#ProgrammaLazio – Ambiente

di Silvia Blasi

L’ambiente rappresenta un punto focale del nostro programma di governo per la Regione Lazio: tutelare l’ambiente vuol dire migliorare la qualità della vita delle persone e salvaguardare ciò che di più prezioso abbiamo nel nostro territorio: paesaggio, diversità biologica, mari, acqua, aria, vero patrimonio, anche economico, per il nostro futuro.
Tutto ciò è strettamente legato a settore economici strategici come energia, gestione dei rifiuti, trasporti, urbanistica. Settori in cui la Giunta Zingaretti non è intervenuta, lasciando troppo spesso l’iniziativa ai privati.
È necessario rivedere profondamente le attuali programmazioni in un ottica di basso impatto ambientale, ricerca ed innovazione tecnologica.

Faccio un esempio, nella nostra regione manca un piano energetico regionale ed il piano per la gestione dei rifiuti è fermo al 2011.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a diversi incendi in impianti di trattamento dei rifiuti che hanno comportato un pesante inquinamento nelle aree limitrofe e portato la regione sull’orlo dell’emergenza, incrementando il trasporto rifiuti fuori regione con notevole arricchimento dei soliti noti.
Questo non può più accadere!

Per questo puntiamo a ridurre drasticamente lo smaltimento dei rifiuti urbani. Non dovranno più esserci inceneritori, discariche o impianti biogas speculatori.
È necessario rivedere profondamente l’assetto impiantistico regionale implementando i controlli e il livello degli standard di qualità degli impianti stessi.

La strada è stata tracciata dalle direttive europee, che vogliamo applicare puntualmente incentivando il recupero della frazione organica dei rifiuti, le buone pratiche di recupero e il riciclo dei materiali.
In Italia ed all’estero ci sono molteplici modelli virtuosi di centri di recupero e riciclo, che vanno importanti nel nostro territorio.

Quanto al governo del territorio e dell’acqua, la nostra regione ospita territori profondamente diversi: aree fortemente urbanizzate ed ad alta densità abitativa contrapposte ad altre seminaturali a vocazione agricola.
Perciò, la pianificazione e le regole del settore urbanistico vanno diversificate in base alle esigenze e risorse territoriali. Così la realizzazione di infrastrutture non può non tenere conto del consumo di suolo, e dell’impatto su aree incontaminate custodi di valori collettivi come paesaggi unici in Italia.

Infine, in questi cinque anni di governo PD non abbiamo visto discontinuità col passato nella gestione di un bene comune fondamentale come l’acqua.
Attorno all’acqua ci sono grandi criticità come la questione arsenico, le concessioni idriche, la qualità delle acque dei laghi, fiumi e mari, la depurazione.

Secondo il M5S per risolvere tali problemi basta dare piena applicazione all’esito del referendum sull’acqua pubblica del 2011, ripreso tra l’altro dalla Legge Regionale 5 del 2014.

Democrazia è condivisione. Nei prossimi mesi raccoglieremo le vostre idee, proposte, suggerimenti. Insieme governeremo il Lazio!

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#ProgrammaLazio – Bilancio, Patrimonio e fondi europei

di Valentina Corrado

Il Movimento 5 Stelle in Regione Lazio ha contrastato l’utilizzo scellerato delle risorse pubbliche perché il principio secondo il quale Nessuno deve rimanere indietro non è uno spot elettorale, ma la base di partenza di un progetto finalizzato a ristabilire equità e priorità di spesa dei soldi derivanti dalle tasse dei cittadini, evitando sprechi e il raggiungimento di interessi tutt’altro che pubblici.

Un esempio? La spesa per i vitalizi, erogati a 266 ex consiglieri regionali ed ex Assessori, condannati compresi, che a gennaio 2018 aumenterà arrivando oltre i 20 milioni di euro annui: 1/3 delle risorse del Consiglio regionale!

Circa 6 milioni di euro, poi, vengono spesi ogni anno per le indennità e le diarie dei Consiglieri e degli Assessori regionali: 30 milioni di euro in una sola legislatura!

La gestione del patrimonio della Regione Lazio non fa eccezione.

Un esempio su tutti: le IPAB, enti vigilati e finanziati dalla Regione, – che dovrebbero fornire servizi socio sanitari gratuiti e di assistenza a minori e anziani – gestiscono in maniera discrezionale l’uso di palazzi storici, caseggiati, strutture dislocate al centro di Roma e su tutto il territorio regionale.

Lo stesso accade con i beni immobili delle ASL e delle Aziende Ospedaliere gestiti dalla Regione.

E’ il caso dell’ex ospedale San Giacomo che, per volontà testamentaria del donatore, sarebbe dovuto rimanere nei secoli un ospedale al servizio della città di Roma e della collettività.
E che invece, è stato prima oggetto di speculazione finanziaria da parte di coloro che hanno indebitato la Regione, poi svenduto per pagare i debiti che essi stessi avevano creato; infine dismesso ed abbandonato,dopo una ristrutturazione pagata dai cittadini.

Sulla gestione dei fondi indiretti provenienti dall’Unione Europea, il Movimento 5 Stelle propone un cambio di passo per favorire la partecipazione dei cittadini alla programmazione e all’utilizzo delle risorse e fornire supporto agli enti locali che spesso non hanno strumenti e personale idoneo ad attrarre risorse da investire sul territorio, uscendo da logiche piegate alla politica del Governatore di turno.

L’Obiettivo è quello di far tornare al servizio della collettività le risorse e il patrimonio immobiliare della Regione

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#ProgrammaLazio – La cultura al centro

di Gaia Pernarella, M5s Lazio

Nel programma per il Movimento 5 Stelle alla Regione Lazio è centrale il tema della cultura. Vi diremo brevemente come intendiamo rilanciare la nostra Regione, riconosciuta e apprezzata ovunque per la sua bellezza e il suo patrimonio storico, artistico e paesaggistico. E vogliamo farlo a partire dalla nostra esperienza di questi ultimi 5 anni, ma soprattutto con il vostro aiuto, con i vostri suggerimenti e le vostre proposte.

Fino ad oggi tutti i Governi hanno preferito trattare la cultura come una Cenerentola. La cultura diventa importante solo quando si tratta di dare finanziamenti pubblici alle associazioni amiche o alle fondazioni a cui la regione partecipa, o quando c’è da piazzare personaggi più o meno noti nei vari consigli di amministrazione.

Secondo il codice dei beni culturali, alle Regioni spetta il ruolo di Valorizzazione del patrimonio culturale. Ma ad oggi, a causa della dissenata gestione della sinistra e della destra, non si può né l’entità di questo patrimonio, né lo stato in cui esso versa. E’ chiaro quindi che serve un radicale cambio di marcia.

Per valorizzare il nostro patrimonio culturale, la gestione pubblica pubblica deve tornare protagonista, basta delegare al privato di turno un ruolo che non gli appartiene! E anche i cittadini devono tornare protagonisti e fruitori di questo meraviglioso patrimonio. Abbiamo ben chiaro quali siano le priorità su cui intervenire. Per fare qualche esempio cito i musei e le biblioteche del sistema regionale, oggi abbandonate a gestioni equivoche e fallimentari. Noi crediamo che serva una vera e propria rivoluzione multimediale e multidisciplinare che permetterebbe a chi si occupa di cultura di diventare finalmente impresa e non di elemosinare finanziamenti per pratiche di assistenzialismo politico.
Quando parliamo di cultura, parliamo anche di istruzione. E’ urgente una modifica della legge sugli asili nido e va rivista anche la legge sul diritto allo studio. Bisogna intervenire sul settore delle agenzie di viaggio e delle guide turistiche la cui mancanza di regolamentazione non fa altro che legittimare il sommerso e l’abusivismo, sacrificando la qualità dei servizi. Democrazia è condivisione. Nelle prossime settimane raccoglieremo le vostre idee, proposte, suggerimenti. Insieme governeremo il Lazio

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Il #ProgrammaLazio del MoVimento 5 Stelle: la sanità

Oggi prende avvio il percorso che ci condurrà alla stesura del programma del MoVimento 5 Stelle per il Lazio in vista delle prossime elezioni regionali. Un programma che partirà dall’esperienza acquisita in questi 5 anni di consiliatura e che si caratterizzerà per la condivisione e la partecipazione Questi video spiegheranno brevemente la situazione che abbiamo trovato e come intendiamo dare un cambio di rotta. Per noi sono molto importanti le vostre idee, le vostre proposte e i vostri suggerimenti. Perciò nelle prossime settimane vi indicheremo come potrete contribuire alla redazione del programma del MoVimento 5 Stelle per il Lazio.

di Davide Barillari

La salute è il bene più prezioso che abbiamo, un bene comune che deve essere tutelato e difeso. La sanità non deve essere un privilegio riservato a pochi ma è un diritto per tutti, come garantisce la nostra Costituzione. La Regione Lazio spende ogni anno solo per la sanità 24 miliardi di euro, circa due terzi del bilancio complessivo! una cifra enorme che se utilizzata bene e con rigore, ci permetterebbe di essere al primo posto in Italia per qualità ed efficienza delle cure. Sappiamo tutti invece quanto il livello sia sceso nel Lazio, nonostante la professionalità degli operatori sanitari, sfruttati, sottopagati e sottoposti a turni massacranti di lavoro, che tengono ancora in piedi da soli i nostri ospedali.
24 miliardi di soldi pubblici spesi ogni anno dalla Regione Lazio. Soldi spesi male.

Ma perché il Lazio, rispetto alle altre regioni italiane, è agli ultimi posti? Perché se vado al pronto soccorso per un’emergenza, trovo sempre sivraffollato e devo aspettare 2 ore, 3 ore o anche mezza giornata? Perché se chiamo il CUP per prenotare un esame, la prima visita è fra 8 o 10 mesi e cosi intanto la mia malattia peggiora? perché il giorno dopo invece, a pagamento, me la a subito un medico privato? Basta!!! Corruzione, sprechi, inefficienze, nomine politiche di dirigenti e funzionari, fortissime ingerenze dei partiti e dei sindacati. Questo è il cancro della nostra sanità laziale. Il Movimento 5 Stelle Lazio lavora da anni sulla sanità, studiando soluzioni concrete e proposte attuabili anche a costo zero. Chiediamo il vostro aiuto, da unire alla nostra competenza ed esperienza dopo 5 anni dentro la regione. Ora è il momento di costruire un nuovo modello di salute che metta davvero al centro la persona, la qualità delle cure e l’efficienza delle strutture e il merito. Chiediamo il vostro contributo, in termini di idee e proposte, per far ripartire la sanità della nostra regione: la sanità pubblica, efficiente ed efficace, sarà il cuore delle nostre riforme una volta il governo della Regione Lazio, fra pochi mesi.
Democrazia è condivisione.
Nelle prossime settimane raccoglieremo le vostre idee, proposte, suggerimenti.
Insieme governeremo il Lazio.

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#ProgrammaBeniCulturali – Per un nuovo mecenatismo

di Cecilia Ghibaudi, storico dell’arte e soprintendenza BSAE e Pinacoteca di Brera Milano

Lo Stato italiano, si sa, possiede un’enorme quantità di opere d’arte, più di qualsiasi altra nazione, non solo europea. Diffuse su tutto il territorio, nei musei, nelle chiese, nei più piccoli borghi, negli archivi, nelle fototeche, è chiaro che non può, da solo, tutelare questo patrimonio. Ha bisogno di un finanziamento, anche privato. I finanziamenti privati possono essere di due tipi: sponsorizzazioni o opera di mecenatismo.

Le sponsorizzazioni sono la strada caldamente raccomandata dal legislatore nella circolare del 9 giugno 2016 in cui si auspica il potenziamento di un auspicabile sempre maggior utilizzo della sponsorizzazione. Quindi lo Stato preferisce questo tipo di intervento. Come può essere? Può essere o richiesto dalle istituzioni statali o può essere offerto da privati: sia persone fisiche, sia enti o banche. Se è offerto dai privati, questi possono, come dice la circolare: “si ammette l’iniziativa dello sponsor a prescindere da atti di programmazione o preparatori dell’amministrazione”. Quindi vuol dire che è lo sponsor a decidere che cosa far restaurare, in che modo, quale finanziamento e quali operatori scegliere.

Naturalmente questo è sottoposto all’approvazione e all’autorizzazione statale ma è un’autorizzazione, come dire, in cui la legge interviene perché precisa che il rifiuto di una contribuzione a favore dell’amministrazione deve essere più che congruamente motivato su solide e inattaccabili ragioni oggettive, pena il rischio di responsabilità anche erariale a carico dei funzionari responsabili del procedimento e del titolare dell’organo cui compete tale decisione. Questo significa che nessun funzionario rifiuterà mai una sponsorizzazione, se non in casi gravissimi, altrimenti rischia di dover rifondere lo Stato di tasca propria. Se è l’istituzione a richiedere la sponsorizzazione, proponendo un progetto, è chiaro che deve proporre opere di grande appeal per il pubblico, opere conosciute, perché nessuno sponsor accetterà di finanziare un archivio di montagna, paramenti sacri delle chiese delle valli, fototeche, che sono conservati in luoghi chiusi proprio per proteggerli dalla luce e dagli agenti atmosferici.

L’altro tipo di finanziamento è l’Art bonus in cui un privato, sia esso una persona fisica, un ente o una banca, può erogare del danaro a favore della tutela delle opere d’arte. In questo caso si tratta di un atto di mecenatismo in cui il privato non ha scopo di lucro ma può semplicemente detrarre dalle tasse una parte della somma concessa. Nonostante ciò, il problema della sponsorizzazione è molto grave perché rischia di concedere ai privati un ruolo che spetta allo Stato, rischia di trasformare i nostri musei in una specie di luna park dove tutto è possibile purché arrivino dei finanziamenti alle istituzioni pubbliche. Si deve tornare a una programmazione, a una tutela programmata, in modo da concertare con gli sponsor quali interventi, come, dove e con chi. La sponsorizzazione al finanziamento è auspicabile ma bisogna vedere come viene attuato. Purtroppo, in Italia, questo è molto difficile. L’Italia, come diceva Longanesi già nel ’55, alla manutenzione preferisce l’inaugurazione. È esattamente questo che non si vuole. Si vuole tornare a musei che siano luoghi di ricerca, di studio, messi a disposizione del pubblico e della cittadinanza italiana.

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#ProgrammaBeniCulturali – I servizi aggiuntivi (2)

di Vittorio Emiliani, giornalista e scrittore

Bisogna certamente ricondurre il Ministero dei Beni Culturali, separandolo dal turismo, che ha un’altra logica, a una sua struttura che sia meno centralizzata, da un certo punto di vista, cioè con una testa meno grossa, una testa più snella e più autorevole, peraltro, al centro, e un corpo molto forte in periferia perché questo è un Paese che ha avuto mille civiltà, che ha un patrimonio straordinario, 2000 aree archeologiche, 4000 musei tra pubblici e privati, 40000 fra torri e castelli, 100000, quasi, chiese, 2500 biblioteche antiche, quindi sparse in tutto il territorio, con culture completamente diverse, dagli arabi, ai longobardi, ai romani, agli etruschi, ai celti e così via.

Quindi ci vuole un centro forte ma una periferia non meno forte o meno robusta mentre oggi siamo arrivati a una situazione delle soprintendenze, cioè della tutela, molto molto pericolosa perché molto fragile. Tutto nasce dal fatto che Franceschini ha puntato sulla scissione fra i concetti, che invece marciavano uniti, di tutela e di valorizzazione, tutela del soprintendente, sempre più deboli, quindi sempre più debole la tutela, valorizzazione ai poli museali, quindi un’autonomia fortissima dei poli museali, di quelli che poi hanno soldi, non dei piccoli musei, evidentemente, che vengono sacrificati.

Scissione anche fra musei e territorio, per cui, i musei che sono nati dal territorio, dalle grandi famiglie, dalla soppressione degli ordini monastici conventuali e così via, i musei si trovano a essere privati del loro humus. Pensate ai musei archeologici che nascono come musei di scavo ed è sullo scavo che nascono e crescono e si sviluppano. Questa è quindi una riforma che bisogna ribaltare, tornando a una situazione precedente al 2004, possiamo dire, in cui ci sia un centro, come dico, capace di dirigere tutta la macchina e una periferia, però, capace di dialogare in maniera forte. Questo fa sì che ci vogliano anche degli investimenti nel personale. Noi spendiamo troppo poco per la cultura. Siamo al 23° posto nella classifica europea. Siamo appena prima della Grecia e della Romania, che stanno come stanno. Un Paese col nostro patrimonio spende due terzi meno, tre o quattro volte meno della Francia o della Spagna, anche questo è intollerabile. 2 miliardi e 2 di bilancio vogliono dire la spesa del 2007, cioè di 10 anni fa che è molto meno di quella del 2000, ultimo governo dell’Ulivo, organico, possiamo dire, quando la spesa per la cultura era lo 0,40% circa del bilancio dello Stato e con Berlusconi è precipitata allo 0,19 e oggi sarà sullo 0,25. Siamo in una situazione veramente pazzesca, da questo punto di vista. Bisogna che lo Stato spenda di più. I cittadini devono sapere, e non sono grandi cifre, basterebbe un miliardo in più, in realtà, che si ritrova benissimo nelle pieghe di bilancio o quasi. Non lo si può spremere dai privati, ecco, il discorso dei privati. Il discorso dei privati è importante ma, se c’è questa premessa, cioè che lo Stato fa la sua parte e chiede ai privati di fare la loro. In Italia, per la verità, le sponsorizzazioni sono abbastanza antiche ma non hanno dato poi risultati straordinari anche perché lo sponsor, in genere, finanzia opere che gli diano un grande ritorno pubblicitario: ricordiamo i cavalli di San Marco restaurati dalla Olivetti per esempio, più di recente il Colosseo, restaurato, in parte, da Della Valle, con una serie di acquisizioni d’immagine straordinaria, peraltro, con tanti milioni di visitatori.

Ebbene, l’Art Bonus varato da Franceschini è certamente una buona cosa, ma vediamo che i contributi sono spesso di piccole entità, sono privati cittadini, non di aziende che finanziano o l’evento o il totem, il grande monumento. Io credo che, una cosa, invece, più importante sarebbe quella di, oltre che aumentare la spesa pubblica per i beni culturali e ambientali, quindi paesaggistici, anche ripristinare una legge che nell’82 dette degli ottimi risultati a favore dei proprietari di dimore e di giardini storici, che sono migliaia in Italia, che danno lavoro a migliaia di persone. Si pensi ai giardinieri, per esempio. Ebbene, nell’82 la legge Scotti, la 510, previde una detrazione secca del 27% dell’imposta sul reddito, e diede risultati straordinari perché in pochi anni mobilitò 350 miliardi di lire di allora, di investimenti privati, sul patrimonio di dimore storiche e di giardini storici. Questa mi sembra una misura.
Poi bisogna anche distinguere fra sponsor e mecenati. Gli sponsor hanno un ritorno e vogliono un ritorno pubblicitario, commerciale, più o meno vistoso ma lo vogliono e nella logica d’impresa è giusto. I mecenati, pochi, aimè, quasi nessuno italiano, sono… voglio citare due casi: uno è l’informatico, Mr. Packard a Ercolano che, almeno fino a qualche tempo fa, ha investito somme considerevolissime senza chiedere nulla e finanziando i progetti di restauro e di recupero, cominciando non a caso dalle fogne e dalle canalette di scolo delle acque per evitare i guai che sappiamo delle piogge nelle zone archeologiche.
La questione dei servizi aggiuntivi
In effetti i musei italiani erano molto indietro, non c’era neanche, spesso, un custode del guardaroba, se pioveva e uno arrivava con l’impermeabile non sapeva dove metterlo, o una borsa o una valigia. La legge Ronchey, però ha ecceduto, a mio avviso. Bastava creare dei servizi al visitatore.

No, qui le società di servizi museali sono diventate una potenza anche economica, anche perché si è creato un oligopolio. Pensate, questi servizi non vengono appaltati da anni e anni, da decenni quasi, e sono tre i detentori dei servizi, che spesso, tra loro, collaborano: l’Electa Mondadori, quindi Berlusconi, la Lega delle Cooperative, CoopCulture e Civita, che è presieduta da Gianni Letta. Quindi abbiamo un chiaro quadro.

Io credo, però, soprattutto bisogna rivedere assolutamente, tornare a una struttura ante 2004, finanziando di più una struttura che sia coerente, che preveda che, come dice l’articolo 9 della Costituzione “la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” “tutela” ricomprenda anche la valorizzazione e, soprattutto, eviti questa spaccatura valorizzazione-tutela, eviti questa spaccatura soprintendenze-poli museali e crei quindi un tutto armonico, come prevede la Costituzione, ma un intervento pubblico articolato che, tra l’altro, non preveda, questo va detto, stipendi da 165 mila-195 mila euro per i direttori, super direttori dei 20, 30 musei, cosiddetti, d’eccellenza e 35 mila euro per quelli che tirano la carretta nei musei minori, per esempio nei musei medi anche, che non sono stati riconosciuti come eccellenza, chissà poi perché.

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#ProgrammaBeniCulturali – I servizi aggiuntivi

di Salvatore Settis, Accademico dei Lincei

Oggi si parla molto di musei, e l’informazione che circola non sempre è accurata. In particolare molto confusione si fa quando si parla dei cosiddetti servizi aggiuntivi. Cosa sono? Una cosa molto semplice: quelli al pubblico. E allora perché sono aggiuntivi? Oggi includono una gamma molta vasta, come per esempio il bar, il ristorante, ma anche cose più complicate, come fare una mostra, un catalogo del museo. Questo viene considerato a volte un servizio aggiuntivo. Mentre aggiuntivo non è, perché se un museo non fa il catalogo delle collezioni, se un museo non fa delle mostre, che museo è? E allora non dovrebbe essere un servizio aggiuntivo ma essenziale.

Allora come è nata questa confusione tra aggiuntivo e essenziale? Facciamo un passo indietro, un po’ di storia. La storia comincia con il momento in cui i musei sono nati, i musei sono un’istituzione molto recenti, relativamente recente, hanno più o meno 200 anni. Sono nati in Italia, poi si sono diffusi in tutto il mondo, non c’erano prima. Sono nati come un’istituzione d’élite, per persone molto colte. I musei, anche i più grandi, come gli Uffizi avevano pochissimi visitatori fino a 50 anni fa. Poi gradualmente tutto questo è cambiato moltissimo, per delle ragioni che non si possono ricordare qui.

Il pubblico dei musei è cambiato, è arrivato un pubblico molto grande, le masse del pubblico, che oggi rendono difficile entrare in certi musei. In Italia in particolare negli Uffizi o i musei Vaticani, dove ci sono delle sterminate file per poter entrare. Questa fruizione di massa del museo ha creato una serie di problemi in tutto il mondo. A questi problemi è stato posto rimedio in vario modo, da vari Paesi e con varie velocità. Ed è qui che l’Italia è rimasta indietro.

Quando questo movimento di massa è successo in altri Paesi, in particolare negli Stati Uniti, almeno nei musei più grandi. Ma anche in Gran Bretagna, al British Museum, National Gallery di Londra o al Louvre di Parigi, nei grandi musei tedeschi a partire dagli anni ’80, o anche in altri musei d’importanti Paesi del mondo, alcune cose si sono verificate. Cioè questi musei hanno cominciato, in funzione di questo pubblico, ad aprire dei bar, dei ristoranti, delle librerie. Cioè a fare dei servizi in più. L’Italia è rimasta molto indietro.

Ecco perché negli anni ’90 si è cominciato a parlare di questa necessità di rimediare a questa diversa velocità. Al fatto che l’Italia era rimasta indietro. Si è cominciato a dire: ma come mei dal confronto internazionale, se uno va alla National Gallery di Londra può prendere un caffè, mangiare qualcosa, comprare un libro, e se uno va agli Uffizi no? E magari il libro sugli Uffizi lo deve pagare su una bancarella subito fuori. Il caffè lo può prendere subito fuori e non dentro.

E così che è nata la prima legge italiana sui servizi aggiuntivi, che è la legge Ronchei, l’allora ministro dei beni culturali. Un giornalista che è stato ministro per un breve periodo, e nel ’93 fece la prima legge sui servizi aggiuntivi. E allora è stata salutata da molti come una legge positiva, per recuperare il tempo perduto per non lasciare l’Italia indietro si è fatto in modo che in qualche maniera queste cose che non c’erano venissero rapidissimamente fatte, magari con delle concessioni dei privati.

Questa norma è stata poi cambiata ed è stata riversata nelle legge fondamentale sui beni culturali, che è il codice dei beni culturali del 2004. Un codice dei beni culturali che è stato poi modificato due volte nel 2006, nel 2008, una storia che conosco bene perché queste due modifiche sono state fatte da commissioni che erano presiedute da me. Sia con un governo di centrodestra sia con uno di centrosinistra. Quindi ho potuto seguire da vicino queste norme.

Che cosa succede nel codice dei beni culturali? Quando è stato fatto ha dovuto misurarsi con una distinzione che era stata introdotto nelle leggi ma anche nella costituzione, nella modifica del titolo V nel 2001, distinzione tra tutela e valorizzazione. La tutela del paesaggio e del patrimonio artistico della nazione è scritta nell’articolo 9 della costituzione e questo dal principio. Dal 2001 in poi nella costituzione c’è scritta anche la valorizzazione come qualcosa di distinto dalla tutela, e di assegnato tendenzialmente alle regioni.

Distinzione sbagliata, perché la tutela e la valorizzazione non possono se non essere due aspetti di un processo unico, lo sono in tutti i Paesi del mondo. Non si capisce perché non debbano esserlo da noi. Però questa distinzione, per delle ragioni politiche di spartizione dei poteri tra Stato e regioni si sono insediate nella costituzione. E il codice dei beni culturali non poteva fare a meno di tenerne conto.

Ecco che si è creato all’interno del codice un gruppo dia articoli che riguardano la tutela e un gruppo che riguardano la valorizzazione. In questo gruppo di articoli sulla valorizzazione c’è anche l’articolo 115 del codice dei beni culturali che parla delle attività di valorizzazione dei beni culturali di appartenenza pubblica. E dice che possono essere gestiti in forma diretta, direttamente dall’amministrazione dei beni culturali, o in forma indiretta. Cioè cedute ai privati.
Questa è la norma fondamentale e questo è quello che crea sui servizi aggiuntivi, si applica anche ai servizi aggiuntivi di cui all’articolo 117 e crea la confusione di cui parlavamo al principio. Perché uno dice: si può fare in forma diretta o indiretta, ma come si fa a scegliere? Se lo devono fare gli Uffizi oppure devono incaricare una ditta privata. E questo vale per tutti i musei d’Italia.

In realtà il codice da un criterio, la scelta dev’essere fatta da ciascuno degli istituti sulla base di criteri di maggiore efficienza economica. Cioè gestito dall’amministrazione se conviene, gestito dai privati se conviene al pubblico. La realtà è molto diversa, i privati operano solo quando hanno un introito, o conviene a loro. Ma se conviene a loro, come mai non lo fa la pubblica amministrazione a cui potrebbe convenire avere gli stessi introiti? Di fatto quello che sta succedendo è che i privati operano non come aggiuntivi, ma come sostitutivi di uno Stato che nel frattempo è in ritirata.
E guardiamo per capirlo meglio cosa sono questi servizi aggiuntivi. L’articolo 117 li elenca. Ci sono vari punti che sono accettabili: caffetteria è accettabile. Non si capisce perché un direttore di un museo dovrebbe gestire un caffè o un ristorante. Però la lettera G, che parla di organizzazione delle mostre, questo è inaccettabile, perché fare mostre è il core business di un museo. Non si può accettare che un museo appalti le mostre a dei privati Il Louvre non ci penserebbe mai. Non si capisce perché lo debbano fare i nostri musei.

Per analizzare il codice, il ministro Brai, brevemente con il governo Letta, aveva nominato una commissione presieduta da me, che doveva mettere mano al codice. E una delle proposte di questa commissione era cancellare le mostre da questa lista. Ma che cos’è dunque il core business di un museo? Tanto per cominciare ricerca, le mostre, occupare la didattica, occuparsi di organizzare la fruizione più in generale. La piattaforma comune a tutela della valorizzazione e fruizione dev’essere sempre la conoscenza.

Invece, tutto questo con la divisione tra pubblico e privato rischia di essere sempre più debole. gli effetti pratici quali sono stati? La privatizzazione dei servizi aggiuntivi è servita ai governi come un alibi, una foglia di fico per ridurre l’efficienza della pubblica amministrazione, tanto arrivano i privati. Per giustificare il blocco delle assunzioni, non c’è bisogno di assumere dei giovani bravi, tanto arrivano i privati. I 500 assunti recentemente o in via di assunzione da parte di Franceschini sono meno di un decimo del fabbisogno. Quindi Franceschini ha fatto benissimo, però dobbiamo essere consapevoli che sono pochi. Mentre nel solo arco di tempo del concorso ne sono andati in pensione più di 1000. Quindi è una toppa su un cappotto pieno di buchi. È servito a legittimare forme di precariato sotto retribuito, e anche forme di volontariato addirittura non retribuito. Ci sono migliaia di giovani molto bravi laureati in beni culturali e archeologia che non trovano lavoro. È servito a rimandare sine die una definizione delle professionalità dei beni culturali che fino ad oggi manca. È servita questa privatizzazione dei servizi aggiuntivi ad accreditare una visione riduttiva della tutela con una funzione veramente passiva. Come se chi fa tutela fosse una specie di carabiniere che sta accanto al monumento e sorveglia che non arrivi qualcuno a metterci una bomba sotto.

La tutela non è questo, vuol dire conoscenza, non in funzione della storia dell’arte, dell’archeologia o della professionalità o dell’insegnamento, ma in funzione del pubblico. In funzione del cittadino, perché l’articolo 9 della costituzione quando prescrive la tutela, la prescrive in funzione di una fruizione da parte del cittadino che è uno strumento essenziale di democrazia, attraverso la conoscenza del proprio patrimonio il cittadino italiano o straniero a cui capita di essere in Italia temporaneamente o a lungo, prende coscienza di se stesso. Questo è uno strumento essenziale della democrazia.

Che cosa ci vuole dunque? Ci vuole una conoscenza dinamica e attiva mirata alla fruizione, che parte dalla tutela e attraverso la valorizzazione mira alla fruizione, per una nuova politica sarebbero necessarie due mosse simultanee: la prima è la gestione dei servizi aggiuntivi, che aggiuntivi non sono, cioè mostre e servizi di didattica, cataloghi ecc…, non da parte dei privati ma della pubblica amministrazione. E simultaneamente un’accurata politica, dalla quale siamo molto lontani purtroppo, di formazione del personale specializzato. Di definizione delle professionalità e insieme le necessarie e massicce assunzioni. Abbiamo bisogno di alcune migliaia di nuove assunzioni nel campo dell’archeologia e dei beni culturali, assunzioni che devono essere fatte in base alla competenza, in base al merito, in base all’esperienza. Se queste due cose si facessero, e dovrebbero essere fatte in serie, allora veramente potremmo dire in un futuro che spero non lontano, che l’articolo 9 della costituzione sarà stato attuato.

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#ProgrammaSviluppoEconomico: commercio con l’estero

di Arianna Giuliodori, Coldiretti

Le scelte, relative alla strategia commerciale internazionale, hanno delle ricadute enormi sui paesi interessati, non solo in termini economici, ma anche sociali e culturali. Le opzioni possibili si muovono tra due estremi: da un lato, il liberismo assoluto, e dall’altro il protezionismo totale, ribattezzato di recente neo-sovranismo. Nel primo caso, quello del liberismo, si tratta di procedere alla rimozione completa, e il più possibile rapida, di tutte le barriere che si oppongono al commercio, che si tratti di barriere tariffarie, i dazi, oppure di barriere non tariffarie, come ad esempio le misure sanitarie e fitosanitarie che sono imposte sui prodotti alimentari. I sostenitori di questo approccio si definiscono amanti del free trade, del libero commercio, ma non si tratta di libertà, si tratta piuttosto di una deregolamentazione assoluta, di una forma di competizione selvaggia e senza limiti che sfocia nel travolgimento delle distintività locali, nell’omologamento al ribasso della qualità e spesso nella cancellazione delle identità culturali, a favore dei grandi e a scapito dei più piccoli.

I rischi di questa logica sono talmente evidenti che persino i paladini del libero commercio, come il WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, il Fondo Monetario Internazionale, o ancora la Banca Mondiale, hanno di recente pubblicato uno studio in cui ammettono che l’apertura internazionale al commercio può comportare per le persone e per i territori la perdita di posti di lavoro e crisi economica, se non gestita adeguatamente. All’opposto, l’altro caso è quello del neo-sovranismo, cioè del protezionismo totale. In questo caso ci si concentra su una forma di autarchia, dove la produzione e il consumo si realizzano interamente all’interno del paese. Secondo alcune interpretazioni ciò permette di salvare dei posti di lavoro a livello internazionale. Tuttavia questo comporta anche un aumento dei prezzi a scapito dei consumatori, e una penalizzazione delle esportazioni, che nel caso di un paese come l’Italia può rappresentare una minaccia. Ultimamente questo è comunque un approccio che trova molti sostenitori sulla scena internazionale, e non da ultimo il presidente americano Trump.

C’è infine un terza via, che punta a trovare un equilibrio tra l’apertura al commercio internazionale e la protezione degli interessi dei cittadini, siano essi economici o sociali. Se pensiamo al settore che rappresenta Coldiretti, l’agricoltura, l’agroalimentare, il mercato è sicuramente importante e lo diventa sempre più, se pensiamo che l’Italia, nel 2016, è stata capace di esportare beni alimentari per un valore di 38 miliardi di euro, e che questo valore è destinato ad aumentare nel corso del 2017. Ma il mercato non è tutto, perché bisogna tenere in considerazione profili legati all’ambiente, alla salute, alla sicurezza, ai diritti delle persone; e invece il mercato relega tutto ciò nella nozione semplicistica di ‘prezzo più basso’, che anche a causa di regole spesso asimmetriche permette di realizzare forme di dumping, che contribuiscono ad esempio alla deforestazione, alla produzione di cibo spazzatura, e allo sfruttamento del lavoro, anche minorile. Ma la nostra storia, le tradizioni, il paesaggio, la cultura, non possono essere ridotti e azzerati nel concetto di mercato, soprattutto quando questo ha l’ambizione ad essere globale.

Prima del mercato, vengono le persone, ecco perché ad esempio, nella logica dei trattati di libero scambio si dovrebbe inserire il rispetto dei diritti dei lavoratori, ma così non è. Ce lo testimonia il 5° rapporto agromafie promosso da Coldiretti ed Eurispes, secondo il quale i prodotti che entrano in Europa spesso nascondono una forma di caporalato invisibile, invisibile semplicemente perché si realizza in paesi lontani. E per non restare sul vago, cerchiamo di dare un esempio: il pomodoro cinese. Nel 2016 abbiamo importato circa 100 milioni di kg di pomodoro concentrato dalla Cina, che rappresenta più o meno il 10% di quanto l’Italia produce, con un aumento di oltre il 43%. Eppure, in Cina ci sono numerose denunce del ricorso a dei veri e propri campi lager agricoli, i Laogai, per la produzione di questo prodotto.

Ma quando poi il prodotto arriva sui nostri scaffali, complice la totale mancanza di trasparenza dell’etichettatura, si rischia di trasformarlo in vero e proprio made in Italy bagnato del sangue del lavoro di veri e propri schiavi. In conclusione, per questa terza via non si dovrebbe parlare di libero commercio, ma di commercio libero e giusto, che si fonda su delle regole certe e soprattutto sul rispetto delle persone.

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#ProgrammaSviluppoEconomico: l’economia circolare

di Stefano Bartolini, docente di economia politica all’Università di Siena

Quale tipo di economia vogliamo? Quale tipo di economia è desiderabile costruire? Per un sacco di gente il problema attuale delle economie è la scarsa crescita economica, io invece penso che il maggior problema economica sia la scarsa qualità della vita; mi riferisco in particolare agli studi sul benessere psicologico: cos’è che fa star bene la gente? Sappiamo che la qualità delle relazioni che pesa più di ogni altra cosa, che influenza il benessere, ci sono tante cose che influenzano il benessere, ma la qualità delle relazioni è quella cruciale. Beh, abbiamo costituito una economia che non fa star bene la gente, perché distrugge ampiamente le relazioni. Vi faccio degli esempi: il modo in cui abbiamo costruito le nostre città, le abbiamo consegnate al traffico, ma le città erano state pensate per far stare la gente insieme, esistono da 5000 anni, il progetto urbano è sempre stato un progetto di aggregare le persone, e le persone si sono sempre aggregate negli spazi comuni: le piazze, le strade, dove la gente si incontrava, e intesseva relazioni, poi le strade e le piazze sono state consegnate alle macchine, e questo ha avuto un effetto disastroso di distruzione del tessuto sociale.

Le vittime principali di questo sono per esempio i bambini, l’infanzia che è stata vissuta fino a pochi decenni fa con i bambini che stavano per la strada, passavano i pomeriggi in gruppo, a giocare a calcio per le strade, in giro con gli amici, non esiste più, perché le città sono diventate pericolose ad esempio per il traffico, che le rende pericolose; l’infanzia si è spostata in casa, abbiamo creato un gigantesco e innovativo problema di solitudine infantile, che nessuna altra società ha mai sperimentato. Beh, il punto è che tutto questo ha reso l’infanzia molto più costosa di prima, perché adesso i bambini che sono sempre soli vanno sorvegliati, abbiamo bisogno di spendere per le baby sitter ad esempio, abbiamo bisogno di riempire il vuoto delle loro vite di giocattoli, perché questi non hanno più compagnia e quindi i giocattoli sono un sostituto della compagnia, ora tutto questo ci fa spendere, è un problema di qualità della vita, che è crollata per i bambini, alla quale reagiamo rendendo l’infanzia più costosa.

Questo aumento del Pil naturalmente, fa girare i soldi, rende l’economia più grande, ma peggiora la qualità della vita, la stessa cosa vale esattamente per gli anziani. Prima gli anziani quando erano soli e malandati, beh, un tessuto sociale di quartiere se ne prendeva cura, qualcuno gli faceva la spesa, qualcun altro passava a trovarli, adesso ci vuole la badante, questo ha peggiorato la qualità della vita degli anziani ma ha alzato il Prodotto interno lordo, e ha prodotto crescita economica. Se la nostra città diventa troppo pericolosa per andare fuori la sera passeremo le serate in casa e per passarle in modo divertente ci compreremo il cosiddetto home intertainment, la mega tv a schermo piatto, il dvd, la playstation, giochetti per il computer di ogni tipo, quelli costano e invece una città vivibile è un bene gratuito.

È la qualità della vita che dobbiamo promuovere, e questo ci farà spendere meno soldi, perché promuoverà la qualità delle relazioni che ci danno gratuitamente tante cose. Vi faccio altri esempi: il nostro modo di lavorare, le imprese son state riorganizzate negli ultimi trent’anni seguendo uno schema più o meno di questo tipo: più pressione, più incentivi, più controlli, più conflitti, peggiori relazioni, nell’illusione che tutto questo stressare i lavoratori rendesse i lavoratori più produttivi, ma gli studi sull’argomento mostrano invece che la gente più stressata, meno soddisfatta del proprio lavoro è meno produttiva, non più produttiva. Possiamo rilassare la tensione all’interno delle imprese, possiamo rilassare le gerarchie, rendendo il lavoro meno stressante e più produttivo, pensate alla sanità per esempio. Gli epidemiologi sanno perfettamente che quello che più fa ammalare le persone è l’infelicità della gente, è la scarsità e la cattiva qualità delle loro relazioni.

Possiamo alleggerire la spesa sanitaria, che è diventata praticamente insostenibile, costruendo un mondo di relazioni migliori e di gente soddisfatta della propria vita, più contenta, più felice, tutto questo di nuovo non alzerà il Pil, perché tutti i soldi che spendiamo in sanità aumentano il Pil e generano crescita economica, ma migliorerà la qualità della vita. Allora perché ci continuano a ripetere che la soluzione è la crescita economica? Generalmente questa cosa viene motivata con l’alleggerimento della disoccupazione. Il motivo per cui si continua a puntare sulla crescita è che questo diminuisce la disoccupazione, ma questa è un’illusione al limite della superstizione ormai, noi sappiamo che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale sta togliendo nel mondo milioni e milioni di posti di lavoro, non è la crescita economica che aumenterà i posti di lavoro; inoltre, un mondo di gente che consuma meno è anche un mondo di gente che ha bisogno di lavorare meno ore, c’è meno gente in una famiglia che ha bisogno di un lavoro; immaginatevi ad esempio che la situazione torni ad essere, supponiamo quella degli anni Settanta, in cui normalmente nelle famiglie lavorava solo una persona a tempo pieno.

Perché ad esempio i bambini non costavano quasi niente, gli anziani non costavano quasi niente, avevamo tessuto sociale, tutte quelle cose ci hanno reso la vita più costosa e ci hanno spinto a lavorare di più, per esempio una famiglia ha bisogno di due lavori a tempo pieno. Supponete che rigenerando il tessuto sociale ci sia bisogno delle famiglie di due persone che lavorino part-time e basti questo; questo libererebbe un sacco di posti di lavoro per gente che attualmente non ha lavoro e lo sta cercando. Quindi l’idea che una riduzione del consumo attraverso un aumento della qualità della vita aumenti la disoccupazione è allo stato attuale delle cose semplicemente una superstizione; non c’è alcuna garanzia che la diminuzione dei posti di lavoro che effettivamente ci sarebbe diminuendo il consumo non sia più che compensata dalla quantità di gente che ha bisogno di un lavoro e del numero di ore che desiderano lavorare perché sennò non arrivano a fine mese.

Di questo programma di miglioramento di qualità della vita non c’è praticamente traccia nell’agenda politica dei partiti italiani, tranne che nell’agenda politica dei 5 stelle, dove tracce di puntare sulla qualità della vita, anche più di tracce per la verità, se ne trovano, per esempio è un programma che punta ai consumi responsabili, alla distruzione dell’obsolescenza programmata, quel meccanismo per cui i prodotti devono invecchiare rapidamente per essere sostituiti, meccanismo che di nuovo viene giustificato con il fatto che crea più posti di lavoro; li crea ma crea anche più gente che ha bisogno di lavoro perché aumentano le nostre spese.

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Il #ProgrammaSviluppoEconomico del MoVimento 5 Stelle

di MoVimento 5 Stelle

Lo sviluppo economico non coincide necessariamente con la crescita del Prodotto interno lordo ma riguarda il benessere collettivo e il rapporto equilibrato tra la società umana e l’ambiente circostante. Il Movimento 5 Stelle è rivoluzionario perché ad un modello di crescita lineare della produzione vuole sostituire un modello circolare che si rigenera ciclo dopo ciclo recuperando e riutilizzando le risorse, invece che gettarle e sostituirle.

L’economia circolare produce sviluppo mentre l’economia lineare a cui purtroppo siamo abituati solo crescita della produzione, che spesso corrisponde a un minor benessere sociale e ambientale (inquinamento, consumismo, sfruttamento intensivo del lavoro umano). Ecco perché abbiamo scritto insieme a esperti di valore internazionale un programma che ci permetterà di transitare da una produzione fine a sé stessa ad una che tenga insieme lavoro, ambiente e salute. Toccherà a voi, adesso, votare e approfondire questo programma, indicandoci alcune linee di indirizzo che ci aiutino ad attuarlo. Abbiamo previsto 6 quesiti, che toccheranno tutti i punti fondamentali del programma.

Nel primo quesito, di carattere più generale, vi sarà chiesto di indicare un ordine di priorità tra le azioni che un futuro governo a 5 stelle dovrà intraprendere per gettare le basi del nuovo modello di sviluppo circolare. Si va dal ruolo dello Stato nell’economia all’educazione dei cittadini ad un consumo consapevole, passando per il tema centrale dell’innovazione tecnologica. Il secondo quesito sarà diviso in tre sezioni, nelle quali dovrete esprimere le vostre priorità su una possibile riforma delle partecipate pubbliche e sui temi caldissimi dell’industria 4.0 e delle imprese innovative. È infatti tramite l’innovazione di processo – cioè come si organizza la produzione all’interno dell’impresa – e l’innovazione di prodotto – cioè cosa si produce e con quali tecnologie – che il nostro Paese può diventare un esempio per tutti, dimostrando che è possibile crescere anche e soprattutto se non si sprecano le preziose risorse che ci mette a disposizione l’ambiente in cui viviamo. Il terzo quesito riguarderà ancora l’innovazione, ma entrando nel dettaglio delle misure più urgenti che dobbiamo assolutamente prendere una volta al governo.

Con il quarto quesito si entrerà invece nel campo delicato della politica commerciale. Vi verrà chiesto di indicarci una linea di indirizzo generale da imprimere alla nostra futura gestione del commercio con l’estero. Una grande economica come la nostra deve infatti scegliere con intelligenza e determinazione come rapportarsi con la globalizzazione, se accettarne costi e benefici o se optare per una soluzione diversa, che tenga conto con maggiore forza delle filiere produttive locali e che per proteggere maggiormente i lavoratori italiani sia disposta ad usare anche strumenti protezionistici. Con il quinto e il sesto quesito, infine, vi interrogheremo sulla questione fondamentale della sovranità economica. Per realizzare il nostro programma abbiamo bisogno di spazi fiscali che l’Unione Europea, oggi, non ci concede.

Il Fiscal Compact è il più grosso ostacolo nel cammino verso una crescita stabile e di qualità, perché chiede di tagliare indiscriminatamente le spese correnti e quelle per investimenti e obbliga gli Stati ad un pareggio del bilancio pubblico che equivale alla ritirata dello stato sociale e del sostegno al settore privato dell’economia. I trattati europei, per questi e per altri motivi, vanno rivisti radicalmente e con un’Italia che ritorni a fare sentire il suo peso strategico nelle sedi internazionali ciò è possibile. Ciò non toglie che dovremmo prepararci anche allo scenario più cupo, ovvero quello di un’Unione Europea che si chiude a riccio e continua a imporre le controproducenti politiche di austerità.

Vi chiederemo quindi quale sono, secondo voi, le leve economiche che dobbiamo assolutamente riconquistare se l’Europa si rifiuterà di cambiare i trattati attuali. Come vedete, si tratta di scelte difficili ma decisive, che richiedono non solo il vostro aiuto ma anche il vostro consenso nel caso dovessimo andare al governo del Paese. Mi raccomando, partecipate e votate numerosi!

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