#ProgrammaGiustizia: I processi di mafia nelle sedi delle Corti d’Appello

Ad oggi, grazie alla lungimirante intuizione e geniale visione di Giovanni Falcone, esistono le Direzioni Distrettuali Antimafia con procuratori, cioè organi requirenti, specializzati in ogni sede di Corte d’appello, coordinate dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo con unica sede a Roma. Il MoVimento 5 Stelle chiede se siete d’accordo nel prevedere che tutti i processi legati alla criminalità organizzata di stampo mafioso si celebrino presso le sedi delle Corti d’Appello, formate da Giudici specializzati e muniti di idonee strutture. Prevedere dunque che oltre ai PM, chi è chiamato a giudicare, abbia la stessa specifica competenza e formazione di coloro, come i magistrati requirenti, che compiono indagini di contrasto alle mafie.

di Mattia Alfano, avvocato

Il quesito a cui siete chiamati a rispondere riguarda la possibilità o meno di istituire presso le Corti di Appello delle sezioni di giudici specializzate per i reati di criminalità organizzata. Per comprendere questo quesito, occorre sapere prima un dato preliminare, ossia che la magistratura è suddivisa in due organi: uno requirente e inquirente, che sono cioè i pubblici ministeri e i procuratori generali che si occupano principalmente della fase investigativa, cioè di ricostruire la fondatezza delle accuse e di stabilire se sussistano degli elementi per poter mandare una persona a processo.

E poi ci sono i giudici, che sono le persone sono chiamate a stabilire la colpevolezza o l’innocenza era una persona accusata di un reato.
Nel 1990 Giovanni Falcone ci ha lasciato una grande eredità: le sezioni distrettuali antimafia. La sua intuizione geniale è stata quella che, per combattere il fenomeno della criminalità organizzata, sarebbe stato necessario istituire degli organi ad hoc specializzati su questa tipologia di crimini accentrate presso i distretti di corte d’appello. Questo perché la criminalità organizzata ha delle particolarità tali per cui è necessario che ci siano dei magistrati inquirenti, specializzati sulle modalità operative di questa criminalità. E soprattutto che questi magistrati siano fra di loro coordinati, e abbiano una base regionale. Proprio perché la criminalità organizzata ha delle manifestazioni a carattere locale, ma poi si sviluppa su base regionale e base nazionale.

La proposta del Movimento 5 Stelle
vuole istituire accanto a quelli che sono degli organi inquirenti, che già esistono, anche degli organi decisionali su base regionale che si occupino esclusivamente di criminalità organizzata. La lotta alla mafia richiede persone esperte che siano specializzate nel combattere questa tipologia di crimine. La criminalità organizzata spesso si manifesta con piccoli crimini su base locale, ma poi ha la sua manifestazione più grande su ramificazioni ed espressioni che si sviluppano su base regionale e nazionale. Spesso il singolo crimine su quale il magistrato è chiamato a decidere in realtà è la punta dell’iceberg; e la parte sommersa è quel molto di più su cui il magistrato dovrebbe avere conoscenze base per essere chiamato a decidere in senso completo e compiuto.

La proposta del Movimento 5 Stelle quindi vuol istituire degli organi decisionali che siano esperti su questa tipologia di crimine e che abbiano una base regionale, proprio perché c’è la consapevolezza che la tipologia del crimine messa in atto dalla criminalità organizzata di stampo mafioso è una tipologia di crimine che per essere pienamente apprezzata, in concreto, dal magistrato, ha bisogno di una base più ampia rispetto a quella del singolo magistrato di ciascun tribunale.

Dicevano gli antichi “scientia est potentia” cioè che la conoscenza è potere. La nostra volontà è quella di creare dei magistrati più esperti, più competenti, per far sì che la magistratura sia anche più forte nel momento in cui va a decidere i reati di criminalità organizzata. La criminalità organizzata deve avere una risposta dura da parte dello Stato, la volontà di creare dei magistrati più esperti è quella di creare anche dei magistrati più preparati, e quindi anche più forti nel combattere la criminalità organizzata.

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Pietraperzia, costituzione di parte civile è atto di speranza

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di MoVimento 5 Stelle

Per la prima volta il comune di Pietraperzia si costituisce parte civile in un processo di mafia, un atto importante, di civiltà ma sopratutto di speranza. In un territorio dove Cosa Nostra è forte, radicata ma dove è anche più forte l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine, i cittadini devono fare parte del cambiamento. Costituirsi parte civile è riconoscere che la mafia danneggia una società nei suoi valori più profondi e ne chiede giustizia.

Mario Giarrusso membro della commissione Antimafia, in qualità di avvocato nominato a titolo gratuito dal comune di Pietraperzia sottolinea l’importanza della decisione: “Non è un processo semplice, gli imputati sono personaggi mafiosi di primo piano, ma vogliamo dare da una parte un segnale di fermezza, dall’altra parte anche un segnale di speranza per i cittadini e lanciare un messaggio forte ai familiari dei mafiosi: Cosa Nostra non ha più residenza in Sicilia, non ha residenza nel comune di Pietraperzia. Un sistema medievale che fa della sopraffazione, della violenza le sue cifre culturali non ha e non deve avere spazio. Deve avere spazio, invece, la voglia e la capacità di intraprendere nuovi cammini di legalità, di abbandono della mafia, di una società che non può continuare ad impoverirsi per far arricchire pochi. Confidiamo nella magistratura e siamo convinti che questo segnale, unitamente alla lotta della maggioranza di cittadini onesti in Sicilia e non solo metterà la parola fine alle mafie”.

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Pozzuoli: l’ombra della mafia sul mercato? (06-07-2017)

Roma, 6 luglio 2017 – «L’eterna vicenda del mercato di Pozzuoli continua a non avere fine e a tingersi di tinte fosche. I costi più che raddoppiati, le false partenze, la mancanza dei collaudi, la pericolosità della struttura e… Continua a leggere Pozzuoli: l’ombra della mafia sul mercato? (06-07-2017)

La mafia a Roma non mangia più: l’inizio della fine dei campi rom

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Applausi per Virginia Raggi e l’amministrazione 5 Stelle di Roma. Per la prima volta chi governa la capitale non pensa a come lucrare sulla pelle degli altri e a danno dei cittadini, ma a come risolvere i problemi. Quella dei campi rom era una questione che nessuno aveva mai chiuso, forse neppure affrontato, ma sulla quale tanti (troppi) hanno magnato. Da adesso si inizia a chiuderli, per sempre. E i soldi per farlo ce li facciamo dare dall’Unione Europea, nessun costo extra per i romani. Un capolavoro. Il piddino Buzzi si augurava per i romani “un anno pieno di monnezza, profughi, immigrati, sfollati, minori, piovoso così cresce l’erba da tagliare e magari con qualche bufera di neve”. Il MoVimento 5 Stelle invece sta risolvendo i problemi. Forza Virginia. Beppe Grillo

di Virginia Raggi

Superiamo i campi rom. E’ l’inizio della fine per una vergogna durata decenni. Politici, criminalità di ogni genere, mafie: tutti si sono nutriti e sono ingrassati nella mangiatoia dei campi. Facevano comodo a tutti: per questo le precedenti amministrazioni promettevano di chiuderli mentre si popolavano ogni giorno di più.
Ora, per la prima volta, un’amministrazione presenta un piano concreto che consentirà di superarli.

Alla base un Patto di Responsabilità che impone doveri precisi e rigorosi alle popolazioni che abitano i villaggi. Affermiamo la legalità dei comportamenti.
Grazie a protocolli che stiamo stipulando con la Guardia di Finanza e con l’Agenzia delle Entrate conosceremo la situazione patrimoniale di chi ha vissuto nel sommerso e nell’illegalità. Metteremo fine a qualsiasi forma di sostegno per chi non ne ha diritto.
Nessuno godrà più di trattamenti speciali. Riguardo la casa, la scuola, la sanità, la formazione e l’accesso al lavoro applicheremo le misure valide per tutti i cittadini. Per la prima volta, viene eliminata ogni forma di assistenzialismo. La legge deve essere sempre uguale per tutti.

Niente e nessuno sarà più immune da questo principio. Abbiamo a disposizione fondi che l’Unione europea ha destinato esclusivamente per le popolazioni rom, risorse che altrimenti andrebbero perdute. Li utilizzeremo per far in modo che non esistano più campi all’insegna della criminalità e dell’illegalità. Non elargiremo bonus a nessuno, ma supporteremo queste persone affinché trovino una casa normale ed escano dall’isolamento che li ha caratterizzati in questi anni. Sino a oggi hanno vissuto in ghetti che consentivano di non pagare tasse, utenze e le spese che devono sobbarcarsi tutti gli altri cittadini. Con il nostro piano, tutto ciò finirà. Con i soldi dell’Unione europea recupereremo milioni di euro dall’evasione e dall’illegalità e li metteremo a disposizione di tutti i cittadini. La mafia a Roma non mangia più.

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La mafia di Avola minaccia il M5s: incendiata l’auto del nostro candidato

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di Mario Michele Giarrusso, M5s Senato e Commissione Antimafia

La scorsa notte, alle 4 del mattino, il nostro candidato alle elezioni del consiglio comunale di Avola, Rosario Zaffarana, ha subito un vile atto di intimidazione mafiosa. Come si evince dal video, un delinquente col capo coperto, si è avvicinato alla Fiat Croma di Zaffarana, posteggiata sotto l’abitazione del nostro candidato e dopo averla cosparsa di liquido infiammabile, appiccava il fuoco. Il fuoco così appiccato, rischiava di propagarsi anche alla vicina abitazione terrana, dove dormivano una mamma con tre ragazzi tra cui uno disabile. Solo la prontezza del nostro candidato, svegliato dal crepitio delle fiamme ed intervenuto con un estintore impediva il peggio.

Se la mafia di Avola pensa così di chiudere la bocca ai nostri candidati o di intimidirli sappia che si sbaglia.

Il Movimento si schiera compatto con il nostro candidato Rosario Zafferana, con il nostro candidato sindaco Giuseppe Papa e con tutti gli altri candidati e attivisti di Avola. Noi leveremo ancora più alta la nostra voce contro le cosche che stringono Avola in una morsa di paura ed intimidazione chiedendo conto alla Procura di Siracusa dello stato delle diverse indagini in corso e che sembrano allo stato languire nel disinteresse e nella più grave disattenzione.

Avola è città di persone per bene che vogliono liberarsi di pochi violenti criminali e dei loro complici e referenti politici. L’undici giugno anche Avola sarà liberata. A riveder le Stelle.

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Per non dimenticare Peppino Impastato

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di Peppino Impastato (Cinisi, 5 gennaio 1948 – Cinisi, 9 maggio 1978)

Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!

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In Germania la mafia non esiste? Il caso Petra Reski

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di Petra Reski – video in tedesco

La Frankfurter Allgemeine ha scritto: “Imparare dalla mafia significa imparare a tacere, una giornalista d’inchiesta intimidita e piantata in asso dal settimanale der Freitag – Il caso Petra Reski per vari aspetti è insolito” dunque uno si chiede perché sia insolito. Io ho scritto un articolo sulla mafia in Germania, in particolare sulla mafia nell’est della Germania: questo articolo è stato pubblicato nel marzo 2016 e nel mese di luglio 2016 ho avuto una querela, la richiesta insomma, non era ancora una querela, un avviso di una futura querela diciamo, perché un uomo d’affari italiano citato per nome nell’articolo considerava leso il diritto alla tutela della sua reputazione.

Da quel momento in poi non ho sentito nulla. Poi il mio avvocato ha contattato anche il tribunale e ha saputo che praticamente questa querela non aveva nessuna chance, veniva considerata dal tribunale di Lipsia stesso una querela insensata, visto che i fatti che ho riferito nel mio articolo erano fatti di una sentenza pubblica, dunque io non ho fatto altro che una cronaca giudiziaria perché in questo articolo ho scritto non solo sulla mafia in Germania ma ho descritto lo strano caso dei giornalisti che dopo aver scritto sulla mafia in Germania vengono querelati, e tutti perdono le cause. Dopo questa informazione da parte del tribunale non abbiamo più sentito nulla, io mi sentivo anche più o meno tranquilla, e fino al novembre 2016 quando ho avuto la querela ufficiale, e ho contattato ovviamente, io già in luglio avevo contattato la redazione, ho comunicato di aver ricevuto questa lettera dall’avvocato e loro invece dicevano di non aver ricevuto nulla.

In novembre quando ho avuto la querela ho contattato di nuovo la redazione, ho mandato una lunga mail al caporedattore e anche al proprietario ed editore del giornale der Freitag, e non ho ricevuto nessuna risposta. Cosa molto inusuale, perché di solito un giornale che pubblica un articolo verifica, in caso di dubbi sui contenuti, soprattutto se di cronaca giudiziaria, devono per forza farlo controllare da un avvocato. Dunque ho ricevuto la querela in novembre. A fine ottobre, pochi giorni prima di ricevere la querela, ho contattato la redazione perché cercavo il mio articolo in Internet e mi sono accorta che questo articolo non c’era più, era stato cancellato. Ho chiamato la redattrice e ho saputo che nel frattempo anche loro avrebbero ricevuto una querela e in seguito hanno cancellato l’articolo che era online. Dunque, in seguito, ho scritto una mail all’editore senza ricevere mai una risposta. In particolare, era molto singolare il fatto che la querela fosse arrivata al mio indirizzo, non pubblico, di Venezia con il dettaglio del piano a cui abito, dunque il piano a cui abito lo puoi sapere solo se ti trovi davanti alla mia porta, pertanto era un piccolo dettaglio per dire, come si dice in italiano, per gustare il rischio di scrivere sulla mafia. Chi scrive sulla mafia lo fa a proprio rischio e pericolo, così ha detto Alberto Spampinato, il cui fratello è stato ucciso dalla mafia, anche lui giornalista.

Dunque questo piccolo dettaglio del piano a cui abito era una cosa per farmi gustare il rischio di scrivere sulla mafia. Dopo non ho più sentito nulla, ovviamente, dalla redazione, nessuna richiesta su come fare etc. Poi, il processo è andato avanti nonostante, diciamo, il tribunale abbia considerato completamente inammissibile la richiesta di adottare un provvedimento provvisorio nei miei confronti, poi la sentenza emessa è stata tutto il contrario. In quel momento, ovviamente, noi pensavamo che questo processo finisse a nostro favore e abbiamo dovuto sapere che è finito in maniera contraria, ho cercato il sostegno dei sindacati e purtroppo i sindacati, visto che ho dovuto rivolgermi in fretta e furia a un avvocato, non ho contattato i sindacati prima di contattare il mio avvocato, dunque loro si sono posti dal punto di vista che, visto che ho scelto un avvocato indipendente non scelto dai sindacati, non mi possono pagare le spese legali.

Questo è andato avanti fino a marzo, quando ho reso pubblica questa cosa perché lo trovo veramente uno scandalo che una giornalista che scrive sulla mafia venga anche piantata in asso dall’editore, questa è una cosa completamente inusuale, non è mai successo in Germania che un editore, per un articolo pubblicato nel suo giornale, piantasse in asso un giornalista e non solo, quando l’ho reso pubblico sul mio blog e anche con articoli che sono stati pubblicati dalla Frankfurter Allgemeine, e poi altri articoli in Germania che sono venuti dopo, sono stata anche diffamata gravemente dall’editore che diceva una frase storica, credo, adesso per i giornalisti: “Le redazioni non sono un’assicurazione di tutela legale”. Questa è la dichiarazione di sconfitta del giornalismo, non esiste più se questa è la posizione degli editori nei confronti di querele del genere, il giornalismo non esiste più. Poi mi ha diffamata dicendo che io avrei scritto fake news o che farei parte della stampa bugiarda, dunque questo genere di diffamazione non la commento neanche.

Di conseguenza, alla fine, visto che non avevo né il sostegno dei sindacati né il sostegno del mio editore, ho fatto un crowdfunding sul mio blog, un fundraising, che per fortuna, grazie anche al sostegno di tanti giornalisti tedeschi, sono tante le persone che mi hanno già sostenuta, ho avuto anche il sostegno dello European Centre for Press and Media Freedom, con sede a Lipsia, di cui sono molto orgogliosa e adesso vado avanti con questa cosa perché le spese legali non sono finite e adesso mi è stata anche annunciata un’altra querela per risarcimento da parte dell’imprenditore italiano di successo. Io voglio soprattutto tenere alta l’attenzione sul tema, non per il mio caso, al di là del fatto che si tratta di un caso eclatante, ma ci sono stati anche altri giornalisti tedeschi che hanno scritto sulla mafia.

Tutti quelli che hanno scritto sulla mafia, che sono stati querelati, hanno tutti perso il processo, dunque io mi chiedo se questo sia normale, se questa sia la regola, che qualunque giornalista in Germania che scriva sulla mafia venga per forza anche condannato e se viene per giunta, come successo a me, anche piantato in asso dall’editore, la mafia in Germania la fa franca. Questo è molto grave perché c’è già una scarsissima informazione sulla mafia in Germania nei media perché ovviamente tutte le redazioni temono le querele e dunque prima di pubblicare un articolo, gran parte già mettono gli articoli, io conosco tanti casi di redazioni tedesche che hanno dei servizi pronti ma non li hanno pubblicati perché hanno troppa paura delle querele, perché il diritto tedesco rende molto facile a chiunque, ai cosiddetti imprenditori di successo italiani, fare una querela a qualunque giornalista tedesco, dunque in questo caso gli italiani mi hanno spesso chiesto: “Ma dopo Duisburg cos’hanno fatto i tedeschi?”, nessuno si ricorda più di Duisburg, della strage di mafia di Duisburg, nessuno si ricorda più dell’esistenza della mafia in Germania perché viene vietato dai tribunali ai giornalisti tedeschi di scrivere sulla mafia.

Siccome è molto facile querelare un giornalista che scrive sulla mafia in Germania, viene naturalmente eliminata anche l’informazione sulla mafia in Germania, dunque i tedeschi giustamente pensano che la mafia in Germania fosse un problema marginale come lo hanno pensato anche nel nord Italia fino a pochi anni, fa pertanto è un problema non solo tedesco, non solo italiano, perché è un problema europeo, dunque l’informazione sulla mafia in Germania è indispensabile, come lo è tuttora anche in Italia. L’Italia ha fatto un percorso molto più lungo ovviamente, però se le stesse cose che sono successe in Italia praticamente quarant’anni fa adesso succedono in Germania abbiamo un piccolo problema. È un problema europeo e come tale deve essere anche affrontato. La mafia non è solo italiana, è un problema europeo.

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Imparare dalla mafia significa imparare a tacere

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di Petra Reski

Grazie alla Frankfurter Allgemeine Zeitung in cui il giornalista Andreas Rossmann ha descritto il mio “caso” mi sono ricreduta sul giornalismo. Analisi sobria non solo della querela degli imprenditori italiani di successo in Germania, ma anche dell’atteggiamento del caporedattore del giornale per il quale ho scritto il mio articolo: il “Freitag” – uno noto per ostentare il suo grande impegno sociale.

Imparare dalla mafia significa imparare a tacere

Una giornalista d’inchiesta viene intimidita e piantata in asso dal settimanale “Der Freitag”: il caso Petra Reski è per molteplici aspetti insolito.

di Andreas Rossmann

Chi scrive sulla mafia, lo fa “a proprio rischio e pericolo”, dice il giornalista italiano Alberto Spampinato. Questo siciliano sa di cosa parla: da quando suo fratello Giovanni nel 1972, all’epoca venticinquenne, e corrispondente dalla sua città natale Ragusa del quotidiano palermitano “L’Ora”, fu assassinato da Cosa Nostra, questo tema non gli dà pace. Nel 2009 ha pubblicato un libro su suo fratello, scritto in prima persona. L’anno prima Spampinato, che ha lavorato a lungo a Roma per l’agenzia di stampa Ansa, ha dato vita al progetto “Ossigeno per l’informazione”, una sorta di “Osservatorio sui diritti umani” per i giornalisti. Dalla sua fondazione, “Ossigeno” ha documentato un numero crescente di casi, e questo non solo nel Sud Italia: nel 2009 sono stati 91, nel 2016 più di quattrocento.

“A proprio rischio e pericolo”, riguarda anche il pericolo di vita. Negli ultimi trent’anni sono stati tredici in Italia i rappresentanti della stampa uccisi dalla mafia. E ciò significa a proprie spese: giornalisti sono stati minacciati, con gomme forate e bombe incendiarie o con richieste di risarcimento danni e diffamazioni, cose che, data la lentezza della giustizia, possono impegnare le forze fino a fiaccarle. Alcuni – come Roberto Saviano– sono sotto scorta, e questo non solo a Napoli, Caserta o Reggio Calabria. Ma Spampinato intende anche il pericolo per l’integrità: ostilità e intimidazioni devono ridurre al silenzio i giornalisti. Ne sa qualcosa anche Petra Reski, che, come autrice libera, indaga sulla mafia e della cui storia qui si parla.

Affari miliardari anche qui da noi in Germania.
Un mezzo legale per assicurarsi il silenzio, lo offre il diritto della personalità, che però per i tribunali italiani vale di meno in rapporto al pubblico interesse. Ciò stimola i media a svolgere il loro ruolo di guardiani e controllori. In Germania questo avviene solo occasionalmente, anche perché volentieri ci si comporta come se qui la mafia non fosse presente. Benché questa una volta si sia rivelata con assoluta evidenza, come nel 2007 a Duisburg, dove in una faida tra due Clan della ‘ndrangheta furono giustiziate sei persone, o due anni fa al Lago di Costanza, dove furono arrestati otto componenti dell’organizzazione calabrese, la polizia – e anche le notizie di stampa danno non di rado l’impressione che si tratti di “faccende interne” italiane.

Il BKA, il dipartimento federale d’investigazione criminale, tuttavia, ritiene che ci siano oltre cinquecento affiliati alla mafia in Germania e conosce gli affari miliardari con la droga – e il traffico di armi, con ditte prestanome e con il riciclaggio di danaro sporco. Ma gli strumenti giuridici non sono all’altezza, le azioni penali poco efficaci. La sola appartenenza alla mafia, diversamente che in Italia, non è un reato, e mentre in Germania le autorità devono dimostrare a un presunto mafioso, che i milioni che ha investito in immobili, li ha acquisiti illegalmente, in Italia è all’opposto: se il sospettato non può provare come è venuto in possesso del suo patrimonio, questo gli viene sequestrato.
Le conseguenze del suo lavoro coraggioso

Già nel 2013 il governo federale aveva annunciato l’inversione dell’onere della prova, tuttavia, fintantoché manca la riforma, la mafia ha gioco facile e la polizia si trova in difficoltà. In proporzione ai danni provocati all’economia e alla società civile, gli affari della mafia trovano scarsa attenzione. Le ricerche sono dispendiose e difficili, e sebbene l’obbligo da parte della stampa di riferire su un sospetto sia sancito giuridicamente, alcuni uffici stampa di tribunali pretendono dai giornalisti fatti probatori che vadano oltre gli indizi.

Petra Reski scrive di continuo ed è bene informata sulla mafia. Ha buoni contatti ed è bilingue, da più di vent’anni segue da Venezia gli sviluppi e gli intrecci nei due paesi. In articoli e libri, tra i quali “Mafia – di padrini, pizzerie e falsi preti” (2008) (edizione italiana: Santa Mafia), la pubblicista, nata ad Unna nel 1958, fa luce sulle strutture di potere e le trame, fa capire i pericoli e si espone essa stessa al pericolo. Nei suoi lavori, opinioni e analisi si legano ad audacia e coraggio. Ma le conseguenze non si sono fatte attendere: azioni inibitorie e querele per diffamazione, pressioni, processi.
Un caso per molteplici aspetti insolito

“Chi scrive sulla mafia lo fa a proprio rischio e pericolo.” La frase viene citata anche da Petra Reski in un articolo apparso il 17 marzo 2016 sul settimanale “Freitag” col titolo “Ai boss piace il tedesco” . In un’intera pagina ella descrive come la mafia ha potuto rapidamente e agevolmente prendere piede nella Germania dell’est, espone le difficoltà di raccontarne le attività e documenta alcune esperienze. Un anno dopo, quella frase ha coinvolto l’autrice in modo preoccupante. La querela al tribunale di Lipsia da parte di un uomo d’affari italiano, citato per nome nell’articolo, che vede lesi i suoi diritti della personalità, ha colpito la giornalista – finanziariamente, nel suo onore e nella sua esistenza. E’ probabile che il querelante mirasse anche principalmente proprio a questo, dato che il suo nome era già stato fatto in altri articoli di giornale su questa sentenza, e il provvedimento provvisorio l’ha richiesto inizialmente contro l’autrice. Solo dopo il “Freitag” ha ricevuto un’ammonizione.

Il caso è insolito sotto molteplici aspetti, dal momento che, per il suo articolo, Petra Reski aveva preso lo spunto da una precedente sentenza, sempre del tribunale di Lipsia, a favore dello stesso uomo d’affari. Questi aveva sporto querela contro il reportage trasmesso il 4 November 2015 dalla rete televisiva MDR “La provincia dei boss – La mafia nella Germania centrale”, poiché si riteneva rappresentato in maniera identificabile nella persona chiamata “Michele”, che, secondo le indagini delle autorità italiane, era affiliata alla mafia e, come amministratore finanziario, era implicata nell’espansione della ‘ndrangheta a Erfurt.

Neppure il tentativo di venire incontro all’autrice

Di questa sentenza pubblica Petra Reski ha riferito al “Freitag”. Il tribunale aveva considerato in un primo momento “assolutamente inammissibile” l’istanza di adozione di un provvedimento provvisorio, come comunicò al querelante. Del resto era dubbio se i princìpi dell’obbligo da parte della stampa di riferire su un sospetto, princìpi che il querelante vedeva lesi, avrebbero trovato poi applicazione nel caso in oggetto. Ma poi il tribunale, che nei processi alla stampa è considerato particolarmente benevolo nei confronti dei querelanti, ha accettato l’istanza e ha accolto la querela: Petra Reski il 24 febbraio 2017 è stata condannata a tralasciare la divulgazione, e la sentenza è stata dichiarata provvisoriamente esecutiva contro una cauzione di 5000 Euro.
L’italiano, che a Erfurt gestisce una gelateria e un ristorante, aveva richiesto il procedimento il 28 giugno 2016, più di tre mesi dopo la pubblicazione. Alla giornalista, che vive a Venezia, poté essere recapitato solo nel novembre 2016. Nel settembre 2016 il querelante si rivolse anche al “Freitag.” E’ normale che un giornale che, con la decisione di stampare l’articolo, sta dietro l’autore, in caso di un conflitto giuridico si metta davanti a lui, si consigli con lui e lo difenda. Un sondaggio tra consulenti legali e avvocati dei media ha rivelato che nessuno ha sentito di un caso in cui non si sia agito così. Sì, anche se il giornale giunge in seguito a un’altra valutazione giuridica diversa da quella dell’autore, si assume di regola il rischio. Il “Freitag” invece non ha assolutamente cercato di venire in aiuto alla sua autrice, anzi ha cancellato subito l’articolo dalla pagina di Internet senza discuterne prima con lei.

“Le redazioni non sono un’assicurazione di tutela legale “

“Le spese legali per una piccola casa editrice come la nostra sono un peso considerevole”, le ha spiegato la redattrice responsabile, con la quale più volte ha lavorato bene, ha detto Petra Reski al Frankfurter Allgemeine Zeitung. Si sente piantata in asso dal “Freitag”: ” Nessuno al ‚Freitag‘ sembra esserci arrivato a considerare che le spese legali per una piccola autrice come me, che ha guadagnato per l’articolo 321 euro lordi, sono un peso considerevole, se non addirittura maggiore.” Invitato a una presa di posizione, Jakob Augstein, caporedattore del “Freitag”, ha detto al F.A.Z.: “Come giornale ci viene richiesto di confidare nel lavoro corretto dei nostri autori. Se inconsapevolmente stampiamo affermazioni che si rivelano insostenibili, dobbiamo garantire di non ripetere più tali affermazioni. E’ una prassi normale nel panorama dei media tedeschi e perfino giusta e importante in tempi contraddistinti da espressioni come ‚Fake News‘ e ‚Stampa bugiarda‘. “Al rimprovero rivoltogli per il mancato sostegno legale, ha replicato: “Le redazioni non sono un’assicurazione di tutela legale per le inchieste di scarsa qualità.”

Con ciò Augstein non solo accetta, senza verificarla, la decisione di Lipsia, ma discredita anche l’autrice dapprima apprezzata dal giornale, facendo sapere cosa può significare e costare una libera collaborazione al “Freitag”. Per Petra Reski questa esperienza può essere un incentivo in più a preferire di scrivere romanzi sulla mafia invece che articoli investigativi e saggi. Ad agosto uscirà per la Hoffmann e Campe il suo terzo romanzo sull’investigatrice di mafia Serena Vitale, “Con tutto l’amore”.

Già da tempo ci sono per lei buone ragioni per cambiare genere
: a partire da quell’episodio del 2008 a Erfurt, quando a una sua conferenza, un italiano vestito elegantemente si alzò in piedi, difese chi aveva sporto querela contro il suo libro “Santa Mafia” e si congratulò ironicamente con l’autrice per il suo coraggio. “L’inibitoria pervenuta al mio indirizzo di Venezia”, così ella racconta, “contiene l’aggiunta del piano in cui abito, sebbene io non l’abbia mai indicato. Questo può saperlo solo chi è stato davanti alla mia porta.” Petra Reski sa che cosa le vogliono dire con questo.

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La mafia in Germania non esiste. Solo imprenditori italiani di successo

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di Petra Reski

Meno male che la mafia non esiste in Germania. Solo imprenditori italiani di successo.
Dopo l’uscita del mio libro “Santa Mafia” ho passato tre anni con processi – querelata da vari imprenditori italiani di successo, in particolare quelli di Duisburg e Erfurt. Le pagine di “Santa Mafia” sono state annerite su richiesta dei tribunali tedeschi. Nell’ultima udienza non sono più comparsa personalmente perché l’ho considerato troppo umiliante essere ripetutamente minacciata in una aula del tribunale senza che nessuno intervenisse.
Tuttavia, dal punto di vista della ricerca antropologica, l’esperienza mi è stata molto utile: Se comunque non posso fare nomi, perché vengo querelata subito, perché dunque dovrei farmi ostacolare dai vincoli di un libro non-fiction? Allora ho deciso di scrivere sulla mafia solo in forma di romanzo.

In questo momento ho appena completato il terzo manoscritto per un nuovo romanzo sulla mafia. I protagonisti sono, come negli altri due romanzi: Serena Vitale, una donna magistrato anti-mafia con radici tedesche e il (per lo più) coraggioso giornalista investigativo tedesco Wolfgang W. Wieneke.
E gli imprenditori italiani di successo fanno tutto per fornirmi ulteriori ispirazioni: Mentre scrivevo l’ultimo libro, sono stata querelata di nuovo da un imprenditore di successo di Erfurt. Avevo fatto il suo nome in un articolo su una sentenza del tribunale di Lipsia contro la televisione tedesca MDR – in seguito del loro documentario sulla ‘Ndrangheta a Erfurt.

Pochi giorni fa, ho avuto la sentenza: Secondo il tribunale di Lipsia sono colpevole di aver violato i diritti della personalità dell’imprenditore di successo italiano.
Poiché nessuno legge il miei articoli sulla mafia in Germania e il mio blog più attento di alcuni imprenditori italiani di successo in Germania, particolarmente quelli di Duisburg ed Erfurt, è probabile che il mio blog debba proprio a loro il maggior numero dei click.

Più che la querela dagli imprenditori italiani di successo però mi ha stupito l’atteggiamento della redazione per la quale ho scritto l’articolo, il Freitag“– un giornale noto per ostentare il suo grande impegno sociale. Alla mia domanda se la querela era arrivata anche alla redazione, ho sentito solo un Oops – no, non abbiamo ricevuto niente qui, per quanto ne so
.
Poi hanno fatto scena muta. Nessuno della redazione mi ha chiesto se potessero darmi una mano, magari il sostegno di un avvocato – niente. Anzi, in obbedienza preventiva, il mio articolo online veniva cancellato già prima del processo. “Un peccato, sì, ma le spese legali sono per una piccola casa editrice come la nostra un bel peso”, mi facevano sapere.
Il fatto che le spese legali per una piccola scrittrice come me potrebbero significare forse un considerevole, se non un maggiore peso (ho incassato per l’articolo in tutto 321 euro), nessuno sembra esserselo chiesto.

Non mi sarei aspettata una reazione del genere – né che avrebbero cancellato il mio articolo in obbedienza preventiva, né che si sarebbero inchinarti già prima del processo – per non parlare di etica giornalistica.
Poco dopo di che mi è stata consegnata la querela, ho scritto una lunga mail al caporedattore Jakob Augstein – a sua volta erede del fondatore dello SPIEGEL. E lui, che di solito si esprime su tutti i possibili temi su tutti possibili canali – dalla A come “armi nucleari in Germania” fino a Z come “zero speranze per i bambini del terzo mondo” – stava zitto. Nessuno ha risposto. Poi ho capito il messaggio.

Mi sono ricordata una frase che mi ha detto una volta Alberto Spampinato, il fratello di un giornalista ucciso dalla mafia siciliana e fondatore di “Ossigeno per l’informazione”, “Chiunque scrive sulla mafia lo fa a rischio e pericolo”. Lo intendeva letteralmente. Perché con “a proprio rischio” intendeva non solo pericolo per la vita, ma anche per l’integrità. Senza la viltà di molti e senza le bocche chiuse dei suoi simpatizzanti la mafia sarebbe stata sconfitta già molto tempo fa.
La querela mi è stato consegnata al mio indirizzo veneziano. Il quale si può conoscere magari. Ma non il piano in cui abito. Il piano lo può conoscere solo chi è stato in piedi davanti alla mia porta. Sono piccole sottigliezze che si possono solo apprezzare quando si scrive di mafia “a proprio rischio”.
Comunque un’ottima fonte di ispirazione per i miei romanzi futuri.

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Con il MoVimento 5 Stelle a Bagheria la mafia non passa più

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di MoVimento 5 Stelle Sicilia

Se l’antimafia si facesse con i fatti e non con le passerelle e i finti annunci, per Cosa nostra, forse. sarebbe veramente l’inizio della fine. E i fatti al Comune di Bagheria, da quando si è insediato il nostro Patrizio Cinque, si fanno, eccome. I primi ad accorgersene sono stati proprio i boss, che preferiscono stare alla larga dal Comune del Palermitano. Da quelle parti, con quel sindaco tutto d’un pezzo, non si sarebbe infatti cavato un ragno dal buco. Da qui la decisione dei boss di girare i tacchi e rinunciare agli appalti col Comune. È quello che, in soldoni, ha rivelato ai magistrati il pentito Pasquale Di Salvo, nel corso del processo “Panta Rei”.

Di Salvo ha raccontato degli affari che in passato avrebbe fatto col Comune nel settore dei rifiuti. Dopo l’arrivo di Cinque la situazione sarebbe totalmente cambiata: il nuovo sindaco si è rivelato talmente inavvicinabile da certi personaggi, a tal punto che Di Salvo – è stato lui stesso a raccontarlo – non avrebbe potuto nemmeno riscuotere un credito vantato con l’amministrazione. La lotta alla mafia e al malaffare a Bagheria, da quando governa il M5S, è pane quotidiano. Proprio nei giorni scorsi il sindaco ha denunciato una strana concessione edilizia data dal Comune di Bagheria alla casa di un boss mafioso, costruita in zona di inedificabilità assoluta, a 150 metri dal mare.

Notizie del genere, che aprono i cuori alla speranza, dovrebbero trovare posto nelle scalette dei tg, e ampio spazio in tutti i quotidiani, ma, si sa, i media sono troppo impegnati col Campidoglio per potersene accorgere.

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