straniera. Peccato però, che né l’Unione europea nè lui siano ancora passati dalle parole ai fatti.

Presidente Macron, dopo la sua vittoria in Francia tutti hanno parlato di vittoria dell’europeismo. Lei è definito un europeista, ma mi permetta di dirle che siamo tutti bravi a fare gli europeisti con le frontiere degli altri, e in particolare con le frontiere italiane. Lei ha detto che non aiuterà l’Italia per 80% di migranti che si trovano nel nostro Paese, ovvero i migranti economici. Sta accompagnando molti migranti che trovano sul suolo francese alla frontiera francese con l’Italia, Ventimiglia. Presidente Macron noi ci aspettiamo dai Francesi e dalla Francia ben altro aiuto e supporto rispetto a quello dimostrato da lei e dichiarato da lei.

Noi non possiamo permetterci di essere così europeisti come lo è lei, noi abbiamo 9mila chilometri di costa, e l’80 per cento dei migranti che sbarca in Italia sono tutti migranti economici. Il problema come sa è l’identificazione di queste persone che arrivano in Italia, dobbiamo identificarli, dobbiamo capire se sono migranti economici o rifugiati, e solo dopo potremo inviare al suo Paese i profughi e non i migranti economici. Ma il nostro grande problema come Paese, e l’Italia non ce la fa, è l’identificazione di queste migliaia e migliaia di migranti, solo in 48 ore negli ultimi giorni ne sono arrivati circa 12mila.

Noi ci aspettiamo dall’Unione Europea una mano proprio su questo, sulle procedure di identificazione. Queste procedure in Italia a volte durano mesi, a volte durano anni, e noi abbiamo bisogno di velocizzarle attraverso un supporto dell’intera Unione Europea, che sostenga queste procedure e ci aiuti a svolgerle nel migliore dei modi. Noi non vogliamo essere definiti eroi, vogliamo un aiuto concreto come popolo italiano perché ci sentiamo parte dell’Unione Europea, e soprattutto contribuiamo al bilancio dell’Unione Europea.

E’ ora che tutta l’Europa si faccia carico del problema migrazioni, del problema immigrazione. Non possiamo più nasconderci, non si può più fingere che l’Italia non sia il porto dell’Unione Europea, e che stia ricevendo un numero astronomico di migranti. Presidente Macron, è arrivato il momento del coraggio, è il momento di dimostrare veramente se esiste ancora un’Unione Europea, mettiamoci tutti in marcia per risolvere il problema dell’immigrazione. Mettiamoci tutti “in marcia“, come piace dire a lei.

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I dati Istat mostrano un Paese a pezzi: è ora di cambiare

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di MoVimento 5 Stelle

Nel rapporto 2017 dell’Istat è scolpito nero su bianco il fallimento di un’intera classe politica. L’Italia, soprattutto negli ultimissimi anni in cui Monti, Letta e Renzi hanno governato a suon di austerità, si è trasformata in un Paese diseguale, impoverito e senza più mobilità sociale.

Emergono infatti tre dati su tutti:
1) la spesa mensile delle famiglie ricche è più che doppia rispetto a quella delle famiglie a più basso reddito (3.810 euro contro 1.697)
2) 1,6 milioni di famiglie sono in povertà assoluta (6,1% del totale) mentre 3,5 milioni non hanno redditi da lavoro o da pensione lavorativa (13,9% del totale)
3) dal 2008 al 2017 abbiamo perso 1,1 milioni di giovani (18-34 anni) mentre abbiamo 2,2 milioni di giovani che non lavorano, non studiano e non si formano nel 2016 e il 68,1% che vive con i genitori (8,6 milioni di persone)

Diseguaglianza, povertà, invecchiamento.

Le conseguenze, ancor prima che economiche, sono politiche: solo l’8,1% della popolazione dai 14 anni in su segue la politica attiva attraverso forme di militanza e partecipazione. Viene da chiedersi come saremmo messi senza la ventata di aria fresca che ha portato il MoVimento 5 Stelle.

La politica, poi, è sempre più affare per ricchi. Se è vero infatti quanto dice l’Istat, cioè che le classi sociali tradizionali sono state disarticolate e la popolazione si è dispersa in numerose classi di reddito, è facile concludere che chi è più ricco rimane al vertice della società mentre tutti gli altri si limitano a sopravvivere perché non hanno più alcun potere di entrare nelle istituzioni o di condizionare le decisioni politiche. Siamo di fronte ad una società sempre meno politicizzata, dove i corpi intermedi stanno sparendo insieme alla classe media e a quella operaia. Non che non ci siano più operai o impiegati, anzi, ma si tratta di individui isolati e privi di potere contrattuale. Cittadini che hanno bisogno urgente di una rappresentanza politica forte.

C’è poi il problema fondamentale in una prospettiva di lungo periodo
: le nascite sono al palo (minimo storico nel 2016 con 474 mila), il saldo totale nati-morti è in deficit di 134 mila persone (secondo record di sempre) e gli ultra 65enni (13,5 milioni) sono ormai il 22% della popolazione totale, la percentuale più alta d’Europa.

Se non fosse per il contributo degli stranieri, che fanno figli ad un ritmo molto più alto degli italiani, il saldo sarebbe ancora peggiore. Ma va detto che questi stessi stranieri compongono la fascia più povera e quindi più ricattabile della popolazione, perché disposti ad accettare salari inferiori e ritmi di lavoro disumani pur di lavorare. L’immigrazione incontrollata non serve quindi solo a compensare le minori nascite degli italiani, ma anche a instaurare un regime di concorrenza tra poveri nel mondo del lavoro. Se ne avvantaggia solo la classe dirigente economica, che diminuisce i costi e aumenta i profitti.

Questo rapporto Istat è importante perché ci consente di individuare chi ha perso e chi ha vinto nell’Italia degli anni 2000. Il disastro sociale che abbiamo appena visto deriva infatti da scelte di politica economica molto precise. Attraverso il -7% di Pil accumulato dal 2008 al 2017, il -6,2% di produttività e -7,1% del Pil pro capite tra 2000 e 2014 la maggioranza degli italiani ha subìto una enorme redistribuzione dei redditi e della ricchezza a favore di una sola classe, sempre più ricca e meno numerosa. L’unica che oggi abbia ancora coesione e identità.

Hanno vinto loro, attraverso i Monti e i Renzi travestiti da cambiamento, ma non può durare per sempre. E’ ora di cambiare.

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I dati sull’immigrazione che mostrano l’enorme presa per il culo

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di MoVimento 5 Stelle

L’82% di tutti i migranti in Europa arriva in Italia. Nei primi 4 mesi del 2017 ci sono stati 47.000 ingressi nell’Unione, 37.200 in Italia. L’Italia spende 4,5 miliardi per l’accoglienza di questo 82% e la UE ci mette 91 milioni. Ossia l’Italia copre il 98% delle spese necessarie per accogliere l’82% dei migranti che arrivano in Europa

Grazie al Regolamento di Dublino l’82% dei migranti che arrivano in Europa con l’Italia come primo approdo devono rimanere in Italia e l’Europa si rifiuta di ricollocarli.

Gli arrivi di migranti in Unione Europea sono diminuiti complessivamente dell’84% grazie all’accordo miliardario (pagato anche da noi italiani) con la Turchia, contemporaneamente in Italia sono aumentati del 33% senza che nessuno ci abbia versato mezzo euro in più.

In tutto questo alcune navi delle ONG di tutta Europa sono sotto indagine perché fanno da taxi del mediterraneo Africa – Italia in combutta con gli scafisti e coperti dalla totale assenza di trasparenza.

Non vi sentite leggermente presi per il culo?

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Il #ProgrammaTurismo del MoVimento 5 Stelle

di Mattia Fantinati

Finora i governi hanno sempre considerato il turismo una sotto categoria della cultura. Si è sempre fatto turismo con la cultura.
Con noi tutto cambierà perché finalmente parleremo di CULTURA DEL TURISMO. Noi vogliamo che il turismo abbia una sua vera e propria identità. Vi do dei numeri: 1 miliardo investito nel petrolio genera 300 posti di lavoro. 1 miliardo investito nel Turismo genera 12mila posti di lavoro. Quindi quando vi dicono che il turismo è il nostro oro nero, addirittura lo sottostimano.
Vi siete mai chiesti perché l’Italia, pur essendo la meta da sogno di ogni turista, viene visitata una volta sola nella vita?
Vi siete mai chiesti come mai il nostro patrimonio culturale vale 7 volte quello di Francia e Spagna eppure noi abbiamo visite minori e introiti più bassi? Perché non c’è mai stata una programmazione strategica del Turismo. Dobbiamo definire un obiettivo per i prossimi 10 anni: che cosa vogliamo diventare?
Lo faremo con tanti esperti che ci disegneranno numerosi scenari. Poi a scegliere toccherà a voi!

Per Il MoVimento 5 Stelle il turismo è:
1. promozione unitaria ma attenta alle specificità.
2. turismo sostenibile, valorizza e tutela l’ambiente e le popolazioni.
3. turismo digitale: software e hardware che mettono insieme tutti i turisti.

Un’ultima cosa, ricordatevi bene che il turista è il nostro miglior ambasciatore nel mondo! Buon voto a tutti!

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La disoccupazione cala perché meno persone cercano lavoro

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da Vocidallestero.it

La disoccupazione italiana è calata a gennaio, ma non c’è troppo da rallegrarsi: gran parte della variazione è spiegata dal calo di coloro che cercano lavoro, anziché dall’aumento degli occupati. Inoltre, come segnala Bloomberg, la situazione dell’occupazione dovrà scontare nei prossimi mesi la fine dei benefici temporanei voluti da Renzi per incentivare le nuove assunzioni. Il bilancio complessivo del jobs act sembra prendere una strada precisa: rinuncia alle tutele da parte dei lavoratori in cambio di un temporaneo calo della disoccupazione, destinato a rientrare rapidamente al termine degli incentivi. Come volevasi dimostrare, agire dal lato dell’offerta per risolvere un problema di domanda si è rivelata un’idea molto poco brillante.

di Lorenzo Totaro e Giovanni Salzano, 3 aprile‎ ‎2017‎

La disoccupazione in Italia è diminuita, grazie al fatto che il numero di persone in cerca di lavoro ha avuto la diminuzione mensile più marcata dal mese di luglio 2015.

Lunedì l’ufficio Istat di Roma ha comunicato che il tasso di disoccupazione a febbraio è sceso all’11,5% dall’11,8% di gennaio. Il valore medio di una stima di Bloomberg fatta da dieci analisti era dell’11,9%. I dati hanno anche mostrato che ci sono state 83.000 persone in meno in cerca di lavoro a febbraio, il calo più consistente su base mensile registrato da luglio 2015.

Secondo quanto dichiarato dall’Unione Europea a febbraio, il PIL italiano dovrebbe crescere dello 0,9% quest’anno. Le attese del settore manifatturiero sono migliorate a marzo, anche se le stime della produzione industriale hanno segnalato una potenziale contrazione delle attività e il rischio che la terza maggiore economia dell’eurozona possa tornare in recessione.

L’occupazione potrebbe risentire nei mesi a venire dell’eliminazione graduale della riduzione sui contributi per i nuovi assunti introdotti nel 2015 dal governo dell’allora premier Matteo Renzi. I benefici, ridotti già l’anno scorso, finiranno a dicembre.

Fino a 2.000 dipendenti Alitalia, tra tempo pieno e part-time, rischiano di perdere il lavoro stando al nuovo business plan approvato lo scorso mese dal consiglio di amministrazione della compagnia aerea, secondo cui l’azienda deve ridurre i propri costi di un miliardo di euro entro il 2019.

In un comunicato a parte l’Istat ha comunicato la scorsa settimana che la fiducia delle famiglie è salita lo scorso mese, mentre il tasso di inflazione è sceso all’1,3% dall’1,6% di febbraio.

Secondo l’Istat, in febbraio il numero degli occupati è salito di 8.000 unità rispetto al mese precedente. La disoccupazione per le persone tra i 15 e i 24 anni è scesa al 35,2% dal 36,9% precedente. Si tratta del valore più basso dall’agosto 2012.

L’Istat aveva in precedenza stimato la disoccupazione a gennaio all’11,9%.

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#ProgrammaEsteri: Ripudio della guerra

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli, e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Questo è l’articolo 11 della Costituzione Italiana. Il ripudio della guerra è uno dei punti fondamentali del programma di governo del M5S. Chi meglio quindi di un Premio Nobel per la Pace poteva parlarcene? Vi proponiamo un estratto dell’intervento del Premio Nobel per la Pace Mairead Corrigan tenuto durante una conferenza del M5S dal titolo: “Se non fosse NATO”

di Mairead Corrigan – premio Nobel per la pace

C’è una speranza ed è nell’interiorità delle persone che sono grandi e si stanno mobilitando e si stanno unendo in tutto il mondo per portare un cambiamento necessario di cui si sente il bisogno, rifiutando la violenza e la guerra.

l’Organizzazione mondiale della Sanità ha detto che la violenza è una malattia prevenibile e la gente non nasce violenta, piuttosto tutti viviamo in culture di violenza. Questo si può cambiare attraverso un processo di pace , la ricerca di una pace giusta e la valorizzazione di culture di pace. E facendo ricorso alla non violenza attiva basata sull’amore dei nemici e su non uccidere si arriva ad una pace che è giusta, inclusiva e sostenibile.
Nell’Irlanda del Nord abbiamo dovuto affrontare la violenza da tutte le parti per più di 30 anni.
In tutta l’Unione Europea i giovani europei si spostano verso altri paesi dell’Unione Europea e non solo, per cercare lavoro, e molti continuano ad emigrare anche in altri continenti.
Sono tagli dovuti all’austerity imposti da molti governi dell’Unione Europea che stanno spingendo la gente nella povertà, e nonostante la mancanza di posti di lavoro e l’aumento della povertà per molte famiglie, i leaders politici insistono su politiche di governo che sostengono guerre all’estero invece della sicurezza per i cittadini dell’Unione Europea, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’ambiente.
Il governo britannico ha deciso di rinnovare l’acquisto di armi nucleari. Il controllo di queste armi nucleari, sebbene sia solo europeo, è del governo statunitense per un costo di 31 miliardi di sterline di soldi dei contribuenti. E questo è tutto fatto spudoratamente di fronte a milioni di cittadini che protestano contro le armi nucleari e che richiedono una Gran Bretagna e un mondo libero dal nucleare.
Anche il governo irlandese fa parte dei gruppi tattici della Nato e ha collaborato con l’esercito americano attraverso l’aeroporto di Shannon secondo i piani militari statunitensi usati nelle guerre condotte da Stati Uniti e Nato mettendo a rischio la nostra neutralità.
Noi siamo chiamati a lavorare insieme verso un mondo giusto, senza uccisioni, in cui tutti hanno il diritto di non essere uccisi e hanno la responsabilità di non uccidere. Noi possiamo costruire questo mondo.
Noi possiamo costruire questo mondo, e in Italia questo cambiamento passa attraverso il MoVimento 5 Stelle.

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