Secondo Berlusconi la Russia è nella NATO

di MoVimento 5 Stelle

“Nel 2002 ho fatto entrare la Russia nella Nato”. Parole di Silvio Berlusconi a Bruxelles. Avete letto, visto e ascoltato bene.

Secondo il condannato per frode fiscale la Federazione Russia fa parte dell’Alleanza atlantica gr… Continua a leggere Secondo Berlusconi la Russia è nella NATO

#ProgrammaEsteri: Riformare la NATO

di Avv. Claudio Giangiacomo – Associazione I.A.L.A.N.A. per il Disarmo

Come forse non tutti sanno, nel corso degli anni la Nato ha avuto una trasformazione radicale. Soprattutto nel 1999, col vertice di Washington, si è trasformata da una un’alleanza di tipo difensivo -anche se poi aveva nella politica sia interna che estera di vari Paesi un’influenza notevole, in alcuni casi anche nefasta a mio giudizio- in un organismo che è anche aggressivo.

Con il nuovo concetto strategico l’alleanza infatti ha previsto gli “interventi fuori area”: veri e propri interventi non più di difesa del territorio nazionale degli alleati, ma di intervento in aree geografiche diverse per motivi che vengono individuati come rischi per cui si può intervenire. Atti di terrorismo, di sabotaggio, di crimine organizzato, o anche solo l’interruzione del flusso di risorse vitali per i Paesi membri o per il movimento incontrollato di un gran numero di persone. Questa trasformazione è avvenuta senza che il Parlamento italiano potesse in alcun modo discuterne e in totale contrasto con l’articolo 11 della nostra Costituzione, che prevede che l’Italia ripudi la guerra in tutti le sue declinazioni.

Ma non solo: è anche in violazione degli articoli 72 e 80 della nostra Costituzione. L’articolo 72 prevede infatti che ogni disegno di legge presentato da una camera debba essere esaminato dalla Commissione e poi dalla camera stessa, e che questa procedura ordinaria sia riferita a tutti e si adotti sempre per disegni di legge di autorizzazione a ratifica di trattati internazionali; l’articolo 80 dice che le camere autorizzano con legge le ratifiche di trattati internazionali che siano di natura politica, o prevedano arbitrati, o regolamenti, o comportino variazioni del territorio, ed oneri alle finanze a modificazione di legge.

Malgrado questo, il nuovo concetto strategico che comportava una trasformazione radicale del vecchio accordo Nato è stato approvato con la forma semplificata prevista dalla legge 839 del 1984, cioè senza alcuna discussione parlamentare. E questo è veramente importante, perché in realtà tutto quello che riguarda non solo l’accordo quadro ma la legislazione e la possibilità di mettere basi in Italia, nasce dalla bilateralizzazione di un accordo, l’unico di cui conosciamo solamente il nome: il BIA del 1954. Pur non contenendo nulla di strategico a quello che si dice, tale accordo è rimasto segreto per una ragione abbastanza particolare: perché -come ha affermato l’ambasciatore americano in una delle registrazioni di Wikileaks- altrimenti gli italiani avrebbero potuto fare pressione sul governo affinché si attenesse all’interpretazione restrittiva di questi accordi. Cioè, viene tenuto segreto perché altrimenti gli italiani potrebbero chiedere che venga rispettato, e che quindi per esempio gli aerei per bombardare l’Iraq non partano dalle basi italiane.

Uno degli aspetti importantissimi e di vitale importanza, anche per le comunità che vivono a ridosso delle basi, è appunto il non sapere nulla delle regole che regolano l’andamento della base e chi la controlla, e quanto queste installazioni militari, dove spesso e volentieri vengono utilizzati armamenti all’uranio impoverito, creino danni nell’ambiente. Per esempio sappiamo da molti comitati sardi che in alcune zone della Sardegna, usate per anni come basi militari e come poligono di tiro, abbiamo fenomeni di trasformazione genetica di pecore o di altri animali, e inoltre un aumento di neoplasie legate a questo inquinamento. Non solo: sappiamo per esempio della vicenda in Sicilia, di come il nuovo apparato antimissilistico provochi onde elettromagnetiche di estrema nocività, e questo senza che le comunità locali non solo vengano interpellate, ma non abbiano alcuna possibilità di incidere.

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La strategia della tensione della NATO mette a rischio l’Europa

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di Manlio Di Stefano

Bassezze e scorrettezze fanno parte della quotidianità politica nazionale e, in fondo, ogni Paese si piange le sue. Quando però la voglia di pestare i piedi al tuo successore mette a rischio la stabilità di altri popoli, allora occorre prestare attenzione.

Mi riferisco, in particolare, al Presidente uscente Obama ed al suo patetico addio alla presidenza americana fatto di sgambetti a Trump di cui l’ultimo, però, rischia di essere molto pericoloso per l’Europa tutta.

87 carri armati, obici semoventi e 144 veicoli da combattimento Bradley sono stati scaricati pochi giorni fa nel porto tedesco di Bremerhaven e, nelle prossime settimane, si aggiungeranno oltre 3.500 truppe della 4° Divisione di Fanteria di Fort Carson, una brigata di aviazione da combattimento che “vanta” circa 10 Chinook, 50 elicotteri Black Hawk e 1.800 membri del personale da Fort Drum nonché un battaglione con 24 elicotteri d’attacco Apache e 400 membri del personale da Fort Bliss, tutti destinati all’Est Europa come riporta l’Independent.
Si tratta del più grande trasferimento di armamenti e truppe americane in Europa dalla caduta dell’Unione Sovietica.

L’obbiettivo? Militarizzare l’Europa orientale con lo scopo, dichiarato, di “sostenere un’operazione della NATO per scoraggiare l’aggressione russa“, la cosiddetta “Operazione Atlantic Resolve” nata dopo la crisi ucraina.
Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia si sentono “minacciate” dalla Russia e Obama che fa? Come un giocatore di Risiko preso dalla smania di conquistare la Kamchatka decide di sommergerci di carri armati.
Sia chiaro, Obama dopo due mandati sa perfettamente che non sarà la Russia di Putin a fare il primo passo per destabilizzare ancora di più l’est Europa e i Paesi Baltici e allora, l’unica ragione plausibile, è la stessa che accompagna da settimane questa triste chiusura di sipario su Obama: minare la ripresa dei rapporti tra Stati Uniti d’America e Russia, destabilizzare i rapporti tra Trump e Putin.

Ci ha provato cacciando i 35 ambasciatori russi dagli USA, ci ha provato con la storia dello spionaggio russo contro la Clinton, ci ha provato con la gigantesca bufala del ricatto su Trump e le prostitute russe (generato dall’area mediatica e di intelligence sotto l’influenza dei democratici) e ci prova, adesso, portando la tensione militare alle stelle ai confini con la Russia.

Ad oggi Trump, fortunatamente, ha rassicurato gli animi e parlato di ottime relazioni con la Russia e di stupidità da parte di chi alimenta tensioni e odio e, sinceramente, aspettiamo con ansia il 20 Gennaio per capire se alle parole seguiranno i fatti.

Da tempo la NATO (tanto per non dire gli Stati Uniti…) sta giocando con le nostre vite. Vite che hanno già conosciuto due guerre mondiali e sanno cosa si provi ad essere un vaso di coccio tra due d’acciaio.
Il M5S si oppone da sempre a questa immonda strategia della tensione e chiede, con una proposta di legge in discussione alla Camera dei Deputati, che la partecipazione italiana all’Alleanza Atlantica sia ridiscussa nei termini e sottoposta al giudizio degli italiani.
Il nostro territorio, le nostre basi, i nostri soldati (che saranno inviati in Est Europa) e la salute dei nostri connazionali non possono essere ostaggio di giochi di potere e degli umori del presidente americano di turno.

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No ai soldati italiani al confine con la Russia #IoVoglioLaPace

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di Beppe Grillo

Nell’Italia a sovranità zero di Renzi e del suo tutor Napolitano il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, può permettersi di venire a Roma per annunciare in un’intervista, lui al posto del governo, l’invio di un contingente di soldati italiani al confine con la Russia nel 2018. Solo dopo mezz’ora Pinotti e Gentiloni hanno confermato la notizia che i nostri militari saranno 150 e verranno dispiegati in Lettonia. Questa azione è sconsiderata, è contro gli interessi nazionali, espone gli italiani a un pericolo mortale ed è stata intrapresa senza consultare i cittadini. L’Italia non ci guadagna nulla e ci perde tantissimo. In termini di sicurezza nazionale questa missione rischia di esporre il nostro Paese al dramma della guerra. Ci riporta indietro di trent’anni ed alza nuovi muri con la Russia, che per noi è un partner strategico e un interlocutore per la stabilizzazione del Medio Oriente.
Con la follia delle sanzioni abbiamo perso in due anni 3,6 miliardi di euro: l’export italiano verso la federazione russa, infatti, è passato dai 10,7 miliardi del 2013 ai 7,1 miliardi di euro del 2015 (-34%). Lombardia (-1,18 miliardi), Emilia Romagna (-771 milioni) e Veneto (-688,2 milioni) sono le regioni che con il blocco alle vendite hanno subito gli effetti negativi più pesanti. Una mazzata pesantissima per un Paese che ha 10 milioni di poveri.
Adesso vogliono schierare i nostri uomini per provocare i russi e trascinarci nell’assurdità della guerra. Un altro fronte, oltre a quelli già aperti in Iraq, in Afghanistan, in Libia con i disastri che hanno creato. Renzi e Napolitano chinano la testa, ma l’invio di 150 uomini in Lettonia è inaccettabile. Chi pensa il contrario o non sa quello che fa o se ne frega degli italiani per altri interessi: delle due l’una. La Russia è un partner essenziale, non un nemico.
I cittadini vogliono pace e prosperità, questo governo di pavidi ci trascina verso la guerra e il disastro economico.
Nessun soldato italiano con il MoVimento 5 Stelle al governo sarà inviato al confine con la Russia, ma nel frattempo nessuno ha il diritto di giocare con la nostra pelle: #IoVoglioLaPace. Facciamoci sentire!

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La Turchia del 2016 come la Sarajevo del 1914?

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di Aldo Giannuli

Siamo oltre il mese dallo “strano” (chiamiamolo così) golpe del 13 luglio e i fatti sono in pieno svolgimento: Erdogan, che sta attuando il vero colpo di stato, ha arrestato migliaia e migliaia di persone, fra cui gran parte della magistratura e molti poliziotti, sta procedendo a marce forzate alla completa islamizzazione del paese, è in procinto di ripristinare la pena di morte ecc.

Gode di un consenso di massa reso evidente dalla manifestazione oceanica del 7 agosto. Il che, però, non vuol dire che l’opposizione (o le opposizioni) non esistano o che abbiano un consenso meno forte: quella del 7 agosto era una manifestazione del regime con tutti gli appoggi che questo comporta, mentre a manifestare contro si rischia e molto, per cui non siamo in grado di misurare cosa ci sia sotto la cenere.

Dal punto di vista internazionale, il riavvicinamento della Turchia alla Russia è una realtà in pieno corso. Restano ancora punti di inciampo notevoli come la Siria, o i giochi ambigui di Erdogan con il Califfato, ma la Russia ha bisogno nella Turchia per concentrarsi sulla questione ucraina ed ha non pochi argomenti seduttivi verso la Turchia: il nuovo South Stream, la via della seta, le importazioni di frutta e verdura, l’interscambio turistico. Ed ovviamente, la principale attrazione è la protezione che sgancerebbe la Turchia dagli Usa e dalla Nato.

Difficilmente Erdogan può spingersi troppo su questa strada se non si copre le spalle. Forse ha un senso che la maggior parte dei soldati compromessi nel golpe del 13 luglio erano fucilieri della più importante base Nato della Turchia. Gli americani davvero non ne sapevano nulla? O sono caduti nella provocazione di qualche amico di Erdogan che prometteva un appoggio poi mancato? O forse di un terzo, forse più amico di Putin che di Erdogan? Ci mancano troppe informazioni per essere sicuri, ma la cosa decisamente non sembra come ce l’hanno raccontata.

Di sicuro c’è che la piega che stanno prendendo i rapporti fra Turchia e Usa non potrebbe essere peggiore: Ankara ha tutte le intenzioni di fare del caso Gulen il casus belli con gli americani che, dal canto loro, non possono consegnare Gulen a nessun costo, pena perderci la faccia con l’intero Mondo.

Ancora più paralizzati appaiono gli europei che si limitano a dire che se torna la pena di morte, la Turchia non entra più nella Ue e non capiscono che, ormai, alla Turchia non interessa nemmeno un po’ entrare nella Ue.

Semplicemente, l’Occidente non riesce a dare una risposta credibile perché non sa da dove cominciare. Vengono al pettine i nodi di decenni di una politica fintamente realistica, in realtà miopemente opportunistica. Per più di mezzo secolo, la politica dell’Occidente (Usa in testa) è stata riassunta nella nota frase del Presidente “Se deve essere un figlio di puttana, tanto vale che sia il nostro figlio di puttana”. Ma il guaio, per restare nella delicata metafora, è che i “figli di puttana” non sono mai di nessuno ed alla prima occasione, guarda un po’, danno i “figli di puttana” anche con i loro protettori.

L’Occidente non sta capendo letteralmente niente su quello che accade in Medio Oriente e lo dimostra il caso turco: l’avvenimento del fallito golpe non è stato assolutamente messo in conto. Ed aver chiuso gli occhi di fronte al massacro dei curdi, non aver appoggiato il movimento di piazza Taksim, aver fatto finta di non vedere l’appoggio all’Isis eccetera, non è servito a niente. Erdogan morde la mano che lo aveva nutrito.

Tutto questo riflette l’inadeguatezza dei gruppi dirigenti occidentali di fronte ai processi della globalizzazione che avevano immaginato come una marcia trionfale e che si sta rivelando una discesa a rotta di collo.

D’altra partre, come si fa a parlare di esportazione della democrazia ed insieme coccolarsi figuri spregevoli come Erdogan o il re dell’Arabia Saudita?

Ed allora facciamoci queste domande per capire dove stiamo andando a sbattere:
1. Come abbiamo fatto a perderci per strada l’unico paese laico del mondo islamico? Ormai della rivoluzione kemalista resta poco o nulla e l’esercito è tutt’altra cosa di quello che era ancora negli anni novanta.
2. Quale è la probabilità di una guerra civile? Noi non sappiamo quali siano le dimensioni dell’opposizione ad Erdogan che vanno dall’Islam moderato ai laici, dai comunisti alle minoranze nazionali minori. Non sappiamo neppure se nell’esercito si annidino settori ostili al regime e non penso tanto a residui kemalisti e gulenisti che, a questo punto, saranno solo piccoli gruppi, quanto a settori militari particolarmente legati alla Nato ed ostili alla svolta filorussa che, alla prima occasione, potrebbero avventarsi alla giugulare di Erdogan. Ed una repressione così irragionevolmente estesa serve solo a creare altri oppositori, anche se, momentaneamente , intimidisce tutti. Non dico che tutto questo accadrà nel giro di qualche mese, forse potrebbero volerci anni, ma è così irrealistico pensare ad una cruentissima guerra civile o, forse, ad un meno cruento colpo di stato, questa volta riuscito?
3. E i curdi che faranno? I curdi ovviamente continueranno e forse non sarebbe poi così sbagliato armarli adeguatamente e sostenerli con ogni mezzo, dato che, allo stato, sono l’unico avversario serio che Erdogan trovi sulla sua strada. Appoggiarli è l’unica reazione seria che l’Occidente possa avere, almeno per ora (consiglio a tutti di seguire gli articoli ed i tweet di Luigi D’Alife sul tema)
4. La Turchia resterà nella Nato? Non è detto che la Turchia uscirà dalla Nato (anche perché una parte dell’esercito potrebbe non gradire), ma è decisamente probabile che sia la Nato a trovare conveniente un allontanamento della Turchia che, in queste condizioni, più che un alleato è una spina nel fianco.
5. Se questo accadesse, che effetti geopolitici avrebbe tutto questo? La Turchia è un paese di quasi 80 milioni di abitanti, gode di un particolare peso nel mondo islamico, ha un esercito fra i più agguerriti dell’area, è uno dei paesi emergenti di seconda schiera, si trova in un posto maledettamente strategico, a cavallo fra Ucraina e Medio Oriente e controlla il principale flusso di migranti e rifugiati.

Se un paese del genere si sposta da una area di influenza all’altra, tutto questo non può non avere conseguenze geopolitiche di primissimo piano. Anzi siamo più precisi: questo è il maggiore terremoto geopolitico dalla caduta del muro di Berlino e promette di diventare un punto di svolta di importanza poco inferiore a quello. In primo luogo si profila la possibilità di un grande blocco asiatico Cino-russo turco riunito intorno alla nuova via della seta e come sviluppo ancora più saldo della comunità di Shanghai. Un grande blocco dell’Asia del Nord e del centro che rappresenterebbe un avversario militare in grado di tenere testa agli Usa, per la prima volta dopo la fine del Bipolarismo.

In secondo luogo, questo assegna una importanza straordinaria alla Grecia che diventa uno dei principali antemurali del blocco avversario e potrebbe essere molto conveniente “bruciare” il suo debito e sostenere il paese. E questo lo può capire anche uno come Tsipras che non è esattamente un genio.

Poi c’è da chiedersi che effetto avrà tutto questo sull’Egitto. Erdogan è legato ai Fratelli Musulmani, resterà con le mani in mano di fronte alla persecuzione dei suoi amici di fratellanza? Sul punto torneremo, per ora segnaliamo il problema.

Infine: l’Isis sta avviandosi alla distruzione del suo Califfato, troverà conveniente allearsi ad Erdogan. La cosa non è semplicissima a anche perché gli uni sono hanbaliti ed gli altri hanafiti, ma, sin qui, Abu Bakr ha dimostrato di avere notevole spregiudicatezza e può essere utile nella guerra con i curdi.

Un quadro complesso di cui non è facile prevedere i processi interdipendenti, ma iniziamo a pensarci, anche perché la Turchia ha ottime probabilità di diventare la nuova Sarajevo e mi riferisco alla Sarajevo del 1914.

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