A message to you Kim and Donald

di Beppe Grillo

Dear Kim and Donald you will not be glad to learn that today you are not very original since the grotesque version of the Cold War has already been presented in 1964 by Stanley Kubrick with his Doctor Strangelove. That was only a mov… Continua a leggere A message to you Kim and Donald

Il primo giorno di Luigi Di Maio negli Stati Uniti

di Luigi Di Maio

Ciao a tutti. Vi aggiorno sul mio viaggio negli Stati Uniti. Ieri è cominciata la mia prima giornata di incontri qui a Washington in veste di candidato premier del MoVimento 5 Stelle. Sono stato al Dipartimento di Stato americano, … Continua a leggere Il primo giorno di Luigi Di Maio negli Stati Uniti

Sanzioni Usa alla Russia: concorrenza sleale… a tutto gas?

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di Fabio Massimo Castaldo, EFDD – M5S Europa

In queste ultime settimane è tornato alla ribalta il tema delle sanzioni nei confronti della Federazione Russa, pallino costante tanto del Partito Repubblicano quanto di quello Democratico negli Stati Uniti, nonché di diversi “falchi” dei paesi dell’Europa centrale e orientale, Polonia su tutti. Mai come oggi, il tema merita un approfondimento maggiore rispetto a quanto detto da gran parte della stampa nostrana: con l’approvazione definitiva di questo ennesimo pacchetto di sanzioni, volute e imposte dal Congresso americano al Presidente Trump sono stati messi a rischio ben otto progetti energetici internazionali. Per alcuni di questi sarebbe in forse la realizzazione stessa, mentre per altri la manutenzione o le riparazioni straordinarie specie, ovviamente, nei tratti presenti sul territorio russo. La stessa sicurezza energetica del Continente europeo è messa a repentaglio.

Ma quali sono i veri motivi di questo ennesimo inasprimento dei rapporti Washington-Mosca? La motivazione ufficiale risulterebbe essere legata esclusivamente alle presunte ingerenze del Cremlino nella campagna presidenziale USA, nonché all’annessione della Crimea. Qualcuno ha persino avanzato l’ipotesi che questa prova di forza sia una ritorsione e un monito del Congresso verso Putin, per scoraggiare eventuali futuri tentativi di interferenza nella politica interna. Non dubito certo che ciò possa essere nella testa dei legislatori americani. Ma, a conti fatti, l’obiettivo prioritario mi sembra essere ben altro: far saltare importantissimi progetti di cooperazione tra la Russia e i Paesi membri UE nel settore energetico con il fine ultimo di farli virare, obtorto collo, verso il gas naturale liquefatto (o lng), di cui gli USA, secondo recenti stime, diventeranno quasi certamente il secondo esportatore mondiale nel biennio 2020-2021. Una priorità commerciale ed economica evidente per gli interessi americani. Una scelta del tutto dissennata per quelli europei, visto non solo il maggior costo dell’lng rispetto al gas naturale russo, ma anche il maggior pericolo derivante dall’installazione di impianti di rigassificazione al largo delle nostre coste.

Non a caso Trump si è recato, ai primi di luglio, proprio in Polonia (paese punta di diamante del fronte oltranzista contro il Kremlino) dove l’8 giugno di quest’anno è arrivato il primo carico di lng proveniente dalla Louisiana, proprio nel nuovo terminal lng polacco nel nord-ovest del paese, a Swinoujsci, con una capacità di 5 miliardi di metri cubi all’anno. L’ambizione malcelata di Varsavia è divenire l’hub europeo di questo nuovo import, facendo leva sui paesi vicini affinché “l’indipendenza energetica” dalla Russia (Gazprom fornisce attualmente i 2/3 dei consumi di gas polacchi) prevalga sull’economicità e sull’efficienza della scelta, applicando la classica teoria politica polacca dell’Intermarium (mar Baltico – mar Nero) di contenimento contro Mosca. Fin qui tutto appare sin troppo chiaro.

Ma chi pagherà il conto di questa fuga (commerciale) in avanti americana? La più colpita sarebbe senz’altro la Germania di Angela Merkel, che con il Nord Stream 2 (progetto da 55 miliardi di metri cubi l’anno che prevede il raddoppiamento del gasdotto che trasporta il gas russo in Germania e che ne farà l’hub fondamentale in Europa, a spese delle ormai sepolte velleità italiane del progetto South Stream) ha davvero molto da perdere. Ed essendoci in ballo la Germania (cosa che a Trump non dispiace affatto, visto che Berlino vanta un enorme surplus commerciale verso Washington), non a caso la Commissione europea stavolta ha provato ad alzare timidamente la voce. Addirittura per bocca del suo Presidente Juncker ha voluto esprimere contrarietà contro tale scelta autonoma del Congresso americano, del tutto non concordata con gli alleati (quasi fosse una novità). E ha inneggiato alla vittoria quando, in extremis, a Bruxelles sono riusciti a strappare un innalzamento della soglia minima di partecipazione delle imprese russe ai progetti a cui si possono applicare le sanzioni, dal 10% al 33%, insieme alla promessa che gli alleati verranno consultati prima di applicare le sanzioni stesse.

Ma non c’è solo la Germania. In tre degli otto progetti a rischio è coinvolta anche l’italiana ENI, in particolare nel progetto Zohr, l’enorme giacimento di gas scoperto dal gruppo italiano in Egitto e lanciato a grande velocità verso la messa in produzione. Un ulteriore colpo mortale al corridoio sud, già martoriato dalla perdurante instabilità libica, senza dimenticare tutti gli importanti appalti per le nostre imprese altamente specializzate nella costruzione di tali impianti.

Cui prodest, quindi? È evidente quanto questa escalation di tensione, culminata con l’espulsione da parte di Mosca di ben 755 diplomatici americani, non abbia fatto altro che incrinare ulteriormente i rapporti economici, energetici e commerciali, tutto a vantaggio dell’interesse americano volto ad ostacolare quanto più possibile il dialogo UE-Russia.

La Commissione Juncker ha il dovere di mantener fede alla sua parola nei fatti e non solo nelle dichiarazioni: difendere gli interessi europei vuol dire tenere davvero il punto contro queste sanzioni completamente insensate che danneggeranno, per l’ennesima volta, le nostre imprese e la nostra sicurezza energetica. E reagire con tutta la decisione e la durezza necessaria se gli Stati Uniti implementeranno sanzioni senza concordarle, mettendo in pratica questo dissennato disegno di legge. Non sarà facile vincere l’opposizione interna del fronte capeggiata dalla Polonia, desiderosa di dimostrare a Washington quanto l’attuale governo possa essere un affidabile alleato. Ma oggi diventa ancora più fondamentale rilanciare seriamente per l’Europa un ruolo di mediatrice e di ponte tra Russia e Occidente per favorire una distensione e un dialogo che, sebbene irto di ostacoli e di rilevanti nodi da sciogliere, è fondamentale per la sicurezza (non solo energetica) e la stabilità di entrambe. Un ruolo che la geografia e la storia ci impongono. Ma che la politica estera europea continua a ignorare.

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La linea rossa di Trump

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tratto da Die Welt, di Seymour M. Hersharticolo integrale

Non c’è alcuna prova concreta della strage di Khan Sheikhoun, né che in occasione dei raid siano state usate armi chimiche. In sintesi: il 4 aprile 2017, a differenza di quanto riportato dai media internazionali, non ci sarebbe stato nessun attacco chimico in Siria. A scriverlo è il quotidiano tedesco Die Welt, in un articolo a firma del giornalista, scrittore e vincitore del premio Pulitzer (1970) Seymour M. Hersh, pubblicato il 25 giugno scorso.

Secondo Hersh, Trump era stato avvisato dai suoi servizi di intelligence della mancanza di prove concrete sull’uso di gas sarin da parte del regime di Damasco. A tycoon – si legge nel pezzo dal titolo “La Linea rossa di Trump” – sarebbero anche stati riferiti diversi dubbi sull’autenticità delle foto che, nelle ore successive alla strage, iniziarono a circolare in rete. Immagini promosse e sponsorizzate soprattutto dai “caschi bianchi“.

Malgrado ciò, il presidente Usa decise comunque di rispondere con violenza, bombardando la base di Al Shayrat con 59 missili Tomahawk e segnando così una svolta alla sua presidenza e a sei anni di guerra in Siria. La notizia assume estrema rilevanza all’indomani del monito arrivato dalla Casa Bianca, che ieri in una dichiarazione ufficiale ha messo in guardia il presidente siriano Bashar Assad contro nuovi attacchi chimici di cui gli Stati Uniti avrebbero individuato i “possibili preparativi”, ammonendo inoltre che se condurrà un altro attacco di massa mortale con questo tipo di armi lui e il suo esercito “pagheranno un prezzo pesante“.

Un avviso che stride tuttavia con quanto riportato dal Die Welt. Sempre secondo Hersh, infatti, l’intelligence Usa avrebbe chiarito che l’attacco del 4 aprile sarebbe sì stato condotto dal regime siriano, ma attraverso esplosivi e armamenti convenzionali e per di più contro una base jihadista. I particolari dell’attacco, comprese le informazioni sugli obiettivi colpiti, sarebbero poi stati forniti da Mosca a Washington nei momenti successivi al blitz.

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Bombe Usa in Siria: l’Italia rimanga fuori da questo risiko

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di MoVimento 5 Stelle

Gli attacchi scanditi nella notte dall’aeronautica Usa contro il territorio siriano rischiano di costituire una chiara violazione del diritto internazionale. Non solo, dimostrano per l’ennesima volta il reale valore che le potenze del mondo attribuiscono alle Nazioni Unite: un valore nullo.

Si è preferito bombardare ancor prima di incaricare l’Onu di avviare una inchiesta indipendente per accertare i responsabili dell’uso di armi chimiche. Le bombe, a quanto pare, vengono prima di tutto. La soluzione a una guerra non può essere un’altra guerra.
Dopo 20 anni di errori non sembra essere cambiato nulla, purtroppo. No a un’altra Libia, a un’altra Iraq o a un’altra Afghanistan. L’Italia resti fuori da questo risiko e rispetti articolo 11 della Costituzione.

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La ”profezia” dei dazi Usa, spiegata bene

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di MoVimento 5 Stelle

In questi giorni levate di scudi si sono alzate da più parti, Pd ovviamente in prima linea (così come fece a sostegno della Clinton durante le ultime presidenziali Usa), contro i presunti dazi decisi dall’amministrazione Trump. Sui principali quotidiani nazionali abbiamo letto titoli di ogni genere, abbiamo sentito parlare di “minaccia gravissima” contro la nostra economia. A onor del vero, occorre intanto spiegare che parliamo di una non-notizia, cioè solo di un’indiscrezione del Wall Street Journal su un’annosa querelle tra Usa e Ue.

Una querelle ben precedente all’amministrazione Trump e che va avanti da diversi anni, come sottolinea lo stesso Wsj nel suo articolo intitolato “U.S. Weighs Tariffs Against Vespas, Cheeses in Trade Beef With EU”. Sul quotidiano statunitense si legge infatti che nel 2015, quindi durante la presidenza Obama, il congresso americano approva misure che “rendono più semplice per gli Usa imporre dazi doganali”.

Insomma, a sottolineare come l’argomento sia datato (il braccio di ferro tra Usa e Ue sulla materia prosegue dalla fine degli anni Novanta) è proprio il Wall Street Journal, ma il dato, guarda il caso, passa del tutto inosservato a media e tg nazionali. In un solo colpo, il retroscena del Wsj diventa una certezza. C’è chi inizia a prendere a pretesto le parole del Segretario al commercio americano, Wilbur Ross (“siamo in una guerra commerciale”) per raccontarci la storiellina di un uomo brutto e cattivo, Donald Trump, che vuole radere al suolo il nostro tessuto commerciale.

In realtà, non c’è stata alcuna dichiarazione da parte della presidenza Usa. Nessuno tra gli esponenti governativi statunitensi ha parlato dell’Italia o dei suoi prodotti, o delle sue aziende. Eppure, qui da noi è scoppiato il putiferio, con giornalisti di ogni genere che ti inseguono per avere un commento su qualcosa che, ad oggi, non esiste. Trattasi di un’abitudine piuttosto nota tra i partiti: discettare su future, possibili, ipotetiche e immaginarie illazioni invece che parlare dei problemi reali del Paese.

Il M5S commenta i fatti, non le profezie. Il M5S parla dell’Italia e la difende a fronte di ogni tipo di ingerenza. Che sia di natura politica o commerciale. E lo fa con la consapevolezza che il mainstream va in una precisa direzione. Lo scontiamo tutti i giorni sulla nostra pelle. Basti guardare uno degli ultimi articoli pubblicati da La Stampa in cui, citando “fonti governative” (quali? dove? perché?), si parla di un’allerta Usa “sui rapporti M5S-Russia per destabilizzare” la regione. Comicità allo stato puro. E questo solo perché da tempo chiediamo la revoca della sanzioni Ue alla Russia, costateci oltre 7 miliardi di euro.

Ebbene, a quanto pare ai partiti e ai partitini di casa nostra non importa nulla degli imprenditori e dei lavoratori italiani se c’è da punire Mosca, però sono pronti alle barricate se è un quotidiano americano a pubblicare una indiscrezione su dei dazi in vigore da oltre dieci anni, decisi e confermati da Barack Obama. Questo è lo stato delle cose. Per quanto ci riguarda ogni leader politico ha l’obbligo e il dovere di tutelare gli interessi dei propri concittadini. E’ quel che farà il M5S al governo del Paese.

Del resto, anche in Ue tutti difendono i propri interessi (vedi Francia e Germania), solo chi ci ha governato finora ha abdicato a quest’onere in favore di interessi altrui. La legge Fornero, il Fiscal Compact, il pareggio di bilancio in Costituzione e il regolamento di Dublino III sono solo alcuni esempi. Come fatto sino ad ora, il M5S difenderà il nostro made in Italy con i denti, senza scivolare tuttavia nel gioco di chi vuole tornare a un mondo diviso in due blocchi, in eterno conflitto militare e politico. Siamo per un’Italia multilaterale e amica di tutti i popoli. Ma, soprattutto, per un’Italia libera e sovrana.

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Libertà in Rete: la stretta in atto negli Stati Uniti

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di MoVimento 5 Stelle

In una risoluzione adottata a Strasburgo il 23 novembre (304 voti a favore, 179 contro e 208 astensioni), il Parlamento Europeo ha “invitato” gli Stati membri a contrastare la “disinformazione e la propaganda” proveniente dalla Russia e dall’ISIS.

Il giorno dopo, il 24 novembre 2016, il Washington Post ha pubblicato un articolo sul lavoro svolto da quattro “gruppi di ricercatori” che hanno esaminato i risultati degli “sforzi propagandistici russi per minare la democrazia e gli interessi degli Stati Uniti”. Uno di questi gruppi di ricerca si è raccolto intorno al sito “PropOrNot” che ha pubblicato un elenco di 200 siti web che sarebbero colpevoli della pubblicazione di «fake news» e di notizie “di propaganda russa”.

Il Washington Post ha dovuto poi prendere le distanze dagli “esperti” citati nell’articolo ammettendo anche di non poter garantire “la validità delle scoperte di “PropOrNot”.

Ma il giornale di Amazon non si è arreso. E dalla “cyber propaganda russa attraverso fake news”, il WP è tornato alla carica il 9 dicembre riproponendo un vecchio tormentone hacker russi che hanno determinato la vittoria di Trump. Per sintetizzare la seconda “inchiesta” del WP: una “riunione a porte chiuse”, un “rapporto segreto” di agenti segreti della CIA con pochi e “selezionati senatori”. Tutte le fonti del WP rigorosamente anonime, come si addice ad ogni inchiesta che si rispetti.

Risultato: unica “fake news” certa al momento delle elezioni statunitensi è quella di tutti quei media che davano a pochissimi giorni del voto Hillary in vantaggio anche di 12 punti. Lo ha certificato anche uno studio della Standford University che – con uno con uno studio intitolato “Social Media and Fake News in the 2016 Election” – ha sancito come l’accusa a Trump di aver vinto le elezioni attraverso le “fake news” fosse essa la bufala di questi mesi.

Le “inchieste” del Washington Post hanno prodotto zero prove, ma tante dichiarazioni di Obama, una stretta legislativa crescente ed una pressione sul mondo di internet che gettano ombre inquietanti per il futuro della libertà d’espressione in rete.

Il 30 novembre, con 390 voti favorevoli, la Camera degli Stati Uniti ha adottato la “H.R. 6393, Intelligence Authorization Act for Fiscal Year 2017“, che chiede al governo di “contrastare misure attive da parte della Russia di esercitare influenza occulta”. Se approvata dal Senato questa legge sarà usata per colpire, minacciare o eliminare quei siti che gli “esperti” del WP giudicano di “fake news” – un’etichetta oggi utilizzata per definire arbitrariamente qualsiasi sito web o blog non allineato.

Intanto il “Bill HR 6393“, approvato al Senato degli Stati Uniti l’8 dicembre, chiede al governo di “sviluppare una strategia per contrastare la propaganda estera e di disinformazione” di attori statali come la Russia e la Cina, oltre a estremisti violenti. È stato creato un Centro per combattere la disinformazione estera e sarà guidato dal Dipartimento di Stato, ma con la partecipazione attiva del Dipartimento della Difesa, dell’ USAID, del Consiglio dei governatori Broadcasting, della Comunità di intelligence e altre agenzie competenti.

I colossi di internet della Silicon Valley,
intanto, hanno unito le forze per creare un database centralizzato che gli permetterà di bloccare contemporaneamente e in maniera “efficiente” contenuti su più piattaforme. Secondo Yahoo News, il database dovrebbe essere installato e funzionante nei primi mesi del 2017 e più aziende potrebbero unirsi. “I giganti del web,YouTube, Facebook, Twitter e Microsoft intensificheranno gli sforzi per rimuovere i contenuti ‘estremisti’ dai loro siti web con la creazione di una banca dati comune”. Naturalmente, mentre il database è venduto come un modo per censurare “contenuti terroristici” (chi non vorrebbe fermare i terroristi?!), cresce il sospetto che una volta stabilite le definizioni soggettive di “terrorista” ed “estremista”, queste, gradualmente, potrebbero presto trasformarsi in censura per tutto ciò che non è allineato e quindi “fake” secondo gli esperti del Washington Post.

Del resto, come spiega Daniel McAdams, Facebook ha annunciato che assumerà una varietà di organizzazioni di “fact-checking” per contrastare la disinformazione e bloccare le “bufale”. Il social utilizzerà, in particolare, Snopes, PolitiFact, Factcheck.org, ABC News e l’Associated Press.

Un problema sorge
: queste organizzazioni sono tra i più grandi rifornitori di notizie false che esistono al mondo.

PolitiFact ha un’intera parte del sito dedicata ad esporre i difetti dell’organizzazione.

Snopes è gestito da marito e moglie dalla loro casa in California senza alcuna esperienza in tecniche di ricerca e di indagine.

Su Associated Press e ABC News cosa aggiungere, sono quei media tradizionali che hanno rilanciato tutte le fake news che abbiamo denunciato qui.

Intanto, un gruppo di filantropi “disinteressati e imparziali” ha offerto milioni di dollari al nuovo sistema “anti-bufale” annunciato da Facebook. Chi sono? George Soros, che non ha bisogno di presentazioni. Il fondatore di Ebay, Pierre Omidyar, che ha versato oltre 30 milioni ai Clinton e alle loro associazioni di beneficenza. Poi ci sono Google, La Bill e Melinda Gates Foundation e il National Endowment for Democracy (che, come entità finanziata dal governo con i soldi dei contribuenti americani, censurerà le notizie che riterrà dannose per la popolazione).

Le “fake news” e la “cyber propaganda”, sono il canto del cigno delle corporazioni mediatiche, letteralmente disperate perché non riescono più a manipolare l’opinione pubblica come in passato. Milioni di persone grazie a Internet non credono più alle menzogne di chi ha in parte sulla coscienza la distruzione dell’ex Jugoslavia, dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia e della Siria. Questo li spaventa al punto che hanno deciso di demonizzare e censurare la rete attraverso la bufala delle “fake news e della cyber propaganda”.

Negli Stati Uniti il meccanismo si era messo in moto prima dell’elezione di Trump. E in Italia cosa dobbiamo aspettarci?

P.s Una giornalista ha spiegato in questo modo tutta la vicenda fake news e cyber propaganda. Non ci sono parole migliori.

“Credere a qualcosa che dice la CIA è come fidarsi di lasciare la vostra macchina a un tossicodipendente di anfetamine.
Credere alla CIA quando lavora insieme al Washington Post è come fidarsi di lasciare a quello stesso tossicodipendente la vostra auto con il vostro bambino sul sedile posteriore insieme alle chiavi di casa e il denaro per Taco Bell.”

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La mossa di Trump: assicurazione sanitaria per tutti

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di MoVimento 5 Stelle Europa

traduzione dell’intervista a Donald Trump rilasciata al Washington Post.

Trump promette una “assicurazione per tutti” al posto dell’Obamacare

Il Presidente eletto Donald Trump ha dichiarato, in un’intervista rilasciata lo scorso fine settimana, che è in fase di completamento un piano per sostituire la legge di assistenza sanitaria del Presidente Obama con l’obiettivo di concedere “un’assicurazione per tutti”. Trump, allo stesso tempo, promette di obbligare le aziende farmaceutiche a negoziare direttamente con il governo sulle tariffe delle attuali assicurazioni Medicare e Medicaid.

Trump ha rifiutato di rivelare i dettagli del suo programma durante un’intervista telefonica lo scorso sabato con il Washington Post, ma la proposta del Presidente eletto troverà certamente l’appoggio del Congresso repubblicano. Il piano di Trump troverà probabilmente qualche ostacolo nella destra più intransigente del partito, visto che per anni il GOP si è sempre opposto all’espansione dell’assistenza sanitaria pubblica, e dalla sinistra che considera le sue idee una catastrofe per le riforme che la legge “Affordable Care Act” ha portato a milioni di americani.

Oltre al suo piano di sostituzione dell’ACA, noto anche come Obamacare, Trump ha detto che si concentrerà sulle aziende farmaceutiche per favorire la riduzione dei prezzi dei farmaci. “Sono politicamente protette, ma ora non più” ha detto riferendosi alle aziende farmaceutiche. Gli obiettivi di ampliare l’accesso alle assicurazioni e la riduzione dei costi di assistenza sanitaria sono sempre stati in conflitto e non è chiaro come il piano che l’amministrazione si stia muovendo- o quelli che emergeranno da Capitol Hill – per risolvere questo problema.

In generale, il progetto di sostituire l’Obamacare del congresso GOP ha l’obiettivo di ridurre i costi riducendo le prestazioni offerte. Il presidente della Camera Paul Ryan e altri repubblicani hanno parlato recentemente di fornire “accesso universale” per l’assicurazione sanitaria, invece di una copertura assicurativa universale. Trump ha detto che si aspetta dai Repubblicani un’azione rapida e all’unisono nelle prossime settimane anche su altre priorità, tra le quali radicali tagli alle tasse e l’avvio della costruzione di un muro lungo il confine messicano.

Trump ha avvertito i Repubblicani che se il partito dovesse ritardare il suo programma sarà pronto a usare il potere della presidenza – e Twitter – per far partire la sua legislazione con il piede giusto. “Il Congresso non può avere ripensamenti, perché la gente non permetterà che questo accada” ha detto Trump durante l’intervista con il Washington Post. Trump ha detto che il suo piano per la sostituzione di molti aspetti dell’assistenza sanitaria di Obama non è del tutto da rigettare. Anche se non è stato chiaro a quali aspetti si riferisse – “numeri più bassi, franchigie molto più basse” – ha detto che è pronto a svelarlo al fianco di Ryan e del leader della maggioranza al Senato, Mitch McConnell.

“Siamo molto vicini alla stesura finale. Non l’abbiamo ancora completata ma ci stiamo lavorando senza sosta” ha detto Trump. Ha aggiunto che è in attesa di ricevere la conferma alla nomina di Segretario alla Sanità del Rep. Tom Price. Questa decisione spetta alla Commissione Finanze del Senato che ancora non ha programmato la sessione. La dichiarazione di Trump arriva dopo che molti Repubblicani – moderati e conservatori – hanno espresso preoccupazione la scorsa settimana per la mancanza di una proposta formale del partito sull’Obamacare, mentre hanno votato sulla sua abrogazione. Una volta che il suo piano sarà reso pubblico, ha dichiarato Trump, è fiducioso che si potranno ottenere i voti per l’approvazione in entrambe le Camere. Ha rifiutato di discutere di come si sarebbe comportato verso i Democratici diffidenti.

Finora i Repubblicani hanno fatto i primi passi verso l’abrogazione della legge, una procedura per la quale è sufficiente una semplice maggioranza al Senato. Il processo dovrebbe consentire di smantellare aspetti della legge che coinvolgono la spesa federale. Il piano che Trump sta preparando arriva dopo che la Camera ha votato per più di 60 volte in questi ultimi anni per rimuovere completamente, o in parte, alcuni punti del ACA per adottare politiche sanitarie più conservatrici, che tendono a dare più peso al settore privato.

“Credo che avremo l’approvazione. Io non vi dirò come, ma otterremmo l’approvazione. Vedete quello che è successo nella Camera in queste ultime settimane” ha detto Trump riferendosi a un suo tweet dopo il tentativo di un rappresentante repubblicano di cancellare il gruppo etico, il quale ha avuto una vasta contestazione da altri membri e ha portato al ritiro della proposta stessa.

Avendo sviluppato un piano alternativo, Trump ha detto di aver prestato attenzione alle critiche di chi teme che l’abrogazione dell’Obamacare porterebbe al rischio della mancata copertura assicurativa per circa 20 milioni di americani attualmente coperti da una qualche forma di assistenza. “Avremo una assicurazione disponibile per tutti” ha detto Trump. “In alcuni ambiente pensavano che se non riesci a pagare non devi avere nulla. Con noi questo non accadrà”. Le persone che rientrano nella legge “possono aspettarsi di ottenere una buona assistenza sanitaria. Sarà una forma molto semplificata, molto meno costosa e più efficiente.”

I leader repubblicani hanno detto che non abbandoneranno chi ha ottenuto la copertura assicurativa sotto l’ACA. Ma non è ancora chiaro sia dalle dichiarazioni di Trump nell’intervista sia dalle recenti osservazioni dei leader del GOP a Capitol Hill, come intendano realizzare tutto questo. Per i Repubblicani conservatori ostili alle sue promesse di garantire la copertura a milioni di persone, Trump ha sottolineato in diverse interviste che ha dato che “non lui avrà persone che muoiono per strada.”

“Non sarà il loro piano” ha detto riferendosi alle persone che sono coperte dalla legge attuale. “Sarà un altro piano ma saranno ben protetti. Non voglio un singolo-contribuente. Quello che voglio è essere in grado di aiutare le persone” ha detto sabato. Trump non ha detto come il suo programma si integri con il piano scritto dai Repubblicani della Camera. All’inizio di quest’anno, Price ha suggerito che una presidenza Trump avrebbe anticipato il programma sanitario del GOP della Camera. Quando è stato chiesto in un’intervista se intendesse tagliare i benefici del Medicare, come parte del suo programma, Trump ha detto “no”, una posizione che è stata ribadita durante il programma di domenica su ABC di Reince Priebus, il nuovo “Chief of Staff” di Trump. Durante tutta la campagna ha sostenuto questa posizione.

Il tempi potrebbe essere un problema in quanto Trump pone molta enfasi sulla velocità d’azione. La legge di Obama ha richiesto più di 14 mesi di dibattito e centinaia di riunioni. Per incoraggiare i legislatori, Trump ha in programma di partecipare a un meeting Repubblicano del Congresso a Philadelphia questo mese. Guardando oltre, Trump ha dichiarato che l’abbassamento dei prezzi dei farmaci è fondamentale per ridurre i costi dell’assistenza sanitaria a livello nazionale – e userà la sua influenza politica per ottenere tutto ciò perché è una sua priorità. Alla domanda su come riuscirebbe a convincere i produttori di farmaci, Trump ha detto che parte del suo approccio sarebbe la pressione pubblica “proprio come sull’aereo” un cenno ai suoi tweet sui Jet da Caccia F-35 Lockheed Martin, che Trump ha criticato perché troppo cari. Trump ha respinto l’idea che questa iniziativa porterebbe a una volatilità del mercato a Wall Street. “Le azioni scendono e l’America sale” ha detto. “Non mi interessa. Voglio farlo bene o non farlo” e ha aggiunto che le aziende farmaceutiche “dovrebbero produrre” di più negli Stati Uniti. Il punto se il governo dovrebbe avviare i negoziati su quanto le industrie farmaceutiche pagano per gli anziani con Medicare è stato dibattito lungo, da quando la legge del 2003 ha vietato questi negoziati sui farmaci offerti da Medicare.

L’obiettivo di Trump è incerto, tuttavia, rispetto al Medicaid, l’assicurazione per gli americani a basso reddito che viene gestita congiuntamente dal governo federale e dagli Stati. In quello che è conosciuto come una regola Medicaid a “miglior prezzo”, alle aziende farmaceutiche già viene richiesto di vendere i farmaci a Medicaid con il prezzo più basso che possono ottenere da altri venditori Sul programma dei tagli fiscali, Trump ha detto che “stiamo arrivando molto vicino” a mettere insieme la nuova legislazione. I suoi consulenti e Ryan si sono incontrati la settimana scorsa e hanno lavorato sul piano presentato in campagna elettorale e sulle proposte del Congresso per tagliare le aliquote vigenti. “Probabilmente sarà dal 15 al 20 per cento per le società. Per gli individui, probabilmente ancora meno. Avremo grandi tagli alle tasse della classe media” ha detto Trump. Sulle aliquote dell’imposte sulle società: “possiamo negoziare un po’, ma vogliamo diminuirle e arrivare il più vicino al 15 per cento in modo che possiamo raggiungere un aumento dei posti di lavoro”.

Trump ha detto che non cederà sulla sua proposta di aumentare le imposte sulle aziende statunitensi che producono all’estero e ha insistito sul fatto che gli imminenti tagli alle tasse saranno un incentivo per le imprese a produrre negli Stati Uniti. “Se le aziende pensano di andare a produrre le automobili o altri merci all’estero per poi rivenderli negli Stati Uniti, allora pagheranno una tassa del 35 per cento“, ha detto. Parlando brevemente sull’argomento immigrazione, Trump ha detto che la proposta di costruire un muro di confine e di frenare l’immigrazione clandestina rimane in cima alla sua lista di cose da fare e che sta spendendo molto tempo nello studio dei modi su come avviare questi progetti sia con il Congresso che attraverso l’azione esecutiva. Tuttavia non ha rivelato molto di più su questo aspetto.

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La fake news sugli hacker russi ripresa da tutti i giornali

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da Lantidiplomatico.it

Il ‘Washington Post’ ha scatenato un’ondata di paura di possibili attacchi informatici russi negli Usa, venerdì, dopo la pubblicazione di un articolo intitolato:

“Pirati informatici russi hanno penetrato la rete elettrica statunitense attraverso un’azienda del Vermont, affermano funzionari”.

La rivista ‘Forbes‘ ha accusato il giornale di pubblicazione di notizie false, chiedendo chiarimenti – non ricevuti – alla vice presidente per la comunicazioni ed eventi del Washington Post, Kris Coratti, sul processo di controllo di un articolo e sul perchè ci sia voluta quasi mezza giornata per riscrivere l’articolo.

Nel testo dell’articolo del WaPo si legge che secondo i funzionari, “è stato rilevato un codice associato con una operazione di pirateria russa soprannominata Grizzly Steppe dall’Amministrazione Obama nel sistema di un’azienda del Vermont” e che “la penetrazione nella rete elettrica della nazione è significativa perché rappresenta una potenziale e grave vulnerabilità “.

Il testo collega direttamente questo attacco informatico al presunto pirataggio russo delle caselle email del Comitato Nazionale Democratico e di John Podesta. Il giornale cita anche diversi politici che hanno parlato con enfasi dell’attacco russo.

Tuttavia, solo un’ora dopo la pubblicazione della notizia, la stessa è stata smentita dalla società di energia elettrica Burlington e poi dalle autorità. Dopo essere stato sottoposto ad una certa pressione dei media, Forbes inclusa, il giornale è stato costretto a modificare l’articolo e inserire, almeno 11 ore dopo, un editoriale in cui avvertiva degli errori commessi.

“Questo è significativo dal momento che la forza trainante della notizia falsa è che gran parte del 60% dei link condivisi sui social media sono condivisi sulla base del titolo, senza che chi condivide abbia, il più delle volte, letto l’articolo stesso. Così, il titolo assegnato ad un articolo diventa la storia stessa e il titolo non corretto del Post ha fatto sì che la storia si diffondesse viralmente attraverso la cassa di risonanza nazionale, ossia che i russi avevano violato la rete elettrica degli Stati Uniti”, commenta Forbes.

Ma cosa possiamo imparare da tutto questo? si chiede ancora Kalev Leetaru di Forbes. La prima è che il mondo del giornalismo tende a basarsi molto di più sulla fiducia che sulla verifica dei fatti. Quando qualcuno lancia una storia, il resto del mondo giornalistico tende a seguirne l’esempio,scrivendo la propria versione della storia, senza mai risalire alle fonti originali per la verifica. In breve – una volta che una storia entra nel mondo del giornalismo si diffonde senza ulteriore moderazione come se ogni media presupponesse che quello precedente ha eseguito la verifica necessaria.

La seconda è che i mezzi di informazione sono eccessivamente dipendenti da fonti governative. Glenn Greenwald di The Intercept solleva il punto che i giornalisti devono essere più cauti nel trattare la parola di governi come verità assoluta. In effetti, una certa frazione di notizie false e fuorvianti in realtà proviene dalla bocca dei portavoce del governo.

La terza è che le breaking news sono una fonte di un’enorme quantità di notizie false e fuorvianti diffuse a macchia d’olio in assenza di ulteriori informazioni. Giornali di livello dovrebbero essere un baluardo contro queste falsità, non pubblicando nulla fino a quando i fatti non siano stati accuratamente controllati”

In una decostruzione dell’articolo del WaPo, Glenn Greenwald su The Intercept ha chiarito i fatti più elementari, che giornalisti e redattori del WaPo in qualche modo non sono riusciti a fare: “Qual è il problema qui? E’ che il fatto non è accaduto.

Non c’è stata alcuna “penetrazione della rete elettrica statunitense”. La verità era poco spettacolare e banale. La Burlington Electric, dopo aver ricevuto un avviso della Homeland Security inviato a tutte le imprese di servizi statunitensi circa un codice malware individuato nel sistema del Comitato Nazionale Democratico, ha controllato tutti i propri computer e ha individuato il codice in un unico portatico che non era collegato alla rete elettrica.

Evidentemente il Post non si è nemmeno preso il disturbo di contattare la società prima di pubblicare le proprie affermazioni estremamente sensazionalistiche, cosicché la società ha dovuto diffondere una propria dichiarazione alla Burlington Free Press che ha smontato l’affermazione centrale del Post (grassetto nell’originale): “Abbiamo individuato il malware in un unico portatile del dipartimento della Burlington Electric non collegato ai sistemi di rete della nostra organizzazione”.

Dunque la paurosa affermazione chiave dell’articolo del Post – che pirati russi avevano penetrato la rete elettrica statunitense – era falsa. Tutte le dichiarazioni allarmistiche da tipi tosti diffuse da dirigenti politici che hanno creduto all’affermazione del Post sono state basate su una storia di fantasia.”

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