Scuola: l’antisismicità è un optional, i governi Pd hanno fallito (17-10-2017)

ROMA, 17 ottobre – "Sull’antisismicità delle nostre scuola il nostro Paese si trova in una condizione di gravissima arretratezza. Una situazione di pericolo evidente a tutti, ad esclusione dei governo che in questi anni, soprattutto a partire dalla Buona… Continua a leggere Scuola: l’antisismicità è un optional, i governi Pd hanno fallito (17-10-2017)

Scuola: vogliamo teste pensanti, non ragazzi da sfruttare (13-10-2017)

ROMA 13 ottobre – "Siamo assolutamente al fianco dei tanti ragazzi che oggi hanno manifestato la loro voglia di non accettare un sistema scolastico che non li valorizza ma, anzi li sfrutta attraverso una degenerazione di un sistema che in… Continua a leggere Scuola: vogliamo teste pensanti, non ragazzi da sfruttare (13-10-2017)

Dopo 15 anni tornano a salire i giovani italiani fermi alla terza media

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tratto da Il Sole 24 ORE

Che avessimo ancora pochi laureati e troppi abbandoni scolastici lo sapevamo. Stesso discorso per la disoccupazione giovanile oltre la soglia di guardia e il record di ragazzi che non studiano né lavorano (Neet). Ma che dopo 15 anni la quota di under34 fermi alla terza media fosse tornata a salire, al punto da continuare a sopravanzare i loro coetanei in possesso di un titolo terziario, è un dato che coglie di sorpresa. E che deve far riflettere.

A certificare l’ennesimo ritardo italiano in materia di istruzione è stata nei giorni scorsi Eurostat. Con due dati che parlano da sé: mentre in tutta Europa gli appartenenti alla fascia d’età 25-34 anni che al massimo hanno completato la secondaria di I grado sono scesi dal 16,6 al 16,5%, da noi sono tornati a salire. Tant’è che dal 25,6% di fine 2015 siamo passati al 26,1% del 2016. Una performance che ci lascia ancora al quintultimo posto della graduatoria davanti a Portogallo, Malta, Spagna e Turchia. Ma che fa notizia soprattutto perché segna un’inversione di tendenza lunga più di 15 anni.

Per trovare l’ultimo episodio di peggioramento in questa particolare classifica bisogna infatti risalire al biennio 2001-2002 quando eravamo saliti dal 40,7 al 42,7 per cento. Da lì in avanti il trend dei nostri connazionali 25-34enni fermi alla licenza media era sempre diminuito. In maniera più o meno sensibile a seconda delle annate. E il film non cambia di molto se ci si focalizza sul sottogruppo 25-29 anni. Dopo una decina d’anni di discesa anche qui l’aria è cambiata e la fetta di popolazione a bassa scolarizzazione è salita al 23,3 per cento.

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#Italia5Stelle per una scuola pubblica e di qualità

di Silvia Chimienti

Ciao, sono Silvia Chimienti, faccio parte della Commissione Lavoro alla Camera e mi occupo in particolare di docenti e soprattutto di precariato nella scuola. Per noi la scuola deve essere pubblica, per tutti, di qualità, al passo con i tempi: questo è il concetto di scuola che il MoVimento 5 Stelle sostiene e per cui si batte ogni giorno. Studenti, genitori, docenti, le loro qualità e le loro esigenze, devono essere i veri protagonisti di uno dei pilastri più importanti per il futuro del Paese. Come vogliamo cambiare la scuola? Parliamone insieme a Rimini dal 22 al 24 settembre, in occasione dell’edizione di quest’anno di Italia 5 Stelle. Se volete aiutarci a creare questo evento di 3 giorni, vi chiediamo intanto una piccola donazione: DONA ORA! Come sapete, il MoVimento 5 Stelle rinuncia al finanziamento pubblico.

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#ProgrammaUniversità: il sistema di finanziamento per l’Università

Il finanziamento di università e della ricerca è fondamentale per garantire che le nuove generazioni del nostro Paese siano adeguatamente formate e, dunque, in grado di competere nel sistema globale. L’attuale sistema di finanziamento risulta essere estremamente disomogeneo e inadeguato per affrontare in modo incisivo le sfide del futuro. Una seria riflessione si rende necessaria anche rispetto al modo nel quale vengono valutati i sistemi di università e ricerca dal momento che, a cascata, la valutazione incide sull’entità dei finaziamenti.

di Francesco Sylos Labini

Non si può affrontare questo tema senza partire da una premessa fondamentale: negli ultimi dieci anni università e alla ricerca hanno subito un ingente definanziamento. L’Italia in risposta alla crisi economica del 2007/2008 è stato tra i pochi paesi che hanno tagliato su università e ricerca, e i numeri sono quelli di una guerra. Una guerra in cui non ci sono macerie materiali ma umane e sociali, dal momento che i tagli sono si sono abbattuti soprattutto sulle nuove generazioni che sono state martoriate da queste politiche.

Per ricordare qualche numero, se il budget complessivo all’università è diminuito del 20%, il numero di nuove leve nelle università ha subito un crollo del 90%, il budget dei progetti di ricerca dell’80%. l’Italia si trova in fondo alle classifiche dei paesi Ocse per finanziamento a università e ricerca e anche come numero di laureati in percentuale alla popolazione. Questo definanziamento per alcuni però ha rappresentato un’opportunità per dirottare le risorse rimanenti, da alcune sedi ad altre. In particolare attraverso una sorta di valutazione (di pseudo valutazione) della qualità della ricerca sono state dirottate le risorse dagli atenei più poveri a quelli più ricchi.

In sostanza, quello al quale abbiamo assistito è stato uno svuotamento degli atenei del Centro-Sud, in cui il definanziamento è stato molto più ingente, a vantaggio degli atenei del Nord Italia. Questo è avvenuto attraverso un sistema di valutazione della qualità della ricerca (l’Anvur) che non ha pari al mondo: è stata creata un’agenzia che ha imposto delle regole che sono assolutamente bislacche, e non hanno pari in nessun altro Paese e oltretutto nella letteratura scientifica del settore. In realtà l’Anvur ha agito come una lunga mano del governo che, dunque, indirettamente ha indirizzato la ricerca, creando danni enormi sia nel presente che in prospettiva.

Questo avviene perché rispetto a campi politicamente “sensibili” come economia, diritto costituzionale, diritto del lavoro, l’’ingerenza forte della politica può creare dei danni a lunga scadenza. Quindi come deve essere finanziata l’università? Innanzitutto perché deve essere finanziata? Deve essere finanziata perché è il motore della ricerca, dell’innovazione tecnologica e di quella culturale. Perché dalla ricerca nascono le nuove idee, questo succede in tutti i paesi del mondo e sarebbe opportuno che succedesse anche in Italia. Quindi innanzitutto, il finanziamento deve essere aumentato per quanto riguarda l’istruzione superiore dal momento che siamo in una situazione di arretratezza. In secondo luogo dobbiamo assicurarci di avere un sistema di finanziamento diffuso sul territorio in modo uniforme per assicurare ai cittadini, agli studenti di tutto il territorio italiano, una buon livello medio di istruzione.

Questo non esclude che ci siano progetti o delle sedi più dinamiche è di maggiore qualità rispetto ad altre: non si sta parlando di instaurare un regime parasovietico, ma di assicurare anche agli studenti di zone più depresse una qualità media accettabile. Una volta assicurato un buon servizio di base, è giusto garantire un riconoscimento a chi dimostri di lavorare meglio, attraverso un sistema di valutazione diverso rispetto a quello attualmente vigente.

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#ProgrammaUniversità: un modello di organizzazione per la Ricerca

Il modello di ricerca pubblica in Italia è estremamente disomogeneo e frammentato. Non esiste un organo che svolga il ruolo di coordinamento e di sintesi per le politiche da realizzare in questo settore. Questa dispersione pregiudica l’efficienza del settore, che costituisce un volano fondamentale di sviluppo e crescita.

di Marco Merafina

Il sistema degli enti pubblici di ricerca in Italia è estremamente frammentato, pur avendo essi la stessa finalità (l’attività di ricerca), sono controllati da diversi ministeri. Per esempio 12 enti di ricerca sono controllati dal Ministero dell’Istruzione e della Ricerca dell’Università, mentre tutti gli altri enti di ricerca sono controllati da altri 7 ministeri. L’ENEA che è l’Ente Nazionale per le energie alternative, è controllato dal Ministero dello Sviluppo Economico, mentre il Ministero della Sanità controlla l’Istituto Superiore di Sanità. Questa frammentazione, ovvero questa assenza di coordinamento, pregiudica un funzionamento efficiente della ricerca in Italia proprio in una fase, in una situazione, in cui la ricerca interdisciplinare sta diventando fondamentale in tutto il mondo. Per poter ovviare a questo inconveniente dobbiamo fare in modo che venga costruita una sorta di rete nazionale della ricerca, in modo che tutte le componenti possano collaborare assieme a rendere più efficiente il sistema.

Una soluzione a questo problema potrebbe essere l’introduzione dell’Agenzia Nazionale per la Ricerca, in modo tale da avere questo coordinamento tra le varie componenti della ricerca e un organo di controllo unico. Questo ovviamente sarebbe di grande beneficio per la ricerca, e consentirebbe a un’unica entità di controllare tutta la ricerca che viene svolta nei vari enti. L’Agenzia Nazionale per la Ricerca potrebbe anche promuovere il coordinamento con la ricerca che viene effettuata all’interno delle università. Ciò potrebbe consentire una progettualità più ampia, in modo tale che anche i docenti universitari, insieme con i ricercatori degli enti, possano accedere a progetti comuni ed essere a pieno titolo rappresentanti all’interno del progetto stesso. Questo invece attualmente non accade e, di solito, il sistema adottato prevede convenzioni che sono molto complicate e frammentate dal momento che riguardano soltanto singole università, o singoli dipartimenti, e i locali degli enti di ricerca che sono interessati.

L’Agenzia Nazionale per la Ricerca dovrebbe essere completamente sganciata dalla politica, e quindi diretta da studiosi e scienziati tra i più meritevoli scelti all’interno della comunità scientifica, con l’obiettivo di coordinare tutti gli enti e salvaguardare la libertà della ricerca, fondata molto più sulla cooperazione che non sulla competizione. Sappiamo che tanti giovani meritevoli che vengono dal sistema della ricerca e dell’università in Italia hanno dimostrato di essere molto validi quando sono andati all’estero e si sono trovati di fronte a organizzazioni molto efficienti. Ecco, sarebbe bene che questo accadesse anche in Italia. Facciamolo e facciamolo per bene.

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Il #ProgrammaUniversità del MoVimento 5 Stelle

di MoVimento 5 Stelle

Il futuro di una comunità passa prima di tutto attraverso la sua capacità di istruire le nuove generazioni, dalla qualità della formazione culturale, tecnica e sociale che gli viene fornita. L’università rappresenta l’ultimo tratto di un percorso che si realizza nel presente ma già guarda al domani: le sfide della ricerca e dell’innovazione sono fondamentali per accrescere la conoscenza, rendere l’Italia competitiva e migliorare complessivamente la nostra qualità della vita nel medio-lungo periodo.

Quella capacità di competere e di stare sul mercato che spesso al nostro Paese manca perché negli anni la politica non ha voluto puntare sulle nuove leve. Nella maggior parte dei Paesi europei colpiti da crisi strutturali è stata fatta la scelta di investire su università e ricerca, aumentando le risorse, perché è in questi comparti che hanno individuato un fondamentale strumento di rilancio. Giustamente hanno compreso che per uscire dal pantano dovevano puntare sul futuro, sull’innovazione, e su quelle nuove professionalità richieste dal mercato del lavoro.

Da noi, invece, tutto questo non è avvenuto e bastano alcuni dati a chiarirlo: la spesa pubblica per l’istruzione universitaria, in percentuale al Pil, è ferma allo 0,3%, a fronte della media Ue dello 0,8%. Dal 2011 al 2014 la quota che il nostro Paese ha investito in ricerca e sviluppo è stata l’1,27% del Pil, mentre la media dei paesi Ocse è del 2,23% è quella della Ue del 2,6%. In Italia, oltre ai mancati investimenti, da anni è in corso il blocco del turnover del pubblico impiego che, a pieno titolo, può essere inserito nella voce “tagli”: la contrazione del personale docente è stata una delle principali cause della riduzione delle cattedre (meno venti mila dal 2008)e, dunque, dell’offerta formativa.

Scarsi investimenti si traducono in bassa capacità attrattiva. Le conseguenze poi sono inevitabili ed evidenti: in Italia il tasso di ingresso all’università è pari al 41% (media Ocse: 60%) e a completare il percorso di studi accademico è il 58% (media Ocse: 70%) tra quanti erano partiti. Da noi solo il 24% delle persone di età compresa tra 25 e 34 anni è in possesso della laurea (media Ocse: 41%), una percentuale che ci relega sul fondo della classifica dell’Ue.
Il MoVimento 5 Stelle in questi anni ha avanzato proposte per invertire la tendenza e rimettere l’università e la ricerca al centro delle politiche nazionali, attraverso battaglie come quella contro il precariato all’interno degli atenei e quella per la realizzazione di procedure trasparenti (e meritocratiche) per i concorsi e il reclutamento. Soprattutto, ha condotto una lunga campagna negli atenei e nelle istituzioni per introdurre una no tax area e incentivare così l’iscrizione all’università delle fasce economicamente più deboli. Un’iniziativa sacrosanta intorno alla quale si è creato un consenso unanime che ha spinto la politica a tradurre quella proposta in legge. Adesso è venuto il momento di accelerare lungo questo percorso di cambiamento: l’università e la ricerca vanno concepiti come un grande volano di crescita e di sviluppo e, dunque, devono diventare una priorità.

Il cambiamento deve partire dalle fondamenta: la prima domanda che ci dobbiamo porre è dunque quale modello di governance vogliamo per le università statali del nostro Paese: se ciò di cui abbiamo bisogno è un modello verticistico oppure partecipato. E’ necessario decidere se il sistema di finanziamento attuale risponde alle esigenze del comparto, oppure se la quota premiale, così com’è oggi, non è in grado di garantire al nostro sistema universitario di crescere e di competere. Altra scelta da compiere è quella rispetto alla didattica on line e, in generale, all’offerta formativa degli atenei italiani, statali e privati. Infine, una riflessione si rende necessaria anche rispetto al sistema di organizzazione della ricerca scientifica italiana.

Il futuro passa attraverso le vostre scelte: seguite i video degli esperti e votate i quesiti che vi proponiamo.

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Su edilizia scolastica il gioco delle tre carte di Boschi e Fedeli (18-07-2017)

ROMA, 18 luglio – "Numeri trionfalistici dietro ai quali manca una sola cosa, la più importante: come siano state impiegate (e se davvero siano state impiegate),nel dettaglio, le risorse destinate all’edilizia scolastica. Perché senza questi elementi, la conferenza stampa… Continua a leggere Su edilizia scolastica il gioco delle tre carte di Boschi e Fedeli (18-07-2017)

Presentazione del #ProgrammaScuola del MoVimento 5 Stelle

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di MoVimento 5 Stelle

La scuola a 5 Stelle è una scuola pubblica e statale, gratuita, democratica, aperta, inclusiva e innovativa, una scuola che viene messa al centro delle politiche del governo. E’ questa la scuola contenuta nel programma del M5S, votato dagli iscritti, e che presentiamo oggi.

Hanno partecipato alle votazioni sulla Piattaforma Rousseau 19.040 iscritti certificati, che hanno espresso 128.320 preferenze su cinque punti principali: qualità della scuola e offerta formativa per gli studenti, finanziamenti alle scuole statali, scuola pubblica e scuola privata, smantellamento della ‘Buona Scuola’ di Renzi e didattica innovativa.

L’obiettivo principale del programma M5S è alzare la spesa pubblica per l’istruzione, portandola nel medio termine dal 7,9% di oggi al 10,2% della media europea, e reinvestire queste risorse per avere: edifici sicuri e spazi adeguati, insegnanti valorizzati e motivati, un’offerta formativa più ampia per gli studenti, più ricerca e più innovazione didattica.

Il primo punto del programma è riparare i danni provocati dai tagli lineari all’istruzione che hanno massacrato la scuola italiana e impoverito l’offerta formativa.
Se oggi la scuola italiana non è più un’eccellenza è a causa dei governi che nel corso di questi anni, con i loro tagli, hanno drasticamente sottratto ore a discipline fondamentali e hanno portato alla scomparsa di oltre 90mila cattedre.

Il M5S, per migliorare la qualità della scuola, punta a:

– diminuire il numero di alunni per classe, prevedendo un massimo di 22 studenti per classe (opzione votata da 8080 iscritti)
– diffondere il tempo pieno e le compresenze di docenti nelle classi (opzione votata da 5308 iscritti)
– ripristinare gli insegnamenti ridotti dalla “riforma Gelmini” e inserirne di nuovi (opzione votata da 5156 iscritti).

Totale Votanti: 18544.

Il secondo punto è ridare priorità alla scuola statale, che oggi versa in uno stato di sofferenza non più tollerabile. Una scuola che non ha i soldi per comprare i fogli di carta e altri materiali didattici, ed è costretta a chiedere alle famiglie degli studenti un contributo ‘volontario’ all’atto dell’iscrizione, non è più una scuola mgratuita.
Per questo lo Stato deve fare il possibile per cancellare questa odiosa ‘tassa’, investendo prioritariamente sulle scuole statali. (Questo punto ha ricevuto 19040 preferenze, di cui 17937 voti favorevoli.)

In questa priorità restano i nidi e le scuole dell’infanzia privati, che in molti territori costituiscono l’unica possibilità per le famiglie a causa dell’assenza di strutture pubbliche, comunali o statali. L’obiettivo del M5S resta comunque quello di incrementare il più possibile la presenza di strutture statali nella fascia d’età 0-6 anni (asili nido e scuole dell’infanzia) su tutto il territorio nazionale e in particolar modo laddove il servizio è carente.

Il terzo punto ci porta direttamente alle Legge 62/2000 che ha parificato scuole statali e scuole private. E’ nostra intenzione ridiscuterla, per arrivare a una chiara e netta distinzione tra scuole statali e scuole private e combattere il fenomeno dei diplomifici.
(Questo punto ha ricevuto 18618 preferenze, di cui 15697 voti favorevoli.)

Il quarto punto del programma prevede lo smantellamento della ‘Buona scuola’ di Renzi
, la riforma che ha definitivamente distrutto la nostra scuola a colpi di bonus e mancette, introducendo nel sistema scolastico logiche aziendali che nulla hanno a che vedere con la scuola. Per farlo vogliamo:

– Rendere obbligatorie e retribuite le ore di formazione dei docenti, cancellando la “Card” da 500 euro (opzione votata da 10847 iscritti)
– Promuovere la collaborazione tra docenti, eliminando la chiamata diretta e il bonus del merito assegnato dal dirigente (opzione votata da 10422 iscritti)
– Promuovere la cooperazione tra studenti, eliminando o modificando i test INVALSI (opzione votata da 5514 iscritti)
– Aumentare gli strumenti di partecipazione degli studenti e delle famiglie (opzione votata da 5269 iscritti)
– Ridurre le ore di alternanza scuola-lavoro e migliorarne la qualità (opzione votata da 4101 iscritti)

Totale Votanti: 18261, Totale Preferenze: 36153.

Il M5S vuole costruire una scuola che guarda al futuro, capace di superare la lezione frontale e di attivare strategie didattiche e pedagogiche innovative, che introduca insegnamenti nuovi come l’educazione alimentare, ambientale e quella all’affettività. Per farlo intendiamo:

– Diffondere l’utilizzo di strumenti tecnologici e di libri digitali (opzione votata da 8175 iscritti)
– Investire su ambienti di apprendimento innovativi (opzione votata da 7849 iscritti)
– Promuovere maggiori esperienze all’esterno dell’ambiente scolastico con pieno protagonismo degli studenti (opzione votata da 7764 iscritti)
– Costituire equipe di esperti territoriali con educatori, pedagogisti, ricercatori ed esperti nel campo della didattica a supporto dei docenti (opzione votata da 6915 iscritti)
– Istituire un fondo strutturale per l’innovazione didattica (opzione votata da 5262 iscritti)

Totale Votanti: 18109, Totale Preferenze: 35965.

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Scuola: la riforma del sostegno è già da rottamare, intervenire è necessario (24-05-2017)

ROMA, 2 maggio – "La riforma sul sostegno è da rottamare: nasce già obsoleta e ha bisogno di essere ripensata sotto quasi tutti i punti di vista. Purtroppo il governo ha buttato a mare questa chance ma il mondo della… Continua a leggere Scuola: la riforma del sostegno è già da rottamare, intervenire è necessario (24-05-2017)