Chi partecipa decide: 5,5 milioni di italiani hanno detto SÌ all’autonomia

di MoVimento 5 Stelle

Autonomia e partecipazione sono da sempre le stelle polari del Movimento 5 Stelle. I cittadini di Lombardia e Veneto hanno partecipato, votato e deciso: non possono rimanere inascoltati. Nel “quadro dell’unità nazionale”, che n… Continua a leggere Chi partecipa decide: 5,5 milioni di italiani hanno detto SÌ all’autonomia

Acqua pubblica a Carpi

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di MoVimento 5 Stelle Carpi

Molti politici si vantano di voler difendere i “beni comuni” ma appena i cittadini si distraggono proseguono nel piano, deciso ai piani alti, di vendita di tutto ciò che è servizio o bene pubblico: acqua compresa. Per bloccare questo a Carpi (Mo) il 10 settembre si terrà un referendum consultivo per dare la possibilità ai cittadini di scegliere quale gestione vogliono per Aimag Spa, società pubblica che si occupa di acqua, rifiuti ed energia, ovvero se vogliono che i comuni mantengano la maggioranza o preferiscono che venga venduta/incorporata in qualche Spa quotata in borsa, scelta fatta dal nostro Pd locale e nazionale.

Siamo ben 70.000 abitanti e la nostra multiservizi Aimag serve un bacino di comuni pari a 200.000 persone, possiamo riscrivere la storia invertendo la rotta scellerata verso la privatizzazione di tutti i beni comuni che sta di fatto avvenendo in tutta Italia, nonostante il referendum 2011 sull’acqua.

Il MoVimento 5 Stelle ha aderito e sostenuto il Comitato Acqua Pubblica che ha promosso il referendum coscienti che in gioco non è solo la proprietà dei beni comuni ma la libertà futura di poter avere e migliorare i servizi pubblici, quando ci libereremo di questa classe politica che ha corrotto ogni cosa che ha toccato.

Per approfondire:
https://www.facebook.com/comitatoperlacquapubblica/
https://www.facebook.com/m5scarpi/

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Si al referendum in Lombardia e Veneto

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di Movimento 5 Stelle Lombardia e Veneto

Il M5S si è battuto per coinvolgere i cittadini su una possibilità prevista dalla Costituzione: permettere a Lombardia e Veneto di gestire “in casa” molte delle risorse che ora è lo Stato a decidere come spendere. Altro che Padania e le bugie che i governi leghisti hanno raccontato per venti anni ai cittadini.

Nell’attuale legislatura i Consigli Regionali delle due regioni hanno votato la nostra proposta e dato il via alla consultazione in programma il prossimo 22 ottobre, con le rispettive maggioranze leghiste costrette ad abbandonare definitivamente utopie indipendentiste totalmente incostituzionali come lo Satuto Speciale o la gestione del Residuo Fiscale, nonostante la Lega continui a usarle come leve elettorali per promuovere questo referendum.

La soluzione del M5S è democratica, costituzionale e non toglie risorse alle altre regioni. Questo referendum affronta il tema del “Regionalismo differenziato”, trattato nell’articolo 116 della Costituzione italiana, ovvero la possibilità di gestire direttamente le risorse che lo Stato già spende in trasferimenti e servizi per le Regioni. Risorse legate a determinate materie che, in caso di esito referendario positivo, saranno oggetto di una trattativa tra Regioni e Stato. Parliamo di competenze molto importanti come il sostegno alle imprese, la ricerca e l’innovazione, l’ambiente, l’istruzione, la valorizzazione dei beni culturali, e il governo del territorio, che avvicinate verso il basso e verso i territori troverebbero maggiore efficacia.

Dare la voce ai cittadini è una prerogativa di questo Movimento, tanto più su un tema così importante, tanto più se in passato le stesse regioni hanno provato ad aprire una trattativa ricevendo solo porte in faccia anche dal Governo, a guida PD, che tentò, con la riforma costituzionale seppellita dagli italiani il 4 dicembre, di togliere alle regioni anche molte delle attuali competenze, per non parlare della “clausola di supremazia” che avrebbe permesso allo Stato di passare sopra qualsiasi decisione locale.

Il M5S vuole salvaguardare le specificità e le esigenze di ogni territorio, nel “quadro dell’unità nazionale”, esattamente come richiede questo referendum. Siamo un popolo unito, senza bandiere politiche ed ideologiche che fa valere e sentire la propria voce con un referendum consultivo, esattamente come successo in Gran Bretagna sul tema Brexit. Abbiamo da sempre denunciato e combattuto contro lo spreco di risorse pubbliche anche degli enti locali, ma per il M5S al strada da percorrere non è l’accentramento, ma portare le risorse pubbliche il più vicino possibile ai cittadini. Da qui, da questa responsabilizzazione delle comunità, passa il miglioramento delle strutture pubbliche locali che in mano ai partiti si sono trasformate troppo spesso in mangiatoie.

I soldi spesi per interpellare i cittadini non sono mai uno spreco, soprattutto davanti ai 360 milioni di euro bruciati da Stato e Regione Lombardia per sostenere la vuota BreBeMi, i 300 milioni della Regione Veneto per la Superstrada Pedemontana veneta con cui si colma un buco creato dai privati, o il miliardo di euro speso tra defiscalizzazione e garanzie pubbliche del fallimentare progetto della Pedemontana lombarda, o i miliardi bruciati nel Mose, ma sono un’opportunità e un investimento futuro per permettere di rispondere al meglio alle esigenze dei cittadini.

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Calenda chiede soluzioni al M5S. E il governo cosa fa? (26-04-2017)

Roma, 26 aprile 2017 – «Se Calenda si fosse impegnato in Alitalia così come ha fatto per Mediaset del mentore Berlusconi, proponendo in più occasioni norme ad aziendam per contrastare la scalata di Vivendì, oggi la nostra ex compagnia… Continua a leggere Calenda chiede soluzioni al M5S. E il governo cosa fa? (26-04-2017)

Il referendum in Lombardia per applicare la Costituzione

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di Dario Violi e Stefano Buffagni, Movimento5 Stelle Lombardia

Il referendum per chiedere più competenze alla Lombardia è e deve rimanere l’espressione della volontà dei cittadini, non certo di Maroni. Nel quesito messo a punto dal MoVimento 5 Stelle Lombardia e approvato a maggioranza in consiglio regionale non si parla di “autonomia” come se la vogliono vendere i leghisti, ma di applicare la Costituzione.
L’art. 116 comma 3 infatti prevede che le regioni in equilibrio di bilancio possano chiedere e ottenere dal Governo più competenze per poter gestire “in casa” una parte più ampia degli oltre 40 miliardi presenti nel bilancio dello stato regionalizzato e destinarli all’istruzione, ai beni culturali, all’ambiente ed allo sviluppo delle nostre imprese.

PERCHÉ UN REFERENDUM?
La richiesta potrebbe essere anche fatta al Governo direttamente dalle Regioni, ma già in passato questi tentativi sono andati a vuoto, scontrandosi contro un muro di gomma. Le finte “aperture” del governo non sono credibili, perché sono gli stessi che pochi mesi fa, con la riforma bocciata dai cittadini, volevano distruggere le autonomie locali e centralizzare il potere.

Il PD vorrebbe che si agisse ancora in questo modo, ma sappiamo bene che loro hanno il terrore del voto dei cittadini, viste le ultime sberle che si sono presi, e temono che i lombardi chiamati a votare, anche se in modo consultivo, darebbero molta più forza alla richiesta della regione e il Governo non potrebbe più fare orecchio da mercante.
Attenzione quindi a chi vi racconta che questo è “il referendum per l’autonomia” e a chi insinua che “sono soldi sprecati”, perché sono balle.
Questa sarà anche l’occasione per sperimentare il VOTO ELETTRONICO in Lombardia, grazie alla Legge del Movimento 5 Stelle. Una pratica che dalla nostra Regione potrebbe fare scuola in tutta Italia.

Solo il Movimento 5 Stelle ha proposto e ottenuto di poter chiedere più spazi finanziari per la Lombardia nel modo corretto e senza fare propaganda, rispettando la Costituzione.
Ora Maroni deve smetterla di parlare solo per farsi campagna elettorale, i cittadini vogliono dire la loro.
Restituiamo le chiavi del territorio ai cittadini.

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Qui #Roma5Stelle: da mafia capitale alla democrazia diretta

di Virginia Raggi e dei consiglieri del MoVimento 5 Stelle a Roma

Dopo 23 anni dall’ultimo regolamento in materia di partecipazione popolare, il MoVimento Cinque Stelle ha presentato una proposta di delibera di modifica dello Statuto di Roma Capitale per introdurre nuovi strumenti di democrazia diretta: referendum propositivo, abrogativo e consultivo senza quorum, bilancio partecipativo, petizioni popolari elettroniche e consultazioni online.
Passeremo dalla città di “Mafia Capitale” a “Roma Capitale della democrazia diretta e della trasparenza. Si tratta di una rivoluzione culturale.

La democrazia rappresentativa si sta destrutturando e stanno emergendo nuove forme di partecipazione popolare dal basso in tutto il mondo, anche per la difesa dei servizi pubblici locali. Devono essere i cittadini e le comunità locali a governare le città attraverso internet, utilizzando l’intelligenza collettiva. Il web sta rivoluzionando i rapporti esistenti tra cittadini ed istituzioni rendendo attuabile la democrazia diretta, così come applicata ad Atene e nell’antica Grecia. Con l’avvio di questo percorso istituzionale finalizzato a modificare la carta fondamentale della capitale siamo di fronte ad un tipping point per la democrazia diretta a Roma. Non appena saranno approvate in Assemblea Capitolina le proposte del MoVimento 5 Stelle di modifica dello Statuto di Roma passeremo all’adozione dei rispettivi regolamenti attuativi di questi nuovi strumenti. Grazie Gianroberto: il dado è tratto.

Le petizioni popolari elettroniche sono uno strumento antichissimo con il quale il cittadino presenta alle istituzioni una richiesta o una proposta. Il Parlamento Italiano in quasi 70 anni di storia dell’attuale Costituzione non ha mai approvato una legge attuativa dell’articolo 50 della Costituzione, che disciplina le petizioni popolari. All’estero, invece, questo istituto di partecipazione è utilizzato in varie forme. Il Parlamento del Regno Unito ha dato la possibilità ai cittadini inglesi di presentare petizioni popolari attraverso internet, raccogliere online ulteriori adesioni, ed illustrarle direttamente all’interno della Camera dei Comuni britannica. Il MoVimento 5 Stelle avvia questo percorso in meno di un anno di governo.

Referendum propositivo, abrogativo e consultivo, senza quorum: così i cittadini romani avranno la possibilità di sottoporre una proposta al voto popolare e l’amministrazione sarà tenuta a metterla in pratica. Abbiamo anche previsto la possibilità di sperimentare il voto elettronico – e-voting – in cabina elettorale per i referendum locali.

Bilancio partecipativo. Non è l’economia a dover governare i processi democratici ma è la democrazia che deve governare i processi d’integrazione economica. Verrà inserito il bilancio partecipativo, già diffuso in alcuni Comuni italiani tra cui Mira e Ragusa, governati dal M5S. Roma Capitale coinvolgerà i cittadini nella costruzione del bilancio sia a livello comunale che a livello municipale promuovendo la possibilità di destinare una quota alla decisione diretta dei cittadini. Dal 1996 il Bilancio Partecipativo è stato riconosciuto dall’Onu come una delle migliori pratiche di governance urbana nel mondo. Il controllo diffuso del denaro dei cittadini è stato sperimentato per la prima volta a Porto Alegre nel 1989 ed è stato adottato anche da Parigi con un sito Internet dedicato alla consultazione della cittadinanza su proposte e progetti da finanziare con il 5 per cento del bilancio.

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Comanda il popolo, non Draghi

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di Elio Lannutti (Presidente Adusbef)

Euro, la rapina del secolo: non è irrevocabile, come ha deciso Mario Draghi. Rompere la gabbia, riappropriarsi della sovranità svenduta a cleptocrati, tecnocrati, oligarchi. Ricostruire dalle macerie l’Europa dei popoli. Chiamando i cittadini ad esprimersi col referendum.

L’euro è irrevocabile, ha sentenziato Mario Draghi. Trump e Le Pen sono una minaccia, incalza Romano Prodi (ex consulente di Goldman Sachs). L’Europa a doppia velocità -già proposta, ma bocciata e sbeffeggiata dall’oligarchia europea- può finalmente dare una risposta. Mario Draghi, il presidente di quel mostro giuridico denominato BCE, che firmò da Governatore di Bankitalia il 17.3.2008 la famigerata delibera n.154 che autorizzava MPS ad acquistare Banca Antonveneta ad un prezzo folle di 9 mld di euro (costato alla fine 17 mld di euro), fonte di tutti i guai e del crac della più antica banca addossato a correntisti, risparmiatori, lavoratori, contribuenti (con 20 mld di aumento di debito pubblico), da esperto banchiere di Goldman Sachs, vada a raccontare che: “l’euro è irrevocabile’, al popolo greco massacrato dai “programmi di salvataggio” del Fondo Monetario e della Troika, costretti a mangiare cibo scaduto ed a rinunciare alle cure mediche minimali; alle decine di migliaia di sfrattati e pignorati iberici; ai portoghesi senza tetto emarginati e relegati oltre la soglia di povertà; al 40,1 % dei giovani disoccupati italiani, ai quali la “cleptocrazia europea a trazione tedesca” ha scippato perfino la speranza del futuro, oppure a quelle masse di invisibili disperati, che nel 2001 appartenevano al ceto medio e 15 anni dopo sono costretti ad affollare le mense della Caritas, solo per sfamarsi con un pasto caldo.

L’euro introdotto in Italia da sedicenti statisti, in realtà modesti maggiordomi della dottrina totalitaria del neo-liberismo mercatista di Milton Friedman, propagandato come la nuova Eldorado per gli italiani, ratificato forzatamente (senza referendum), dal 1 gennaio 2002 (1.000 lire= 1 euro), con lo sciagurato tasso di cambio fissato a 1.936,27 lire per 1 euro, ha svuotato le tasche delle famiglie italiane, al ritmo di 997 euro l’anno di rincari speculativi per un conto finale di 14.955 euro pro-capite nell’ultimo quindicennio, con un trasferimento di ricchezza stimato in 358,9 miliardi di euro, dalle tasche dei consumatori a quelle di coloro che hanno avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe, al riparo dai doverosi controlli delle inutili, forse contigue autorità di settore.

La stessa cifra di 358 mld richiesta da Mario Draghi, nel caso in cui il paese lasciasse l’euro, come saldo dei debiti accumulati nei confronti della BCE mediante il sistema di pagamenti interbancario Target2 (Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer System), che regola i pagamenti transfrontalieri tra le banche commerciali UE.

La moneta unica, la più grande rapina di tutti i tempi a danno delle famiglie, un vero inferno per lavoratori e ceto medio impoverito, un paradiso per speculatori, banchieri, assicuratori, monopolisti dei pedaggi, capitalisti delle bollette e di tutti coloro che hanno avuto la possibilità di determinare prezzi e tariffe, ha determinato il crollo dei consumi e sofferenze economiche degli italiani, perfino del ceto medio e dei redditi definiti dei “benestanti” nel 2001. Come dimostrato inconfutabilmente dallo studio Adusbef sulla capacità di spesa (Cds), pari in Italia a 119 nel 2001,tra le più elevate dei paesi europei superata da Inghilterra (120); Svezia (123); Belgio (124); Austria (126); Danimarca (128); Olanda ed Irlanda (134); Lussemburgo (235); ma più elevata di Francia; Germania e Finlandia. Dieci anni dopo, l’Italia (-16,8%) guida la classifica negativa della capacità di spesa (Cds) ridotta di 20 punti ed attestata a 99; al secondo posto la Grecia (-13,8% la Cds che passa da 87 a 75); al terzo il Regno Unito (-8,3% con la Cds a 110; al quarto il Portogallo – 7,4% che si attesta a 75; al quinto la Francia -6,9% con la Cds a 108; al sesto il Belgio a 119; mentre Austria (131); Germania (122); Svezia (129) e Lussemburgo (272) aumentano la capacità di spesa.

Insoddisfatta dal disastro che ha messo sul lastrico grandi masse di lavoratori e pensionati, artigiani, piccoli imprenditori, partite Iva, per arricchire banchieri, eurocrati, manutengoli del potere economico, cleptocrati, pronti ad addossare i costi delle crisi ai più poveri, l’Eurocrazia ha sferrato il colpo finale, con il bail-in , un esproprio criminale del risparmio intimato dall’ideologia tedesca ai ‘paesi periferici’ che l’hanno accettata supinamente, per far pagare agli incolpevoli utenti dei servizi bancari i lauti pasti dei banchieri e l’omessa vigilanza di sedicenti autorità, controllate in Italia dalle banche socie, beneficate di 1,060 miliardi di euro dopo la rivalutazione delle quote di Bankitalia da 156.000 euro a 7,5 mld di euro, con i sicari prediletti di FMI e BCE, che dopo aver espropriato i risparmiatori di Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti, CariFerrara, sorvolato sul crac MPS, Veneto Banca e Popolare di Vicenza, vorrebbero proseguire il disegno per demolire definitivamente un modello sociale costituito sul “valore del risparmio” garantito dall’art.47 della Costituzione, sostituendolo con società fondate sul “debito”, per rafforzare il dominio di troika, finanza di carta, degli algoritmi che strutturano i derivati killer ed il denaro dal nulla, innescando un circolo vizioso per alimentare i loro profitti sulla pelle di intere generazioni, intossicate dalle carte di debito.

Il Presidente Bce Mario Draghi, invece di affermare che l’euro è “irreversibile” continuando a foraggiare le banche con migliaia di miliardi di euro, regalati ai banchieri ‘amici’ per taglieggiare le imprese e drogare i mercati, farebbe meglio a proporre una revisione dei Trattati europei “capestro”, che oltre a produrre miseria e rovine economiche, sta alimentando la rivolta degli oppressi e degli onesti in tutto il mondo, soprattutto masse di disperati che hanno rifiutato il ricatto dell’establishment e della finanza criminale, come accaduto in Gran Bretagna con Brexit, negli USA con la vittoria di Donald Trump, in Italia col secco NO alla riforma costituzionale Renzi-Boschi.

Le vere minacce ai diritti ed alle libertà non sono quelle dei “populisti”, ossia di coloro che tutelano il popolo taglieggiato, difendono la legalità costituzionale, i diritti negati, il bene comune, gli interessi generali, i consumatori ed i risparmiatori oppressi e taglieggiati da banche, banchieri centrali e dalla finanza criminale, ma sono quelle di Goldman Sachs, JPMorgan, Agenzie Rating, banchieri di affari, che hanno corrotto ideologicamente (e non solo), servili governanti alla dottrina del liberalismo totalitario e del primato della finanza, per rendere schiavi i popoli.

Dopo che l’ideologia tedesca applicata ai trattati, ha depauperato risorse, espropriato i risparmi, privatizzato i beni comuni, è troppo comodo proporre l’Europa a due velocità. I danni di quei trattati sciagurati, che hanno messo al primo posto la supremazia di tecnocrati, cleptocrati, e di un mostro giuridico BCE con le guarentigie dell’immunità se compiono crimini, come quelli sul popolo greco affamato e disperato dai programmi di austerità della Troika, coi bimbi ed anziani malnutriti privati dei beni primari di sussistenza e perfino delle cure mediche minimali, dovrebbero essere calcolati e risarciti. Troppo comodo, dopo aver truffato i risparmiatori, approvato il Mes ed il bail-in, per salvare banche franco-tedesche e banchieri centrali, assecondare i diktat di Frau Merkel, per rafforzare l’egemonia tedesca ed aver provocato, con ossessive politiche di austerità la più grande recessione della storia. La sovranità appartiene al popolo, l’unica strada per l’Italia e la dignità degli italiani, già tracciata nella Carta Costituzionale, che un disegno delle mafio massonerie internazionali, voleva cancellare e governi servili avevano già indebolito, approvando supinamente trattati scellerati come Fiscal Compact, Mes, pareggio di bilancio, bail-in.

L’unica strada per il futuro dell’Italia è quella di uscire da questa gabbia di strozzinaggio europeo ad egemonia tedesca (non certo dall’Europa), che ha imposto il primato di una moneta ‘l’Euro’ a misura del ‘marco’, il dominio di banche e finanza sulla politica ‘bene comune’ e sulla sovranità popolare, che si esercita mediante libere elezioni, negoziandone le condizioni, senza aspettare che sia la cleptocrazia europea e della Bce, asservita alla finanza criminale a buttarci fuori dall’Euro imponendo al popolo italiano ulteriori sofferenze e le sue condizioni capestro, ricattatorie, come sta attuando con la Grecia.

Tertium non datur, per il riscatto del popolo e la riconquista del primato della politica, su tecnocrati, cleptocrati e parassiti, che si nutrono del sudore e del sangue dei popoli.

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Pagare 359 miliardi per uscire dall’Euro? Una bufala di Mario Draghi

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di Thomas Fazi, su EUnews.it

Sta facendo molto discutere la dichiarazione di Mario Draghi secondo cui, nel caso in cui un paese lasciasse l’euro, la sua banca centrale dovrebbe prima saldare tutti i debiti da essa accumulati nei confronti della Banca centrale europea (BCE) attraverso il sistema di pagamenti interbancario del TARGET2 (Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer System), che regola i pagamenti transfrontalieri tra le banche commerciali dell’UE. Nel caso dell’Italia, tale debito è attualmente pari a circa 350 miliardi di euro.

Ma è veramente così? Innanzitutto dobbiamo chiarire cos’è il TARGET2, anche perché le interpretazioni di questo meccanismo sono alquanto divergenti. Per prima cosa bisogna capire come funzionano i pagamenti tra banche commerciali, tanto all’interno dello stesso paese quanto tra diversi paesi dell’eurozona. Partiamo dal caso di un pagamento interbancario nello stesso paese. Quando il cliente della banca italiana A effettua un trasferimento di fondi alla banca italiana B, il trasferimento non avviene in maniera diretta ma con l’intermediazione della banca centrale nazionale, la Banca d’Italia, che ridurrà le riserve (la moneta legale utilizzata dalle banche commerciali) detenute dalla banca A sul proprio “conto di riserva e regolamento” presso la banca centrale stessa e contestualmente aumenterà dello stesso importo le riserve detenute dalla banca B sul proprio conto di riserva e regolamento. In tempi “normali”, se una banca non possiede riserve a sufficienza sul proprio conto di riserva/regolamento, se li fa prestare da un’altra banca sul cosiddetto mercato interbancario. In tempi di instabilità finanziaria – come il periodo immediatamente successivo alla crisi del 2007-8 -, però, le banche non si fidano più a prestare le proprie riserve alle altre banche, perché queste potrebbero fare crack da un giorno all’altro, causando una perdita alla banca creditrice.

In questi casi – lo abbiamo visto in tutti i paesi occidentali all’indomani dello scoppio della crisi dei subprime – interviene la banca centrale, che – forte della sua abilità di “stampare” riserve in misura illimitata – si fa carico di fornire al sistema bancario tutte le riserve di cui quest’ultimo ha bisogno, agendo di fatto da prestatrice di ultima istanza. Se così non facesse, il sistema bancario si “congelerebbe” nel giro di pochi giorni, con conseguenze facili da immaginare. Dal breve quadro che abbiamo tratteggiato, si desume facilmente come le riserve rappresentino un credito per la banca centrale che le “presta” e un debito per la banca commerciale che le detiene.

Questo per quanto riguarda un singolo paese. Nel caso di un’unione monetaria sovranazionale quale è l’eurozona, però, le cose non sono molto dissimili. La differenza principale sta nel fatto che nell’eurozona le banche commerciali non detengono i propri conti di riserva/regolamento direttamente presso la BCE ma – in virtù della anomala architettura “semi-sovranazionale” dell’unione monetaria – presso la banca centrale del proprio paese. Questo è il motivo per cui, nel momento in cui la banca del paese A trasferisce dei fondi verso la banca del paese B, la prima non registra una riduzione delle proprie riserve presso la BCE ma presso la propria banca centrale nazionale, la quale a sua volta riporterà in bilancio un passivo verso la BCE che agisce come controparte centrale; per la banca che riceve i fondi si determina invece un incremento delle proprio riserve presso la banca centrale del proprio paese, la quale a sua volta registrerà un attivo nei confronti della BCE. Ora, come per i pagamenti interbancari che hanno luogo all’interno di un singolo paese, in tempi “normali” gli attivi/passivi delle banche centrali nazionali nei confronti della BCE vengono rapidamente compensati dall’approvvigionamento di nuove riserve (sul mercato interbancario) da parte della banca del paese A.

Fino allo scoppio della crisi dell’euro, nel 2010, queste riserve venivano fornite in buona parte dalle banche tedesche, in virtù dell’eccesso di riserve circolanti nel sistema bancario tedesco, derivante dall’enorme avanzo commerciale della Germania. Nel 2011, però, il mercato interbancario europeo si è definitivamente inceppato. Le banche del centro (Germania in primis) hanno cominciato a chiedere indietro i loro soldi alle banche della periferia ma queste non erano più in grado di approvvigionarsi di riserve sul mercato interbancario. A quel punto – esattamente come avrebbe fatto qualunque banca centrale nazionale – è intervenuta la BCE, garantendo alle banche commerciali dei paesi periferici tutta la liquidità (le riserve) di cui avevano bisogno. Per la succitata architettura dell’Eurosistema, però, la BCE non ha fornito le riserve direttamente alle banche commerciali che ne avevano bisogno ma lo ha fatto per mezzo delle banche centrali nazionali. Di conseguenza, le banche centrali dei paesi periferici hanno registrato un aumento dei loro passivi nei confronti della BCE – un po’ come se la BCE avesse “prestato” le riserve alle singole banche centrali nazionali affinché queste le “riprestassero” poi alle loro banche -, mentre la Germania e gli altri paesi del centro hanno registrato un aumento dei loro attivi nei confronti della BCE.

Negli anni scorsi, questo meccanismo – che a dispetto della sua apparente complessità non rappresenta altro che un normalissimo strumento di politica monetaria, necessario per il corretto funzionamento del mercato interbancario intra-euro – ha dato adito a fantasiose interpretazioni. In particolare, i “falchi” tedeschi, capitanati da Hans-Werner Sinn, hanno sostenuto – spesso trovandosi in sintonia con diversi economisti di sinistra – che il TARGET2 fungerebbe come un diabolico sistema di “salvataggio occulto” dei paesi della periferia, finanziato – ça va sans dire – dai contribuenti tedeschi, che permetterebbe a questi paesi standard di vita che altrimenti non potrebbero permettersi. Inutile dire che le cose non stanno esattamente così.

Primo, non è la Bundesbank a “prestare” le riserve ai paesi che registrano un saldo T2 passivo ma semmai è la BCE. Come spiega questo Bollettino della Banca d’Italia, «l’ampliamento dei saldi T2… non rappresenta l’erogazione di un finanziamento diretto tra due paesi» né tantomeno rappresenta «un’obbligazione bilaterale tra due paesi». Semmai la Germania può essere considerata “prestatrice” solo in quanto azionista della BCE.

Secondo, la BCE di fatto non “presta” le riserve alle banche centrali nazionali ma alle banche commerciali attraverso le banche centrali nazionali, che di fatto agiscono solamente da cinghie di trasmissione nazionali e possono essere considerate a tutti gli effetti delle “filiali” della BCE stessa.

Terzo, considerare le riserve un “debito” dello Stato nel quale si trovano le banche commerciali che ricevono le suddette riserve dalla BCE è una forzatura enorme della realtà, perché il “credito” di una banca centrale è un credito di una natura molto particolare, che di fatto non comporta “perdite” nel caso di mancato rimborso (fallimento di una banca e conseguente “scomparsa” delle riserve da essa detenute). Se così non fosse, a rigor di logica, qualunque paese dovrebbe aggiungere le riserve detenute dal proprio sistema bancario al computo del proprio debito nazionale.

Quarto, se proprio vogliamo dare una lettura “morale” del meccanismo TARGET2, come amano fare i tedeschi, allora dovremmo dire che esso, lungi dall’aver rappresentato un salvataggio per i paesi della periferia, ha invece rappresentato un vero e proprio bailout del valore di oltre 500 miliardi di euro a favore dei paesi del centro, e in particolare della Germania:

In questo processo, il settore privato tedesco si è disfatto di molti crediti dubbi… Ma la maggior parte del credito concesso dalle banche tedesche alla periferia dell’eurozona è stato in pratica semplicemente passato alla Bundesbank come saldo di TARGET2. E dei saldi di TARGET2 rispondono in solido gli azionisti della BCE, e quindi anche la Germania, ma solo per il 27 per cento. Ecco quindi come il sistema bancario tedesco è stato di fatto salvato mutualizzando i suoi crediti dubbi verso la periferia a spese di tutti i paesi dell’eurozona.

C’è poi un altro punto da sottolineare: l’incremento del passivo TARGET2 di diversi paesi della periferia – in particolare dell’Italia – negli ultimi due anni non riflette, come nel 2011-12, l’incapacità delle banche di questi paesi di rifinanziarsi sul mercato interbancario. Esso è piuttosto il risultato delle politiche di quantitative easing (QE) della BCE, che passa sempre per le banche nazionali: in parole povere, buona parte della liquidità creata dalla Banca d’Italia (in quanto “filiale” della BCE) non è rimasta all’interno del nostro sistema finanziario, ma è defluita verso l’esterno – per investimenti esteri e per l’acquisto di titoli di Stato italiani detenuti da banche estere, soprattutto tedesche – dando impulso alla dinamica del saldo TARGET2, che si conferma un semplice “effetto collaterale” delle decisioni di politica monetaria – normali o non convenzionali che siano – della banca centrale e della artificiosa frammentazione del bilancio della stessa.

E che dire della minaccia di Draghi secondo cui un paese che volesse uscire dall’euro dovrebbe prima saldare il proprio debito TARGET2? Che si tratti di una minaccia priva di alcun fondamento lo rivela la stessa Bundesbank, che riconosce che l’ipotesi di un’uscita di un paese dal sistema TARGET2 «non è prevista nei termini del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea» e dunque sarebbe necessariamente soggetta a negoziato, in cui – tra l’altro – il paese uscente si troverebbe in una situazione di notevole vantaggio contrattuale.

Alla luce di quanto detto sopra, l’unica misura in cui la Germania può considerarsi “esposta” nei confronti dell’Italia è in quanto partecipe del capitale della BCE, giacché, se veramente un paese dovesse uscire dall’euro e rifiutarsi di saldare il conto T2 (come è probabile, almeno nella sua interezza), si aprirebbe un buco di bilancio nella BCE. A quel punto – come spiega sempre Bankitalia – «eventuali perdite di bilancio relative alle operazioni di rifinanziamento principali vengono ripartite tra tutte le banche centrali nazionali sulla base della quota di partecipazione al capitale della BCE, indipendentemente da quale banca centrale nazionale abbia erogato il finanziamento e dalla distribuzione dei saldi TARGET2 all’interno dell’Eurosistema». E questo perché – ripetiamolo – «i saldi su TARGET2 non rappresentano un’obbligazione bilaterale tra due paesi».

E comunque, anche nel caso in cui la BCE dovesse veramente subire un buco di bilancio, questo non avrebbe alcun impatto dal punto di vista operativo, né rappresenterebbe una “perdita” per la Germania, a meno che la BCE non chiedesse veramente alle tesorerie nazionali di rimpolpare il capitale della BCE (e la Germania acconsentisse), cosa estremamente improbabile. Le favole tedesche sul funzionamento delle banche centrali valgono per gli altri, mica per sé. Come ha riconosciuto di recente la stessa BCE, infatti, le banche centrali possono tranquillamente operare con capitale negativo.

In conclusione, possiamo affermare che è priva di fondamento tanto l’idea secondo cui la Germania «avrebbe aperto una linea di credito» a paesi come l’Italia (e dunque subirebbe «perdite enormi» in caso di uscita di un paese con saldo T2 passivo dall’euro), quanto l’affermazione di Draghi secondo cui per uscire dall’euro bisogna prima chiudere i saldi T2. Poco più di una “fake news” insomma, che però conferma una cosa: che il debito – di qualunque natura sia – continua ad essere un potente strumento disciplinare nelle mani delle classi dominanti, anche quando questo è poco più di uno spauracchio.

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#RaiChiediScusa per le balle sul referendum

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di Beppe Grillo

Il sondaggio sulle bufale dei media si è concluso. I risultati sono i seguenti:
60%: Se vince il NO paese a rotoli: bufala diffusa da tutti i media italiani, con rare eccezioni, per comodità è stata attribuita alla RAI che maggiormente si è distinta per la campagna a favore del SI, fregandosene del suo ruolo di servizio pubblico
17%: Grillo vuole una banca: bufala diffusa dal Giornale (prima pagina)
14%: Beatrice Di Maio: bufala diffusa da La Stampa (chiamata La Busiarda a Torino) e smontata dall’intervista di Franco Bechis a Titti Brunetta
9%: Buche a Roma (del 2014): bufala diffusa da L’Unità, qui maggiori informazioni
La RAI vince quindi il Bufalino d’oro e presto gli sarà consegnato il premio. Pretendiamo scuse pubbliche ai cittadini italiani per la campagna di disinformazione messa in atto per il Referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Basta prendere in giro i cittadini che pagano il canone. La RAI cominci a fare informazione imparziale e veritiera.

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SONDAGGIO – I media italiani devono chiedere scusa ai cittadini #ChiedeteciScusa

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di Beppe Grillo

E’ bastato prospettare ai media di essere sottoposti a un’operazione verità che sono subito andati con il cervello in pappa, a cominciare dal modo in cui è stato riportato il post dell’altro giorno. “Grillo vuole il tribunale del popolo“. Falso. “Propongo non un tribunale governativo, ma una giuria popolare” è quanto scritto. I giudici popolari non sono un tribunale del popolo e sono previsti dall’ordinamento italiano. Sono estratti a sorte da apposite liste cui, a patto di alcuni requisiti, chiunque può partecipare. Formano la maggioranza della composizione della Corte d’Assise e della Corte d’Assise d’Appello che sono gli organi giurisdizionali competenti a giudicare i reati più gravi, rispettivamente in primo grado e in appello. I giudici popolari possono giudicare su un omicidio e non sarebbero in grado di determinare se Grillo vuole una banca solo perchè Davide Casaleggio ha incontrato l’AD di una banca online o se una buca del 2014 può essere utilizzata per imputare una colpa a Virginia Raggi nel 2017? Non scherziamo.

I media hanno parlato di “fascismo“, di “mordacchia alla stampa“, di “illiberalismo“. Ma la proposta sanzionatoria non sono nè multe nè limitazioni della libertà di scrivere, ma semplicemente di chiedere umilmente scusa per la balla propinata e di dare alla verità la stessa evidenza che è stata data alla falsità. Cosa c’è di scandaloso in questo? Se uno sbaglia, chiedere scusa non è il minimo? E non è forse giusto chiedere che la verità venga ristabilita? Che meraviglioso gesto sarebbe se l’anchorman del tg della sera iniziasse la puntata di oggi dicendo: “Signori scusate, in questi anni abbiamo diffuso notizie false e manipolate, vi abbiamo mentito. Da oggi ci sforzeremo di fare un’informazione che sia degna di questo nome“. Dall’alto della loro arroganza non lo faranno mai e continueranno a perdere copie vendute e telespettatori fino a scomparire. Ma noi abbiamo il dovere di ristabilire la verità e pretendiamo che chi ha diffuso balle si scusi.

Oggi lanciamo un piccolo sondaggio sulle quattro balle più eclatanti degli ultimi tempi, il vincitore riceverà il “Bufalino d’oro” e inizieremo una campagna per pretendere le scuse ufficiali di chi ha diffuso la bufala. Il sondaggio è sul mio profilo Twitter di modo che chiunque possa partecipare. Le opzioni sono:
Beatrice Di Maio: bufala diffusa da La Stampa (chiamata La Busiarda a Torino) e smontata dall’intervista di Franco Bechis a Titti Brunetta
Grillo vuole una banca: bufala diffusa dal Giornale (prima pagina), la verità è semplicemente che Davide Casaleggio ha accettato di incontrare l’AD di una banca online che ha ricevuto vari premi per l’innovazione tecnologica utilizzando il web per scambiare esperienze e idee sula Rete
Buche a Roma (del 2014): bufala diffusa da L’Unità, qui maggiori informazioni
Se vince il NO paese a rotoli: bufala diffusa da tutti i media italiani, con rare eccezioni, per comodità verrà attribuita alla RAI che maggiormente si è distinta per la campagna a favore del SI, fregandosene del suo ruolo di servizio pubblico

SONDAGGIO: Qual è la peggiore bufala dei media degli ultimi tempi? Il vincitore sarà premiato con il “Bufalino d’oro” #ChiedeteciScusa

— Beppe Grillo (@beppe_grillo) 15 gennaio 2017

Buon voto!

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