Il nuovo decoder del digitale è l’ennesimo favore a Berlusconi

di MoVimento 5 Stelle

La scelta del governo per liberare le frequenze per il 5G è stata quella di obbligare gli italiani a cambiare decoder. Una scelta che penalizzerà i cittadini che saranno costretti ad acquistare nuovi televisori, ma che farà con… Continua a leggere Il nuovo decoder del digitale è l’ennesimo favore a Berlusconi

C’è bisogno di verità

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di Luigi Di Maio

Adesso che questo tour siciliano si è concluso, ho deciso di pubblicare un post particolare. Perché sento il bisogno di raccontare alcune cose. Quando ho iniziato questa avventura nel MoVimento 5 Stelle ho messo in conto tutto: attacchi, tranelli, falsità e strumentalizzazioni. Ma forse avevo sopravvalutato la possibilità di difendermi da questa campagna di odio e menzogne nei miei confronti. In questi giorni ancora una volta sono stato definito fascista, razzista, addirittura “imprenditore della paura”. E ancora una volta, storpiando le mie parole, si è giocato a spaccare il MoVimento 5 Stelle. Era già successo quando ho denunciato che alcune Ong facevano da ‘Taxi del mare’ nel Mediterraneo o quando sono andato a Bruxelles e con i nostri europarlamentari abbiamo scoperto che Renzi aveva svenduto i nostri porti per gli sbarchi, in cambio degli 80 euro. Ed è successo anche quando abbiamo detto che molte cooperative e alberghi stavano facendo la loro fortuna sull’immigrazione. Questo tour siciliano mi è servito tanto perché ho avuto modo di parlare con migliaia di persone senza intermediari, senza tv e giornali.

Una frase che mi hanno ripetuto spesso in questi giorni è stata “la tv ti rende diverso, invece conoscendoti si capisce quanto ci credi e che persona sei”.
Quel “diverso” ho provato a chiedere cosa significasse. Per alcuni stava per “troppo freddo”, per altri “troppo moderato”, per altri ancora “antipatico”, per altri “troppo politicante”, per alcuni anche “insensibile”.
In questi venti giorni ho realizzato che forse il mainstream è riuscito a farmi sembrare diverso da come sono. Negli ultimi giorni ho letto il mio nome associato a dichiarazioni che non ho mai fatto. Non ho mai giustificato alcuna violenza della polizia, neanche verbale. Non ho mai pensato né detto che il Sindaco di Roma o il Governo nazionale non dovessero occuparsi dei migranti. Tantomeno penso che si debba utilizzare la forza per far rispettare la Legge.

Nella mia idea di Paese la polizia non spezza le braccia a nessuno, non lo minaccia neanche. Non si lanciano neppure bombole di gas contro la polizia, né si occupano (addirittura subaffittando in maniera criminale) edifici privati o pubblici.
Io le manganellate qualche volta ho rischiato di prenderle: nel periodo in cui nella Terra dei fuochi ci opponevamo all’apertura delle discariche nel parco nazionale del Vesuvio. Sono sempre stato per la legalità e la moralità. Quando si verificarono i fatti del G8 di Genova che videro la morte di Carlo Giuliani, ero al Liceo. Una delle prime iniziative che organizzai da rappresentante degli studenti fu invitare suo padre ad un’assemblea di istituto per fargli raccontare cosa fosse accaduto secondo lui. Non ci raccontò una storia “polizia contro manifestanti”. Parlammo di responsabilità politiche. Ancora oggi uno dei massimi responsabili di quella tragedia è a capo delle partecipate di Stato, nominato da destra e sinistra in tutti questi anni.

Quando è uscito nelle sale il film “Diaz” ricordo che l’ho divulgato a più amici possibili. Quello che era successo lì andava raccontato. E non va mai dimenticato.
Quando sono arrivato alla Camera ho avuto il piacere e l’onore di lavorare con tanti poliziotti e carabinieri. Abbiamo scritto insieme la legge che trasferiva le auto blu alle squadre mobili e abbiamo collaborato su molto altro. Ho imparato a conoscere queste persone. È vero che da loro bisogna pretendere la massima professionalità. Ma quando giudichiamo le nostre forze dell’ordine dobbiamo farlo con onestà intellettuale e rispetto: sono persone che guadagnano 1300 euro al mese e devono portare a casa la pelle. Ho conosciuto alcuni di loro costretti ad andare alla mensa Caritas per pagare gli alimenti alla ex moglie. Chiediamo loro altissimi livelli di professionalità, ma la loro formazione lo Stato l’ha ridotta ai minimi termini. Condanno senza se e senza ma chi tra loro sbaglia, ma non farò mai di tutta l’erba un fascio.

In questi anni ho capito che ci sono dei temi che sono come l’alta tensione. Quando li tocchi prendi la scossa. Non solo perché tocchi forti interessi di sistema, ma anche perché i media sanno che possono riuscire a farti perdere consensi. E quindi ci sguazzano.
L’immigrazione è uno di questi. È un grande business che sta finanziando la carriera di politicanti senza scrupoli o le mafie. Ma ogni volta che provo a denunciare le follie che riguardano questo ambito, l’opinione pubblica viene divisa dai media in fascisti e comunisti, razzisti e ipocriti, eccetera eccetera.
Molti mi dicono: “Chi te lo fa fare di intervenire su questo argomento. Evita di parlarne. Ti fa perdere consenso”. E questo ragionamento infatti dovrebbe dimostrare che non lo faccio per consenso. Ma io non sono mai stato quello che voleva piacere a tutti i costi e che diceva solo le cose che gli altri volevano sentirsi dire. A scuola ero quello a cui i miei compagni chiedevano di fare il rappresentante di classe “perché tu sai tenere testa ai professori”. E magari così finivo sulle scatole pure ai miei prof. È sempre stata una mia passione combattere battaglie che ritengo giuste.

Nel 2011 sono stato tra i volontari che accolsero i primi migranti nel mio comune dopo i bombardamenti della Libia. C’era bisogno di volontari perché nonostante il Governo avesse stanziato fior di quattrini per la gestione dell’emergenza, fu da subito evidente che i famosi 38 euro al giorno finissero ovunque, tranne che nei servizi a chi scappava dalle bombe.
Scrissi un pezzo su un giornale locale che si intitolava “il modello Pomigliano” dove raccontavo l’iniziativa del mio parroco che quell’anno decise di far portare a spalla, a quei ragazzi provenienti dall’Africa, il nostro Santo patrono per la consueta processione. Un modello di integrazione culturale. Ogni tanto incontro ancora qualcuno di quei ragazzi, uno lavora a pochi passi dall’abitazione della mia famiglia.

Sono ancora fermamente convinto del valore della mediazione e dell’integrazione. Penso però che al di là della tua nazionalità, che tu sia tedesco, etiope, egiziano, cinese o di qualunque altra provenienza, se vuoi partecipare al processo di integrazione e accoglienza devi rispettare le regole che si è data quella comunità che ti accoglie. Noi ti accogliamo e tu accogli le nostre regole.
E su questo concetto non arretro, perché penso che sia una battaglia giusta.

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Le bufale del mainstream che hanno prodotto milioni di morti

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di MoVimento 5 Stelle

“Tu dammi le fotografie e io ti darò la guerra”: l’editore William Hearst al suo fotografo Frederick Remington che, nel 1898, non trovava a Cuba nessuna scena di inermi civili uccisi che giustificasse una invasione USA per portare la “democrazia” e il “rispetto dei diritti umani”.

È passato più di un secolo, ma le bufale di guerra alimentano sempre le stesse pulsioni. Intanto, bisogna intervenire subito per salvare vittime innocenti. Come i bambini belgi ai quali i soldati tedeschi mozzavano le mani. L’unico intellettuale italiano a protestare contro questa menzogna fu Benedetto Croce; gli altri – insieme a decine di migliaia di indignati socialisti – corsero ad arruolarsi e a morire nelle trincee della Prima guerra mondiale.

Le bufale servono poi a terrorizzare la popolazione: tenebrose “armi di distruzione di massa” in mano al tiranno di turno che deve, quindi, essere abbattuto insieme al suo Stato canaglia. E poi devono trasformare chi si oppone alla guerra (magari, smascherando le bufale) in una quinta colonna del nemico, capace di “intossicare l’informazione” o le reti di computer. Una serpe in seno da soffocare con la censura.

Ma torniamo alle foto chieste da Hearst. L’aspetto più ripugnante delle bufale di guerra è che,  quasi sempre, sono attestate da “documentazioni” – come quella dei soldati di Gheddafi che stupravano le bambine utilizzando il viagra o dei cecchini di Assad che si allenavano sparando sul pancione di donne gravide – di una falsità evidente per un qualsiasi giornalista degno di questo nome.

Ma, allora, perché vengono pubblicate? Nel 2014 Udo Ulfkotte, già caporedattore del quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, rivelava che lui e molti altri giornalisti europei, da anni, erano sul libro-paga della CIA e di altri Signori della Guerra. Vogliamo credere che non sia un fenomeno generalizzato e che la diffusione di evidenti bufale (si veda questo reportage della RAI dalla Siria) sia dettata dalla superficialità e dalla fretta di pubblicare subito? Certo che, se si guarda questo breve videoclip sulle bufale di guerra  pubblicate da Repubblica (solo alcune delle innumerevoli), qualche dubbio appare lecito.

Dubbi che rischiano di diventare certezze analizzando la guerra mediatica contro la Siria. Guerra cominciata già nel 2010 con la (mai esistita) “Amina, la lesbica di Damasco“, continuata con un numero sbalorditivo di bufale – quali il bombardamento della panetteria, l’attacco con Sarin a Goutha, le “foto di Caesar“, gli ospedali pediatrici distrutti dall’aviazione di Assad, gli accordi tra Assad e l’ISIS, i barili bomba… – e che in questi giorni, con la liberazione di Aleppo, sta raggiungendo toni davvero grotteschi.

A riportare queste “fake news” (false notizie), che hanno generato guerre con milioni di morti sulla coscienza, sono state quelle corporazioni mediatiche che oggi vogliono utilizzare lo strumento delle “fake news” o della “cyber propaganda per conto di paesi terzi” per mettere un bavaglio alla rete. Quella stessa rete che negli ultimi dieci anni ha smascherato tutte le loro menzogne e ha impedito che nel 2013 in Siria si riproponesse un nuovo criminale intervento armato giustificato, come nel caso dell’Iraq e della Libia, da notizie rivelatesi tutte false come ha magistralmente dimostrato il premio Pulitzer Seymour Hersh.

Siamo dinanzi al rischio eclatante di cedere alla tentazione di dare ulteriore potere a dei censori che hanno già usato, contro di noi, ogni occasione utile. Non concediamoglielo.

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L’Italia in rovina #DilloAlGiornalista

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Stagnazione, disoccupazione, sfiducia. I media dovrebbero mettere il Bomba davanti ai suoi continui fallimenti, ma preferiscono tacere. Tv e quotidiani sono diventati mezzi di distrazione di massa o forse i giornalisti sono una massa di distratti che non si accorgono di quello che sta succedendo nel Paese. Aiutiamoli e togliamogli questo alibi. Segnaliamo ai giornalisti i fatti drammatici che solo loro non vedono utilizzando l’hashtag #DilloAlGiornalista!. Di seguito alcune notizie degli ultimi giorni che sono passate in sordina da segnalare ai giormalisti distratti:

– i licenziamenti, nel secondo trimestre 2016, sono aumentati del +7,6% rispetto al secondo trimestre 2015 (+15.264) e del +17,8% sul primo trimestre di quest’anno

le assunzioni a tempo indeterminato sono diminuite del 29% rispetto ad un anno fa (-163.000): il Jobs Act è quindi evaporato appena i costosi incentivi del Governo sono stati diminuiti

– le assunzioni a tempo indeterminato sono state solo il 16% del totale: altro che fine del precariato

– i contratti di apprendistato sono aumentati del 26%: ai contratti stabili si sostituisce il precariato spinto, per non parlare della continua esplosione dei voucher

– sul fronte dei nuovi contratti solo l’agricoltura tiene, mentre nell’industria (-13,5%) e nei servizi (-14,6%) il calo è a due cifre

i prepensionamenti per le donne sono diminuiti del 47%, a causa dell’inasprimento dei requisiti di vecchiaia

– per la prima volta dal 1945 il numero dei laureati disponibili per le imprese sta smettendo di crescere, l’Italia ha una delle quote di abbandono universitario più alte in Europa (45%), e una delle più basse di laureati fra i 30 e i 34 anni

– il debito pubblico raggiunge un nuovo record ogni mese e nei primi sei mesi dell’anno è aumentato di 78,9 miliardi di euro, una cifra pazzesca, mai era accaduta una cosa del genere in passato

il Pil si è fermato del tutto nel secondo semestre

– la fiducia di imprese e consumatori ad agosto è in netto calo

– le vendite al dettaglio di luglio sono in discesa

#DilloAlGiornalista!

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