Vota per il Programma Sviluppo Economico e per Lex iscritti

Oggi, mercoledì 6 dicembre 2017, si vota per il Programma Sviluppo Economico del MoVimento 5 Stelle e per l’undicesima sessione di Lex iscitti. Le votazioni sono aperte su Rousseau dalle 10.00 alle 19.00. Grazie all’aiuto di esperti abbiamo approfond… Continua a leggere Vota per il Programma Sviluppo Economico e per Lex iscritti

#ProgrammaSviluppoEconomico: la politica economica dell’Italia

di Lorenzo Fioramonti, docente di economia politica all’Università di Pretoria

C’è sempre più consapevolezza in Europa, tra milioni di persone, imprese di vario tipo e anche esperti economici di varia provenienza, che i fondamentali economici sulla base dei quali si è sviluppata l’Unione Europea vadano ripensati, in particolar modo i parametri che legano il deficit e il debito al Pil. Infatti non si è mai capito, neppure quando il trattato di Maastricht è stato introdotto, all’inizio degli anno Novanta, perché dobbiamo rispettare un parametro del 3% tra deficit e Pil e uno del 60% tra il debito pubblico e il Pil, quando sappiamo benissimo che a livello internazionale la scienza economica non ha raggiunto alcun tipo di consenso su quali siano i parametri che permettono ad un’economia di prosperare e svilupparsi. Anzi, nella storia molti paesi hanno fatto piuttosto bene, hanno creato posti di lavoro, hanno raggiunto sviluppo tecnologico e anche sostenibile attraverso lo sforamento di questi parametri, con il 100% di debito pubblico in alcuni casi.

Il Giappone negli ultimi vent’anni ha accumulato un debito pubblico enorme che però ha consentito a quell’economia di mantenersi in piedi, di svilupparsi in maniera sempre più complessa, di raggiungere un livello di impiego molto significativo, o quasi la piena occupazione, e di restare competitivo a livello internazionale. Quindi non è tanto la questione del parametro fisso, la quantità di debito, e la quantità di deficit, piuttosto la qualità, però nessuno di questi parametri ne ha contezza. In realtà quello di cui abbiamo bisogno è di ripensarli, e di cominciare a ricordarci che il deficit e il debito se utilizzati in maniera strategica e intelligente possono in realtà creare le condizioni per un’economia sostenibile e prospera. E la seconda ragione per cui questi parametri vanno rivisti è il riferimento che hanno in comune al Pil come indicatore di performance economica di un paese. E qui, anche in questo caso, c’è molta convergenza a livello internazionale.

Oggi sappiamo che il Pil non è più come ottant’anni fa un indicatore relativamente idoneo per misurare la performance economica di un paese ma è sempre più anacronistico, le nostre economie diventano sempre più digitali, il modello di industrializzazione sta cambiando, l’investimento nel capitale umano sta diventando sempre più significativo, tutte dimensioni che il Pil non riesce a misurare in maniere coerente ed efficiente. E poi sappiamo benissimo che, anche qui, non è tanto la quantità di Pil ma la qualità di Pil. Si può creare Pil attraverso la distruzione dell’ambiente, attraverso la cementificazione di un paese, attraverso le guerre, e l’insicurezza, e le diseguaglianze, si può creare Pil attraverso l’educazione, l’investimento sulle persone e sul futuro sostenibile di una nazione. Quindi, anche in questo caso un parametro fisso ha poco senso.

Abbiamo anche bisogno di un discorso europeo diverso; in questo caso l’Italia può davvero farsi portavoce di un vento di cambiamento. Abbiamo bisogno di ritornare a capire che anche il denaro che utilizziamo ha un senso rispetto a un modello di sviluppo particolare, ed è sempre più chiaro che un sistema monolitico come quello dell’euro è anacronistico nel XXI secolo. Oggi le tecnologie consentono la creazione di valute locali, di cripto valute che diventano valute globali e sfidano le valute stampate dagli stati nazione, quindi in un contesto così diversificato dove la flessibilità è fondamentale per creare benessere e competitività, avere un sistema centralizzato, monolitico in cui paesi con contesti molto diversi, con economie così diverse, devono tutti utilizzare gli stessi parametri monetari diventa anche in questo caso non solo uno svantaggio, ma anche un elemento del passato rispetto alla possibilità di creare davvero un futuro migliore.

E quindi c’è bisogno di rivedere i parametri fondamentali, c’è bisogno di recuperare una capacità di programmazione che oggi, un sistema monolitico come quello dell’euro, non consente, c’è bisogno di diversificazione, c’è bisogno di recuperare una prospettiva di sviluppo per l’Europa che alcuni di questi parametri stanno ingabbiando in un contesto totalmente diverso rispetto a quello in cui erano stati sviluppati. E questo cambiamento può venire dall’Italia, perché con una visione e una narrativa diversa è possibile convincere tanti altri paesi europei che sono sempre meno persuasi della validità di questi parametri che il momento del cambiamento è oggi e che è possibile davvero creare un’economia europea che è molto più in linea con i nostri desideri, con le nostra aspirazioni, con i nostri valori.

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#ProgrammaSviluppoEconomico: i vincoli europei

di Claudio Mario Grossi, docente di Finanza d’impresa all’Università Cattolica di Milano

Da Maastricht in poi siamo di fatto sotto un sistema di regole che si è sempre più arricchito e sempre più indurito dal punto di vista degli obblighi di bilancio e di governo dell’economia e della finanza degli stati e quindi dello stato italiano, che non hanno affatto fatto del bene all’economia, ma non solo a quella italiana, all’economia di tutti gli stati europei. Dal patto di stabilità al prossimo ingresso del fiscal compact, ciò che è stato definito stabilità e crescita e i misuratori di stabilità e crescita, devono assolutamente essere rivisti. Prendo uno spunto per capirci meglio da una concessione che ci è stata recentemente fatta dagli organi europei, dagli organismi europei dicendo che forse è il caso di avviare un’Europa a due velocità. E allora pongo un quesito: perché due velocità e non cinque e sei? E soprattutto per andare dove?

E il tema è proprio questo: gli stati non hanno le stesse caratteristiche, di bilancio e anche che derivano dalle condizioni delle loro economie. Entrate e spese sono radicalmente diverse da stato a stato e quindi se si vuole costruire un sistema di indicatori che aiuti a capire se ogni stato è in condizioni di stabilità, di equilibrio, e può permettersi ad esempio di vivere fasi di squilibrio finalizzate alla crescita e all’espansione che consenta di rientrare in certi tempi nelle medesime condizioni di equilibrio di partenza e forse anche migliori, questo lo si può fare solo con due strategie di fondo: la prima è raggruppare stati per caratteristiche omogenee, e allora le velocità non sono due, ma forse sono quattro o cinque; il bilancio dello stato dei paesi scandinavi per la natura delle loro entrate e delle loro spese, per le loro stesse dimensioni sociali non sono gli stessi bilanci e le stesse strutture di governo economico e finanziario che può avere l’Italia, la Spagna o la Grecia.

E quindi costruire innanzitutto gruppi di pari, cioè stati omogenei, e a quel punto stabilire non solo la velocità a cui andare verso le mete dei parametri di equilibrio internazionali, europei, ma quali sono le mete da raggiungere, che non possono necessariamente essere il 3% di rapporto deficit/Pil e il 60% del rapporto debito/Pil, perché ogni stato ha caratteristiche, come le imprese, diverse, e le performance che può ottenere possono ed è comprensibile che siano diverse, e non per questo non sia ognuno di questi paesi, o di gruppi di questi paesi, in condizioni di equilibrio. Che significa fondamentalmente fare in modo che, ad esempio, i tassi di interesse sui loro debiti non producano spread eccessivi e percezioni di rischio squilibrate tra un paese e l’altro. Ragione per la quale è assolutamente corretto che in una unione europea, quando ci si è, si miri a governare il proprio stato, facendo percepire al resto della comunità che il governo è un governo sano, nei numeri e nei bilanci, ed è in condizioni di equilibrio.

Ma le condizioni e i parametri di equilibrio dell’Italia non potranno mai essere gli stessi dei paesi scandinavi, della Germania e di paesi che hanno strutture radicalmente diverse, delle loro economie e anche della loro finanza. Quindi per arrivare ad una reale situazione di condivisione e anche di armonia nella definizione dei sacrifici, ma soprattutto delle strategie di crescita di ogni paese, è necessario, userei questo termine per capirci meglio, personalizzare i parametri di riferimento, come si fa in economia; nell’economia delle imprese industriali, delle imprese private, nessuno mira ai medesimi parametri di performance: un’impresa che fa minuterie metalliche non è la stessa impresa che fa automobili, e non potrà avere gli stessi parametri. Fuor di metafora, ogni stato dovrà essere misurato sulle sue reali condizioni di performance possibili, e mirare a quelle, quindi target diversi e velocità diverse, per diversi gruppi di paesi. Credo che trovare l’armonia e la condivisione su questo, faccia fare un enorme salto di qualità anche al clima di collaborazione europeo. Questo è ciò a cui dobbiamo mirare.

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#ProgrammaSviluppoEconomico: commercio con l’estero

di Arianna Giuliodori, Coldiretti

Le scelte, relative alla strategia commerciale internazionale, hanno delle ricadute enormi sui paesi interessati, non solo in termini economici, ma anche sociali e culturali. Le opzioni possibili si muovono tra due estremi: da un lato, il liberismo assoluto, e dall’altro il protezionismo totale, ribattezzato di recente neo-sovranismo. Nel primo caso, quello del liberismo, si tratta di procedere alla rimozione completa, e il più possibile rapida, di tutte le barriere che si oppongono al commercio, che si tratti di barriere tariffarie, i dazi, oppure di barriere non tariffarie, come ad esempio le misure sanitarie e fitosanitarie che sono imposte sui prodotti alimentari. I sostenitori di questo approccio si definiscono amanti del free trade, del libero commercio, ma non si tratta di libertà, si tratta piuttosto di una deregolamentazione assoluta, di una forma di competizione selvaggia e senza limiti che sfocia nel travolgimento delle distintività locali, nell’omologamento al ribasso della qualità e spesso nella cancellazione delle identità culturali, a favore dei grandi e a scapito dei più piccoli.

I rischi di questa logica sono talmente evidenti che persino i paladini del libero commercio, come il WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, il Fondo Monetario Internazionale, o ancora la Banca Mondiale, hanno di recente pubblicato uno studio in cui ammettono che l’apertura internazionale al commercio può comportare per le persone e per i territori la perdita di posti di lavoro e crisi economica, se non gestita adeguatamente. All’opposto, l’altro caso è quello del neo-sovranismo, cioè del protezionismo totale. In questo caso ci si concentra su una forma di autarchia, dove la produzione e il consumo si realizzano interamente all’interno del paese. Secondo alcune interpretazioni ciò permette di salvare dei posti di lavoro a livello internazionale. Tuttavia questo comporta anche un aumento dei prezzi a scapito dei consumatori, e una penalizzazione delle esportazioni, che nel caso di un paese come l’Italia può rappresentare una minaccia. Ultimamente questo è comunque un approccio che trova molti sostenitori sulla scena internazionale, e non da ultimo il presidente americano Trump.

C’è infine un terza via, che punta a trovare un equilibrio tra l’apertura al commercio internazionale e la protezione degli interessi dei cittadini, siano essi economici o sociali. Se pensiamo al settore che rappresenta Coldiretti, l’agricoltura, l’agroalimentare, il mercato è sicuramente importante e lo diventa sempre più, se pensiamo che l’Italia, nel 2016, è stata capace di esportare beni alimentari per un valore di 38 miliardi di euro, e che questo valore è destinato ad aumentare nel corso del 2017. Ma il mercato non è tutto, perché bisogna tenere in considerazione profili legati all’ambiente, alla salute, alla sicurezza, ai diritti delle persone; e invece il mercato relega tutto ciò nella nozione semplicistica di ‘prezzo più basso’, che anche a causa di regole spesso asimmetriche permette di realizzare forme di dumping, che contribuiscono ad esempio alla deforestazione, alla produzione di cibo spazzatura, e allo sfruttamento del lavoro, anche minorile. Ma la nostra storia, le tradizioni, il paesaggio, la cultura, non possono essere ridotti e azzerati nel concetto di mercato, soprattutto quando questo ha l’ambizione ad essere globale.

Prima del mercato, vengono le persone, ecco perché ad esempio, nella logica dei trattati di libero scambio si dovrebbe inserire il rispetto dei diritti dei lavoratori, ma così non è. Ce lo testimonia il 5° rapporto agromafie promosso da Coldiretti ed Eurispes, secondo il quale i prodotti che entrano in Europa spesso nascondono una forma di caporalato invisibile, invisibile semplicemente perché si realizza in paesi lontani. E per non restare sul vago, cerchiamo di dare un esempio: il pomodoro cinese. Nel 2016 abbiamo importato circa 100 milioni di kg di pomodoro concentrato dalla Cina, che rappresenta più o meno il 10% di quanto l’Italia produce, con un aumento di oltre il 43%. Eppure, in Cina ci sono numerose denunce del ricorso a dei veri e propri campi lager agricoli, i Laogai, per la produzione di questo prodotto.

Ma quando poi il prodotto arriva sui nostri scaffali, complice la totale mancanza di trasparenza dell’etichettatura, si rischia di trasformarlo in vero e proprio made in Italy bagnato del sangue del lavoro di veri e propri schiavi. In conclusione, per questa terza via non si dovrebbe parlare di libero commercio, ma di commercio libero e giusto, che si fonda su delle regole certe e soprattutto sul rispetto delle persone.

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#ProgrammaSviluppoEconomico: innovazione e industria

di Eleonora Rizzuto, presidente Associazione Italiana Sviluppo Economia Circolare, AISEC

L’economia circolare è un concetto che ha origini anche piuttosto antiche. Le nostre nonne usavano riciclare tutto quello che avevano in casa. Per noi oggi come modello economico vincente per un’economia sana, per un’economia del futuro soprattutto per il nostro paese, cioè differentemente da quello che avviene nell’economia lineare a cui noi siamo tutti abituati, dal recupero delle materie prime alla produzione del prodotto, alla messa in circolazione del prodotto stesso, alla creazione di rifiuto che poi viene incenerito, si passa invece alla creazione di valore anche della parte che oggi mettiamo in rifiuto, quindi il riutilizzo dove possibile della materia prima che si è utilizzata nella produzione affinché diventi materiale secondo per una seconda vita.

Tutto questo rappresenta una rivoluzione nell’ambito proprio del ciclo produttivo e ha bisogno più che mai della risituazione del prodotto stesso in fase di design, quindi le imprese che vogliono oggi attuare un modello di economia circolare devono pensare il prodotto che producono dall’inizio, quindi quello che si chiama in terminologia tecnica il ciclo di vita di un prodotto nasce proprio dall’esigenza di disegnare, mappare, dalla risorsa al prodotto finale al rifiuto e quindi alla rimessa in funzione del materiale di scarto la vita di un prodotto. Ci crediamo, siamo interessati a far si che questo modello venga assolutamente diffuso, fatto conoscere in vari modi, assolutamente fatto conoscere attraverso i mezzi di comunicazione, i movimenti politici, le università, al livello del cittadino consumatore, che rappresenta il primo volano vero per realizzare gli obiettivi di economia circolare attraverso un acquisto consapevole, ma anche attraverso quella che è la divulgazione e la promozione del modello delle imprese.

Oggi in Italia viviamo un momento veramente interessante da questo punto di vista, perché almeno a nostro avviso c’è un pullulare di interesse, sia nella piccola, sia nella media, e sta iniziando anche nella grande impresa nei confronti del modello di economia circolare. E questo per due motivi che ci sembra importante sottolineare: il primo è un motivo che per noi che ci occupiamo di piano di sviluppo sostenibile è assolutamente rivoluzionario, finalmente riusciamo a parlare di progetti che rispondono a criteri di economicità, quindi lo sviluppo sostenibile per la prima volta con l’economia circolare risponde ad un obiettivo di risparmio di costi, sia in termini di costi di materie prime per le aziende che producono prodotti, che per il risparmio della parte che si vede meno, che conosciamo di meno, cioè un po’ anche antipatica, che è la parte finale del prodotto, quindi il rifiuto, che cosa si fa con il rifiuto prodotto. Vorremmo appunto intervenire e facilitare questo cammino nei confronti delle imprese, sia nel settore primario, che secondario e anche terziario, poi vedremo come, attraverso una serie di attività e di progettazione che le aiutano a veicolare il modello in modo assolutamente naturale e all’interno dei processi produttivi.

Il secondo settore è appunto quello della risposta del consumatore al prodotto che viene immesso da un’impresa sul mercato, quindi poi vedremo anche a livello di costi e di prezzo finale quale può essere l’impatto e l’interesse per i consumatori, ma per far questo occorre l’aiuto di pubblicità, di promozione, di divulgazione, di formazione su quello che significa oggi la differenziazione di un prodotto che vien fuori da un modello lineare rispetto a un modello circolare. Esempi ne abbiamo parecchi, in Italia abbiamo degli esempi virtuosi che possiamo anche portare avanti per replicare il modello, perché il modello ha bisogno di progetti pilota che possano poi essere replicati dove sia possibile. Nel tessile esistono diverse realtà che oggi sono per di più guidate da associazioni non profit, o Ong, che vanno proprio a intaccare i modelli produttivi di grandi brand tessili piuttosto che di società che producono tessuti che vanno poi nei mercati internazionali, e vanno a recuperare il non venduto, il non utilizzato, quello che oggi rappresenta un rifiuto che non abbiamo idea di dove vada a confluire, come venga riutilizzato.

Per la maggior parte dei casi questo viene incenerito, invece con questi primi assaggi di economia circolare il tessuto viene preso, riutilizzato e a volte viene anche donato a economie che insomma, anche al di là dei nostri perimetri territoriali, fuori dall’Italia, ad economie in sviluppo per poter creare lavoro. E questo è il terzo grande argomento che impatta l’economia circolare, cioè ci sono studi recenti sia italiani che internazionali di primissimo livello che dimostrano come l’implementazione di questo modello in effetti crei dei posti di lavoro. E questo è facilmente spiegabile, innanzitutto è un filone che ancora oggi in Italia è da sperimentare, ed è legato al mondo dei poli universitari, della ricerca, dell’innovazione. C’è bisogno di avere innovazione tecnologica perché questo esempio che ho fatto banale del tessile possa essere riprodotto in tutte le materie prime che possano diventare seconde. Oggi siamo ancora carenti di innovazione in questo senso, e dall’altro riguarda appunto il crederci, il contributo sia da parte delle imprese che lo mettano in pratica, e suggeriamo sempre con progetti a tempo, che lo pilota in maniera tale che si possa fare sviluppo economico di quello che si fa, e la presenza importante del mondo politico che incentivi tutto questo.

L’esempio fra tutti, ciò che avviene nei paesi scandinavi, ciò che avviene in Francia in certe situazioni, avere la possibilità di un incentivo fiscale ad esempio intaccando l’iva sulle imprese che vogliono fare economia circolare, questo rappresenta sicuramente una leva importante anche per i più timidi, per coloro che non hanno ancora ben chiara quale sia la portata rivoluzionaria di questo modello. Oggi le aziende, soprattutto nell’industria, che utilizzano e si avvicinano al modello lo fanno su basi volontaristiche, che però hanno dei limiti importanti, il primo è quello appunto quello del profitto. Il limite per poter avanzare progetti di questo genere mantenendo l’azienda in situazione di benessere sia come produzione che come forza lavoro oggi ancora è molto difficile. Ma cerchiamo appunto di arrivare a questo obiettivo.

La reportistica aziendale non finanziaria, che è un altro argomento su cui noi insistiamo molto, cioè la misurazione annuale di quello che l’azienda fa come indice di sostenibilità oggi ancora è carente per la parte che riguarda l’economia circolare, soprattutto sulla misurazione di indici che vanno ad intaccare le risorse utilizzate e quelle legate alla parte dello smaltimento, del non venduto, del messo al di fuori dei circuiti produttivi. E questo è un altro argomento su cui insistiamo, ecco, dobbiamo cercare di renderlo operativo. Ora c’è l’obbligatorietà anche in Italia di pubblicare i bilanci non finanziari, di sostenibilità; cerchiamo di introdurre anche due tre indici dedicati esclusivamente all’economia circolare. Un altro settore dove è importante insistere è quello della formazione scolastica sul concetto di economia circolare. Quello che si diceva all’inizio della nostra chiaccherata sulla potenza del consumatore in questo modello è naturalmente spendibile se sin dalle nuove generazioni si capisca e appunto si investa in questo tipo di mentalità.

Oggi sempre di più ascoltiamo dai nostri giovani il piacere della riparabilità, di avere degli oggetti che possano poi vivere una seconda e terza vita, e questo non avviene casualmente, ma da una cultura, sia a livello famigliare che di strutture scolastiche. Vorremmo insistere su questa parte per avere poi un consumatore che si avvicini ad un acquisto che sia responsabile, e citiamo appunto gold12, che è uno degli gold che sostengono degli open course promossi dall’Onu, quindi a cui anche l’Italia deve conformarsi. E quindi è anche un modo immediato per poter parlare di economia circolare anche sui banchi di scuola. L’economia circolare applicata sul nostro territorio è una peculiarità che in pochi paesi hanno.

L’Italia è un paese diversificato e nel bene e nel male ha bisogno di progetti che insistano in aree geografiche organizzate. Quindi è importante creare infrastrutture e reti di incontro tra aziende che producono in una determinata area geografica; faccio un esempio appunto del Brenta, dove c’è un alto tasso di originalità per quanto riguarda le calzature, dove è importante pensare alla messa in funzione di reti tra aziende in cui lo scarto di una diventi la risorsa dell’altra.

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#ProgrammaSviluppoEconomico: l’economia circolare

di Stefano Bartolini, docente di economia politica all’Università di Siena

Quale tipo di economia vogliamo? Quale tipo di economia è desiderabile costruire? Per un sacco di gente il problema attuale delle economie è la scarsa crescita economica, io invece penso che il maggior problema economica sia la scarsa qualità della vita; mi riferisco in particolare agli studi sul benessere psicologico: cos’è che fa star bene la gente? Sappiamo che la qualità delle relazioni che pesa più di ogni altra cosa, che influenza il benessere, ci sono tante cose che influenzano il benessere, ma la qualità delle relazioni è quella cruciale. Beh, abbiamo costituito una economia che non fa star bene la gente, perché distrugge ampiamente le relazioni. Vi faccio degli esempi: il modo in cui abbiamo costruito le nostre città, le abbiamo consegnate al traffico, ma le città erano state pensate per far stare la gente insieme, esistono da 5000 anni, il progetto urbano è sempre stato un progetto di aggregare le persone, e le persone si sono sempre aggregate negli spazi comuni: le piazze, le strade, dove la gente si incontrava, e intesseva relazioni, poi le strade e le piazze sono state consegnate alle macchine, e questo ha avuto un effetto disastroso di distruzione del tessuto sociale.

Le vittime principali di questo sono per esempio i bambini, l’infanzia che è stata vissuta fino a pochi decenni fa con i bambini che stavano per la strada, passavano i pomeriggi in gruppo, a giocare a calcio per le strade, in giro con gli amici, non esiste più, perché le città sono diventate pericolose ad esempio per il traffico, che le rende pericolose; l’infanzia si è spostata in casa, abbiamo creato un gigantesco e innovativo problema di solitudine infantile, che nessuna altra società ha mai sperimentato. Beh, il punto è che tutto questo ha reso l’infanzia molto più costosa di prima, perché adesso i bambini che sono sempre soli vanno sorvegliati, abbiamo bisogno di spendere per le baby sitter ad esempio, abbiamo bisogno di riempire il vuoto delle loro vite di giocattoli, perché questi non hanno più compagnia e quindi i giocattoli sono un sostituto della compagnia, ora tutto questo ci fa spendere, è un problema di qualità della vita, che è crollata per i bambini, alla quale reagiamo rendendo l’infanzia più costosa.

Questo aumento del Pil naturalmente, fa girare i soldi, rende l’economia più grande, ma peggiora la qualità della vita, la stessa cosa vale esattamente per gli anziani. Prima gli anziani quando erano soli e malandati, beh, un tessuto sociale di quartiere se ne prendeva cura, qualcuno gli faceva la spesa, qualcun altro passava a trovarli, adesso ci vuole la badante, questo ha peggiorato la qualità della vita degli anziani ma ha alzato il Prodotto interno lordo, e ha prodotto crescita economica. Se la nostra città diventa troppo pericolosa per andare fuori la sera passeremo le serate in casa e per passarle in modo divertente ci compreremo il cosiddetto home intertainment, la mega tv a schermo piatto, il dvd, la playstation, giochetti per il computer di ogni tipo, quelli costano e invece una città vivibile è un bene gratuito.

È la qualità della vita che dobbiamo promuovere, e questo ci farà spendere meno soldi, perché promuoverà la qualità delle relazioni che ci danno gratuitamente tante cose. Vi faccio altri esempi: il nostro modo di lavorare, le imprese son state riorganizzate negli ultimi trent’anni seguendo uno schema più o meno di questo tipo: più pressione, più incentivi, più controlli, più conflitti, peggiori relazioni, nell’illusione che tutto questo stressare i lavoratori rendesse i lavoratori più produttivi, ma gli studi sull’argomento mostrano invece che la gente più stressata, meno soddisfatta del proprio lavoro è meno produttiva, non più produttiva. Possiamo rilassare la tensione all’interno delle imprese, possiamo rilassare le gerarchie, rendendo il lavoro meno stressante e più produttivo, pensate alla sanità per esempio. Gli epidemiologi sanno perfettamente che quello che più fa ammalare le persone è l’infelicità della gente, è la scarsità e la cattiva qualità delle loro relazioni.

Possiamo alleggerire la spesa sanitaria, che è diventata praticamente insostenibile, costruendo un mondo di relazioni migliori e di gente soddisfatta della propria vita, più contenta, più felice, tutto questo di nuovo non alzerà il Pil, perché tutti i soldi che spendiamo in sanità aumentano il Pil e generano crescita economica, ma migliorerà la qualità della vita. Allora perché ci continuano a ripetere che la soluzione è la crescita economica? Generalmente questa cosa viene motivata con l’alleggerimento della disoccupazione. Il motivo per cui si continua a puntare sulla crescita è che questo diminuisce la disoccupazione, ma questa è un’illusione al limite della superstizione ormai, noi sappiamo che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta togliendo nel mondo milioni e milioni di posti di lavoro, non è la crescita economica che aumenterà i posti di lavoro; inoltre, un mondo di gente che consuma meno è anche un mondo di gente che ha bisogno di lavorare meno ore, c’è meno gente in una famiglia che ha bisogno di un lavoro; immaginatevi ad esempio che la situazione torni ad essere, supponiamo quella degli anni Settanta, in cui normalmente nelle famiglie lavorava solo una persona a tempo pieno.

Perché ad esempio i bambini non costavano quasi niente, gli anziani non costavano quasi niente, avevamo tessuto sociale, tutte quelle cose ci hanno reso la vita più costosa e ci hanno spinto a lavorare di più, per esempio una famiglia ha bisogno di due lavori a tempo pieno. Supponete che rigenerando il tessuto sociale ci sia bisogno delle famiglie di due persone che lavorino part-time e basti questo; questo libererebbe un sacco di posti di lavoro per gente che attualmente non ha lavoro e lo sta cercando. Quindi l’idea che una riduzione del consumo attraverso un aumento della qualità della vita aumenti la disoccupazione è allo stato attuale delle cose semplicemente una superstizione; non c’è alcuna garanzia che la diminuzione dei posti di lavoro che effettivamente ci sarebbe diminuendo il consumo non sia più che compensata dalla quantità di gente che ha bisogno di un lavoro e del numero di ore che desiderano lavorare perché sennò non arrivano a fine mese.

Di questo programma di miglioramento di qualità della vita non c’è praticamente traccia nell’agenda politica dei partiti italiani, tranne che nell’agenda politica dei 5 stelle, dove tracce di puntare sulla qualità della vita, anche più di tracce per la verità, se ne trovano, per esempio è un programma che punta ai consumi responsabili, alla distruzione dell’obsolescenza programmata, quel meccanismo per cui i prodotti devono invecchiare rapidamente per essere sostituiti, meccanismo che di nuovo viene giustificato con il fatto che crea più posti di lavoro; li crea ma crea anche più gente che ha bisogno di lavoro perché aumentano le nostre spese.

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Il #ProgrammaSviluppoEconomico del MoVimento 5 Stelle

di MoVimento 5 Stelle

Lo sviluppo economico non coincide necessariamente con la crescita del Prodotto interno lordo ma riguarda il benessere collettivo e il rapporto equilibrato tra la società umana e l’ambiente circostante. Il Movimento 5 Stelle è rivoluzionario perché ad un modello di crescita lineare della produzione vuole sostituire un modello circolare che si rigenera ciclo dopo ciclo recuperando e riutilizzando le risorse, invece che gettarle e sostituirle.

L’economia circolare produce sviluppo mentre l’economia lineare a cui purtroppo siamo abituati solo crescita della produzione, che spesso corrisponde a un minor benessere sociale e ambientale (inquinamento, consumismo, sfruttamento intensivo del lavoro umano). Ecco perché abbiamo scritto insieme a esperti di valore internazionale un programma che ci permetterà di transitare da una produzione fine a sé stessa ad una che tenga insieme lavoro, ambiente e salute. Toccherà a voi, adesso, votare e approfondire questo programma, indicandoci alcune linee di indirizzo che ci aiutino ad attuarlo. Abbiamo previsto 6 quesiti, che toccheranno tutti i punti fondamentali del programma.

Nel primo quesito, di carattere più generale, vi sarà chiesto di indicare un ordine di priorità tra le azioni che un futuro governo a 5 stelle dovrà intraprendere per gettare le basi del nuovo modello di sviluppo circolare. Si va dal ruolo dello Stato nell’economia all’educazione dei cittadini ad un consumo consapevole, passando per il tema centrale dell’innovazione tecnologica. Il secondo quesito sarà diviso in tre sezioni, nelle quali dovrete esprimere le vostre priorità su una possibile riforma delle partecipate pubbliche e sui temi caldissimi dell’industria 4.0 e delle imprese innovative. È infatti tramite l’innovazione di processo – cioè come si organizza la produzione all’interno dell’impresa – e l’innovazione di prodotto – cioè cosa si produce e con quali tecnologie – che il nostro Paese può diventare un esempio per tutti, dimostrando che è possibile crescere anche e soprattutto se non si sprecano le preziose risorse che ci mette a disposizione l’ambiente in cui viviamo. Il terzo quesito riguarderà ancora l’innovazione, ma entrando nel dettaglio delle misure più urgenti che dobbiamo assolutamente prendere una volta al governo.

Con il quarto quesito si entrerà invece nel campo delicato della politica commerciale. Vi verrà chiesto di indicarci una linea di indirizzo generale da imprimere alla nostra futura gestione del commercio con l’estero. Una grande economica come la nostra deve infatti scegliere con intelligenza e determinazione come rapportarsi con la globalizzazione, se accettarne costi e benefici o se optare per una soluzione diversa, che tenga conto con maggiore forza delle filiere produttive locali e che per proteggere maggiormente i lavoratori italiani sia disposta ad usare anche strumenti protezionistici. Con il quinto e il sesto quesito, infine, vi interrogheremo sulla questione fondamentale della sovranità economica. Per realizzare il nostro programma abbiamo bisogno di spazi fiscali che l’Unione Europea, oggi, non ci concede.

Il Fiscal Compact è il più grosso ostacolo nel cammino verso una crescita stabile e di qualità, perché chiede di tagliare indiscriminatamente le spese correnti e quelle per investimenti e obbliga gli Stati ad un pareggio del bilancio pubblico che equivale alla ritirata dello stato sociale e del sostegno al settore privato dell’economia. I trattati europei, per questi e per altri motivi, vanno rivisti radicalmente e con un’Italia che ritorni a fare sentire il suo peso strategico nelle sedi internazionali ciò è possibile. Ciò non toglie che dovremmo prepararci anche allo scenario più cupo, ovvero quello di un’Unione Europea che si chiude a riccio e continua a imporre le controproducenti politiche di austerità.

Vi chiederemo quindi quale sono, secondo voi, le leve economiche che dobbiamo assolutamente riconquistare se l’Europa si rifiuterà di cambiare i trattati attuali. Come vedete, si tratta di scelte difficili ma decisive, che richiedono non solo il vostro aiuto ma anche il vostro consenso nel caso dovessimo andare al governo del Paese. Mi raccomando, partecipate e votate numerosi!

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