Nel Lazio il #PartitoDisuburra

di MoVimento 5 Stelle

Su alcuni organi di stampa leggiamo che il sindaco Pd di Fiumicino, Esterino Montino, avrebbe ceduto in gestione dei locali di sua proprietà alla famiglia Casamonica, avvalendosi peraltro di un avvocato, tale signor Capoccia, a… Continua a leggere Nel Lazio il #PartitoDisuburra

Zingaretti (PD) indagato per la seconda volta in Mafia Capitale

di MoVimento 5 Stelle

La notizia è di oggi: Nicola Zingaretti, Presidente PD della Regione Lazio, è indagato per falsa testimonianza nel processo Mafia Capitale.

Ed è già la seconda volta. Nel 2016 fu indagato nella stessa indagine di Buzzi e Carmi… Continua a leggere Zingaretti (PD) indagato per la seconda volta in Mafia Capitale

Il direttore del quotidiano Il Tempo e i rapporti con Mafia Capitale

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di MoVimento 5 Stelle

Gian Marco Chiocci, direttore de “Il Tempo”, quotidiano romano dedito al fango quotidiano contro il MoVimento 5 Stelle e l’amministrazione di Virginia Raggi, va verso il processo nell’inchiesta “Mafia Capitale” con l’accusa di favoreggiamento.

Secondo gli inquirenti che hanno chiuso le indagini, il direttore de “Il Tempo” avrebbe aiutato Massimo Carminati “a eludere le investigazioni dell’autorità giudiziaria che procedeva nei suoi confronti per i delitti di associazione a delinquere di stampo mafioso e di corruzione, comunicandogli, per il tramite di Salvatore Buzzi, di avere appreso in ambienti giudiziari della indagine a suo carico e di attività di intercettazione e di riprese video in corso”.

Proprietario de Il Tempo è il parlamentare super assenteista (99,5% di assenze) Antonio Angelucci (Forza Italia) , nonché imprenditore plurindagato nel settore della sanità privata romana.

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Non è mafia, è una montagna di merda

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Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!” Peppino Impastato

di Beppe Grillo

La sentenza che ha comminato 250 anni di galera al gruppo di malviventi, politici e pubblici amministratori compenetrati da anni con l’amministrazione di Roma capitale ha escluso l’associazione mafiosa. Verrebbe da sentirsi rasserenati da questa notizia, la band di bravi ragazzi coordinata da Carminati non sembra che abbia mai esplicitamente ucciso o minacciato nessuno. Che bella prospettiva! Non è stata la mafia, ma una semplice associazione a delinquere a prosciugare dignità e casse di Roma Capitale in quegli anni. Che bel sogno, non è vero? Però un diavoletto suggerirebbe che probabilmente non era necessario minacciare nessuno e/o che si tratta della più volte preconizzata mafia dei colletti bianchi.

Il fatto incontrovertibile è che sono state comminate condanne durissime a tutti gli imputati del processo: ben 41 colpevoli e solo 5 assolti. Condanne durissime per un totale di 287 anni mentre la procura ne aveva chiesti ben 515 di anni. Nell’aula bunker si festeggia perché è stato dimostrato che la mafia non esiste a Roma. Ma il municipio di Ostia è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Non c’è la mafia a Roma, eppure l’Osservatorio sulla legalità della regione Lazio a gennaio 2017 indicava il Lazio come la terza regione per investimento delle mafie e Roma ha il primato di immobili sottratti alla criminalità organizzata. Non c’è mafia a Roma, poi una volta c’è un sequestro del valore di 80 milioni di euro, ma questo succede nel 2016, perché nel 2017 la Dda sequestra invece beni per 280 milioni di euro. A Roma non c’è la mafia e neanche le piazze di spaccio come a Scampia, poi succede che fanno le retate come a Scampia e Roma è la Capitale d’Italia ma forse anche della coca.
Ma a Roma non ci sono le mafie, a Roma le mafie investono: ristoranti, pizzerie, pub, bar, gestiscono sale slot, vlt, fanno affari immobiliari.

A Roma non c’è la mafia, ma tutte le mafie fanno affari a Roma. Quindi, in definitiva, non è mafia, ma è comunque una montagna di merda. Che faceva estorsioni, danneggiamenti, pestaggi per far valere la propria forza. Che si infiltrava in tutti i gangli dell’amministrazione, a partire dal Comune. Che esercitava un capillare controllo del territorio. Che stringeva e manteneva forti relazioni col mondo imprenditoriale, cooperativistico e, soprattutto, politico. Perché, diciamocelo, ci sono condanne e condanne. Un “delinquente abituale”, come è stato definito Massimo Carminati, che viene condannato per aver fatto il delinquente non sorprende nessuno. Ma un politico che viene condannato per aver fatto il delinquente, invece del bene della cosa pubblica, dovrebbe sorprendere.

Luca Gramazio, ex consigliere comunale e regionale PDL, 11 anni;
Daniele Ozzimo, ex Assessore alla Casa Giunta Marino, 2 anni e 2 mesi;
Franco Panzironi, ex AD AMA, 10 anni;
Mirko Coratti, ex Presidente Assemblea Capitolina PD, 6 anni;
Giordano Tredicine, ex Vice coordinatore regionale Forza Italia per il Lazio, 3 anni;
Luca Odevaine, ex componente Tavolo coordinamento Immigrati del Viminale e ex Vice capo Gabinetto Giunta Veltroni, 6 anni e 6 mesi;
Andrea Tassone, ex Presidente X Municipio, Pd, 5 anni;
Pierpaolo Pedetti, consigliere PD, 7 anni.
La sentenza ha sancito che tanti soldi hanno girato tra Buzzi, Carminati, il PD, Forza Italia e gli altri partiti. Soldi dei cittadini che hanno pagato e che pagano ancora oggi. Un debito da 16 miliardi di euro non nasce dal nulla.

Adesso l’associazione a delinquere è una cosa nuova: c’è il politico, due ingegneri, un banchiere, un avvocato e un cardinale… spesso non c’è neppure il mafioso, pardon il delinquente! Massimo Carminati era una sorta di consulente in questa parte della storia del saccheggio di Roma. PD e Forza Italia (cose che cambiano identità come i virus più veloci cambiano gli antigeni per sfuggire al sistema immunitario) sono ampiamente coinvolti, non c’è dubbio. Personaggi che facevano parte dell’assemblea capitolina, amministrativi-politici sempre appartenenti o nominati da quei partiti “politici”, erano di fatto “coordinati a delinquere” da Carminati e Buzzi.

Un’organizzazione fintamente, eppure necessariamente, bipartisan. Fintamente perché si tratta di due facce della stessa moneta da un euro; necessariamente perché potesse continuare la mungitura di Roma indipendentemente da quale delle due “parti politiche” vincesse le elezioni. L’altra sera a Bersaglio Mobile abbiamo potuto vedere in diretta quello che mancava per capirci qualcosa: Esposito, PD, rivolgendosi al portavoce 5 Stelle Di Stefano, si è assunto la responsabilità politica come PD scaricandola contemporaneamente alla “precedente gestione Bersani”. In sostanza: non avendo cambiato ancora nome delcarrozzone cambiamo il pupazzo. Questa è esattamente la cultura del “non esiste”: noi non centriamo nulla ma ci assumiamo la responsabilità che è di Bersani e non di Renzi. Eppure Buzzi (che ha preso 19 anni) ha finanziato la campagna di Renzi.Si, ma vabbeh: sono pochi soldi…” in questa nuvola di aria bollita il chi ed il cosa non esistono più, quello che conta è essere veloci a scaricare i pesi morti, come Bersani.

Hanno messo in ginocchio un’intera città. Questo dice la sentenza. Questi sono i fatti. Una città lasciata in macerie perché una banda organizzata di criminali con l’appoggio e la connivenza dei politici ha lucrato sulle spalle e i soldi dei romani. Questa verità è oggi una sentenza. D’altra parte Borsellino diceva: “Politica e Mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”. Abbandoniamo noi cittadini questi camaleontici pesi morti per un popolo che non li merita davvero! Lasciamoli ai loro regolamenti di conti ma fuori dalla scena politica.

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#ProgrammaImmigrazione: le Commissioni territoriali

Più caos c’è, più la mafia prospera. Per il MoVimento 5 Stelle è fondamentale rendere certe e veloci le procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato. Dobbiamo rimediare alla situazione caotica che i partiti hanno creato per ingrassare le cooperative amiche. Il Ministero dell’Interno è l’autorità responsabile per l’esame del merito delle domande di protezione internazionale e le analizza per il tramite delle Commissioni Territoriali. Le Commissioni territoriali devono essere potenziate e messe nella condizione di lavorare al meglio. In Italia una procedura per il riconoscimento della protezione internazionale dura mediamente 18 mesi. Nel resto d’Europa 6 mesi. La permanenza di un singolo richiedente asilo per 18 mesi costa circa 19.000 euro. I “famosi” 35 euro al giorno vanno alle cooperative e alle associazioni che gestiscono i centri di accoglienza, per l’erogazione di beni e servizi. I richiedenti asilo ricevono invece un pocket money giornaliero pari a circa 2,50 euro. I consistenti flussi di denaro che riguardano il sistema di accoglienza costituiscono un elemento di attrazione per la criminalità organizzata che, come dimostrato dal caso Mafia Capitale ma non solo, ha individuato nella gestione dei flussi un redditivo business. Le recenti disposizioni del Decreto Minniti non incidono in maniera sostanziale sui tempi delle procedure. Poiché nessun verbale o trascrizione potrà mai essere più veritiero delle parole stesse della persona, chiediamo la videoregistrazione dei colloqui con i richiedenti asilo. La tecnologia odierna permette un esame veloce ed efficiente della registrazione di cui la trascrizione sarebbe solo un inutile duplicato. Questo renderebbe possibile una velocizzazione dei tempi della procedura e ne ridurrebbe notevolmente i costi senza nulla togliere alle garanzie procedurali dei richiedenti asilo.

di Guido Savio, avvocato e membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

Occorre chiarire fin da subito il ruolo e la natura delle Commissioni territoriali. La premessa è questa: in Italia tutte le domande di protezione internazionale devono essere valutate caso per caso. Lo impone la legge e tutte le normativa europea. La valutazione è affidata all’organismo amministrativo che è istituito presso il Ministero dell’Interno. Si tratta della Commissione nazionale asilo, che poi si articola sul territorio nazionale con 20 Commissioni territoriali e 30 sezioni distaccate.

Ciascuna Commissione è composta da un presidente, che è un viceprefetto, da un rappresentante del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, da un rappresentante di un ente locale, in genere del Comune, e da un rappresentante dell’UNHCR, cioè Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Anche se all’audizione, di norma, interviene un solo commissario, in realtà poi la decisione è collegiale e, siccome i membri sono quattro, in caso di parità di voti il voto del presidente vale doppio. Questo meccanismo che cosa ci consente di osservare? Che le Commissioni territoriali sono istituite in seno al Ministero dell’Interno, che hanno una composizione ministeriale nella misura del 50% e che il voto del Presidente è privilegiato.

Questi sono tutti elementi oggettivi che ci consentono di ritenere che queste Commissioni territoriali siano solo parzialmente indipendenti, avendo uno stretto legame con il Ministero dell’Interno. Occorre ancora precisare, per completezza, che i membri di queste Commissioni territoriali, che operano a tempo pieno, sono soltanto i presidenti, cioè i viceprefetti, e i rappresentanti dell’UNHCR. Gli altri invece non sono impiegati a tempo pieno. Quindi il membro del Comune che oggi si occupa di bilancio, domani può entrare a far parte della Commissione territoriale. La procedura per la domanda di asilo è una procedura obbligatoria che consiste in un’audizione personale alla presenza dell’interprete, una figura fondamentale perché serve per valutare la fondatezza o l’infondatezza della domanda e quindi se si ha diritto al riconoscimento dello status, della protezione sussidiaria o di quella umanitaria.

È importante sottolineare che, poiché contro le decisioni delle Commissioni territoriali si può far ricorso in tribunale, tanto più la decisione della Commissione sarà approfondita e ben motivata e tanto meno ci sarà la possibilità di vederla riformata in sede giudiziale. Quindi, l’elevata qualità e l’elevata professionalità del lavoro delle Commissioni costituisce una garanzia sia nei confronti del richiedente, sia per il sistema giustizia perché avrà un effetto sui contenziosi giudiziari e noi sappiamo quanto i tribunali siano intasati da questo tipo di cause. Il problema principale è che il numero delle domande è molto elevato: la durata media di ogni audizione è di un’ora e mezza, due ore nei casi di particolare complessità. Ogni commissario è tenuto a svolgere almeno quattro audizioni al giorno e questo incide inevitabilmente sui tempi di attesa della decisione finale che, in Italia, si aggirano attorno ai 18 mesi.

Dal momento in cui l’immigrato presenta domanda di protezione al momento in cui c’è la decisione amministrativa della Commissione territoriale, c’è una attesa di un anno e mezzo. La media europea è di 6 mesi. Questi tempi lunghi hanno un ruolo non positivo anche perché, nel frattempo, il richiedente asilo viene accolto nei centri di accoglienza straordinari, ovvero nei centri SPRAR dei Comuni che aderiscono al sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Secondo alcune stime, i costi di permanenza di un singolo richiedente asilo per 18 mesi su territorio italiano, sono di costa circa 19.000 euro. Questi 19.000 euro non vanno nella tasca del richiedente asilo, perché i “famosi” 35 euro al giorno vengono erogati alle cooperative e alle associazioni che gestiscono i centri d’accoglienza che, a loro volta, devono erogare beni e servizi. Al richiedente viene rilasciato soltanto un “pocket money” giornaliero di 2,50 euro. I consistenti flussi di denaro che girano attorno a questo affare, fa sì che questo sia diventato un business per molti e persino per la criminalità organizzata. Il caso di “Mafia Capitale” lo dimostra, quando addirittura Buzzi diceva che si guadagna di più con gli immigrati che con gli stupefacenti. Lo dimostrano anche recenti inchieste che, in Calabria e in altre regioni, hanno messo sotto inchiesta i gestori di questi centri di accoglienza.

E allora la proposta potrebbe essere questa: al fine di smaltire il gravoso lavoro delle Commissioni territoriali e per abbattere i tempi di esame delle domande, è possibile l’assunzione di 15.000 giovani laureati in materie sociali, giuridiche e umanistiche, formati adeguatamente e gratuitamente con il supporto di enti e organizzazioni anche internazionali come l’UNHCR, la Croce Rossa, oppure agenzie europee come l’EASO? Questa proposta potrebbe abbassare sostanzialmente il costo perché, per formare 15.000 nuovi commissari, servono 540 milioni di euro annui, l’equivalente di circa tre mesi e mezzo di accoglienza per 150.000 richiedenti asilo. Ridurre il tempo di attesa per l’approvazione e il respingimento della domanda di richiesta d’asilo agendo sul ruolo delle Commissioni territoriali, garantisce un enorme risparmio economico e contribuisce al tempo stesso al contrasto agli illeciti business della criminalità organizzata.

Chiariti i termini della questione, elenco i pro e i contro del quesito proposto. Sicuramente l’incremento del numero delle Commissioni territoriali, addirittura l’ideale sarebbe una in ogni provincia, e del numero dei componenti di ciascuna Commissione territoriale, sarebbe utilissimo per sveltire i tempi di definizione delle domande di protezione internazionale. Questa proposta non presenta alcun inconveniente, infatti:
1) Tutela i richiedenti perché non li espone a tempi biblici di attesa.
2) Tutela l’interesse pubblico, con una più rapida definizione delle posizioni dei migranti come titolari di una misura di protezione o da avviare alle procedure di allontanamento.
3) Consente di impiegare in modo più proficuo e trasparente le risorse pubbliche.

Occorre, però, una certa cautela perché il lavoro delle Commissioni territoriali è un lavoro assai più complesso di quanto comunemente si possa immaginare. Occorrono specifiche competenze giuridiche specialistiche, sul diritto dell’Unione Europea, sul diritto nazionale, sull’evoluzione giurisprudenziale delle corti europee. Servono competenze sociologiche, geopolitiche aggiornate, storiche dei Paesi di terzi, antropologiche e geografiche. Se un richiedente afferma di venire dal mare del sud e che là c’è un problema, occorre verificare concretamente, facendo ricorso alle cosiddette COI (country origin information), che sono tutte in lingua inglese, per andare a vedere se effettivamente è vero quello che il richiedente afferma. Ebbene, queste competenze non si acquisiscono da un giorno all’altro. Occorre formare adeguatamente i membri delle Commissioni, occorre che i membri delle Commissioni svolgano questo lavoro a tempo pieno e non a tempo parziale.

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Buzzi canta e i giornali muti – GUARDA IL VIDEO

di Paola Taverna

Nessuno parla più di mafia capitale proprio adesso che Buzzi canta. Soldi per le campagna elettorali dei partiti. Cene tra mafia e politica. Mancette e tangenti in cambio di appalti truccati e delibere a favore di chi pagava. Questa era la politica a Roma. Buzzi canta e i giornali muti.

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#RenziCantaTu

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di Luigi Di Maio

L’inchiesta per corruzione negli appalti Consip si è nutrita di altri elementi, dopo l’interrogatorio di Emiliano davanti ai PM e cioè che l’amico di famiglia Renzi, Carlo Russo, indagato per traffico di influenze, non era un semplice millantatore come vogliono far credere, ma un uomo ben conosciuto nel cerchio del giglio magico e, addirittura, raccomandato e sponsorizzato a Emiliano direttamente dal Ministro Lotti, indagato per rivelazione del segreto e favoreggiamento personale. Non solo. Starebbe emergendo anche che Russo avrebbe ricevuto un mandato ufficiale proprio da Matteo Renzi per farsi una chiacchierata informale con il Governatore Emiliano finalizzata a trovare una quadra.

Ricordiamo, inoltre, che Carlo Russo è stato mandato negli uffici dell’a.d. di Consip Marroni, direttamente da Tiziano Renzi, il babbo di Matteo, il quale avrebbe anche detto a Marroni di assecondare le sue richieste aventi ad oggetto la partecipazione ad appalti pubblici Consip.

Insomma, una situazione processuale che va prendendo forma e che sta facendo emergere ogni giorno che passa il coinvolgimento penale e politico di tutto il mondo del PD renziano. Una vera e propria ragnatela. Adesso però la smettano con questo silenzio assordante, omertoso. Rappresentano le istituzioni e, dunque, hanno il dovere, l’obbligo di parlare e dare le dovute spiegazioni ai cittadini, che vogliono evidentemente tenere all’oscuro.

Parlino e dicano tutto quello che sanno. Iniziando da Matteo Renzi, tirato prima direttamente in ballo dall’altro suo compagno Vannoni, che davanti ai PM ha ufficialmente dichiarato come fu lo stesso Matteo a dirgli di stare attento a Consip, prima dello spiffero dell’indagine, e che adesso viene tirato in ballo anche dallo staff del Governatore Emiliano, il quale sostiene che Russo avrebbe detto di aver ricevuto un mandato direttamente da Renzi per fare una chiacchierata con Emiliano e trovare una quadra. Una quadra di che? Di cosa si tratta? Renzi, si accomodi!

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Come funziona il Pd lo racconta Buzzi #BonifaziFacceRide

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di MoVimento 5 Stelle

Il tesoriere del Pd Bonifazi ha detto che il funzionamento del MoVimento 5 Stelle è un’incognita. In realtà è tutto trasparente: abbiamo rinunciato a 42 milioni di soldi pubblici e finanziamo le nostre iniziative con le microdonazioni di migliaia di sostenitori, ognuna pubblicamente rendicontata.

Certo per il Pd è difficile capire che si possa fare politica così. Il funzionamento del Pd invece lo conosciamo tutti. L’ha spiegato Buzzi di Mafia Capitale con nuove rivelazioni. Leggiamo insieme alcuni passi di questo articolo pubblicato proprio oggi:

“Mazzette, assunzioni su «segnalazione» e accordi con esponenti del Pd romano. Al suo quinto giorno di esame davanti ai giudici della decima sezione penale del tribunale di Roma, Salvatore Buzzi è ancora un fiume in piena. Il «ras» delle cooperative, in collegamento video dal carcere di Tolmezzo, racconta dei suoi affari con il Campidoglio all’epoca dalla giunta Marino. «Per l’approvazione del debito fuori bilancio legato al servizio di accoglienza per i minori non accompagnati ci siamo rivolti a Coratti (uno dei più votati del PD, ndr)», ha detto Buzzi. «Coratti – ha proseguito – ci ha chiesto 100mila euro in chiaro per far approvare la delibera del debito fuori bilancio creato nel semestre gennaio-giugno 2013. Io avevo il 26%, il restante apparteneva ad altre cooperative e tutti eravamo al corrente che dovevamo dare 50mila euro a Coratti e 50mila euro a D’Ausilio: praticamente l’1% della delibera da 11 milioni». «Un accordo corruttivo», il primo di una serie di tre stretti con Coratti, che per Buzzi sembra non prendere comunque la giusta piega. «L’accordo lo prendemmo io e Francesco Ferrara con Coratti – spiega Buzzi – ma quando arrivammo a maggio 2014 lo stesso Coratti mi disse che di queste cose non ne dovevo parlare più con lui ma con D’Ausilio». La voce del pagamento dei 100mila euro in chiaro, però, comincia evidentemente a circolare. «Mi chiama Luca Giansanti, capogruppo della lista Marino e mi dice: “e noi?” Quindi, l’8 agosto, mi chiede di passare in commissione Bilancio. In giunta non c’era problema perché il sindaco Marino è onestissimo e non ci ha mai chiesto nulla. Alfredo Ferrari del Pd, presidente commissione Bilancio, e Giansanti mi dicono se non ci dai 30mila euro non va in porto. Su questa vicenda, alla fine, non abbiamo pagato nessuno perché ci hanno arrestato». Altri due episodi sui quali si dilunga Buzzi sono quelli relativi all’ex presidente del decimo municipio, Andrea Tassone. «Inizialmente Tassone mi chiamava e io evitavo di incontrarlo, perché ogni volta mi chiedeva di assumere qualcuno – ha raccontato Buzzi – Il 7 maggio 2014, comunque, mi presenta Paolo Solvi come un suo uomo. Mi disse che gli servivano un sacco di soldi per la campagna elettorale, e che mi avrebbe affidato un lavoro di potature in cambio di 30mila euro. Voleva i soldi in nero perché doveva pagare la campagna elettorale e concordai 26mila e 500 euro, il 10% di 264mila euro della gara». «Ho pagato una tangente a Tassone e a D’Ausilio anche per la gara per la pulizia delle spiagge di Ostia – ha poi aggiunto Buzzi – il 10% sui 122mila euro della gara». Un’ultima bordata, Buzzi la riserva a Matteo Orfini: «Ho fatto la Città dell’altra economia, Orfini ne beneficiava quando chiedeva la sala convegni. Nessuno pagava, solo Grillo.»”

Bonifazi, impegnato a capire come funziona il MoVimento 5 Stelle, sulle parole di Buzzi non ha nulla da dire. Né il Pd ha mai fatto sapere quanti soldi gli ha donato Buzzi. Aspettiamo con ansia. Sarà divertente. #BonifaziFacceRide!

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Cara Mineo, il Governo vuole tenersi il centro del malaffare

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di MoVimento 5 Stelle

Nell’inchiesta dei pm di Catania sul Cara di Mineo si parlerebbe di ‘spregiudicata gestione dei posti di lavoro per l’illecita acquisizione di consenso elettorale’. Pare, addirittura, che ai dipendenti venisse chiesto di prendere la tessera NCD e di occuparsi della procedura di apertura dei circoli. Una vera e propria macchina elettorale che abbiamo denunciato più e più volte con atti di sindacato ispettivo, ai quali non abbiamo mai avuto risposta e con una mozione, con la quale chiedevamo la chiusura del centro di Mineo, bocciata dalla maggioranza di governo, quel governo del quale non a caso fanno parte Angelino Alfano e Giuseppe Castiglione, rispettivamente ministro degli Esteri e sottosegretario alle politiche agricole.

I membri M5s della commissione d’inchiesta Cie Cara Giuseppe Brescia, Vega Colonnese e Marialucia Lorefice sottolineano come nonostante le nostre pubbliche denunce, le audizioni in commissione d’inchiesta, nonostante lo stesso procuratore Verzera avesse definito Mineo ‘un’emergenza di Stato’, e nonostante Buzzi, uomo di punta di Mafia Capitale avesse detto ‘su Mineo cade il Governo’, ecco che invece si continua a far finta di niente. Quel posto, dove corruzione, malaffare e lesione dei diritti umani s’intersecano, continua a rimaner lì, vivo e vegeto, intoccabile. Noi non saremo mai complici di un sistema del genere, continueremo a denunciare e chi di dovere dovrà prendersi le sue responsabilità, non potrà dire di non sapere.

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Le tre #scimmiettePd: non ricordo, non rispondo e non c’ero

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di Beppe Grillo

Eccole le tre scimmiette Pd: non vedo, non sento e non parlo. O meglio non ricordo (Campana), non rispondo (Zingaretti) e non c’ero e se c’ero dormivo (Orfini).

Per trentotto volte Micaela Campana, deputata Pd, membro delle Commissioni Giustizia e pedina importante nella segreteria di Renzi, ha risposto “non ricordo” alle domande che i pm le hanno fatto lunedì durante la 128esima udienza del maxi processo Mafia Capitale, come teste della difesa del ras delle coop rosse, Salvatore Buzzi. Dai contributi elettorali versati dalla cricca al Pd, all’incontro organizzato con il viceministro degli Interni Filippo Bubbico, fino ad arrivare alla richiesta di trasloco per il cognato la Campana, che salì alle cronache per aver inviato proprio Buzzi un sms dal testo “Bacio, grande capo“. Non si ricorda e il giudice l’ha immediatamente indagata per falsa testimonianza. Che aspetta a dimettersi? Con questi evidenti problemi di amnesia come può rimanere in Parlamento?

Poi c’è Zingaretti, Presidente Pd della Regione Lazio che abbiamo scoperto, dopo due anni, essere indagato per corruzione e turbativa d’asta anche lui in Mafia Capitale solo il giorno del suo proscioglimento. Zingaretti 24 ore dopo le amnesie della Campana ha fatto l’indiano e si è avvalso della facoltà di non rispondere. Seconda scena muta. Secondo esponente di spicco del Pd che decide di non rivelare nulla alla magistratura su Mafia Capitale. E va pure dicendo in giro di aver denunciato Buzzi, ma al processo muto.

E infine Orfini. Quello che fino all’ultimo diede copertura politica al piddino Tassone di Ostia (Pd), oggi ai domiciliari perché beccato con le mani nella marmellata sempre nell’inchiesta Mafia Capitale. Orfini è quello che: “Abbiamo ripulito il Pd“, e poi alle primarie per le amministrative 2016 spuntano 3.000 schede bianche. E’ quello che, marzo 2013: “Il finanziamento pubblico ai partiti va mantenuto“. E certo, altrimenti come campa?

La Campana alle 38 domande del giudice ha risposto che non ricorda. Zingaretti fa scena muta. Orfini non si è mai accorto di nulla. C’è qualcuno nel Pd che non soffra di amnesie, di mutismo o di disturbi dell’attenzione che possa raccontarci che diavolo hanno combinato a Roma? Qualche giornalista che abbia il coraggio di fare un’inchiesta anche se coinvolge il partito di governo? Qualche direttore del Tg1 che racconti agli italiani le responsabilità del Pd nella devastazione della Capitale? Qualche Presidente della Commissione antimafia che anzichè convocare a cadenza regolare Virginia Raggi chiami la Campana e Zingaretti?
Nazarenoooo, c’è nessunoooo?

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