Votazione del #ProgrammaGiustizia del MoVimento 5 Stelle

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Oggi, martedì 25 luglio, si vota per il Programma Giustizia del MoVimento 5 Stelle.
Le votazioni saranno aperte su Rousseau dalle 10.00 alle 19.00. Nei giorni scorsi abbiamo approfondito, grazie all’aiuto di esperti, i punti fondamentali su cui si baserà la nostra attività di governo per la Giustizia. Ora è il momento di decidere quali saranno le priorità di questo programma.
Su Rousseau troverai sette quesiti. Sei chiamato a decidere su:

Riforma della prescrizione: ritieni che la prescrizione debba essere sospesa quando inizia il processo o con la sentenza di primo grado?

Le intercettazioni come mezzo di ricerca della prova: ritieni che sia necessario regolare ed ampliare l’utilizzo delle videoriprese come strumento investigativo ed aumentare la possibilità di utilizzare tutti i tipi di intercettazione anche per altri reati, in particolare quelli contro la pubblica amministrazione?

Condanna a lavori di pubblica utilità: ritieni che tutti i condannati a pene brevi che non comportano la detenzione in carcere e che sono nelle condizioni di poter lavorare, debbano obbligatoriamente svolgere lavori di pubblica utilità ed un percorso per risarcire in modo concreto la vittima?

Magistratura e politica: ritieni che un magistrato eletto nelle file di una forza politica, possa alla fine del suo mandato tornare in magistratura giudicante o requirente?

Whistleblowing e incentivi a chi denuncia: la proposta del “whistleblowing” tutela ed incentiva il lavoratore che denuncia episodi di malaffare e corruzione che avvengono sul posto di lavoro. Nel caso in cui la denuncia del lavoratore contribuisca a far recuperare denaro pubblico, sei favorevole a corrispondere un premio al denunciante?

Ricorso in appello e superamento del principio del divieto di riformulazione della pena: al fine di evitare il ricorrere in appello in modo strumentale e al fine di velocizzare i processi penali, ritieni che la pena possa essere anche aumentata, oltre che confermata o diminuita, nel caso in cui a ricorrere sia il solo imputato?

Sezioni specializzate per i processi di mafia: vuoi che i tutti i processi legati alla criminalità organizzata di stampo mafioso siano celebrati presso le sedi di Corte d’appello per avere dei giudici, e non solo procuratori, che siano specializzati in materia, con delle strutture idonee?

Accedi a Rousseau e vota subito!

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#ProgrammaGiustizia: I processi di mafia nelle sedi delle Corti d’Appello

Ad oggi, grazie alla lungimirante intuizione e geniale visione di Giovanni Falcone, esistono le Direzioni Distrettuali Antimafia con procuratori, cioè organi requirenti, specializzati in ogni sede di Corte d’appello, coordinate dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo con unica sede a Roma. Il MoVimento 5 Stelle chiede se siete d’accordo nel prevedere che tutti i processi legati alla criminalità organizzata di stampo mafioso si celebrino presso le sedi delle Corti d’Appello, formate da Giudici specializzati e muniti di idonee strutture. Prevedere dunque che oltre ai PM, chi è chiamato a giudicare, abbia la stessa specifica competenza e formazione di coloro, come i magistrati requirenti, che compiono indagini di contrasto alle mafie.

di Mattia Alfano, avvocato

Il quesito a cui siete chiamati a rispondere riguarda la possibilità o meno di istituire presso le Corti di Appello delle sezioni di giudici specializzate per i reati di criminalità organizzata. Per comprendere questo quesito, occorre sapere prima un dato preliminare, ossia che la magistratura è suddivisa in due organi: uno requirente e inquirente, che sono cioè i pubblici ministeri e i procuratori generali che si occupano principalmente della fase investigativa, cioè di ricostruire la fondatezza delle accuse e di stabilire se sussistano degli elementi per poter mandare una persona a processo.

E poi ci sono i giudici, che sono le persone sono chiamate a stabilire la colpevolezza o l’innocenza era una persona accusata di un reato.
Nel 1990 Giovanni Falcone ci ha lasciato una grande eredità: le sezioni distrettuali antimafia. La sua intuizione geniale è stata quella che, per combattere il fenomeno della criminalità organizzata, sarebbe stato necessario istituire degli organi ad hoc specializzati su questa tipologia di crimini accentrate presso i distretti di corte d’appello. Questo perché la criminalità organizzata ha delle particolarità tali per cui è necessario che ci siano dei magistrati inquirenti, specializzati sulle modalità operative di questa criminalità. E soprattutto che questi magistrati siano fra di loro coordinati, e abbiano una base regionale. Proprio perché la criminalità organizzata ha delle manifestazioni a carattere locale, ma poi si sviluppa su base regionale e base nazionale.

La proposta del Movimento 5 Stelle
vuole istituire accanto a quelli che sono degli organi inquirenti, che già esistono, anche degli organi decisionali su base regionale che si occupino esclusivamente di criminalità organizzata. La lotta alla mafia richiede persone esperte che siano specializzate nel combattere questa tipologia di crimine. La criminalità organizzata spesso si manifesta con piccoli crimini su base locale, ma poi ha la sua manifestazione più grande su ramificazioni ed espressioni che si sviluppano su base regionale e nazionale. Spesso il singolo crimine su quale il magistrato è chiamato a decidere in realtà è la punta dell’iceberg; e la parte sommersa è quel molto di più su cui il magistrato dovrebbe avere conoscenze base per essere chiamato a decidere in senso completo e compiuto.

La proposta del Movimento 5 Stelle quindi vuol istituire degli organi decisionali che siano esperti su questa tipologia di crimine e che abbiano una base regionale, proprio perché c’è la consapevolezza che la tipologia del crimine messa in atto dalla criminalità organizzata di stampo mafioso è una tipologia di crimine che per essere pienamente apprezzata, in concreto, dal magistrato, ha bisogno di una base più ampia rispetto a quella del singolo magistrato di ciascun tribunale.

Dicevano gli antichi “scientia est potentia” cioè che la conoscenza è potere. La nostra volontà è quella di creare dei magistrati più esperti, più competenti, per far sì che la magistratura sia anche più forte nel momento in cui va a decidere i reati di criminalità organizzata. La criminalità organizzata deve avere una risposta dura da parte dello Stato, la volontà di creare dei magistrati più esperti è quella di creare anche dei magistrati più preparati, e quindi anche più forti nel combattere la criminalità organizzata.

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#ProgrammaGiustizia: Ricorso in Appello e riformulazione della pena

Il nostro ordinamento prevede che, se a proporre Appello è solo l’imputato, il giudice di secondo grado non può condannarlo ad una pena più alta ma può solo abbassarla o lasciarla identica. Il quesito su cui siete chiamati a rispondere vi chiede se è giusto riformare questa norma nel senso che anche nel caso in cui a proporre appello sia il solo imputato, questi possa incorrere, eventualmente anche in una condanna più pesante rispetto a quella ricevuta in primo grado. L’invito è a riflettere sulla valutazione di costi/benefici e garanzie in quanto oggi, una parte considerevole degli appelli sono fatti in modo strumentale per cercare di ottenere non solo una pronunzia più favorevole ma anche la prescrizione, senza rischiare, nel concreto, assolutamente nulla, con conseguente ingolfamento delle Corti di Appello e aggravio in termini di economia processuale e costi per la collettività.

di Mattia Alfano, avvocato penalista

Il divieto della reformatio in peius è un principio del nostro ordinamento, secondo il quale il giudice di appello non può modificare in senso peggiorativo la sentenza emessa dal giudice di primo grado, laddove vi sia un appello proposto esclusivamente dall’imputato.
Contrariamente a quello che possiamo pensare, il divieto di reformatio in peius è un principio che non è condiviso da altri ordinamenti democratici mondiali. Per quanto riguarda due piccoli esempi, Inghilterra e Stati Uniti, addirittura ci sono dei grossi filtri per proporre appello. E per prendere l’esempio forse più vicino all’ordinamento italiano, in Francia non c’è il divieto di reformatio in peius. L’effetto più evidente è in termini numerici. In Francia dove non c’è questo principio, gli appelli presentati sono circa 39 mila. In Italia, dove invece vige questo principio, abbiamo dati ufficiali del ministero della Giustizia 260mila appelli presentati.

Sostanzialmente l’imputato non ha alcun tipo di conseguenza nel presentare un appello, anche totalmente infondato o meramente dilatorio, perché in Italia ci sono quattro effetti principali per i quali un imputato propone appello.

Il primo
, e più ovvio, è perché vuole dimostrare la propria innocenza all’interno di un procedimento nel quale ha avuto una condanna di primo grado. Ma questo non è l’unico effetto che l’imputato può provare ad ottenere proponendo appello. Ci sono tre effetti che forse si danno per scontati ma su cui bisogna mettere l’attenzione. Il primo è che proponendo appello abbiamo una dilazione e quindi un ritardo nell’applicazione e nell’esecuzione della pena.

Il secondo effetto, assolutamente rilevante, è che spesso nei procedimenti di primo grado c’è l’applicazione di una misura cautelare che ha dei termini tassativi decorsi i quali la misura cautelare deve essere revocata. Quindi proponendo l’appello ed allungando i termini processuali è possibile che l’imputato possa ottenere la scarcerazione, ad esempio.

L’ultimo effetto e il più evidente è che l’imputato può ottenere la prescrizione, di cui sentiamo spesso parlare anche sui giornali.
Perché l’imputato può proporre appello. Il tema si collega molto strettamente a quelli che sono i tempi della giustizia italiana.

Secondo i dati del Ministero della Giustizia un processo in Italia di primo grado dura in media 600 giorni. Un procedimento in appello dura più di 900 giorni. Il che vuol dire che con la proposizione anche di un appello totalmente infondato e meramente dilatorio l’imputato guadagna più di 3 anni solamente in attesa che la Corte d’Appello possa esaminare il suo appello.

Il principio per il quale l’imputato ha il diritto di impugnare una sentenza è sicuramente un diritto costituzionale, e un principio base e cardine del nostro ordinamento processuale. Certamente non può e non deve esserlo anche quello per il quale all’imputato non possa arrivare nessun tipo di conseguenza negativa per la proposizione di un appello che ha messo inutilmente in moto la macchina della giustizia.
La funzione principale del diritto penale è una funzione general preventiva. Che cosa vuol dire, che attraverso una punizione del colpevole si cerca di ottenere un’educazione di tutti gli altri consociati, per far sì che le persone, vedendo che chi sbaglia paga, si asterranno in futuro dal commettere delitti della stessa specie di quelli che hanno ottenuto una condanna.

Chiaramente con la tempistica che ho prima sottolineato questa funzione general preventiva si sta perdendo e si cerca di recuperarla attraverso un innalzamento delle sanzioni per provare a evitare anche la prescrizione, che purtroppo è sempre più evidente ed è sempre più rilevante in tutti i procedimenti di primo grado.
Questa proposta cerca di avere un processo più snello, più efficace, perché un processo più breve è anche un processo che evidentemente svolge la sua vera funzione.

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#ProgrammaGiustizia: L’introduzione del whistleblowing con un premio per chi denuncia

Il whistleblowing è uno strumento fondamentale per la lotta alla corruzione. Consiste nel dare tutela a tutti coloro che segnalano illeciti e punisce chi abusa del proprio potere per scoraggiare ingiustamente i lavoratori più onesti e coraggiosi. Vogliamo che questo strumento venga previsto sia nel contesto lavorativo pubblico che nel settore privato, come prevede già la proposta di legge depositata in Parlamento dal MoVimento 5 Stelle. Ma quanto costa denunciare? Quali sono i vantaggi per chi denuncia? Le spese legali e sanitarie per i whistleblower sono tante e non c’è nessun incentivo a segnalare. Valutiamo la possibilità di ricompensare i whistleblower con un vero e proprio premio, quando la denuncia sia fondata e porti beneficio alla comunità, o tramite un fondo a sostegno delle spese sostenute a seguito della segnalazione, nell’obiettivo di promuovere la buona prassi di segnalare gli illeciti e combattere la corruzione ed il malaffare.

di Daniele Piva

Oggi parliamo di whistleblowing, una parola difficile che viene dall’inglese e che in realtà è piuttosto semplice da tradurre. Whistle significa fischietto, blowing soffiare, quindi in sostanza si traduce come soffiata. È un po’ come l’arbitro di calcio che rileva un fallo, fischia perché appunto vuole denunciare che quel fallo, quella violazione c’è stata. Allo stesso modo, nell’ambito delle pubbliche amministrazioni o anche delle imprese private, un qualsiasi dipendente si può accorgere che è stato commesso un abuso, una violazione, un fatto illecito.

E allora questo istituto che è già regolato ed è introdotto solo per le amministrazioni pubbliche dalla legge 190 del 2012, la cosiddetta legge Severino, oggi si propone di inserirlo anche nell’impresa privata. È appunto un istituto che esprime questa denuncia, questa segnalazione da parte di un qualsiasi dipendente di un abuso, di un fatto illecito, che lui ritiene essersi realizzato nell’ambito della propria amministrazione o del proprio ente di appartenenza. La segnalazione viene fatta ad un soggetto che può essere il superiore gerarchico, può essere l’Anac, può essere l’autorità giudiziaria, l’autorità contabile, o può essere il cosiddetto responsabile per la prevenzione della corruzione.

È evidente che, soprattutto in materia di corruzione, è importante che si si segnalino fatti illeciti perché i due soggetti della corruzione (corrotto e corruttore) hanno un interesse al silenzio. Quindi a non diffondere l’accordo corruttivo.

Vi è quindi una segnalazione ad un soggetto, un’autorità a un superiore gerarchico, che poi accerterà se questo fatto si sia davvero realizzato oppure no, e nel caso in cui accerti che il fatto si è realizzato stabilisca una adeguata sanzione. Che può essere una sanzione soltanto disciplinare oppure se il fatto illecito ha una rilevanza giuridica, una sanzione anche amministrativa, una sanzione civile, finanche una sanzione penale ove il fatto costituisca reato.

Il problema di questo istituto, il whistleblowing, è che naturalmente va tutelato il soggetto che segnala in buona fede, e nell’interesse della collettività un fatto illecito. Sia sotto forma di tutela dell’anonimato, nel senso che la sua identità rimane segreta, salvo che non sia assolutamente necessario diffonderla, per esempio perché c’è un consenso del segnalante alla diffusione della propria identità, oppure perché vi è un’esigenza assoluta di chi si deve difendere da quella angolazione nel sapere chi lo ha denunciato, chi lo ha segnalato. Ma, salvo casi straordinari (soprattutto se c’è un procedimento penale il magistrato può chiedere chi è il segnalante) questi viene tutelato attraverso la garanzia dell’anonimato.

L’altra tutela, naturalmente stabilita dalla legge, è il divieto di subire delle discriminazioni, per esempio un demansionamento, un trasferimento, ho delle sanzioni disciplinari, al soggetto che, lo ripetiamo non in malafede a vantaggio suo ma in buona fede a vantaggio di tutti dove ritiene che una certa violazione si sia realizzata, la denuncia.

Questo è uno strumento molto importante che è valorizzato anche a livello europeo.
Oggi si pensa di inserire una direttiva europea sul whistleblowing proprio per armonizzare le legislazioni della Comunità Europea, perché ci sono differenze tra i vari stati, sulla base delle esperienze molto fruttuose dei paesi anglosassoni. Molti procedimenti penali, anche molti casi famosi, poi sono arrivati a giudizio e sono stati puniti proprio perché all’inizio c’era stata una segnalazione di questo tipo.

Il problema è che anche come denuncia l’ultimo rapporto dell’Anac di qualche giorno fa, giugno 2017, queste denunce anche nelle amministrazioni pubbliche arrivano, ma non in quantità soddisfacente, perché ancora la cultura della segnalazione non è permeata tra i cittadini, e probabilmente c’è il timore di subire delle discriminazioni, di subire delle angherie, delle offese, di essere mobbizzati sul luogo di lavoro, anche per la semplice denuncia in buona fede.

Si ritiene quindi di introdurre da più parti degli strumenti, e gli istituti di incoraggiamento per il whistleblowing. Uno di questi può essere, nel caso in cui la segnalazione porti ad un procedimento e quindi a sostenere delle spese, il rimborso delle spese per il soggetto segnalante. L’altro può essere quello invece di stabilire il premio, come nei paesi anglosassoni, per il segnalante. Specie quando il fatto che lui ha denunciato si accerti come davvero commesso, e tale sia anche la violazione.

Pensiamo alla corruzione, si scopre e magari lo Stato riesce anche a recuperare un mal tolto. In questo caso si propone di attribuire un premio al soggetto segnalante, in modo che si senta più protetto, più incoraggiato se ha notizie di questi fatti, a portarli in evidenza delle autorità che possano accertarli e sanzionarli.

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#ProgrammaGiustizia: Magistratura e Politica, separazione delle carriere

La separazione dei poteri è alla base di ogni democrazia moderna. Per questo è fondamentale che il confine che separa la politica e la magistratura sia netto e perfettamente delineato. Un magistrato è certamente libero di dedicarsi alla politica e di essere eletto all’interno delle istituzioni ma, dopo la parentesi politica, può tornare in magistratura giudicante o requirente? Il quesito che vi sottoporremo vi farà scegliere tra due opzioni: quel magistrato non può tornare oppure può tornare dopo un congruo termine di almeno 5 anni.

di Umberto Monti, Sostituto Procuratore della Repubblica

I rapporti politica magistratura sono estremamente delicati e sono disegnati anche a livello costituzionale come una autonomia e indipendenza della magistratura dalla politica.

Quindi le regole che consentono il passaggio di un magistrato alla politica e viceversa, devono essere particolarmente trasparenti e chiare, per garantire sia la politica da un’immagine di possibile strumentalizzazione del magistrato, e sia la magistratura da qualsiasi dubbio sulla sua imparzialità e indipendenza. Perché altrimenti ci possono essere delle opacità e delle criticità che sono arrivate abbastanza in evidenza.

Il tema riguarda tre aspetti fondamentali. L’accesso, quindi l’accettazione di una candidatura da parte del magistrato. L’accettazione di una designazione, che è cosa diversa perché una candidatura comunque passa attraverso un elettorato, un voto, invece la designazione a ministro, assessore regionale, provinciale, comunale è una designazione politica. Quindi l’accettazione di questa destinazione. Cosa succede durante l’espletamento del mandato. E poi il tema molto delicato del rientro dall’esperienza politica, perché si deve evitare che il rientro possa comportare un appannamento dell’imparzialità del magistrato, possa sembrare un premio, possa portare a strumentalizzazioni e a erodere in qualche modo la credibilità sia della magistratura sia della politica.

Quindi è molto importante farle queste regole, e in effetti c’è un vuoto normativo a riguardo, che va sicuramente riempito, e che la magistratura ha chiesto che venisse riempito.

Come buon senso, e come peraltro previsto dalla Costituzione, non si può pensare di vietare a un magistrato di avere un incarico politico o di creargli ostacoli eccessivi che comportino una sorta di divieto. Perché il magistrato può portare alla politica un contributo di trasparenza, un’attenzione, una sensibilità alla legalità, una sensibilità tecnicamente qualificata per come vanno fatte le leggi, guardando ex-post come le leggi vengono applicate e quali criticità ci sono.

Quindi impedirlo sarebbe il contrario al buon senso, perché lo si impedisce semmai a persone che hanno precedenti penali o che portano degli interessi non trasparenti, non alla categoria dei magistrati. D’altra parte c’è la Costituzione che prevede l’accesso alla politica per ogni cittadino, anche quindi i magistrati, e prevede anche la conservazione del posto.

Detto questo l’attuale situazione è normativamente carente e c’è una legge in Parlamento che è in discussione. Questa legge, secondo tutta la magistratura associata, risolve le criticità che riguardano l’accesso alla politica da parte del magistrato cioè l’accettazione delle candidature e l’accettazione di incarichi politici e cosa succede durante il mandato.

Attualmente, tranne alcune regole che il Csm si è dato per mettere delle regole dal punto di vista temporale e territoriale per queste fasi, la legge prevede solo delle regole chiare e nette per le candidature al Parlamento, quindi Camera e Senato. In questo caso c’è l’obbligo di essere in aspettativa quando si accetta la candidatura, e non ci si può candidare nella stessa circoscrizione dove si è esercitato, per un certo periodo di tempo, l’attività giudiziaria. E durante il mandato c’è l’obbligo per il magistrato che viene eletto di mettersi in aspettativa, cioè di andare fuori ruolo e non esercitare più funzioni. Questo è risolto già dall’attuale legge.

Dove la legge invece non risolve il problema è la fase di rientro che si pone in quattro diversi aspetti:

– il rientro del magistrato che si è candidato e non è stato eletto;
– il rientro per il magistrato eletto;
– il rientro per il magistrato designato per un incarico politico o amministrativo;
– il rientro per il magistrato che è stato designato per un incarico di stretta collaborazione con il potere politico o amministrativo o nelle cosiddette autorità di indipendenza.

L’attuale normativa è carente perché consente comunque il ritorno, seppur con ostacoli e con dei limiti di tipo temporale e di tipo locale o territoriale, il rientro all’esercizio di funzioni giudiziarie.

La magistratura associata, nella sua maggioranza, ha ritenuto in un documento anche recentemente approvato, che se si ha un’esperienza politica, (quindi non il candidato non eletto) il candidato eletto o il magistrato designato all’incarico politico di ministro, assessore, non possa più esercitare funzioni giudiziarie.

Una separazione netta che non è un ostacolo ma è un mettere un accento sulla necessità di garantire trasparenza, alla politica e alla magistratura.

Residualmente si può anche pensare a un periodo di tempo congruo, entro il quale il magistrato non possa esercitare funzioni giudiziarie. Questo secondo aspetto potrebbe essere valutato, per esempio, in relazione al candidato non eletto. Per il candidato non eletto si potrebbe pensare ad un periodo limitato e congruo di non esercizio di funzioni giudiziarie, per poi tornare a fare funzioni giudiziarie, evidentemente non nella circoscrizione nella quale si è candidato. Questo potrebbe risolvere seppure in maniera netta, le criticità e le possibili opacità che ci sono.

L’attuale legge che è in discussione in Parlamento non le risolve, perché prevede un rientro alle funzioni giudiziarie che potrebbe essere portatore di criticità varie.

Ultimissima cosa riguarda invece i magistrati che sono destinati ad incarichi di alta collaborazione, che sono le autorità indipendenti, o stretta collaborazione del ministro, o del Parlamento, del Senato, delle commissioni di inchiesta.

In questi casi attualmente non c’è alcuna regola per il rientro. Eppure si tratta di persone che vengono scelte della politica e poi tornano a fare i magistrati.

La legge in discussione prevede che per un anno questi magistrati possano rientrare nelle funzioni giudiziarie ma non possano essere nominati ad incarichi direttivi e semidirettivi, per non dare l’impressione che ci sia un premio.

Io credo che si potrebbe pensare a una soluzione, che mi sembra congrua, (attualmente non ce n’è, ma c’è solo il Csm che detta le regole) di estendere questo periodo, per questa tipologia di incarichi, forse a uno, due, tre anni per i quali non è possibile avere un incarico direttivo o semidirettivo.

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Ecco il #ProgrammaGiustizia del MoVimento 5 Stelle

di MoVimento 5 Stelle

Vi presentiamo il Programma Giustizia del MoVimento 5 Stelle sottoponendovi sette punti per noi molto importanti per riformare veramente la giustizia in questo Paese, oltre al lavoro che abbiamo portato avanti in questi anni e alle proposte che abbiamo presentato. Le tematiche riguarderanno il contrasto alla criminalità organizzata e alla corruzione, la certezza della pena e la velocità dei processi.

Ogni anno in Italia si prescrivono oltre centomila processi, nel 2014 siamo arrivati ad oltre 130mila. Questo significa che milioni e milioni di euro pubblici saranno spesi per istruire processi, per fare indagini che non porteranno mai a nessuna condanna. Questo è un grosso problema, oltretutto attualmente in Italia la fase di appello è la fase processuale dove maggiormente vanno ad influire le prescrizioni. Un esempio potrebbe essere una persona condannata in primo grado il cui processo viene estinto in appello per prescrizione. Cosa proponiamo come Movimento 5 Stelle per ovviare a questo annoso problema della giustizia penale in Italia. Proponiamo o di sospendere la prescrizione dal momento in cui inizia il processo, ovvero da quando l’indagato diventa imputato. Oppure la scelta è di sospendere la prescrizione al momento della sentenza di primo grado, sia essa di condanna, sia essa di assoluzione.

La separazione dei poteri è alla base di ogni democrazia moderna. Per questo, è fondamentale che il confine che separa la politica e la magistratura sia netto e perfettamente delineato. Un magistrato è certamente libero di dedicarsi alla politica e di essere eletto all’interno delle istituzioni ma, dopo la parentesi politica, può tornare alla magistratura giudicante o requirente? Il MoVimento 5 Stelle vi chiede se il magistrato che si è dedicato alla politica, ed è stato eletto nelle istituzioni, non possa più tornare alla magistratura giudicante o requirente oppure se ciò possa essere possibile soltanto dopo un congruo termine di 5 anni.

Spesso ci si lamenta della mancanza della certezza della pena, ovvero di una soluzione adeguata che venga realmente scontata da chi ha commesso un reato. Il quesito che vi sottoponiamo vuole potenziare e allargare il lavoro di pubblica utilità per risarcire in modo concreto la collettività e non gravare sulle casse dello Stato

Le intercettazioni, che tutti i Governi di destra e di sinistra hanno combattuto sino ad oggi, sono un fondamentale strumento d’indagine e di ricerca della prova, soprattutto per reati difficili da scoprire come quelli di corruzione. Il loro utilizzo è disposto mediante precise garanzie costituzionali. Il quesito che vi sottoporremo riguarda sia la possibilità di regolare e ampliare l’utilizzo delle video riprese come strumento investigativo, sia la possibilità di ampliare l’utilizzo delle intercettazioni estendendolo anche ad altri reati, ed in particolare a tutti i reati commessi contro la Pubblica Amministrazione e, dunque, ai danni di tutta la collettività.

Il whistleblowing è uno strumento fondamentale per la lotta alla corruzione: tutela chi segnala i reati e punisce chi abusa del proprio potere per scoraggiare ingiustamente i lavoratori più onesti e coraggiosi. Vogliamo che questa tutela sia più efficace nel pubblico e nel privato. Ma quanto costa denunciare, e quali sono i vantaggi per chi denuncia. Le spese legali e sanitarie per i whistleblower sono tante, e non c’è nessun incentivo a segnalare. Valutiamo l’importanza di premiare il whistleblower con un vero e proprio premio economico o con un fondo a sostegno delle spese sostenute dopo la denuncia e a causa della segnalazione. Con l’obiettivo di promuovere la buona prassi di denunciare gli illeciti e combattere la corruzione.

Il nostro ordinamento prevede che, se a proporre Appello è solo l’imputato, il giudice di secondo grado non può condannarlo ad una pena più alta ma può solo abbassarla o lasciarla uguale. Il quesito su cui siete chiamati a rispondere vi chiede se è giusto riformare questa norma, nel senso che anche nel caso in cui a proporre appello sia il solo imputato, questi possa incorrere potenzialmente in una condanna più pesante rispetto a quella ricevuta in primo grado. L’invito è a riflettere sulla valutazione di costi/benefici e garanzie in quanto oggi, a fronte di un sacrosanto diritto a impugnare una sentenza che si ritiene ingiusta, una parte considerevole degli appelli sono fatti in modo strumentale per cercare di ottenere una pronuncia più favorevole o la prescrizione senza rischiare, nel concreto, assolutamente nulla, con conseguente ingolfamento delle Corti di Appello e aggravio in termini di economia processuale.

Ad oggi, grazie alla lungimirante intuizione e geniale visione di Giovanni Falcone, esistono le Direzioni Distrettuali Antimafia con procuratori, cioè organi requirenti, specializzati in ogni sede di Corte d’appello, coordinate dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo con unica sede a Roma. Il MoVimento 5 Stelle chiede se siete d’accordo nel prevedere che tutti i processi legati alla criminalità organizzata di stampo mafioso si celebrino presso le sedi delle Corti d’Appello, formate da Giudici specializzati e muniti di idonee strutture. Prevedere dunque che oltre ai PM, chi è chiamato a giudicare, abbia la stessa specifica competenza e formazione di coloro, come i magistrati requirenti, che compiono indagini di contrasto alle mafie.

Questi sono i quesiti che vi proponiamo per il programma giustizia. Guardate i video, partecipate e votate su Rousseau.

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