Giù le mani da Orietta Berti!

di Luigi Di Maio

Qualche tempo fa ho incontrato Orietta Berti negli studi RAI di Milano, poco prima di essere intervistato da Fabio Fazio. E’ stato per me un vero piacere! Abbiamo chiacchierato per un po’, ci siamo raccontati i nostri impegni e ne h… Continua a leggere Giù le mani da Orietta Berti!

Bancopoli: il caso Boschi e i vergognosi servizi dei TG Rai

di Roberto Fico, presidente Vigilanza Rai

Quello che succede in queste ore in Rai è particolarmente grave, perché mette in chiaro che il Servizio pubblico radio-televisivo è sotto scacco della forza politica che ha indicato il direttore generale. Lo… Continua a leggere Bancopoli: il caso Boschi e i vergognosi servizi dei TG Rai

La Rai complice degli impresentabili in Sicilia

di Portavoce M5S in Vigilanza Rai

Il silenzio che la Rai sta dedicando alle elezioni siciliane è assordante, siamo davanti a una vera e propria censura rispetto a quello che sta accadendo in Sicilia. Il direttore generale Mario Orfeo con questo atte… Continua a leggere La Rai complice degli impresentabili in Sicilia

Rai: inizia una nuova epoca

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di Roberto Fico

La Commissione di Vigilanza Rai ha approvato all’unanimità la risoluzione che porrà fine ai conflitti d’interessi degli agenti di artisti e conduttori. È una delle questioni fondamentali che come presidente della Vigilanza Rai ho posto fin dal primo giorno e su cui la Commissione ha lavorato in questi anni.

Finalmente le cose in Rai cambieranno, perché regolamentando l’attività dei manager dello spettacolo ci sarà più trasparenza nelle trattative e apertura nell’ambito delle produzioni e dell’ideazione dei palinsesti. Verrà così superato il blocco di potere che in questi anni ha fatto il bello e il cattivo tempo. Sappiamo bene che quando ci sono opacità e conflitti d’interessi, si avvantaggiano sempre le stesse persone, mortificando i talenti e la crescita anche di tanti giovani.

Con questa delibera, che la Rai ora è chiamata a tradurre in pratica, si pongono al centro valori imprescindibili del servizio pubblico, anche sul piano produttivo e organizzativo. Voglio ringraziare tutti i commissari e il relatore per il raggiungimento di questo storico traguardo.

Questi sono i punti principali della risoluzione:

1) STOP AI CONFLITTI DI INTERESSI: non si potrà affidare la produzione di programmi a società controllate o collegate ad agenti che rappresentino artisti presenti negli stessi programmi. Il divieto vale anche nel caso che la società di produzione faccia capo allo stesso artista. Non si potranno, inoltre, contrattualizzare nello stesso programma più di tre artisti rappresentati dallo stesso manager.

2) TRASPARENZA NEI RAPPORTI RAI/AGENTI:
la Rai renderà noto sul proprio sito l’ammontare delle parcelle degli agenti.

3) CONFLITTI DI INTERESSI E PRODUZIONI CINEMATOGRAFICHE:
la Rai non potrà co-produrre film con società di cui siano titolari agenti che rappresentino artisti legati alla tv pubblica da rapporti contrattuali in essere.

4) SOSTEGNO AI PRODUTTORI INDIPENDENTI E GIOVANI AUTORI:
la Rai dovrà riservare una quota di investimenti alle produzioni cinematografiche indipendenti e dedicare maggiore attenzione ai giovani autori attraverso una apposita struttura aziendale.

5) FORMAT: la Rai dovrà individuare criteri per accertare l’originalità dei format, impedendo che i format esterni vengano utilizzati in modo surrettizio per incrementare i compensi di artisti, conduttori e giornalisti.

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La pubblicità occulta della RAI al libro di Renzi

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di MoVimento 5 Stelle – Commissione di Vigilanza RAI

Dopo l’addio al Tg1 Mario Orfeo ha trovato un nuovo lavoro. Non si tratta di quello di direttore generale, ma di pr di Matteo Renzi. L’ex presidente del Consiglio ha infatti potuto contare su un supporto fenomenale al lancio del suo libro da parte di tutto il Servizio pubblico. Non proprio pubblico, in questo caso. Le vetrine che Matteo Renzi ha avuto per pubblicizzare la sua ultima ‘fatica’ sono state numerosissime. Renzi ha potuto pubblicizzare il suo libro praticamente ovunque.

Quella più prestigiosa è stata in apertura del Tg1 pochi giorni fa, realizzata da un vicedirettore, ed era impreziosita da un dettaglio della copertina dell’avvincente saga renziana. E poi valanga di servizi in cui il libro viene citato, rilanciato, discusso e inquadrato. Non servizi, ma veri e propri spot per cui l’ex premier non spenderà un centesimo: una vera e propria pubblicità occulta. Poi tocca ai salotti. E allora il neo-responsabile del pomeriggio di Ra1 Andrea Vianello, nominato da pochi giorni proprio da Orfeo, dà il via libera a una lunga ospitata di Renzi perfino alla Vita in diretta, uno spazio off limits per la politica solitamente. Non per il romanziere di Rignano però. La mattina era stata la volta di Agorà Estate.

Insomma la Rai a reti unificate per far promozione del libro dell’ex premier. C’è un piccolo dettaglio: i proventi del libro di Renzi andranno nelle tasche di Renzi.

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#ProgrammaTelecomunicazioni: Il modello di finanziamento del servizio pubblico

In Italia il servizio pubblico radiotelevisivo è finanziato in modo “ibrido”, sia con il canone sia attraverso gli introiti pubblicitari. È il modello ancora prevalente in Europa, ma ne esistono una serie di possibili declinazioni. È possibile individuare tre linee di riforma su cui siete chiamati a esprimervi. La prima è quella attuale, ovvero un contributo pubblico più pubblicità in tutti i canali, ma con limitazioni più severe rispetto ai limiti di affollamento e al divieto di pubblicizzare determinate categorie merceologiche. La seconda prevede un contributo pubblico senza pubblicità (resterebbero esclusivamente gli introiti derivanti dalla commercializzazione delle opere audiovisive Rai e da altre attività profittevoli). Il terzo modello: un contributo pubblico più un solo canale con pubblicità e con vincolo di destinazione degli introiti pubblicitari in termini di programmazione e investimenti.

di Paolo Garimberti, presidente Euronews

Il quesito che viene posto agli iscritti al MoVimento 5 Stelle è: quale modello di finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo volete che sia adottato? Il servizio pubblico può essere declinato in vari modi. Negli Stati Uniti ha sempre prevalso la logica commerciale: ci sono grandi major commerciali (CBS, ABC, NBC) a cui si sono aggiunte CNN e FOX via satellite e via cavo. Il servizio pubblico americano, la PBS, è una nicchia senza canone e viene finanziato da istituzioni pubbliche, compreso il governo, ma è di altissima qualità, come dimostrano inchieste, dibattiti e documentari.

In Europa ha prevalso il modello del servizio pubblico finanziato dal canone, a cominciare dalla mitica BBC di cui tanto si parla, a volte anche a sproposito, ma la credibilità della BBC è altissima, gli inglesi la chiamano “la zia” per dire che appunto credono a quello che la zia dice ogni giorno dai suoi teleschermi, e un motivo ci sarà. La BBC ha due elementi fondamentali che sono il finanziamento e l’indipendenza dalla politica.

La BBC è finanziata solo dal canone, un canone molto alto rispetto a quello italiano, quasi il triplo. La Rai, come tanti altri servizi pubblici in Europa, è finanziata sia dal canone sia dalla pubblicità; simbolo della Rai a viale Mazzini è un cavallo, oggi in realtà è qualcosa che è metà uomo e metà cavallo, nel senso che appunto c’è il canone e c’è la pubblicità. La Rai cerca da un lato di stare sul mercato, di competere per esempio con Mediaset e con le altre televisioni commerciali: questo però a volte fa soffrire molto la qualità dei prodotti, perché il mito diventa quello dell’audience. Per esempio in Francia e in Germania c’è il finanziamento misto (canone e pubblicità), tuttavia la pubblicità è molto minore e secondo me la qualità se ne avvantaggia.

Personalmente sono favorevole a una televisione finanziata solo dal canone, ma con una forte lotta all’evasione che finora è stata troppo alta. Certamente una televisione finanziata solo dal canone deve anche dimagrire dai 13 canali che oggi ha la Rai a un numero essenziale di canali, anche per evitare delle inutili ripetizioni: troppo spesso capita in occasione di un grande evento, oppure di un attentato – come purtroppo succede in questi ultimi tempi – di avere ben quattro canali Rai sullo stesso tema, che viene affrontato più o meno dagli stessi giornalisti; francamente credo che sia uno spreco di risorse, ma anche del tempo degli spettatori. Allora io propongo, dal mio punto di vista di osservatore indipendente, solo cinque canali: due canali generalisti, un canale all news come quello che esiste già adesso, accompagnato da un ottimo servizio internet, e poi un canale di sport e uno di cultura. È fondamentale che un servizio pubblico faccia cultura, che trasmetta la prima alla Scala, i grandi eventi nazionali, quello che oggi manca. Più una struttura a parte, che non fa parte dei canali che ho menzionato, una struttura puramente commerciale che produca fiction, cinema e film come fa la BBC. Che produca eventi culturali importanti, e questo è anche un modo per autofinanziarsi e per migliorare la qualità generale della produzione della Rai.

Questa naturalmente è la mia opinione. Sarete chiamati a esprimere il vostro voto su uno di questi tre modelli: il primo è il modello del contributo pubblico più pubblicità in tutti i canali, cioè il modello attuale ma con limitazioni più severe rispetto ai limiti di affollamento e al divieto di pubblicizzare determinate categorie merceologiche; il secondo è il modello del contributo pubblico senza pubblicità; il terzo è il modello del contributo pubblico più un solo canale con pubblicità, ma con precisi obblighi di servizio pubblico sia per la programmazione sia per gli investimenti.

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#ProgrammaTelecomunicazioni: La scelta della governance Rai

Il servizio pubblico può ancora svolgere una funzione rilevante in una democrazia per fornire un’informazione indipendente e accompagnare la crescita culturale del Paese. Questo, però, a patto che se ne sancisca la piena indipendenza dalla politica, un obiettivo che può essere realizzato modificando il sistema di nomina dei vertici aziendali. Per questo siete chiamati a esprimervi sul modello di governance del servizio pubblico radiotelevisivo. Con tre opzioni: l’elezione parlamentare del cda con forti correttivi rispetto a oggi; il modello della fondazione che prevede la cessione delle azioni della Rai a un organismo terzo, che a sua volta avrebbe la funzione di nominare i vertici; e infine il modello presentato dal M5S in questa legislatura che prevede un avviso pubblico dell’Agcom (a sua volta riformata), precisi requisiti di competenza e cause di ineleggibilità, un sorteggio e audizione in Parlamento per il definitivo parere.

di Paolo Garimberti, presidente Euronews

Come giornalista, come ex presidente della Rai e attualmente come presidente del comitato editoriale di Euronews, che è una televisione pubblica europea, sono profondamente convinto che il servizio pubblico sia non solo utile, ma necessario, per questo sono lieto di dare il mio contributo di osservatore indipendente al dibattito promosso dal M5S proprio sulla riforma del servizio pubblico Radio Tv.
La domanda generale è: il modo in cui viene svolto dalla Rai oggi – sia in termini di struttura sia di contenuti – il servizio pubblico, risponde ai criteri virtuosi a cui dovrebbe rispondere, risponde alla sua mission?

Queste sono le domande. C’è l’aspetto molto importante della governance, che in tutti questi anni è stato oggetto di grandi dibattiti, di grandi discussioni, spesso anche inconcludenti, ma non si è arrivati al punto chiave che è sempre stato quello di dire “I partiti devono uscire dalla Rai”. Non è successo né prima, quando il cda Rai era composto da 9 membri – quando io ero presidente era così, e si riuniva ogni settimana e si perdeva tantissimo tempo persino a discutere una singola fiction, se andava bene a una parte politica, meno bene a un’altra parte politica, era veramente una sorta di amministratore delegato collegiale che non faceva funzionare bene la Rai; né adesso con la legge Renzi che ha ridotto il numero dei consiglieri e li ha portati a 7, ha dato più poteri al direttore generale che di fatto è diventato una sorta di amministratore delegato.

Ma ha funzionato il sistema? Direi di no: ancora una volta il consiglio di amministrazione e il direttore generale sono in conflitto, il direttore generale è andato in conflitto col presidente – è una storia vecchia anche quella, ma in termini molto forti come oggi raramente è accaduto.

Quindi a questo punto bisogna vedere come si può riformare la governance della Rai. Ci sono tre possibilità: c’è un sistema parlamentare con forti correttivi, c’è il sistema della fondazione e c’è quello del modello con avviso pubblico, sorteggio e parere parlamentare che è molto suggestivo, ma è anche complicato e forse in certi casi potrebbe essere anche rischioso. Io ho una opinione personale, che esprimo come osservatore indipendente: il modello che secondo me funziona meglio è quello storicamente identificato con il trust della BBC, cioè una fondazione composta da 12 membri, nominati dalla regina e dal Consiglio dei Ministri, ma soprattutto dopo un processo selettivo pubblico molto rigoroso. E qui uniamo un po’ il punto uno e il punto due, la fondazione e il modello suggerito dal M5S e cioè quello con avviso pubblico e sorteggio ed eventualmente parere parlamentare: un mix di questi due.

Il quesito a cui dovrete rispondere a proposito della governance è: quale modello di nomina del servizio pubblico volete che sia adottato? Il primo è il modello parlamentare con forti correttivi, il secondo il modello della Fondazione, e il terzo è il modello con avviso pubblico, sorteggio e parere parlamentare. I dettagli li troverete naturalmente nel contesto di questi tre quesiti.

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La Rai paga vitto, alloggio e trasferta alla sua presidente per un suo libro

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di MoVimento 5 Stelle

Il silenzio della presidente della Rai sui rimborsi presi per presentare il proprio libro è intollerabile. Anche ieri abbiamo chiesto durante la sua audizione dei chiarimenti senza ricevere nessuna risposta. Stiamo parlando di una vicenda davvero squallida. Nel 2015 Monica Maggioni scrive un libro per la casa editrice Laterza dal titolo ‘Terrore mediatico’ e decide, immaginiamo assieme alla casa editrice, di presentarlo. Da direttore di RaiNews24 ha girato in tutta Italia, in particolare risultano queste trasferte: a Torino il 16 maggio, il 19 e 20 giugno a Fano, il 6 luglio a Milano, il 10 luglio a Polignano, il 12 luglio a Martinafranca, il 17 luglio a Grado, il 27 luglio a Fasano e il 28 luglio ad Alberobello.

Sono otto viaggi con trasferta, vitto e alloggio pagati dalla Rai. E a dirlo è la stessa azienda pubblica rispondendo a una nostra interrogazione, a mia prima firma. Noi abbiamo chiesto chiarimenti, la risposta è stata questa: “Secondo le policies aziendali, la partecipazione dei Direttori di Rete o Testata ad eventi pubblici è da considerare in linea con l’incarico ricoperto nella misura in cui si tratti di occasioni nelle quali vengono affrontati temi coerenti con il mandato editoriale assegnato”. Insomma “le occasioni di dibattito che prevedevano la presentazione del suddetto testo venissero a pieno titolo considerate opportunità coerenti ed utili nell’ottica del mandato editoriale dell’azienda”. E’ questa la ridicola giustificazione di Viale Mazzini. Come se non bastasse ci sono altre due presentazioni (Pescasseroli il 20 agosto e Ferrara il 2 ottobre) fatte da Monica Maggioni, in quelle occasioni era però già presidente della Rai. Vogliamo sapere quegli eventi da chi sono stati autorizzati. Insomma: Monica Maggioni ha autorizzato se stessa?

Vogliamo sapere quanto è costato tutto questo.
Non permetteremo siano i cittadini italiani a pagare per la presentazione di un libro che ha portato dei vantaggi economici a Maggioni e alla sua casa editrice.

Questi comportamenti danneggiano la stessa Rai, sono uno schiaffo a tutti i cittadini onesti e ai lavoratori del servizio pubblico radiotelevisivo
. Maggioni può fare solo due cose: restituire i soldi o dimettersi.

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Rai: una deroga per far guadagnare più di 240 mila euro ai soliti noti

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di MoVimento 5 Stelle

Il consiglio di amministrazione della Rai, presieduto da Monica Maggioni e guidato dal nuovo direttore generale Mario Orfeo si prepara ad abbandonare il tetto dei 240mila euro per gli artisti del Servizio pubblico. Un dietrofront dopo le decisioni prese nelle scorse settimane e il lavoro che aveva fatto la commissione di Vigilanza. Adesso si torna in dietro e i soliti noti torneranno a prendere cifre astronomiche.

E chi saranno i neo-paperoni della Rai? Ancora i nomi non ci sono.
Ma il sospetto è che fra i beneficiari di questa nuova norma ci sia l’eterno Bruno Vespa, che con Orfeo ha lavorato fianco a fianco su Rai1. Proprio Vespa pochi giorni fa ha inviato una lettera ai vertici Rai chiedendo di essere considerato un artista, non un professionista dell’informazione ma un artista. Un’ammissione di incapacità da un lato, un escamotage per prendere più soldi dall’altro. Vespa e Orfeo sono i protagonisti di uno squallido teatrino in diretta qualche mese fa contro la senatrice del MoVimento 5 Stelle Barbara Lezzi, in cui discutevano del modo in cui zittire la portavoce del Movimento.

Il nuovo ciclo Rai sarà orientato esattamente a questo: un oscurantismo in chiave anti-MoVimento 5 Stelle e una negazione dei principi del Servizio pubblico. Quindi niente pluralismo, niente indipendenza e niente equilibrio. Dall’altro lato però tanti soldi per i soliti noti e i vip di viale Mazzini. Ecco la Rai di Mario Orfeo.

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Maggioni e Dall’Orto hanno appaltato Rai Uno E Tg1 al Pd

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di Franco Bechis

La cifra è fra le più alte che sia mai stata registrata in Rai da quando si censisce la par condicio: 42,37%. E’ la percentuale ottenuta da esponenti del Pd nel mese di marzo 2017 grazie a interviste e dichiarazioni in voci rilasciate in programmi giornalisti della rete ammiraglia della Rai, a Rai Uno, guidata da Andrea Fabiano. Una rete (e un Tg) che stando ai dati sulla par condicio sembra che Monica Maggioni e Antonio Campo Dall’Orto abbiano direttamente subappaltato al Pd.

Stiamo parlando di comparsate a Porta a Porta di Bruno Vespa, alla Vita in diretta, a Uno Mattina, a Domenica In, l’Arena di Massimo Giletti, e negli speciali del Tg1. Un mese in cui il Pd ha letteralmente occupato le trasmissioni della Rai, perché pure unendo le trasmissioni di Rai Due, Rai Tre e Rai Educational la quota ottenuta nel tempo di parola (appunto dichiarazioni e interviste) è un po’ più bassa, ma comunque impressionante: 38,05% complessivo.

Siccome a queste percentuali si deve aggiungere anche il tempo riservato a Paolo Gentiloni premier e ai suoi ministri (21,05% sulla Rete Uno Rai, e 10,88% su tutte le reti della tv pubblica), oltre a quello di altre forze politiche che sorreggono la maggioranza di governo, con gli ultimi dati del monitoraggio di Geca Italia resi pubblici dall’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni è diventato evidente come non mai lo squilibrio dell’informazione politica dell’intera Rai ma soprattutto della sua rete ammiraglia. Il caso riguarda con proporzioni diverse anche il Tg1 di Mario Orfeo, ma è clamoroso nei programmi giornalisti al di fuori dei notiziari.

Di fronte al 42,37% del tempo di parola concesso al Pd (il 67% considerando governo e altre forze politiche di maggioranza), c’è un misero 3,07% concesso alle dichiarazioni e alle interviste del Movimento 5 stelle, una percentuale analoga (3,63%) per la Lega Nord, qualcosina in meno (2,11%) concesso ai Fratelli di Italia di Giorgia Meloni e un contentino riservato a Forza Italia con l’ 8,61% del tempo di parola. Se un dato simile di Rai Uno fosse stato registrato all’epoca di Silvio Berlusconi al governo, sarebbero insorte le piazze, fioccate le multe e si sarebbe chiesta la testa dei dirigenti Rai.

Oggi questi dati da Bulgaria ai tempi di Ceausescu grottescamente stanno suscitando solo lamentele del Pd, che evidentemente mira all’occupazione totale dell’informazione Rai, ritenendo più che sufficiente il pluralismo del confronto fra Matteo Renzi, Andrea Orlando e Michele Emiliano. La strategia della lamentela (è stata fatta circolare perfino la voce su una presunta ostilità di una Rai mai così embedded al partito di maggioranza relativa) evidentemente porta frutti copiosi: negli stessi identici programmi in cui il Pd dilaga oggi con quel 42,37% solo un anno prima- nel marzo 2016- aveva ottenuto il 16,26%, sia pure accompagnato da una presenza più robusta (25,51%) di esponenti del governo.

Come accadeva nella Bulgaria di quei tempi cancellata anche la voce degli oppositori più fastidiosi, quelli interni: nemmeno una ospitata o una breve dichiarazione trasmessa in tutto il mese ad esponenti di Art.1-Mdp, gli scissionisti capitanati da Pierluigi Bersani, Roberto Speranza ed Enrico Rossi: zero secondi per loro. E zero secondi pure per chi strizzava l’occhio a loro, come gli esponenti di Sinistra Italiana-Sel.

Diversa ma non troppo la situazione del Tg1. A marzo 2017 il Pd ha ottenuto il 22,56% delle interviste e dichiarazioni, a cui si aggiunge il 28,66% del tempo riservato in voce ai membri del suo governo. Un anno fa il Pd era al 16,21%. La seconda forza politica sul Tg1 (nei sondaggi però sarebbe la prima) è il M5s, cui viene concesso però meno della metà del tempo riservato ai propri beniamini: il 10,69%. Terza forza a cui sono stati aperti i microfoni di Orfeo, Forza Italia. Ma deve accontentarsi del 7,92% degli spazi. Quarto posto per Ap-Ncd, con un 3,28% (il doppio dell’anno precedente) che però si somma all’area di governo, rafforzandola. La Lega di Matteo Salvini deve accontentarsi del 2,81% e la Meloni di un secco uno per cento. Sempre meglio del tempo riservato ai nemici interni del governo: agli scissionisti Pd riservato appena lo 0,80% del tempo di parola, e ai loro colleghi di Si-Sel ancora meno: 0,27%.

L’unica altra rete della tv pubblica dove il Pd raggiunge cifre da capogiro (38,44%) è Rai Tre nei programmi di rete extra tg (Cartabianca, Agorà, Gazebo, Mi manda Rai Tre, Presadiretta e Report). Ma in quel caso è anche a danno della presenza diretta di esponenti del governo, che complessivamente ottengono il 6,89% del tempo di parola. Su Rai Tre curiosamente il secondo partito è la Lega di Salvini: 13,19%, davanti al M5s (9,35%) e a Forza Italia (5,52%).

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